Leonard Sherifi
Presente Invisibile

La mostra Presente Invisibile di Leonard Sherifi, a cura di Willy Montini, si configura come la prima vera occasione retrospettiva attraverso cui osservare la coerenza e l’evoluzione di una ricerca sviluppata nell’arco di oltre un decennio, dal 2013 a oggi. Più che una ricognizione cronologica, il percorso espositivo si presenta come una stratificazione di immagini, esperienze e intuizioni che trovano nella luce e nella percezione i propri nuclei generativi. 

Al centro della pratica di Sherifi si colloca infatti un’attenzione costante verso ciò che sfugge: fenomeni minimi, transitori, spesso impalpabili. 

È la luce, in particolare quella dell’imbrunire, a costituire una matrice sensibile e concettuale del suo lavoro. 

«C’è un momento dove la luce cambia», racconta l’artista, «qualcosa che non si riesce a fermare». La pittura diventa allora il tentativo non tanto di fissare questa trasformazione, quanto di renderne percepibile la qualità instabile, la vibrazione, l’eco.

Questa tensione verso l’invisibile si radica in un rapporto con la natura che non è mai intesa come dimensione incontaminata, ma come esperienza situata e quotidiana. I paesaggi di Sherifi nascono da luoghi vissuti a Genova – la Spianata, via Cairoli, gli affacci domestici – dove elementi naturali e architetture si intrecciano fino a rendere indistinguibile il confine tra interno ed esterno. La natura appare così come una presenza intermittente, nascosta, che emerge per frammenti e riflessi.

Le prime sperimentazioni, come gli interventi realizzati nell’area del Righi, rendono esplicita la volontà di dare forma a ciò che non è visibile: l’energia dell’albero, la sua espansione nello spazio, vengono suggerite attraverso dispositivi minimi – elastici, tensioni, geometrie temporanee. Queste azioni, mai esposte fino ad oggi, costituiscono il nucleo originario di una ricerca che progressivamente si orienta verso una sintesi formale sempre più essenziale.

Dall’osservazione delle strutture naturali nasce infatti un interesse per la geometria come principio latente: «trovare geometrie all’interno di strutture casuali». In questo senso, il lavoro di Sherifi si avvicina alla genesi dell’astrazione moderna e, in particolare, alla lezione di Piet Mondrian, per il quale la riduzione della forma non rappresenta una fuga dal reale, ma il suo attraversamento analitico. Come in Mondrian, anche qui l’astrazione nasce da un processo di selezione e condensazione dell’esperienza visiva: il naturale viene filtrato fino a rivelare una struttura essenziale, fatta di rapporti, tensioni, equilibri.

Rami, sagome, frammenti vengono tagliati, ricomposti, resi astratti fino a generare configurazioni che evocano una crescita potenzialmente infinita, quasi frattale. In questo processo, il colore assume un ruolo determinante: dapprima materia piena, poi presenza liminale, fino a diventare pura emanazione, collocata ai margini delle forme, capace di “riempire” lo spazio senza occupare volume. La luce, ancora una volta, non è rappresentata ma attivata.

Questa attivazione luminosa trova una declinazione particolarmente significativa nei lavori a listelli, una delle soluzioni più originali sviluppate dall’artista. In queste opere, la superficie pittorica viene scomposta in elementi lineari apparentemente astratti, che tuttavia, attraverso l’interazione con la luce e il movimento dello sguardo, rivelano immagini latenti. La visione non è mai immediata: è necessario uno spostamento, una variazione percettiva, affinché l’immagine emerga come riflesso, come apparizione. Si tratta di una pittura che si costruisce nel tempo della visione, e che rende esplicito il carattere instabile e relazionale dell’immagine.

In questo senso, il lavoro di Sherifi entra in risonanza, pur da una posizione autonoma, con alcune ricerche legate alla luce e alla percezione nel secondo Novecento, come quelle di Martial Raysse, dove il colore e la luminosità artificiale attivano una dimensione ambigua tra superficie e apparizione. Tuttavia, mentre in Raysse la luce tende a una dimensione pop e artificiale, in Sherifi essa mantiene una qualità atmosferica, quasi naturale, legata alla memoria e all’esperienza diretta.

Questo stesso principio attraversa anche la pittura su tela, costruita attraverso velature successive che rendono l’immagine un campo stratificato, instabile, aperto. I soggetti emergono lentamente da fondi preparati in precedenza, come se fossero già presenti in forma latente. «Ci sono colori sotto altri colori», afferma l’artista, «che a volte emergono come delle note». L’immagine non è mai data una volta per tutte, ma si costituisce come un processo di emersione, una soglia tra visibile e invisibile.

È in questo spazio intermedio che si colloca anche la figura umana, spesso assente o ridotta a traccia. Nelle opere in mostra, l’umano appare come silhouette, ombra, presenza appena accennata: non individualità riconoscibili, ma condensazioni di esperienza. «Raccontare un’esperienza senza far vedere chi la sta vivendo», suggerisce Sherifi, definendo una modalità di visione prossima alla soggettiva cinematografica.

L’opera Presenti e Invisibili rappresenta forse il punto più emblematico di questa riflessione. Nata dall’osservazione quotidiana della scalinata della chiesa di San Siro, il lavoro si sviluppa nel tempo come una pratica quasi performativa: la tela viene modificata progressivamente, accogliendo figure osservate giorno dopo giorno. L’immagine si costruisce per accumulo, registrando presenze che spesso sfuggono allo sguardo distratto, mettendo in discussione la nostra capacità di attenzione.

Le opere di Sherifi non si impongono come immagini definitive, ma attivano condizioni di visione variabili, legate alla luce, al tempo e alla posizione dello spettatore. In questo senso, il lavoro si apre a una dimensione percettiva che richiama alcune esperienze optical, pur mantenendo una forte radice narrativa ed esistenziale.

La biografia dell’artista attraversa questa ricerca senza mai diventare esplicita: dall’infanzia in Albania, segnata da un rapporto diretto con il disegno, fino alla formazione a Genova e all’esperienza decisiva a Chicago, dove l’incontro con le installazioni di Olafur Eliasson introduce una nuova consapevolezza dello spazio e della percezione. Il ritorno alla pittura avviene così in forma espansa: una pittura che assorbe la dimensione ambientale, luminosa, quasi scultorea.

Presente Invisibile restituisce infine l’immagine di una pratica che non cerca di rappresentare il mondo, ma di intercettarne le soglie percettive. Un lavoro che si colloca in un territorio intermedio, dove la pittura diventa spazio di risonanza, capace di trattenere, anche solo per un istante, ciò che per sua natura tende a scomparire.

Anna Daneri