Localismo. L’eredità del futuro.
Negli ultimi anni, una delle esigue conseguenze a carattere fruttuoso delle politiche neoliberiste che hanno interessato anche la nostra Sviluppare idee, progetti, cavalcare intuizioni. Dovrebbe agguantare, senza mollare di un millimetro, ogni occasione a carattere che presentarsi sul territorio specie in quelle terre, tra cui la nostra, segnate da una mancanza di lavoro. Pertanto, se un'azienda di tecnologie aerospaziali di alto profilo internazionale potrebbe creare un'azienda propria sede nel nostro territorio mettere sul piatto 350 posti di lavoro, fiumi di spumante dovrebbero scorrere nelle stanze della Regione per questa insperata opportunità. Ma questo scenario si sarà verificato in un universo alternativo poiché, nel nostro, purtroppo, non è fluito nemmeno un rivolo di Tavernello. L'azienda in question, snobbata alla stregua di un venditore di collanine in spiaggia, dopo qualche mese di interlocuzione nonsense con le istituzioni regionali ha preso la strada del Piemonte, così i 350 posti si sono come per magia volatilizzati lasciando un retrogusto amaro misto a puerili scusanti. Non è da tutti lasciarsi sfuggire queste occasioni, bisogna davvero essere dei fuoriclasse, sprezzanti profeti dello status quo, spettatori e non macchinisti di quei treni che passano una sola volta, signorotti di un'automortificazione intellettuale e di dignità, maestri nell'adottare opzioni lavorative metafisiche e nepotistiche. Il futuro, grazie a questi tizi senza arte né parte, non ci porterà alcuna risposta in termini di lavoro se non quella dell' emigrazione e della povertà materializzando giorno per giorno una instabilità economica e sociale permanente. Quella politica e negoziale possiamo tranquillamente non considerare che l'obiettivo resta quello di disegno visto una Basilicata con uno stile di vita ai limiti della decadenza col ai sacrifici dei nostri nonni e dei nostri padri in una terra che li ha sottoposti a mille difficoltà malamente gestiti da dilettanti senza memoria. Solo una domanda, allora, dobbiamo porci: “E' questa la direzione verso cui vogliamo andare?”. Quella politica e negoziale possiamo tranquillamente non considerare che l'obiettivo resta quello di disegno visto una Basilicata con uno stile di vita ai limiti della decadenza col ai sacrifici dei nostri nonni e dei nostri padri in una terra che li ha sottoposti a mille difficoltà malamente gestiti da dilettanti senza memoria. Solo una domanda, allora, dobbiamo porci: “E' questa la direzione verso cui vogliamo andare?”. Quella politica e negoziale possiamo tranquillamente non considerare che l'obiettivo resta quello di disegno visto una Basilicata con uno stile di vita ai limiti della decadenza col ai sacrifici dei nostri nonni e dei nostri padri in una terra che li ha sottoposti a mille difficoltà malamente gestiti da dilettanti senza memoria. Solo una domanda, allora, dobbiamo porci: “E'arole di Bardi quando afferma che “ i giovani lucani devono fare esperienza ma poi tornare a lavorare nella loro terra”. Bisogna, quindi, lavorare sodo per proporre, nel medio e lungo periodo, un progetto lavorativo legato alle identità e ai bisogni del territorio. Farlo. Ora. Come eredità per il futuro.
Pino Mango. L’uomo che faceva vibrare i cuori.
