Una notizia di quelle a cui, per quanto sia nell'aria, non si è mai preparati.
La scomparsa di un uomo ancora nel fiore degli anni per una malattia devastante è sempre una brutta notizia.
Ma lo è ancora di più quando se ne va un uomo sensibile e buono che ha dato il meglio di sé nello sport rimanendo umano, mostrando anche le sue debolezze.
Restano negli occhi le sue prodezze, la forza di un condottiero che trascina la sua squadra al successo.
Considerando anche la possibilità di cadere.
In particolare ricordo quando, dopo la fine del liceo, per rimanere in contatto con gli ex compagni di classe e fondare una gloriosa squadra di calcetto amatoriale, creammo una mailing list.
Email che si susseguivano: alcune più lunghe e articolate, altre semplici risposte di poche parole. A cui magari iniziare ad allegare immagini o audio.
Era una modalità di rimanere in contatto con un numero ampio di persone ma senza l’assillo della “doppia spunta blu”. Una modalità rapida di comunicare (rispetto al desueto “giro di telefonate”) ma comunque rispettosa dei tempi e dei ritmi di ciascuno.
In questa forma di oralità scritta, c’era pur sempre un tempo per la riflessione prima di premere invio.
Nel tempo attuale, con tutti i benefici di una comunicazione rapida e più smart, si deve invece fare i conti con il perenne pallino verde, la continuativa raggiungibilità, la sensazione ansiosa di dover essere sempre e comunque raggiungibile e dare tempestiva risposta alle richieste altrui. Sempre.
Per non parlare dell’abuso dei messaggi vocali, veri e propri deliri di chi non trova nemmeno un minuto per riflettere su cosa deve dire e come farlo.
Mi ha profondamente addolorato la scomparsa di Paolo Rossi.
Prima di tutto perché mi è sempre sembrato una brava persona; poi perché è morto giovane e ha lasciato moglie e figli troppo presto. Infine, perché ha rappresentato per gli italiani il simbolo del ritorno sulla vetta del mondo nello sport più popolare del globo.
Possiamo dire che il primo vero mondiale (la prima Coppa del Mondo, anziché l'abbandonata Rimet) l'abbiamo vinta in Spagna nel 1982. E per tutta l'Italia, con Pertini che si sbracciava in tribuna, è stato un trionfo e un riscatto. Il coronamento del boom economico e il superamento della stagione delle stragi, il lancio per quei favolosi anni '80 che non hanno avuto più eguali e, probabilmente, non ne avranno in futuro.
Eppure proprio quella vittoria contro tutte le più forti del mondo (Argentina, Brasile, Germania), con un giocatore che trovava il proprio riscatto diventando capocannoniere e, di lì a poco, pallone d'oro, credo abbia fatto crescere quelli della mia generazione con l'idea che l'Italia fosse davvero tra le migliori nazioni al mondo, prima di tutto nello sport in cui aveva tre titoli iridati come il Brasile e poi in tutto il resto, con il benessere diffuso e la fiducia nel futuro che si respirava in quegli anni.
Essere cresciuto da Campione del Mondo, come in fondo ci sentivamo un po' tutti, ha fatto poi pagare lo scotto di anni di partite perse ai rigori e di mancati successi. In un'Italia sempre meno protagonista, sempre meno centro del mondo e sempre più alle prese con recessioni e costretta, come alcuni nobili decaduti, a vivere in palazzi cadenti rimpiangendo i fasti passati.
Così Pablito se ne va, lasciando un vuoto nel cuore di tutti noi, con la nostalgia di quando eravamo davvero Campioni del Mondo.