Sono un assiduo lettore, amo leggere romanzi e racconti di fantascienza, inoltre negli ultimi anni mi sono avvicinato al genere poliziesco e ai thriller, soprattutto ai best seller degli autori americani.
Puoi farti un'idea abbastanza precisa delle mie letture recenti dal widget collegato al mio profilo Goodreads, un social network su cui aggiungo sistematicamente i libri che leggo, a volte esprimendo la mia opinione e confrontandomi con gli altri lettori.
Cerco di tenermi aggiornato sulle tematiche scientifiche, soprattutto biologia molecolare, evoluzione, fisica e cosmologia, che utilizzo spesso per sviluppare le trame delle mie storie oppure che diventano spunti per un nuovo progetto letterario.
Ogni tanto mi diverto a individuare collegamenti e interpretazioni personali fra le diverse "fonti" che mi capita di leggere - romanzi, articoli di giornale e saggi - oppure approfondisco alcuni aspetti di un particolare libro o della vita di un autore che "mi ha lasciato qualcosa".
E' così che prendono vita i percorsi di lettura che pubblico con cadenza assolutamente irregolare su questo sito e sul mio blog. I post sono scaricabili in formato PDF per una comoda lettura off-line.
Post del 26-07-2020
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Tags: fantascienza, space-opera, time-opera, bayley, percorso
Il nome di Barrington J. Bayley, scrittore inglese nato a Birmingham nel 1938 e scomparso a causa di un tumore nel 2008, è sconosciuto alla maggior parte dei lettori. Ahimè, anche agli appassionati di fantascienza.
Bayley fu un autore abbastanza prolifico, capace di realizzare sedici romanzi e circa novanta racconti da metà degli anni Cinquanta fino a pochi anni prima della sua morte. Il suo periodo di maggior produttività è costituito dai quindici anni che vanno dal 1972 al 1987, periodo durante il quale scrisse la maggior parte dei suoi romanzi.
Prima di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno, Bayley svolse diversi lavori: impiegato, dattilografo, minatore di carbone, una breve esperienza come reporter per il Wellington Journal. E, soprattutto, si unì alla Royal Air Force (RAF) all'età di diciotto anni, esperienza che lo segnò profondamente, tanto che in molte delle sue opere viene descritto un futuro caratterizzato da un regime totalitario, teocratico o militaristico.
Fu uno “scrittore di idee” più che di fiction, generalmente poco apprezzato sia dalla critica sia dal pubblico, ma che continuò a sfornare romanzi e racconti proseguendo sulla strada in cui credeva. Una strada, peraltro, che gli permise di plasmare storie originali, se non uniche, nel panorama della fantascienza.
Autore dalle marcate capacità analitiche che affermò “l'inventività è una questione di passare il tempo a meditare”, fu definito un metafisico più che uno scrittore di science fiction. Fra i suoi ammiratori figurano personaggi del calibro di Bruce Sterling, William Gibson, Ian Watson, John M. Harrison e l'amico di una vita, Mike Moorcock. Su alcuni di questi arrivò persino a esercitare un'influenza riconoscibile nei toni (cupi) e nei temi trattati.
Ecco cosa gli estimatori dissero di lui:
“Lo scrittore più originale della sua generazione.” (M. Moorcock)
“Bayley scrive fantascienza con la naturale fluidità di un uomo che non può farne a meno. Ha il genio ineffabile e spregevole di un vero visionario di Sci-Fi.” (B. Sterling)
“Fluente, singolare e meravigliosamente divertente.” (W. Gibson)
L'amicizia con Moorcock, che risaliva ai primi sforzi congiunti di produrre opere di genere fantascientifico negli anni Cinquanta, era fondata su una stima inossidabile e gli permise di essere un ospite pressoché fisso sul magazine da lui curato, “New Worlds”.
Occorre qui aprire una parentesi su “New Worlds”, una rivista che ebbe il merito di promuovere una fantascienza innovata, diversa. Una fantascienza non più incentrata sui viaggi interstellari e la vita sugli altri pianeti. Fra gli altri, Moorcock pubblicò il racconto di J.G. Ballard “Which Way to Inenr Space” che gettò le basi per il superamento della Sci-Fi classica e segnò l'esordio della New Wave britannica. In questo racconto, Ballard comincia a esplorare la tematica dello spazio interiore e della dimensione psichica del tempo che in futuro saranno al centro della sua narrativa.
