Da Reagan a Tito attraverso Gladio

«Il 1990 è stato il campionato mondiale di calcio in Italia, è stato l’inizio della caduta della Jugoslavia. Sono stato in Italia come giornalista sportivo seguendo la nazionale jugoslava. Nella squadra c'erano giocatori da ogni dove: Serbia, Bosnia, Croazia, Macedonia. L'allenatore era bosniaco. Noi commentatori parlavamo nelle nostre lingue. Nel 1990 non era un problema per essere jugoslavi. Tutto ciò che è accaduto in Jugoslavia è stato fabbricato, persino il crollo della Jugoslavia, da alcune menti al di fuori della Jugoslavia», ha raccontato il giornalista macedone Milenko Nedelkovski.

Il processo di destabilizzazione della Jugoslavia cominciò all’inizio degli anni Ottanta. Il maresciallo Tito (il Presidente jugoslavo) si era indebitato pesantemente con i creditori occidentali.

L'occasione era ghiotta. A quel punto l' Amministrazione Reagan aveva formulato la direttiva sulle decisioni di sicurezza nazionale numero 133 intitolata “Secret sensitive” che era essenzialmente orientata alla destabilizzazione del sistema jugoslavo del socialismo di mercato.

Quello che fecero fu di identificare il grado della composizione industriale della Jugoslavia, identificando quello che i tecnici | chiamano il meccanismo di innesco. In altre parole, le imprese prese di mira sarebbero state costrette a chiudere.

Il Fondo monetario obbligò i vari governi che si succedettero a portare avanti riforme mortali per l'economia e la società jugoslava.

Solo negli ultimi due anni del decennio persero il lavoro più di seicentomila persone.

Poi, nel 1990, il Fmi si sarebbe impegnato in prima persona, imponendo alla Jugoslavia riforme economiche e sociali. La più significativa fu il congelamento del trasferimento per i pagamenti dal governo centrale alle repubbliche (Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Macedonia). Una mossa che ebbe come unico obiettivo e risultato la distruzione della Federazione.

Il rapporto fondamentale tra Belgrado e le repubbliche si ruppe e divenne di proprietà dei creditori, Fondo monetario in primis.

La Federazione jugoslava era pronta a esplodere. Non perché motivata da odi atavici o da identità nazionali contrapposte con radici eterne. Per il grande divario economico tra la ricca Slovenia e le povere Montenegro e Macedonia (nel 1991 avrebbero dichiarato il default economico). Per il grande divario tra nord e sud. Per un problema di redistribuzione delle finanze pubbliche. Per la delegittimazione del sistema Paese.

Le forze nazionaliste che salirono al potere sulla scorta della crisi economica, la prima cosa che fecero fu cancellare il dibattito sull'economia. La crisi economica sparì come per miracolo dall’agenda politica. Il nazionalismo si presentò come panacea, come punto di ricostruzione dell'unità e dell'armonia. Scomparvero i livelli intermedi, scomparve ogni questione sociale e il problema fu quello del nemico esterno e delle quinte colonne interne, ovvero le minoranze nazionali.

In tutto questo l'Occidente, la Nato, gli Stati Uniti non rimasero inermi, non cercarono di favorire una pacificazione degli animi. L'opposto. Cercarono in tutti i modi di favorire il secessionismo e appoggiarono i movimenti nazionalisti con finanziamenti, appoggi politici e anche militari. Gladio si era attivata ed era pronta a scatenare l'inferno.

Per Washington si trattava solo di attendere. Nel giro di qualche settimana, mese o pochi anni nelle aree islamiche la religiosità sarebbe prima aumentata e poi si sarebbe radicalizzata. Quei territori sarebbero stati pronti a ospitare la Jihad.


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ANTEFATTI

LA JUGOSLAVIA DEVE MORIRE

«Senza un nemico potente gli Stati Uniti affonderanno subito dopo l'affondamento dell’Unione Sovietica e perderanno la leadership mondiale» Belfer Center for Science and International Affairs, 1978


UNA FAMIGLIA STERMINATA

San Donà di Piave, provincia di Venezia. Notte tra il 24 e il 25 agosto 1972. Sul luogo della strage accorsero sia la Polizia che i carabinieri.