In quinta ginnasio, allorché le ore della tela scolastica venivano riempite dalla materia più amata da noi studenti indolenti, quella che leniva le ferite di latino, greco, vale a dire “educazione fisica”, le strade del genere maschile e femminile si slegavano. Le ragazze si portavano verso il piazzale mediano del fabbricato scolastico per giocare a pallavolo, mentre noi ragazzi ci infilavamo in uno scalcagnato campo di basket per dare quattro calci a un pallone che aveva visto avvicendarsi diverse guerre. Gli “incontri”, periodici, con le sonorità di Pino Mango li ho allignati proprio nel corso di quelle partitelle, grazie a un compagno di banco, studente serio e molto apprezzato, al contrario del Sottoscritto, che abitava coi nonni in quel di Tramutola poiché i genitori vivevano e lavoravano in Svizzera. Fino a un paio di anni prima, anch’egli aveva convissuto con cioccolate e formaggi poi, per diverse cause, era approdato a Viggiano. Non lo chiamavamo mai per nome, fosse stato per noi neppure lo avrebbe avuto, la sua rinomanza suonava sui nostri becchi solo come il suo cognome: “Troccoli”. Ebbene, il nostro amico Svizzero amava canticchiare le canzoni di Mango fino a quando le sue corde vocali non chiedevano pietà. Il repertorio era immutabile. Partiva con le strofe di “Lei verrà”, continuava con “Oro” per poi terminare con “Bella d’estate”. Il fatto che ne imitasse anche il falsetto era un sonoro motivo di sfottò, ma il ragazzo non demordeva, anzi, continuava imperterrito con quella epifania canora. Ecco, è proprio così, che ho iniziato ad apprezzare Pino Mango. Non che prima non lo facessi, intendiamoci, ma il continuo martellamento del Troccoli mi aveva convinto ad approfondire le armonie di questo fantastico artista. E qui mi si è aperto un mondo le cui note spaziavano dal folk al rock, alla world music, i suoi testi ti appartenevano dal primo momento, spezzando quelle convenzioni musicali che, al tempo, caratterizzavano il paese. Così mi scoprii anche io a canticchiarlo, consumando le ore a registrare musicassette o a cercare i testi su “Tv sorrisi e canzoni” quando il web era ancora agli albori e il mondo andava avanti coi telefoni a gettoni. Pino Mango illuminava i miei pomeriggi, attraversava i miei cambiamenti, mi faceva socchiudere gli occhi immaginando l’incanto del mondo, innalzava sugli scudi il mio orgoglio lucano. Nell ‘epoca delle richieste e dediche radiofoniche non vi era nemmeno la necessità di alzare la cornetta perché Pino era ospite fisso di quei programmi. Apprezzo il mio conterraneo sempre più, non perché mi sia fatto condizionare dall’aura di leggenda che assumono gli artisti che ci hanno lasciato, lo amo perché è sempre contingente, è sentimento, alleggerisce i cuori e li fa vibrare quando sembrano troppo pesanti in certi giorni. Pino Mango è sempre con noi, non se n’ è mai andato, è il riparo dalle piogge reprobe delle nostre esistenze e proprio perché nella sua carriera ha vagato anche nel freddo delle difficoltà, rappresenta un eccellente maestro. Ci ha regalato la verità del sentimento e per questo non smetterò mai di ringraziarlo. Come non smetterò di pensare al mio amico, col miraggio che un giorno si possa ripercorrere quel sentiero canticchiandone i giorni.
La terra interrotta
“Qual è il compito di noi cittadini?” Questa è la domanda che dovremmo porci nel quotidiano mentre lavoriamo, mangiamo, passeggiamo, mentre condividiamo esperienze coi nostri cari e gli amici, inondandoci la bocca di parole come “empatia”, “dovere”, “prossimo”, “umiltà”. Ne verrebbero fuori diverse risposte, questo è certo ma tralasceremmo quella, a mio avviso, più rilevante: preservare la nostra terra, intesa come luogo natio ed esperienziale, come quel posto nel quale sperimentiamo i nostri giorni e costruiamo noi stessi. La terra è, forse, il mezzo migliore per avventurarci nella nostra interiorità, è come uno specchio che ci mette di fronte alla realtà svelandoci quella prospettiva che, vuoi per tedio, vuoi per disinteresse, tendiamo ad ignorare. Abbiamo perso il conto di quante volte proviamo rabbia e vergogna verso situazioni la cui gestione opaca e dilettantistica produce danni enormi a luoghi e comunità generando decadenza, borghi spopolati, crisi produttiva e commerciale. Fino a quando saremo disposti ad accettare tutto questo? A tollerare emigrazione incontrollata, inquinamento e povertà? A fare spallucce a quel potere oppressivo di una classe politica, almeno nella nostra Lucania, che ha fatto più danni, nel corso degli ultimi lustri, delle dieci piaghe d’Egitto? Ecco, questo dovremmo chiederci. E’ un qualcosa di facile da intuire visti gli enormi sacrifici a cui siamo condannati, vedasi economia stagnante, organizzazione Covid fallimentare, consiglio regionale bloccato, fiammate inquinanti e tanti altri veleni che vanno a fiaccare la nostra già debole resistenza. Come abbiamo deciso di combattere queste sofferenze? Con i post su facebook? Con chiacchierate da bar? Con una marcata indignazione? Non basta, purtroppo, perché tendiamo e diventare, come cittadini, sempre più piccoli e insignificanti. Le nostre opinioni e il nostro attivismo non contano quasi nulla e allora diventa necessario lavorare sulla cultura come antidoto a questi veleni. Quindi riappropriarci della terra e resistere con ostinazione e coraggio per smascherare coloro che vogliono direttamente o indirettamente danneggiarci. Perché solo pensando prima alle nostre piccole realtà, riprendendoci il legame millenario con la nostra terra, possiamo così portarci su quel percorso critico che abbraccia la società più allargata del nostro stivale e, perché no, del mondo.