La storia racconta che Bayley, Moorcock e Ballard tennero delle riunioni per “complottare” il rovesciamento della cosiddetta Sci-Fi “cardigan-and-chocolate-biscuits”, esemplificata da artisti del calibro di Wyndham e Arthur C. Clarke.
A dispetto di ciò, Bayley è stato (ed è tuttora) grandemente sottovalutato a causa di alcune caratteristiche – ritenute dei veri e propri “difetti” – della sua prosa, quali:
L'ostinata volontà di scrivere fantascienza appartenente al sottogenere “space-opera”, che era in declino e aveva poca attrattiva verso il grande pubblico già quando cominciò a occuparsene;
L'abitudine, o testardaggine, a mischiare la “scienza canonica” con filosofia e speculazioni soggettive tendenti alla pseudoscienza, oppure a estrapolare conseguenze non verificabili dalla scienza riconosciuta;
Trame molto complesse, se non addirittura aggrovigliate, a svantaggio della caratterizzazione dei personaggi;
La quasi totale mancanza di interesse verso l'approfondimento dell'aspetto psicologico dei personaggi. Tipici esempi sono: reazioni poco umane e interazioni superficiali; personaggi femminili di solito banali, il più delle volte semplici oggetti di scena.
Vorrei provare a ribattere a queste (aspre) critiche, punto su punto:
Bayley si dedicò al genere che preferiva ed ebbe la forza, o la possibilità, di non piegarsi alle dinamiche dettate dal mercato. Per dirla con le parole dello stesso autore: “I have no personal philosophy as regards my work; I write according to my ability and interest”;
Questo attacco può essere facilmente trasformato in un'attrattiva. Bayley si occupava di FANTA-scienza e l'originalità dei suoi lavori non può essere negata. Forse bisognerebbe avvicinarsi alla produzione di Bayley con la dovuta cautela, ma anche con una mente aperta. D'altra parte, come disse una volta A. C. Clarke: “The only way to discover the limits of the possible, is to go beyond them into the impossible”;
Facendo le dovute proporzioni, ciò accade anche nei libri di Douglas Adams. Se uniamo le trame “assurde” al sarcasmo e ai toni spesso ironici usati da Bayley, si ottiene un curioso, e apprezzabile, effetto comico che può far riflettere e anche divertire parecchio;
Come detto in precedenza, molto spesso le società descritte nei libri di Bayley sono tirannie e teocrazie governate in modo ottuso da militari oppure sacerdoti che decidono del destino delle persone in modo ancora più stupido. Forse una critica sarcastica della società moderna?
Ciò detto, mi auguro di avervi convinto a leggere almeno uno dei romanzi di Bayley. Personalmente ho letto cinque dei sedici romanzi scritti dall'autore inglese, preferendo la versione originale edita da Gateway alla traduzione italiana (che non è sempre disponibile).
Di seguito riporto la sinossi ufficiale degli e-book da me letti:
“Collision course” (1973), noto anche come “Collision with Chronos”
Le rovine aliene che punteggiano il paesaggio terrestre sono un enigma. L'archeologo Rond Heshke considera una beffa ridicola le prove fotografiche che sembravano suggerire che le rovine disobbediscono alle leggi del tempo. Le Legioni di Titanio credono che le rovine siano state lasciate da un invasore proveniente dallo spazio, respinto in un'epoca passata e di cui temono il ritorno imminente. È solo quando gli scienziati di Titanio perfezionano le macchine del tempo che la verità comincia a emergere pezzo per pezzo. I costruttori delle rovine appartenevano non alle stelle ma al futuro della Terra, e il temuto confronto sta per avvenire - non con alieni, ma in una forma più terrificante, più disastrosa, di qualsiasi cosa si possa immaginare ... Perché la Terra è la vittima designata di uno straordinario incidente cosmico. Il tempo stesso sta per scontrarsi da due direzioni opposte! E i leader dell'umanità, diventati ancora più fanatici, insistono con nuovi piani, pronti a tutto pur di sopravvivere ...
