"Il glifosato uccide. Ora è certo: è cancerogeno".
Questo è il titolo di un articolo firmato da Ludovica Privitera, pubblicato il 29 giugno 2025 sul settimanale L’Espresso. L'articolo parla dell'ultimo studio condotto dall'istituto Ramazzini che - a detta dell'autrice - confermerebbe senza lasciar margine di dubbio la pericolosità della sostanza. Si tratta però solo dell’ultimo esempio di una lunga serie di articoli allarmistici che, con regolarità, compaiono sui giornali quando si parla di alimenti o di sostanze chimiche legate alla produzione agricola.
Proprio per questo, credo possa essere utile prenderlo come punto di partenza per capire meglio come interpretare uno studio scientifico, come funziona il mondo della ricerca e – soprattutto – quanto ci si possa fidare delle conclusioni tratte da alcuni giornalisti sulla base di ciò che leggono nei paper scientifici. Per distinguere i fatti dai titoli sensazionalistici, è però necessario partire dalle basi.
In grigio, atomi di carbonio
In rosso, atomi di ossigeno
In giallo, l'atomo di fosforo
In blu, l'atomo di azoto
La molecola che vedete nell’immagine è proprio il glifosato, la molecola incriminata. Si tratta di una piccola molecola – conta meno di venti atomi – largamente impiegata in agricoltura e orticoltura come erbicida, ovvero per eliminare le erbacce che competono con le coltivazioni. Fin dalla sua introduzione sul mercato, il glifosato è stato considerato meno tossico e meno impattante sull’ambiente rispetto ad altri erbicidi utilizzati in precedenza. Il suo tempo di dimezzamento infatti – cioè il tempo necessario affinché la metà della sostanza spruzzata si degradi – è di circa 47 giorni, contro i 60-90 giorni di molti altri erbicidi. Alla luce del nuovo studio e dei titoli sensazionalistici, potremmo perciò chiederci se ci sia davvero motivo di allarmarsi per la sicurezza del cibo che mangiamo o con cui nutriamo gli animali.
Prima di addentrarci nell’analisi dell’articolo e dei dati pubblicati, ci serve però un ultimo tassello fondamentale: capire come funziona la comunità scientifica, e cosa significa davvero quando si parla di “studio scientifico”.
Spesso si parla della "comunità scientifica" come se fosse un’entità unica, compatta e centralizzata. In realtà, non è altro che l’insieme di ricercatori e ricercatrici sparsi in tutto il mondo, che ogni giorno, nei laboratori di università, ospedali, enti di ricerca o aziende, contribuiscono alla costruzione della conoscenza scientifica. Non si tratta quindi di un blocco monolitico, ma di una rete complessa e diversificata di persone.
I risultati delle ricerche non vengono annunciati in conferenze stampa o comunicati sui social, ma vengono raccolti in articoli scientifici - i paper - pubblicati su riviste specializzate. Alcune delle più autorevoli sono Nature, Science e Cell, ma ne esistono migliaia, suddivise per settori disciplinari e livello di autorevolezza. In un paper gli autori spiegano quale problema scientifico intendono affrontare, illustrano nel dettaglio i metodi sperimentali utilizzati (perché la scienza, per essere tale, deve essere riproducibile da chiunque operi nelle stesse condizioni), e presentano infine i risultati ottenuti.
Prima che un articolo venga pubblicato deve superare un processo chiamato peer review (revisione tra pari). In pratica, l’editore della rivista invia il manoscritto a tre esperti del settore che ne valutano la validità, la solidità metodologica, l’originalità e la chiarezza. Questi revisori possono segnalare errori, debolezze o mancanze, e suggerire agli autori eventuali esperimenti aggiuntivi da svolgere prima della pubblicazione. Solo dopo aver superato con successo la peer review, l’articolo viene accettato e pubblicato. A quel punto è disponibile (talvolta a pagamento) per tutta la comunità scientifica, che può leggerlo, riprodurre gli esperimenti e — se necessario — confutarne i risultati. Se si dimostra che i dati non sono riproducibili o che ci sono stati errori gravi, lo studio può addirittura essere ritrattato.
Non tutte le riviste scientifiche hanno lo stesso valore o lo stesso rigore. La credibilità di una rivista si misura, tra le altre cose, con un indice chiamato impact factor, che riflette la frequenza con cui i suoi articoli vengono citati da altri ricercatori. Dire semplicemente che "uno studio è stato pubblicato su una rivista scientifica" è quindi piuttosto vago: le riviste sono migliaia, e non tutte sono affidabili. Tra queste esistono anche le cosiddette riviste predatorie. Si tratta di giornali che saltano completamente il processo di peer review, accettando articoli dietro pagamento e senza verificarne la qualità scientifica. Il risultato è che su queste riviste spesso compaiono studi di scarso valore, dai risultati non verificabili o addirittura falsi.
Non è raro che autori poco rigorosi (o in cerca di visibilità) pubblichino in queste sedi per poter dire di “aver pubblicato uno studio”, ma la loro attendibilità è molto bassa. Ecco perché, quando si legge un titolo sensazionalistico basato su “uno studio scientifico”, è fondamentale chiedersi: dove è stato pubblicato? È stato sottoposto a peer review? La rivista è autorevole?
A questo punto, dopo aver chiarito cos’è il glifosato e con gli strumenti in tasca per capire come funziona la comunità scientifica, possiamo affrontare la domanda centrale: dobbiamo davvero preoccuparci dei prodotti agroalimentari, considerando il largo impiego del glifosato come erbicida? E soprattutto: cosa dice davvero il nuovo studio dell’Istituto Ramazzini?
