di Piero Fassino
https://www.repubblica.it/commenti/2021/09/20/news/medio_oriente-318528588/
Caro direttore, dopo un decennio di stallo, primi segnali importanti di novità giungono dal Medio Oriente. Prima l'incontro tra il presidente palestinese Abu Mazen e il ministro della Difesa israeliano Gantz. Poi la presentazione da parte del ministro degli Esteri israeliano Lapid di un piano per la ricostruzione economica e sociale di Gaza. E infine l'incontro a Sharm el-Sheikh tra il presidente egiziano Al Sisi e il primo ministro israeliano Bennett, a dieci anni dall'ultimo vertice israelo-egiziano. E il governo israeliano ha approvato la costruzione in Cisgiordania di 900 unità abitative per la popolazione palestinese. Atti che cadono a un anno dagli Accordi di Abramo sottoscritti da Israele con Emirati Arabi Uniti e Bahrein. A cui sono seguite nuove relazioni di Israele con Marocco e Sudan. Insomma, le cose iniziano a muoversi e si può apprezzare il carattere di svolta che ha avuto la formazione di una nuova maggioranza politica che segna una discontinuità con Netanyahu e Likud. Discontinuità sottolineata anche dalla elezione a presidente di Israele di Isaac Herzog, un leader di netto profilo progressista.
Si tratta di primi atti e una ripresa di un percorso negoziale tra israeliani e palestinesi non è ancora all'ordine del giorno. Le ferite prodotte in entrambi i campi dalla crisi di maggio sono ancora aperte; le politiche perseguite per anni da Netanyahu - l'espansione degli insediamenti in Cisgiordania, la giudeizzazione di Gerusalemme, il tentativo di annettere la Valle del Giordano - hanno scavato un solco di diffidenza; alla fragilità di Abu Mazen, indebolito anche dalle divisioni in Al Fatah, si contrappone la crescita del radicalismo di Hamas - che nello Statuto preconizza la distruzione di Israele - suscitando inquietudine nella società israeliana; la nuova maggioranza di governo israeliana comprende partiti di sinistra, centro e destra, laici e religiosi, che esprimono diversità di vedute sulla soluzione della questione palestinese.
Il contesto è ancora condizionato dai conflitti di questi anni. Ma proprio per questo non vanno sprecate le finestre di opportunità che si possono aprire, chiamando in causa la responsabilità della comunità internazionale. A giugno - quando i razzi di Hamas cadevano sulle case israeliane e Gaza subiva la reazione militare di Israele - la diplomazia internazionale si mobilitò per far tacere le armi e imporre il cessate il fuoco. Seguirono alcuni atti dell'amministrazione americana, con la visita del Segretario di Stato Blinken, l'annuncio dell'apertura del Consolato Usa a Gerusalemme Est e l'impegno a concorrere alla ricostruzione delle infrastrutture distrutte di Gaza. Via via però l'attenzione si è spenta, anche per l'emergere di altre crisi e il precipitare della vicenda afghana.
Le ultime novità offrono uno spazio di iniziativa, sollecitando a rimettere in moto il Quartetto Onu-Usa-Ue-Russia, costituito anni fa proprio come gruppo di contatto capace di promuovere una ripresa di dialogo tra Israele e palestinesi per giungere a una soluzione di pace e stabilità capace di soddisfare le legittime aspirazioni di entrambi i popoli. D'altra parte è bene ricordare i trent'anni dalla Conferenza internazionale per la pace in Medio Oriente (Madrid, 1991) che segnò, per la prima volta dal 1948, il reciproco riconoscimento tra israeliani e palestinesi, avviando quel percorso negoziale che in soli due anni condusse ai colloqui di Oslo e agli accordi di Washington, sanciti dalla stretta di mano tra Rabin e Arafat sotto lo sguardo garante di Clinton.
Quella volontà di pace si è affievolita, soffocata dal riemergere di pregiudizi, ostilità e conflitti. È tempo di riprendere l'unico cammino di pace possibile: dialogo e negoziato. Farlo compete in primo luogo alle parti in causa, ma è necessaria un'azione della comunità internazionale per incoraggiare e accompagnare israeliani e palestinesi in quel cammino.
///////////////////////////////////////////////////////////////////////////////
Replica indirizzata al direttore di Repubblica:
Caro Direttore,
ho letto con “sorpresa” la lunga lettera di Piero Fassino sulla situazione attuale in Palestina, pubblicata ieri 20 settembre (“Spiragli in Medio Oriente”).