“Fall of Chronopolis” (1974)
Le potenti navi della Terza Flotta del Tempo pattugliano incessantemente la frontiera millenaria dell'Impero Cronotico, cancellando un errore della storia qua e là, prima di tornare indietro per sfidare altre civiltà che viaggiano nel tempo, lontano nel futuro. Il Capitano Mond Aton è orgoglioso di prestare servizio nella Flotta. Ingiustamente condannato per codardia e negligenza nei confronti del dovere, viene inviato nel tempo senza protezione come un messaggero solitario tra le Navi del Tempo. Dopo un'esperienza così inconcepibile nei vuoti infiniti, gli resta un'unica possibilità. Morire.
“Pillars of Eternity” (1982)
Quando i Colonnaders lo strappano da una vita di miseria e i loro chirurghi ricostruiscono il suo corpo contorto con ossa di silicio, Joachim Boaz ribattezza se stesso “I pilastri dell'eternità”. Ora cerca Meirjaihn Il Meraviglioso, un pianeta che traccia il suo percorso tra le stelle: poiché sulla sua superficie si trova una gemma che consente di controllare il tempo stesso...
“The Zen Gun” (1983)
L'arma definitiva che non può esistere, la Zen Gun. Il subumano che la trova e cerca di usarla. Le bestie che presidiano l'ultima flotta stellare dell’umanità. Una smagliatura che si allarga nel continuum spazio-temporale. Il breve impero cosmico dei maiali. La teoria della recessione gravitazionale. Il super-samurai che serve il padrone della Zen Gun. La ragazza coloniale che sfida l'Impero Galattico. E molte altre nuove idee dell'autore di cui Michael Moorcock ha detto: “Non c'è nessun altro che possa eguagliarlo.”
“The Great Hydration” (2005)
Karl Krabbe e Boris Bouche, soci, esploratori, cambiavalute interstellari, non si preoccupano molto della legge. Quando la loro nave esplorativa arriva sul piccolo pianeta Tenacity, i due intravedono una buona opportunità commerciale. Tenacity è un pianeta deserto, senza acqua. Ma poiché una volta l'acqua era presente, K&B si rendono conto che con un po' di ingegneria geologica, sfrontata e spettacolare, sarebbe possibile restituire al pianeta la sua acqua e i suoi oceani. Ciò va a genio ai Tlixix, la specie dominante simile ad aragoste. Sono stanchi, infatti, di vivere come alieni nei loro rifugi a cupola. Certo, le numerose specie intelligenti che si sono evolute durante la grande disidratazione periranno. Ma allora? Krabbe e Bouche stringono un accordo per portare a termine il loro progetto. Dopotutto, gli affari sono affari...
La maggior parte dei libri da me letti ha come punto focale il viaggio nel tempo, tematica cara sia a me che a Bayley, e sono ispirati alla teoria delle dimensioni temporali multiple di J. W. Dunne (che sostiene che passato, presente e futuro esistano contemporaneamente).
“Collision with Chronos” è un romanzo molto originale, in cui due “presenti” alternativi rischiano di collidere con implicazioni disastrose per la realtà. Questo libro è considerato da alcuni critici di fantascienza la storia più originale sui paradossi del viaggio nel tempo e, a mia conoscenza, è un'idea mai sviluppata da altri autori di fantascienza.
“Fall of Chronopolis” è collegato idealmente a “Collision course”, anche se non si tratta di una serie vera e propria. Questo romanzo narra dell'Impero Cronotico, che si estende a cavallo di epoche diverse, e che combatte i suoi nemici manipolando il tempo nelle cosiddette “Guerre della Realtà”. Si tratta di un'opera che fu commentata come la storia “definitiva” sui viaggi nel tempo, tanto da individuare un nuovo sottogenere della fantascienza, la “time-opera”.
È a questo sottogenere che mi piace attribuire la serie di romanzi brevi “Le trame del tempo” che scrissi alcuni anni fa.
“Pillars of Eternity” rappresenta un ritorno alla complessità dei due precedenti romanzi, stavolta spostata al di fuori di ogni spazio e tempo, ma risulta una rielaborazione del precedente materiale in un periodo successivo della vita di Bayley. Libro godibilissimo, è stato commentato in rete come “Un pacchetto sbalorditivo di meraviglia e bellezza, tragedia e invenzione.”
