La bambina con la Polaroid
In un torrido e asfissiante pomeriggio d’estate, un corriere aveva citofonato a casa di Emma per consegnarle uno strano pacco. Il mittente era sconosciuto e la spedizione, fatta da un luogo remoto, forse aveva impiegato dei giorni a raggiungere la destinazione poiché l’imballaggio presentava rilevanti segni di usura e danneggiamento. Il papà aprì la scatola svelandone il contenuto: una macchina fotografica Polaroid in grado di realizzare fotografie istantanee e una confezione di pellicole. La famiglia, sorpresa, in quanto nessuno aveva fatto acquisti online, decise di contattare la compagnia di recapiti per restituire l’oggetto ma quest’ultima ribadì la regolarità della cosa e pertanto non lo avrebbero accettato indietro, allora Emma, felice come una pasqua, prese possesso dell’oggetto e da quel giorno lo portò sempre con sé. Girava per la città a tutte le ore in compagnia di suo fratello fotografando volti a lei sconosciuti: una madre coi suoi bambini, un clochard che si era sistemato sotto i portici della piazza centrale, i passanti, gli operai, le commesse e i manager che camminavano a passo spedito. A chi le chiedeva la ragione di quelle istantanee, Emma replicava che erano parte di un importante progetto, al momento misterioso. E lo era per davvero, anche per lei. Infatti, dopo quasi un mese di foto ininterrotte e mille promesse fatte al fratello che ormai ne aveva abbastanza di quei giretti, ancora non riusciva a capire cos’era quella vocina che la incitava a continuare, a non arrendersi, stava portando avanti un atto di fede verso un qualcosa che non capiva, quindi si diede ancora qualche giorno per schiarirsi le idee. Poi, una notte, arrivò quel sogno. Un tantino bizzarro e confuso ma che aveva, almeno in parte, chiarito la sua missione fotografica. Si trovava in una radura, rischiarata dalle luci del mattino, che somigliava a un posto vicino casa sua, un luogo che avvertiva come suo ma, nello stesso tempo, ne avvertiva una strana dissomiglianza, l’erba alta rallentava il suo cammino mentre si incanalava verso dei bulldozer il cui colore giallo spiccava in lontananza. Dietro quei mezzi, una enorme costruzione con le pareti interamente ricoperte di vetri neri a specchio spandeva riflessi ad altezza d’uomo, costringendola a socchiudere le palpebre mentre avanzava. Sembrava non arrivare mai, anche perché cadeva di frequente, inciampando in qualcosa nascosta tra il verde, forse massi o radici. Dopo l’ennesimo capitombolo decise di indagare quindi tastò il terreno e scoprì un qualcosa di sconvolgente. Un tappeto di monconi di alberi si distendeva sotto i suoi piedi, forse per centinaia di metri. Un intero bosco con i suoi abitanti era stato spazzato via per fare posto a edifici e parcheggi. Disorientata, si avvicinò alla struttura che dominava sullo spoglio paesaggio, inoltrandosi tra alcuni edifici più bassi che la attorniavano, quindi si diresse verso delle gigantesche porte che ospitavano uno striscione con sopra scritto “Prossima apertura centro commerciale TuttoShopping, il più grande d’Europa”. Restò per qualche minuto a fissare con aria assente quelle parole, mai avrebbe immaginato di vedere quel luogo a lei così caro deturpato così violentemente, ora reprimeva a stento una rabbia incontenibile, serrò i pugni con tale intensità che le nocche divennero bianche, poi qualcosa lampeggiò nel cielo seguita da un forte fragore. Lo spavento che ne seguì la fece destare all’istante, gli occhi che bruciavano e la bocca impastata, sospirò e scese dal letto, quindi si portò alla finestra osservando la fitta boscaglia che si allungava oltre la collina, poco fuori la città. In un attimo le immagini del sogno si sovrapposero a quel paesaggio dando vita ad un gelido gemito, Emma rimase paralizzata mentre nella sua testa prendeva nuovamente forma l’incubo della notte, quello era lo stesso posto che della sua