In un canalone, fuori strada, a bordo di una vettura, furono rinvenuti i corpi senza vita di due adulti (un uomo e una donna) e di una bambina (nove anni). Ciascuno dei tre freddato con due colpi di pistola alla testa. «Una vera e propria esecuzione», scriveranno i giornali dopo le conferme delle autopsie: «Inconfondibili i fori lasciati dai proiettili calibro 7.65 sparati» da una mai ritrovata pistola.

Non era tutto. Sul luogo del triplice omicidio, a bordo di quella stessa vettura, gli investigatori rinvennero un silenziatore, prova che l'omicida, almeno in un primo momento, si trovasse a bordo con le vittime.

C'è chi parlò di omicidio passionale, dato che la bambina (si chiamava Rose Marie) era figlia naturale della donna (Tatiana Baharovic) ma non dell’uomo alla guida (Stjepan Sevo). Le ricerche si indirizzarono verso l’ex marito di Tatiana, ma senza esito.

Forse imbeccati da qualcuno, forse per evitare incidenti internazionali, in molti finsero di non vedere chi era davvero Stjepan Sevo. E ciò che stava accadendo, in tutta Europa, in quel 1972.

Membro del movimento ustascia (i nazisti croati durante la seconda guerra mondiale), fervente oppositore del regime jugoslavo di Ilito, tra i principali animatori della Fratellanza rivoluzionaria croata, da documenti resi pubblici alcuni decenni dopo dalla Nato, Sevo risultò essere membro della Stay Behind jugoslava, in stretto collegamento con la struttura clandestina italiana Gladio, che sarebbe stata resa nota solo nel 1990.

Ha scritto il giornalista d’inchiesta Paolo Cucchiarelli: «Il 1972 fu un anno cruciale per gli ustascia. Numerosi furono gli attacchi subiti. Il loro capo in esilio, Branko Jeli, venne ucciso a Berlino nel maggio da agenti dei servizi segreti jugoslavi. A San Donà di Piave un membro della formazione ustascia, Stjepan Sevo, fu ucciso con tutta la famiglia da assassini professionisti, che usarono il silenziatore. Dietro quella carneficina c'era la mano dei servizi segreti jugoslavi».

La famiglia Sevo si trovava nei pressi di San Donà di Piave ufficialmente in vacanza, provenienti dalla Germania, dove si erano stabiliti e lavoravano.

A proposito del triplice omicidio, scrisse il “Corriere della Sera”: «La risposta, quasi certamente, bisogna andare a cercarla nelle nebbie dentro le quali si rivelano ancora i fantasmi della guerra, nella spirale di un odio che non finisce mai. I giornalisti jugoslavi oggi a San Donà di Piave, scuotevano la testa. “Noi - ha detto uno - possiamo già rimettere in tasca i taccuini degli appunti. Sappiamo tutto. È affare di ustascia”. Ma perché questi Sevo, fuoriusciti o figli di fuoriusciti, nemici del regime jugoslavo, si sarebbero portati proprio in questa zona, così vicina alla frontiera? Proprio perché la frontiera è vicina. Si incontrano qui con i loro amici, si passano armi, denaro, esplosivi».

Già, anche esplosivi. E se gli esplosivi che arrivavano dalla

Jugoslavia fossero stati usati anche in Italia? Iniziò, pertanto, a essere presa in esame una neanche troppo strana pista jugoslava, che si sarebbe intrecciata ben presto con alcune delle ombre più inquietanti di tutta la strategia terroristica che insanguinò l'Italia.

Tanto che l’unico terrorista auto-accusatosi di una strage, Vincenzo Vinciguerra, autore della bomba di Peteano del maggio 1972 (dove restarono uccisi tre militari dell'Arma dei Carabinieri), dal carcere ha ribadito: «Sarebbe il caso di chiedersi se certi attentati all’epoca compiuti in territorio jugoslavo e attribuiti agli estremisti croati, agli ustascia mortali nemici di Tito, non facessero in realtà parte di qualche piano di destabilizzazione della vicina Repubblica federale jugoslava eseguito dai servizi segreti americani ed europei».