“The Zen Gun” è un'opera notevole che permise a Bayley di ricevere una candidatura per il prestigioso Philip K. Dick Award nel 1983 e di vincere il Premio Seiun nel 1985 come miglior romanzo dell'anno in lingua straniera. Personalmente, ho trovato questo romanzo d'avventura molto ben fatto e divertente, dal ritmo serratissimo e dai colpi di scena imprevedibili. Anche la critica ufficiale rese omaggio a questo libro con diversi commenti positivi, soprattutto Bruce Sterling che definì Bayley “il maestro Zen della space-opera moderna”.
Infine, “The Great Hydration” rappresenta l'ultimo sforzo di Bayley, e ammetto di averlo letto più per curiosità che per vero interesse. Il libro è stato pubblicato anche con la formula “print-on-demand” nei primi anni 2000. Il famoso autore di fantascienza Paul Di Filippo lo ha definito come una combinazione di Robert Sheckley, David Binch e Stanislw Lem, confermando la capacità di Bayley di inventare trame argute, degne del paese delle meraviglie.
Per chi fosse interessato a leggere i romanzi di Bayley oppure volesse farsene un'idea più precisa, riporto di seguito le fonti da me consultate per la stesura di questo post:
Il fan site “Astounding World of Barrington J. Bayley”
L'overview fermata da Rhy Hughes dell'Università di Rhode Island dal titolo “Annihilation Factotum”
Italo Salieri
Post del 05-07-2020
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Tags: fantascienza, epica, herbert, dune, percorso
Nell'immaginario collettivo, Guerre Stellari è una delle saghe fantascientifiche più famose di sempre. Anzi, molto probabilmente è la più famosa in assoluto.
Ritengo che ciò sia merito tanto degli effetti speciali di cui traboccano gli undici film della saga, quanto dell'abilità con cui George Lucas ha saputo stimolare la fantasia di milioni di spettatori duranti gli ultimi quarant'anni.
Sebbene apprezzi molto Guerre stellari, non la considero la saga più rappresentativa per il genere fantascientifico, a me così caro.
In primo luogo, non tutti sanno che a ispirare Guerre Stellari – perlomeno nell'idea di un Dio-imperatore e in alcune delle ambientazioni planetarie – fu “Dune”, il maestoso romanzo di Frank Herbert. D'altra parte, fu proprio George Lucas a dire: “Senza Dune, Guerre Stellari non sarebbe mai esistito.”
La potenza immaginifica di “Dune”, assieme al messaggio universale che veicola, spinse Arthur Clarke a definire questo romanzo come l'equivalente fantascientifico del “Signore degli Anelli”. Una cosa non da poco.
Sono convinto che questa definizione possa essere spinta un po' più in là. Penso, infatti, che la portata epica sia il fattore principale che differenzia il ciclo di Dune dalle altre saghe di fantascienza. La stessa considerazione è valida, mutate mutandis, anche nel caso del legendarium tolkieniano per quanto riguarda il genere fantasy.
In poche parole, sia F. Herbert che J.R.R. Tolkien erano dei veri e propri creatori di mondi.
Questi autori non si limitavano a scrivere uno o più romanzi collegati fra loro da una super-trama, ma inventarono un mondo completamente nuovo. Un mondo con una geografia realistica e ampiamente documentata mediante l'ausilio di mappe. Un mondo abitato da persone vere (o verosimili) che appartengono a popoli caratterizzati da una cultura e da una lingua ben definite. Insomma, popoli con un'identità storica che si evolve sullo sfondo di vicende che, sebbene fantastiche, danno vita a una realtà alternativa del tutto credibile.
Un mappa del pianeta Arrakis
Il ciclo originale di Dune si articola nei sei romanzi che riporto di seguito:
“Dune” (1965)
“Messia di Dune” (1969)
“I figli di Dune” (1977)
“L'imperatore-dio di Dune” (1981)
“Gli eretici di Dune” (1984)
“La rifondazione di Dune” (1985)
A questi si aggiungono gli ulteriori libri (una dozzina!) che Brian Herbert, il figlio di Frank, realizzò in collaborazione con lo scrittore Kevin J. Anderson. Molti di questi romanzi sono tuttora inediti in Italia.
Rispetto all'ambientazione, riprendo quanto riportato su Wikipedia. Il ciclo è ambientato prevalentemente sul pianeta Arrakis, altrimenti noto come Dune, una landa desertica e inospitale, unico luogo di produzione, raccolta e raffinazione del Melange, o Spezia. Quest'ultima è una preziosa e insostituibile sostanza, fondamentale per la struttura simil-feudale della società galattica, organizzata attorno all'Impero e alle Gilde. Arrakis e la sua complessa ecologia fanno da sfondo alla sfida per il controllo del pianeta tra la dinastia Atreides e gli Harkonnen.