visione, si strofinò gli occhi, trovandosi le mani fredde e si accovacciò allarmata mentre si ripeteva che quello era solo uno stupido sogno, non vi era nulla di reale. Intristita, trascorse la giornata su internet, facendosi aiutare dal fratello e dai genitori, alla ricerca di informazioni su quel terreno, ma non cavò un ragno dal buco. I giorni trascorsero rapidi e nessuno strano sogno turbò le notti della ragazzina che, nel frattempo, aveva ripreso a fare foto in giro. Fu proprio mentre stava fotografando il Sindaco davanti al Municipio, durante la pausa di una riunione, che fece caso ad una figura sul frontespizio di una cartellina lasciata in bella vista su una panchina da un tizio in giacca e cravatta seduto a godersi una sigaretta. Si avvicinò con circospezione, fingendo di concentrarsi su un’agendina e si mise a studiare con attenzione quell’immagine. Un pugno nello stomaco le avrebbe fatto meno male, non poteva crederci, doveva essere solo una coincidenza, i suoi occhi stavano guardando lo stesso, mastodontico, stabile del sogno. Supplicò allora il fratello di cercare informazioni su quell’ incontro proprio mentre il tizio elegante iniziava ora a guardarli con sospetto. Decisero che sarebbe stato saggio allontanarsi da quel posto e presto sparirono sotto il porticato che costeggiava la piazza, eclissandosi in una libreria. Dopo una breve esplorazione del posto, il fratello le intimò di aspettarlo tra gli scaffali mentre avrebbe cercato di carpire qualche notizia e, senza aspettare risposta, riguadagnò la strada per il palazzo comunale. Quando, dopo circa un’ora, finalmente varcò di nuovo quella soglia, nel suo viso trasparivano tristezza e preoccupazione. Si portarono su un divanetto e, circondati dal silenzio, il fratello le raccontò che aveva avvicinato un vigile che si era mostrato molto disponibile, raccontandogli che quella riunione aveva lo scopo di dare il via alla costruzione di un grande centro commerciale proprio in quei terreni che facevano da sfondo alla loro casa. Sconvolta, Emma sussultò a quelle parole, ricordando quel sogno che l’aveva messa in guardia, sembrava un qualcosa di così irreale, un pericolo lontano che non avrebbe mai preso vita. Da lì a qualche mese i lavori sarebbero iniziati e quindi il tempo per agire si riduceva di molto ma il vero problema stava nel fatto che i fratelli non avevano idea su come impedire quel disastro. Trascorsero così giorni senza luce, ammantati dalla nebbia dell’ afflizione, le notizie che si susseguivano esaltavano in modo entusiastico quell’opera e il terrore di non potersi opporre attanagliava Emma come una morsa gelida. Poi, tra quelle ombre emerse un’idea. I fratelli balzarono in strada trascorrendo intere giornate a fare fotografie, avevano ora ben chiaro come agire e ogni sguardo catturato dalla polaroid si faceva parte di quella battaglia. Una mattina la città si svegliò con un foto mosaico, affisso in ogni dove, di due mani che si stringevano, con una soprascritta che recitava: “Uniti Salviamo il Bosco”, in basso un indirizzo web per una petizione on line. La città rispose in massa all’appello e le firme superarono di gran lunga le aspettative, finalmente la gente aveva aperto gli occhi grazie a quell’invito all’unità, le tipografie facevano a gara per stampare, a proprie spese, immensi cartelloni con quelle mani, dando così un consistente contributo alla campagna. Non mancarono le ospitate in tv e in streaming. Dopo pochi giorni, Emma e il fratello fissarono un appuntamento col Sindaco, portandosi dietro migliaia di firme. Davanti a quell’ondata di dissenso, l’uomo si arrese mettendo la parola fine a quel progetto. Un errore di spedizione, una bambina e una polaroid, sorprendentemente, erano riuscite a bloccare radici di cemento e acciaio prima che la speranza andasse perduta. Di quel sogno non restò che un evanescente ricordo, destinato a perdersi tra quegli alberi.