Nel loro esperimento, i ricercatori dell’Istituto Ramazzini hanno somministrato glifosato a ratti di ceppo Sprague-Dawley direttamente nell’acqua da bere. Hanno testato tre livelli di esposizione:
una dose corrispondente alla dose giornaliera ammissibile secondo la normativa europea (0,5 mg/kg di peso corporeo)
una dose dieci volte superiore a questa soglia
una dose cento volte superiore
I risultati riportano un aumento dell’incidenza di tumori nella popolazione di ratti esposti
Qui arriva la parte più importante, e anche quella più facilmente fraintesa: i risultati di uno studio scientifico non vanno mai presi come verità assolute. Un errore comune, soprattutto da parte di chi non ha familiarità con la ricerca, è credere che uno studio “dimostri” qualcosa una volta per tutte. In realtà, ciò che fanno gli scienziati è testare ipotesi, cercando attivamente di confutarle — con razionalità, rigore e dentro i limiti tecnici e metodologici disponibili.
Poniamo di voler testare se il glifosato sia cancerogeno per l’essere umano. Un primo passo potrebbe essere esporre colture di cellule umane alla molecola e osservare se c'è un aumento di qualche marcatore tumorale a livello di queste cellule. Anche se trovassimo un effetto però, questo non sarebbe sufficiente per concludere che il glifosato sia cancerogeno in un organismo vivente: le cellule in provetta non replicano la complessità di un organismo umano e quella stessa molecola somministrata a un organismo vivente potrebbe andare incontro a una serie di modificazioni o meccanismi di compensazione ed eliminazione che fanno sì che l'effetto in vivo sia differente.
Un'alternativa più sofisticata alle colture cellulari è l’uso di modelli animali, come appunto i ratti. Questi modelli hanno meccanismi biologici e metabolici simili ai nostri, e possono offrire indicazioni più realistiche su come una sostanza agisca nel corpo. Tuttavia, anche in questo caso, i risultati non sono automaticamente trasferibili all’essere umano, perché esistono differenze sostanziali tra specie nel modo in cui metabolizzano e rispondono a una sostanza. Alla ricerca animale e su quanto sia purtroppo ancora estremamente necessaria dedicheremo magari un altro spazio.
Sul tema dei modelli animali e della loro validità, ci sarebbe moltissimo da dire. Se siete interessati a capire quanto questi modelli siano stati cruciali nella ricerca farmaceutica vi consiglio di ascoltare il podcast "Pharmakon" di Francesca De Ruvo, Ruggero Rollini, Andrea Tavernaro e Francesca Zavino in cui è narrata la storia della talidomide, un caso emblematico in cui gli studi su animali non riuscirono a prevedere gli effetti devastanti sull’uomo.
Nonostante il glifosato sia oggetto di studio da decenni, non esistono prove certe che, al di sotto delle soglie considerate sicure, provochi effetti negativi sulla salute umana. Nel corso degli anni sono stati pubblicati diversi studi che hanno ipotizzato un legame tra glifosato e cancro — lo studio Ramazzini è solo l’ultimo esempio. Il caso più eclatante resta forse quello del 2015, quando l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) classificò il glifosato come "probabilmente cancerogeno per l’uomo" (gruppo 2A). Tuttavia, valutazioni più ampie e sistematiche, come quelle condotte dall’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare), hanno sempre ritenuto il glifosato sicuro entro i limiti stabiliti dalle normative europee, considerando non solo i singoli studi più discussi, ma l’intero corpo di evidenze disponibili.
Questa vicenda ci offre quindi un'occasione per comprendere come funziona la ricerca scientifica, ma anche come interpretare le notizie che quotidianamente leggiamo sui giornali, specialmente quando trattano temi complessi e controversi. Navigare in questo mare di informazioni può sembrare difficile — e lo è. Ma imparare a muoversi nella complessità è fondamentale se vogliamo evitare di cadere preda della disinformazione, del sensazionalismo giornalistico o, peggio, di chi diffonde paura in malafede.
OGM tra leggende e realtà. Alla scoperta delle modifiche genetiche nel cibo che mangiamo. Dario Bressanini, Zanichelli.
Dal sito EFSA:
https://www.efsa.europa.eu/en/topics/topic/glyphosate
Specifiche sul glifosato:
https://pubchem.ncbi.nlm.nih.gov/compound/3496
Lo studio Ramazzini:
Panzacchi S, Tibaldi E, De Angelis L, Falcioni L, Giovannini R, Gnudi F, Iuliani M, Manservigi M, Manservisi F, Manzoli I, Menghetti I, Montella R, Noferini R, Sgargi D, Strollo V, Truzzi F, Antoniou MN, Chen J, Dinelli G, Lorenzetti S, Mantovani A, Mesnage R, Perry MJ, Vornoli A, Landrigan PJ, Belpoggi F, Mandrioli D. Carcinogenic effects of long-term exposure from prenatal life to glyphosate and glyphosate-based herbicides in Sprague-Dawley rats. Environ Health. 2025 Jun 10;24(1):36. doi: 10.1186/s12940-025-01187-2. PMID: 40490737; PMCID: PMC12150505.
Il podcast Pharmakòn:
https://open.spotify.com/show/5ZmnOq66QIEoTEdvCDN7TA
L'intero post è stato ispirato da una riflessione di Edoardo Mocini, medico specialista in Scienza dell'alimentazione, che vi consiglio caldamente di seguire.
P.S. Se notate errori, imprecisioni, mancate attribuzioni o qualsiasi altra cosa che andrebbe corretta in quello che ho scritto, non esitate a contattarmi via e-mail.