Buona parte della sorpresa nasce dal fatto che sembra non sapere, o vuole ignorare, i fatti. Eppure basta leggere The Times of Israel o Hareetz o il Jerusalem Post per sapere che le illuminate proposte di Lapid, sono:
non condivise da Bennet- primo ministro-, il quale ha dichiarato che non ha alcuna intenzione nemmeno di parlare con Abbas, ma ha tutte le intenzioni di allargare, e sta di fatto allargando, gli insediamenti
dipendono dal finanziamento di partner internazionali – Italia inclusa- ad Israele, che poi ne disporrà per eventuali aiuti ai Palestinesi o meglio alla fazione attorno ad Abbas,
che intanto Ganz - ministro della difesa - e Bennet dichiarano che una guerra prossima a Gaza è vicina ed andrà fatta radicalmente,
che intanto nessuna richiesta di unificazione familiare né di permessi di costruzione per i Palestinesi si profila concretamente, mentre continuano le demolizioni di strutture e case e terre palestinesi,
che intanto le modalità della ricostruzione, l’arrivo di aiuti adeguati, il passaggio di merci e persone da e per Gaza è ancora bloccato,
che intanto nuovi insediamenti sono stati deliberati - 31 insediamenti nuovi pianificati.
che il numero di arresti, tra cui un gran numero di minori, di attivisti per i diritti umani Palestinesi sono aumentati in West Bank e Jerusalemme ma anche quelli dei Palestinesi con cttadinanza e residenza in Israele – 2800 questi ultimi da maggio 2021.
che intanto la fruizione della moschea di Al Aqsa da parte di Israeliani e coloni, in violazione degli accordi per rituali protetti da militari armati, è ormai quotidiana, vedi dichiarazione di Gutierrez, conferenza stampa del 17 settembre.
e per finire, che il numero delle vittime palestinesi di fuoco dal parte della polizia ed esercito israeliano, inclusi molti bambini, è divenuto cosi alto che esse stesse riconoscono di essere troppo “trigger happy”, cioè di sparare senza alcuna necessità – 40 le vittimer negli ultimi 3 mesi e 236 i morti a Gaza e 57 in Cisgiordania e Gerusalemme dall‘inizio dell’anno- OCHA.
Tutte questi eventi non sono nascosti, basta leggere i giornali israeliani e quelli palestinesi, che sui fatti non dicono cose diverse, anche se le presentano magari in diversa luce, quella degli occupanti e quella delle che vittime, ma i fatti assai spesso sono la vera fonte per capire la realtà. E che concordano con i dati OCHA e ONU.
Tutti questi fatti riflettono quello che per altro tutto il governo Israeliano condivide come posizione strategica, allargare e consolidare l’occupazione continuando a tenere sotto minaccia militare tutti i segmenti ormai frammentati di territori palestinesi e cercando di fare sì che, a spese di altri, chi ci vive abbia un po’ più di benessere, solo materiale. Anche se incursioni notturne, reazioni armate spropositate e morti, vessazioni e mancanza di libertà fondamentali - dall’accesso alla salute a quello a muoversi, ad avere dei documenti di viaggio internazionali, a sposarsi e convivere con chi si sceglie, a fare commercio o industria, a sviluppare autonomia- non sono sul tavolo del gioioso progetto Israeliano. Segno diverso sarebbe non impedire le elezioni, restituire ai Palestinesi la proprietà dei loro dati anagrafici e la disponibilità delle loro tasse, dare loro la libertà di movimento e di avere dei passaporti, lasciare che le collaborazioni internazionali umanitarie, agricole, per la salute ed educazione fossero liberate dal controllo Israeliano, e cosi via.
Mi auguro che Fassino non voglia semplicemente, come invece sembrerebbe dalla lettura del suo scritto, schierarsi per la realizzazione, “storto o morto”, cioè contro l’opinione del popolo palestinese ed a costo di violenza letale, degli Accordi trumpiani-kuscheriani di Abramo che di fatto porterebbero all’annessione della Palestina dal mare al fiume, in cambio di moneta, quella abbondante degli Stati arabi, e con la complicità di una dirigenza moribonda che è da un bel pò sfiduciata ed in aperto conflitto con la società palestinese tutta. Nel cercare una soluzione equa alla settantennale crisi israelo-palestinese non si può non tenere in conto le continue violazioni del diritto internazionale che hanno caratterizzato la nascita e la continua espansione di uno Stato basato su principi di discriminazione etnica a danno di un popolo, costretto ad abbandonare le proprie terre, a vivere in campi profughi e a vedersi negati i più basilari diritti.
Spiace anche che la Repubblica si continui a prestare ad una visione di parte, e che la redazione almeno non faccia un fact-checking.
NB: Hamas ha attualizzato il suo Charter di principi e non appare la distruzione di Israele nella versione attuale.
Resto disponibile per le referenze in dettaglio
Prof. Paola Manduca, Presidente
Per il NWRG (New Weapons Research Group) onlus