Donato
Ci sono anni che sono fissati nelle menti e nei cuori, cementati da gioia, sorrisi e lacrime che hanno visto persone peregrinare via come le foglie in autunno disperse in terra e polverizzate dal tempo ma che, puntualmente, tornano nella primavera dei nostri ricordi. Uomini difficili da dimenticare che consideravamo di famiglia seppure non avessimo avuto l’opportunità di conoscerli di persona, che hanno camminato con noi, entrando in collisione con le nostre vite, incoraggiandoci a dare il meglio giorno per giorno. Donato Sabia era uno di questi. Sarebbe, di certo, piaciuto anche a Leonardo Sinisgalli quando raccontava i tratti distintivi di noi lucani, il senso di appartenenza, l’essere silenziosi, lavoratori, persone per bene. Dietro i suoi occhi socchiusi, prima di ogni gara, si celavano sogni che irrompevano sulla pista dipingendo ombre e traiettorie che si nutrivano della luce del mattino. Donato aveva una terra da riscattare, un popolo da far gioire, sfiorava il tempo e gli uomini seminando sudore e fatica in ogni angolo del mondo. Quell’ istante di contemplazione dava vita a tante schegge di passione che si rassettavano nel momento in cui lasciava i blocchi. E quando quel forzato silenzio veniva rotto dallo starter, il demone della lestezza si impossessava del suo essere, le braccia vorticavano tagliando l’aria mentre i muscoli si tendevano, nutrendosi di millisecondi, accarezzando il vento col cuore trepidante e bramando vittorie e gloria. Ammaliò Goteborg, Los Angeles e Seul, divenne re nei 500 metri mostrando al mondo che quando disciplina e sacrificio sposano un ragazzo di una terra remota, questi non ti deluderà mai perché si prenderà il cielo diventando la sua stella del nord. Questo era Donato. Un uomo che aveva abbracciato la grandezza, un Campione di umiltà. Un Lucano vero.
Quelli che guardavano passare i treni
Partiamo da un assunto semplice. La politica dovrebbe fare gli interessi dei territori e in termini economici e in termini sociali. Dovrebbe sviluppare idee, progetti, cavalcare intuizioni. Dovrebbe agguantare, senza mollare di un millimetro, ogni occasione a carattere lavorativo che dovesse presentarsi sul territorio specie in quelle terre, tra cui la nostra, segnate da una drammatica mancanza di lavoro. Pertanto se un’azienda di tecnologie aerospaziali di alto profilo internazionale avesse intenzione di stabilire la propria sede nel nostro territorio mettendo sul piatto 350 posti di lavoro, fiumi di spumante dovrebbero scorrere nelle stanze della Regione per questa insperata opportunità. Ma questo scenario si sarà verificato in un universo alternativo poiché, nel nostro, purtroppo, non è fluito nemmeno un rivolo di Tavernello. L’azienda in questione, snobbata alla stregua di un venditore di collanine in spiaggia, dopo qualche mese di interlocuzione nonsense con le istituzioni regionali ha preso la strada del Piemonte, così i 350 posti si sono come per magia volatilizzati lasciando un retrogusto amaro misto a puerili scusanti. Non è da tutti lasciarsi sfuggire queste occasioni, bisogna davvero essere dei fuoriclasse, sprezzanti profeti dello status quo, spettatori e non macchinisti di quei treni che passano una sola volta, signorotti di un’automortificazione intellettuale e di dignità, maestri nell’adottare opzioni lavorative metafisiche e nepotistiche. Il futuro, grazie a questi tizi senza arte né parte, non ci porterà alcuna risposta in termini lavorativi se non quella dell’ emigrazione e della povertà materializzando giorno per giorno una instabilità economica e sociale permanente. Quella politica e negoziale possiamo tranquillamente non considerarla visto che l’obiettivo resta quello di disegnare una Basilicata con uno stile di vita ai limiti della decadenza col pensiero ai sacrifici dei nostri nonni e dei nostri padri in una terra che li ha sottoposti a mille difficoltà malamente gestiti da dilettanti senza memoria. Solo una domanda, allora, dobbiamo porci: “E’ questa la direzione verso cui vogliamo andare?”.