Insomma, Gladio non era solo questione di Paesi occidentali che si dovevano proteggere da un'invasione comunista. Era qualcosa di più grande. Qualcosa che aveva a che fare anche con i Paesi oltre cortina. Anche di là, la Nato (e quindi gli Stati Uniti) aveva i propri uomini in armi, per lo più in forma clandestina. Pronti a compiere qualsiasi tipo di azione violenta, anche di carattere terroristico, per servire la politica estera di Washington, come già accadeva in Occidente e in Italia.

Ha scritto Giulio Andreotti nella sua relazione data al parlamento su Gladio (intitolata “L'accordo Stay Behind”): «Il Servizio Informazioni delle Forze Armate (Sifar) mise allo studio, fin dal 1951, la realizzazione e la gestione di una organizzazione “clandestina” di resistenza mutuata dalle precedenti esperienze della guerra partigiana, per uniformare e collegare in un unico, omogeneo contesto operativo e difensivo le strutture militari italiane con quelle dei Paesi alleati. Reti di resistenza erano state organizzate in quell'epoca dalla Gran Bretagna in Olanda, Belgio e, presumibilmente, in Danimarca e Norvegia. La Francia aveva provveduto per i territori tedeschi e austriaci sottoposti al suo controllo e, per il territorio nazionale, fino ai Pirenei. Anche la Jugoslavia, dopo la rottura con Mosca, aveva orientato la sua preparazione militare essenzialmente su questo tipo di operazioni speciali»,



IL PIANO

Dopo aver deciso di schiantare l'Unione Sovietica e sconfiggere il comunismo, il pensiero successivo che circolava tra le élite di Washington era su cosa fare dopo.

«Ovviamente, sconfiggere il comunismo era la nostra priorità e necessità. Dovevamo rendere il mondo più libero e giusto. Però era anche nostro compito non fare un salto nel buio, pensare, progettare la società post guerra fredda. E in questa società noi dovevamo avere il ruolo di primo piano che ci eravamo conquistato sul campo. L'America doveva continuare a essere il Paese leader, il faro, l'esempio per tutti». Zbigniew Brzezinski è sempre stato un infervorato anti comunista (e, da buon polacco, anti russo) ma anche un convinto patriota.

Nella seconda metà degli anni Settanta e all’inizio degli anni Ottanta, mentre si preparavano i piani su come far impantanare Mosca nelle valli afgane e su come scatenare la furia cattolica e anti comunista di una parte degli operai polacchi, i principali think thank statunitensi si adoperarono per trovare la soluzione al dopo Muro.

«L'America è dominante in campo militare e deve continuare a esserlo. Il vero motore della politica estera è il Pentagono, anche se in collaborazione con il dipartimento di Stato. Forze armate più servizi segreti. Ma oggi tutto ciò esiste ed è forte, oltre che supportato con fervore da duecento milioni di americani, perché c'è un nemico da combattere: il Male. Noi siamo il bene che combatte contro il Male. È qualcosa che capiscono anche i bambini. È qualcosa che si può spiegare con facilità a qualsiasi cittadino del mondo. Tutto ciò ci permette di essere il Paese leader anche dal punto di vista economico. Le armi aprono la strada al denaro e al benessere. Ed è la presenza di un potente nemico che permette di poter schierare le armi», si può leggere su un documento della Brookings Institution.

La Ford Foundation è sempre stata etichettata come centro di potere di estrema destra. Addirittura, durante gli anni Trenta (e anche Quaranta) finanziò i corsi di eugenetica nella Germania hitleriana e i principali teorici del nazismo.

Dal 1973 decise di creare un proprio think thank: il Belfer © Center for Science and International Affairs. Il pensatoio produsse nel 1978 un documento intitolato: “L'America ha bisogno di un nemico”.

