Introduzione
Gli incontri nascono per caso, a volte da certe coincidenze che la vita ci dona. Un giorno Corrado venne a casa mia tutto agitato, emozionato, non sapeva come dirmelo. Aveva pensato di fare una mostra fotografica con me. Un po’ temevo come si potesse sviluppare, e non capivo bene il suo progetto, ma l’idea mi lusingava, mi piaceva. Qualche giorno dopo mi propose di andare a fare un giro insieme a lui, e questo mi ha dato la spinta per accettare, così abbiamo iniziato a parlarne e confrontarci. Non sapevamo da dove partire, ma volevamo fare qualcosa di diverso da una classica mostra; il punto di partenza era chiaro, un corpo in carrozzella, un corpo fra tanti corpi; a mano, a mano che ci lavoravamo la carrozzella diventava solo il punto di partenza, e il pretesto per una lettura antropologica, che ci introduce alla condizione umana.
La mostra che ora presentiamo vuole essere un altro tentativo di dare forma a quelLo sguardo nascosto, e voce a quel pensiero soffocato. Oggi non c’è più un antropocentrismo nella storia, nel mondo; l’uomo lo si trova solo al servizio del profitto. Il pensiero pensante, nella globalizzazione, diventa un fardello da controllare, come i derelitti della storia da far tacere. Per parlare dell’uomo si dovrebbe sempre partire da una situazione concreta, non solo da concetti astratti, e svestirsi delle proprie ipocrisie.
Tra i tanti pensieri che accompagnano la mostra troviamo: «…sento passi remoti nella storia / soverchiata memoria, / ti ho trovato, avvolto in racconti / …visi di storie e di bandiere…». In questi versi si può sentire tutto quel grido giobbiano che non vuole essere perduto, dimenticato nella casualità degli eventi, ma vuole essere “trovato”, “vissuto”, “ascoltato”; i visi che si incontrano andrebbero modellati, come farebbe uno scultore, perché vivano i propri “sogni”, “desideri”, “speranze”.
In una giornata quanti volti vediamo, incontriamo, e li lasciamo scivolare nello scontato, nell’ovvio. Ma la meraviglia dell’incontro va oltre, ci riporta in un’altra dimensione, che non è quella della frenesia, della corsa; è la dimensione dell’attesa, della lentezza: in una parola quella delle relazioni. È proprio nella relazione che nasce “La domanda”, quella che ci scuote, quella che non ci fa stare fermi. Quante domande ci siamo sentiti rivolgere, e quant’altre ancora abbiamo sfuggito; ci hanno insegnato le solite domande, quelle che conosciamo tutti, o altre domande come quelle che Leopardi pone nel “Canto notturno di un pastore errante dell'Asia”; ma sono domande chiuse, finite, senza orizzonti. È tempo delLa “Domanda–Aperta”, quella che non ha “risposte” scontate, che va interrogata, che va cercata, sviscerata; quella che ci può sembrare irrazionale, utopica, fuori dalle nostre due dimensioni di cui siamo prigionieri: “tempo” e “spazio”. È il perché dell’universo, dell’uomo, partendo dalla spiritualità di ognuno; è anche la “domanda” di un dio, “il perché dell’umanità”, “il perché del suo creato”. Come vediamo la “Domanda–Aperta” non né finita, ma infinita, ci spinge alla ricerca di una terza dimensione, dove si potrebbe intuire il nostro divenire e si costruisce il nostro essere storia nella storia
La magia della fotografia non coglie mai il presente, o il passato, ma anticipa e carpisce l’attimo che avverrà nella frazione dell’istante successivo; immortala “L’attimo nascosto”, quello che non si ferma alla fotografia in sé, ma ci accompagna alla “Domanda–Aperta” che si concretizza nel senso quotidiano, come in quello del dolore, e così in quello della morte. L’obbiettivo della macchina fotografica fissa l’immagine sotto sopra, rendendo il positivo negativo, per poi rielaborarlo, per riportarlo alla realtà; ma rimarrà sempre solo un’astratta imitazione di quel momento, come tutti quei nostri tentativi di risposte che rimangono negative nelle camere oscure.
Nella storia della letteratura una certa parte della poesia ha regalato all’umanità riflessioni sulla propria situazione esistenziale, religiosa, politica, o amorosa. Noi, con questo lavoro, vorremmo tentare di cogliere tra il chiaro e lo scuro, e accompagnare alla fotografia la poesia e alla poesia la fotografia – riuscire a togliere il velo a quelLo sguardo nascosto, e far rinascere quel pensiero spento – in questo gioco di espressività ritorna la ricerca di quella “Domanda–Aperta”, della duplicità dell’essere, quindi dell’uomo come storia, e dell’incontro come infinitudine dell’Io… è in questo divenire che la parola non ci appare più estranea, come la fotografia che guardiamo fa parte di ciò che già siamo; perché siamo noi gli artefici di quello che ci circonda, perché occorrerebbe ricondurre l’uomo e il pensiero alla sua originalità, autenticità, al centro del mondo; anche se, in quest’epoca che stiamo attraversando la nostra esistenza la potremmo riassumere in un grande non–senso. Senza domande, quindi senza risposte.
Tonino Urgesi