Gli eventi narrati in Dune avvengono 24 000 anni nel futuro (26 391 d.C.), mentre l'intero ciclo di romanzi arriva a coprire circa 16 000 anni di narrazione discontinua.
L'universo immaginario di Dune, per ambientazione politica e sociale, oltre che per le tematiche di natura religiosa, ecologica e filosofica trattate dall’Autore, è uno degli universi immaginari più complessi dell'intera fantascienza, ma è anche uno degli universi più coerenti e dettagliati che siano mai stati descritti.
Come riportato più sopra, i romanzi originali furono scritti fra il 1965 e il 1985, un lasso di tempo piuttosto lungo durante il quale l'autore poté riflettere a fondo su alcuni dei temi introdotti nel primo episodio. In realtà, si tratta di tematiche ricorrenti che Herbert affrontò da punti di vista differenti in altri romanzi più o meno contemporanei a quelli del ciclo di Dune.
A livello esemplificativo, se prendiamo in considerazione i primi tre romanzi della saga, scritti fra il 1965 e il 1977, è possibile identificare le medesime tematiche trattate in Dune nei libri che vado a descrivere di seguito. In alcuni casi, ho preso in prestito (almeno parzialmente) le parole di Giuseppe Lippi, il mitico curatore della collana Urania:
“Creatori di Dei” (1960) è imperniato sull'inquietante sospetto che le religioni possano essere la causa ultima di tutte le guerre, anche nel lontano futuro;
“Gli occhi di Heisenberg” (1966) è la storia di una casa di immortali che difendono questo privilegio contro cyborg e diseredati;
“Il cervello verde” (1966) è un romanzo ecologico che si svolge sulla Terra nel futuro prossimo, quando l'impiego dei pesticidi da parte dei paesi emergenti (Cina e Brasile) provocherà la formazione di una mente collettiva degli insetti, pronta a combattere il nemico umano;
Ne “L'Esperimento Dosadi” (1977), recentemente edito nel libro “Esperimenti e catastrofi” della collana "Oscar Draghi Urania Mondadori" curata da Franco Forte gli abitanti dell'omonimo pianeta sono sottoposti a un esperimento socio-psicologico a lungo termine e su scala globale che prevede la cancellazione della memoria da parte di un’altra specie senziente;
“Creatori di paradisi” (1978) è incentrato sul tema dell'immortalità e sull'idea che la storia umana sia stata plasmata da una specie aliena, i Chem. Questi sono capaci di ringiovanire i propri corpi e sono dotati di poteri telepatici che consentono loro di costituire una “rete” mentale.
In conclusione, non deve sorprendere che il ciclo di Dune sia un capolavoro assoluto. Esso, infatti, rappresenta la sublimazione definitiva della maestosa creatività e delle profonde riflessioni di Frank Herbert, un uomo dotato di un estro e di una capacità di osservazione fuori dal comune.
L'origine del mito e gli attrezzi dell’Autore
Ma come è nata l'idea che portò Frank Herbert a scrivere Dune?
Per rispondere a questa domanda, soltanto in apparenza banale, è necessario prendere in esame la vita dell'autore e alcune delle sue idee in campo politico e religioso. A tale scopo, sfrutterò due fonti di cui ho avuto la fortuna di entrare in possesso:
Discorso di introduzione tenuto da F. Herbert alla XXII Convention Mondiale di Fantascienza, che costituisce la Prefazione alla quarta edizione del romanzo “Dune” pubblicato in Italia da Sperling & Kupfer;
Il saggio scritto da F. Herbert intitolato “La genesi di Dune” che fu pubblicato nel luglio del 1980 sulla rivista Omni (inedito in Italia).
Innanzitutto, è bene sottolineare che F. Herbert impiegò sei anni di ricerca e un anno e mezzo di scrittura per realizzare Dune. Un iter creativo piuttosto lungo e intenso, anche per uno scrittore professionista (e giornalista) del calibro di F. Herbert.