«Senza un nemico potente gli Stati Uniti affonderanno subito dopo l'affondamento dell’Unione Sovietica e perderanno la leadership mondiale», ha scritto il Belfer Center. «A nostro avviso la potenza di un'ideologia come il comunismo può essere sostituita solo dalla potenza di una religione. Riteniamo che quella islamica sia abbastanza misteriosa e anche paurosa per il pubblico occidentale e americano. Il terrorismo islamico. Ecco che cosa serve all’ America per continuare a comandare».

Fu il think thank di estrema destra Heritage Foundation a fare il passo successivo: «Per poter aizzare il terrorismo islamico contro l'Occidente c'è bisogno di quattro ingredienti: un leader che possa ben rappresentare il nuovo Satana, migliaia di potenziali terroristi, un luogo dove addestrarli e una base dalla quale progettare gli attentati».

La guerra afgana venne incontro alle esigenze della Casa Bianca. Il leader dei mujaheddin Hekmatyar inneggiò alla guerra santa contro l’invasore senza Dio (l'Urss) e chiamò a raccolta «tutti i veri credenti». Arrivarono a migliaia, da tutto il mondo.

Uno di loro si dimostrò essere anche una guida perfetta per quel popolo di invasati, pronti a tutto per servire Allah. Si chiamava Osama bin Laden, si era istruito a Oxford, parlava un inglese fluente, conosceva nel profondo la mentalità e i costumi dell'Occidente ed era membro di una delle più ricche e potenti famiglie saudite.

Per il luogo, il pensatoio di Washington andò oltre, formulando il nome di un luogo che sarebbe potuto essere il perfetto incubatore del terrore: «Le enclave islamiche nei Balcani: Bosnia, Sangiaccato, Kosovo e Albania. Si trovano nel cuore di quel che dovrà essere il loro territorio nemico e al tempo stesso nel cuore del territorio amico, visto che per essere efficienti in mezzo agli occidentali cristiani i futuri terroristi dovranno provenire proprio da quel mondo».

Il Pentagono, il dipartimento di Stato, la Casa Bianca e poi, ancora, Cia, Nsa, Fbi trovarono l’idea geniale. Il passo successivo fu quello di ideare un piano.

«La Storia ha dato loro ragione. È accaduto tutto quel che avevano previsto», ha confermato John Schindler, “il burattinaio della Jugoslavia”. «Prima, però, bisognava rendere quelle regioni, quei Paesi totalmente autonomi e gestibili senza il timore che qualcuno potesse ficcare il naso 0, ancor peggio, fermare il piano. La Jugoslavia doveva morire. Solo così si poteva avere una Bosnia libera e indipendente, un Kosovo libero e indipendente, un Sangiaccato libero e indipendente, una Macedonia libera e indipendente, un'Albania terra di approdo marittimo per quelle regioni, tutte montuose, tutte all’interno dei Balcani».

Ma non era tutto.

«Far implodere un Paese lo si può fare solo attraverso una guerra civile. Nessun governo centrale accetterebbe mai la separazione indolore di una parte consistente del proprio territorio. Senza motivo, per di più. Per far scoppiare la guerra civile jugoslava avevamo tempo. All'epoca si calcolava in almeno cinque anni. Prima sarebbe dovuto cadere il Comunismo. Poi c'era un elemento imprescindibile di cui tenere conto. Una guerra civile del genere non dura mai poche settimane, bensì mesi o anni. E per non farla cessare c'è bisogno di un costante afflusso di armi e di munizioni. Premesso che a un Paese in guerra armi e munizioni non si possono dare, l’unico modo per procedere era farlo in maniera clandestina. Il che vuol dire utilizzare le vie del contrabbando, le rotte illegali. E sono le organizzazioni criminali a seguire quei percorsi», spiegò l'ex spione statunitense.

L'unica strada illegale percorribile tra l'Occidente e la ex Jugoslavia era quella dell'Adriatico: Albania, Montenegro, Dalmazia e Slovenia. Questo voleva dire che la terza e la quarta si separassero per prime da Belgrado e che nulla sarebbe potuto succedere senza il permesso dello Stato italiano e delle sue potenti mafie. Del resto, come si è visto, la Gladio italiana e quella jugoslava già lavoravano da alcuni lustri in simbiosi.

