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Quel giorno è un buco nero nella mia memoria. Un istante fatto di rumore acuto — vetro che si frantuma come un urlo — e di tempo che si piega, lento e crudele.
Pensavo fosse solo una curva sbagliata. Invece, il mondo si fermò. E con lui, tutto ciò che ero.
Quando riaprii gli occhi, il cielo era troppo vicino, un coperchio grigio che mi schiacciava il respiro. Un silenzio denso e pesante mi inghiottì. E capii, in un lampo: lui non c’era più. Immobile. Lo fissavo. Non respirava. Il suo silenzio mi frantumò il cuore, squarciandomi l’anima.
Poi arrivò il rumore assordante delle sirene.
All’ospedale mi dissero che ero viva per miracolo. Mi consegnarono uno specchio. Mi guardai: come chi osserva un’estranea. Una cicatrice netta, affilata, attraversava la mia guancia fino all’angolo della bocca. Loro la chiamavano “ferita pulita”. Io la sentivo come un marchio inciso nell’anima.
I giorni passarono e io mi nascosi. Coprii gli specchi con vecchie magliette, abbassai le tende. Fuggivo dal mio riflesso.
I miei figli, con le loro voci tremanti di amore, ripetevano: “Mamma, sei viva, è questo che conta.” Ma quelle parole mi ferivano. Mi sentivo piena di sensi di colpa.
Poi arrivarono i fogli, le firme, il notaio. Freddi, distanti. Tra quelle carte, una busta. La sua calligrafia. Una sola parola, scritta con forza: Promessa.
La tenni sul comodino per mesi, come se fosse una ferita nascosta. Paura di aprirla. Paura di spezzare definitivamente l’anima. Leggera eppure pesante come il mondo intero. Ogni notte la fissavo, cercando di sentirla parlare. Cercando un pezzo di lui. Ma temevo: aprirla significava dire addio. Chiudere per sempre la porta su di noi.
I mesi scorrevano vuoti. Telefonate, scartoffie, “mi dispiace” sussurrati davanti a un caffè freddo. I vicini parlavano piano. Gli amici veri? Pochi. Quelli che restano quando il mondo crolla. Io mi svegliavo con un buco nel petto, cercando di riempirlo con briciole: una canzone, un libro, il suono della pioggia che piangeva al posto mio.
Poi, una notte, la mia bimba più piccola entrò nella mia stanza. Mi trovò al buio, con la busta stretta tra le mani, occhi gonfi di lacrime non versate. Mi guardò con quella luce che solo i bambini hanno e sussurrò: “Mamma, perché ti nascondi? Sei bellissima.”
Bellissima. Quella parola mi travolse come un’onda. La sentii come la verità di chi vede con il cuore. Quella crepa, per lei, era parte di me. Era un raggio di sole riflesso su un vetro rotto.
Quella notte accesi la luce del bagno. Strappai il cerotto con mani tremanti. La cicatrice era lì: viva, rosa, pulsante. Mi guardai. Vidi rughe, lacrime, il peso di un dolore infinito… e quella crepa che mi attraversava il volto. Non era perfetta, non era bella. Era me.
Tornai in stanza. Aprii la busta. Dentro, una foto: noi due, sulla spiaggia, il vento che ci scompigliava i capelli. Lui rideva, vivo da far male. Io sorridevo, occhi socchiusi sotto il sole.
Sul retro, una frase: “Non ti ho mai chiesto di essere perfetta. Ti ho amato per come ti rialzavi, ogni volta che cadevi.”
Quelle righe mi spezzarono e mi ricucirono nello stesso istante. Piansi. Risi. Lasciai che dolore e amore si fondessero.
Capii che quella promessa non era un peso: era una chiave. Non per tornare indietro, ma per trovare il coraggio di andare avanti. Con le mie crepe, col cuore ammaccato.
La mattina dopo aprii le tende. La luce entrò, dolce, come un abbraccio. Mi pettinai lentamente, come in un rito.
Scelsi un rossetto. Non per nascondermi, ma per dire al mondo: “Sono qui.” Quel colore non cancellava la cicatrice. La rendeva parte di me. Definiva la mia storia.
Non era un miracolo. Era un passo. Piccolo. Tremante. Mio.