L'autore spiega che concepì la trilogia originale come un unico e lungo romanzo sulla “convulsione messianica che periodicamente si impossessa di noi.” E prosegue: “Demagoghi, fanatici, gli spettatori innocenti e quelli non-così-innocenti – tutti abbiamo una parte nel dramma. Ciò nasce dalla mia teoria che i super-eroi sono dannosi per il genere umano. Anche se esistesse un vero super-eroe, alle fine sono le persone mortali e fallibili che si impossessano della struttura del potere che da sempre circonda un leader di questo tipo.”
F. Herbert cita alcuni esempi come Hitler, Mussolini, Stalin e Roosevelt. Figure carismatiche e distruttive che hanno tentato, con la complicità del loro entourage, di piegare la storia umana alla propria volontà.
Appare evidente che questo è il tema cui è ispirato il libro “Creatori di paradisi”. Gli alieni Chem rappresentano una casta di super-uomini a cui gli uomini comuni si ribellano con forza e determinazione. Ciononostante, la “morale” del romanzo, più che sulla battaglia per la libertà da parte dell'uomo, si concentra appunto sulle conseguenze disastrose a cui, volenti o nolenti, conducono i super-eroi.
A tale proposito, la riflessione di F. Herbert è la seguente: “Non rinunciate al vostro giudizio critico in virtù delle persone che sono al potere, non importa quanto ammirabili possano sembrare. Dietro alla facciata da eroe, troverete un essere umano che commette errori umani.”
Ciò che accade, secondo Herbert, è che la situazione degenera perché “solitamente le strutture del potere attirano persone che bramano il potere soltanto per l'amore del potere. […] Da qui scaturiscono alcuni problemi della società moderna come la corruzione, il connubio fra crimine organizzato e forze dell'ordine, agenzie di controllo sottomesse alle persone che dovrebbero controllare.”
Questa, però, non è la storia di Dune, ma soltanto una teoria che l'autore aveva in mente.
Il fattore scatenante, per così dire, che portò Herbert a concepire l'idea di Dune fu una particolare esperienza che fece a metà degli anni Cinquanta, quando stava compiendo alcune ricerche per un articolo che sarebbe apparso su una rivista.
Tali ricerche condussero Herbert nella città di Florence, Oregon: una cittadina costiera che aveva dei problemi con le dune di sabbia. Un fatto che il Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti stava cercando di sfruttare per capire come controllare il movimento delle dune di sabbia.
Per esempio, è possibile fermare l'avanzata di una duna piantando dell'erba. Oppure, è possibile ancorarla piantando delle sementi nella parte esposta al vento. Infine, piantando le sementi sul lato opposto, la duna crescerà nell'altra direzione.
Questo episodio accese una scintilla nella mente di Herbert – un incendio che gli fece comprendere come l'ecologia potesse essere rilevante per un demagogo che ambisse a diventare il prossimo super-eroe.
L’ecologia era rilevante perché aveva implicazioni su tutti i livelli: sociale, politico, economico, etc. L'ecologia, inoltre, rappresenta un tema globale, cioè di interesse planetario (pianeta Terra) e anche universale (per tutti i possibili pianeti abitati dall'uomo). In altri termini, l’ecologia permette di studiare (e spiegare) come l'Uomo si rapporti alla Natura e cosa faccia per impossessarsene (“how we inflict ourselves upon our planet”, secondo le parole dell’autore).
Dagli studi che aveva compiuto per suo interesse personale, Herbert intravide possibili ripercussioni nella religione, nelle teorie psicoanalitiche e linguistiche, nell'economia, per non parlare poi della ricerca scientifica sulle piante, della chimica del suolo e del metalinguaggio dei ferormoni. Fu così che egli concepì l'idea di una nuova disciplina: “la psicologia di una società planetaria.”
Quali erano gli strumenti che Herbert aveva a disposizione per “dire la sua” sul tema ecologico?
Egli immaginò conflitti, “cose che girano su se stesse e diventano qualcosa di differente, figure mitiche e strane creature dalla profondità della nostra comune eredità (culturale), prodotti della nostra evoluzione tecnologica, i nostri desideri umani, e le nostre paure.”
Egli inoltre si ispirò ai paradossi logici, come per esempio le famose litografie di Escher o i koan Zen, che si basano sull'osservazione che il paradosso scaturisce da difetti presenti nei nostri metodi descrittivi, nei nostri linguaggi e nelle nostre strutture sociali, filosofiche e religiose. In ogni caso, sovrastrutture del pensiero umano che “attribuiscono un limite dove i limiti non esistono.”