«Il tutto sarebbe dovuto accadere senza intoppi. Gli agenti e ji militari americani avrebbero dovuto lavorare in simbiosi con quelli italiani e anche con gli uomini della mafia». Quali? «Cosa Nostra, ‘ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita», precisò Schindler.


LA DESTABILIZZAZIONE

Durante la grande depressione (negli anni Trenta) molti Paesi avevano innalzato barriere verso il commercio di prodotti stranieri, nel tentativo di proteggere le proprie economie in difficoltà. Questo comportò la svalutazione delle monete nazionali e un declino del commercio mondiale. Tale rottura della cooperazione monetaria internazionale fece sentire la necessità di una supervisione.

Le rappresentanze dei quarantacinque governi che si incontrarono nel Mount Washington Hotel nella zona di Bretton Woods, nel New Hampshire, si accordarono per una cooperazione economica internazionale. I Paesi partecipanti erano coinvolti nella ricostruzione dell'Europa e dell'economia mondiale dopo la seconda guerra mondiale.

Durante la conferenza di Bretton Woods (1944) c'erano due visioni diverse sul ruolo che il Fondo monetario internazionale (Fmi) doveva assumere come istituzione economica globale.

L'economista britannico John Maynard Keynes immaginava che il Fmi dovesse essere un fondo di cooperazione al quale gli Stati membri potevano accedere per mantenere attive le proprie economie e l'impiego durante le crisi periodiche. Questo punto di vista era suggerito dall'azione che aveva intrapreso il governo degli Stati Uniti d'America durante il New Deal in risposta alla grande recessione del 1930.

Il delegato statunitense Harry Dexter White, invece, immaginava un Fmi che agisse più come una banca, facendo in modo che gli Stati che venivano finanziati dovessero restituire il loro debito nel tempo.

Manco a dirlo, alla fine fu questo il punto di vista a prevalere.

L'economista premio Nobel Joseph Stiglitz ha scritto: «Pur essendo un ente pubblico non ha una gestione democratica né trasparente. Inoltre, accuso il Fondo monetario di aver imposto a tutti i Paesi una ricetta standardizzata, basata su una teoria economica semplicistica, che ha aggravato le difficoltà economiche anziché alleviarle. Alcuni esempi? La crisi finanziaria asiatica e la transizione dall'economia pianificata al capitalismo in Russia e nei Paesi ex-comunisti dell'Europa orientale. I prestiti del Fondo in questi Paesi sono serviti a rimborsare i creditori occidentali, anziché aiutare le economie dei Paesi assistiti. Infine, vanno sottolineati i legami di molti dirigenti del Fmi con i grandi gruppi finanziari americani e il loro atteggiamento arrogante nei confronti degli uomini politici e delle élite del Terzo Mondo. Sono come i colonialisti di fine Ottocento, convinti che la loro dominazione sia l’unica opportunità di progresso per i popoli “selvaggi”. Non ci sarebbe nulla di scorretto nell’affermare l'equazione Fmi uguale alle multinazionali».

Un altro premio Nobel per l'economia, Amartya Sen, ha dichiarato: «Il Fondo monetario internazionale e l’Organizzazione mondiale per il commercio poggiano la loro attività, a più livelli, sulla posizione del Paese più forte, gli Stati Uniti».

Insomma, il Fmi non agiva in maniera imparziale, bensì su espressa volontà di banche, società finanziarie, multinazionali e della Casa Bianca.

Inoltre, il sistema di voto (che chiaramente privilegiava i Paesi occidentali) è tutt'ora considerato da molti iniquo e non democratico.

Negli anni Ottanta nessuno avrebbe potuto davvero credere che in Jugoslavia sarebbe scoppiata una sanguinosa guerra civile. Soprattutto tra croati e serbi e in Bosnia per di più.

Belgrado era il centro del Paese. Ma la maggior parte dei politici in Jugoslavia erano croati, sloveni o bosniaci. Il che significa che Belgrado era il centro, ma la Jugoslavia non era governata dai serbi.

Da The Italy project di Franco Fracassi e Paola Pentimella Testa. Cap. settimo.