L'autore, poi, usò alcuni strumenti narrativi che gli permisero, per così dire, di assemblare una ricetta per la creazione di un nuovo mondo. Sulla base del già citato discorso di introduzione alla XXII Convention Mondiale di Fantascienza, ho individuato alcuni punti salienti che andrò a riassumere nei loro contenuti essenziali.
L'idea del romanzo “Dune”, come detto, trae origine da uno spunto ecologico. L'autore, dunque, dovette confrontarsi fin da subito con una questione spinosa. Come concepire e scrivere una storia che fosse riconoscibile, e del tutto credibile, per gli abitanti delle regioni aride del nostro pianeta? Il punto focale, come ci aspettiamo, consiste nella limitata disponibilità di acqua, fatto insuperabile che determina una reazione violenta da parte dell'uomo, una vera e propria lotta per la sopravvivenza da cui deriverà il superamento del problema originario. Per stessa ammissione di Herbert, che utilizza il termine “aride” invece di “desertiche” poiché “alcuni deserti in confronto [ad Arrakis] sono umidi”, la mancanza di acqua che caratterizza il pianeta di Dune è l’analogo della scarsità di petrolio che affligge la Terra – in entrambi i casi, si tratta dell'elemento fondamentale per l’economia del pianeta. Mentre il CHOAM, la corporazione che promuove lo sviluppo tecnologico nell'Universo di Herbert, è l’equivalente del nostro OPEC – ambedue le organizzazioni costituiscono un cartello che detiene il potere economico assoluto.
Dal punto (1) deriva direttamente la necessità di creare una biosfera nuova ma verosimile che possa fungere da sfondo alla storia principale. Ciò significa che l'autore non solo inventò il pianeta Arrakis, ma dovette preoccuparsi di popolarlo con animali diversi e, allo stesso tempo, simili a quelli terrestri. Insomma, animali che il lettore poteva riconoscere “al volo”. Uno dei molti esempi che potrei fare è quello dei pipistrelli che ottengono parte dell'umidità di cui hanno bisogno dagli esseri umani. In secondo luogo, Herbert passò agli abitanti dell’arido mondo di Dune. La scelta più logica fu ispirarsi alle popolazioni che abitano nei deserti terrestri, importandone parte della cultura e della lingua – è noto che l'autore nutrisse una profonda passione per questi popoli che, nel suo pensiero, rappresentano una sorta di “matrimonio” fra l’Uomo e la Natura contrapposto all'uomo-virus del Mondo Occidentale.
Il passo successivo fu inventare un linguaggio e delle tradizioni che fossero basati sulla biosfera appena inventata. Secondo Herbert, non a torto, “il linguaggio è la carta geografica della cultura”. Ciò significa che le parole sono definite in base alla reazione umana che comunicano; in seguito la lingua evolve, va avanti, e le reazioni sono dimenticate, ma rimane pur sempre una nuova parola-concetto. Per esempio, su Arrakis, il termine “acqua” è spesso unito ad altre parole che indicano uso o funzione.
Per ultimo, ma non per importanza, l'autore suggerisce di “nascondere i dettagli nelle reazioni [e nei comportamenti] di personaggi.” In pratica, si tratta di preferire la tecnica narrativa del “mostrare” piuttosto che limitarsi a spiegare in prima persona, come narratore onnisciente, gli aspetti della cultura e della vita quotidiana delle persone fittizie ma verosimili che sono state immaginate. A onor del vero, Herbert riconosce che, a volte, il narratore è costretto a intervenire in prima persona per fornire ulteriori dettagli, ma soltanto per rendere la storia di immediata comprensione al lettore.
A mio parere, questi quattro punti costituiscono un ottimo vademecum per uno scrittore che intenda cimentarsi con la stesura di un nuovo romanzo.
Qualcuno che non voglia limitarsi a scrivere una storia, ma che aspiri a costruire un nuovo mondo capace di arricchire la vita dei lettori e, perché no?, la letteratura con immagini e sensazioni mai esistite prima. E, forse, eterne.
Italo Salieri
Post del 14-06-2020
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Tags: fantascienza, giallo, umorismo, adams, percorso
Dopo che finii di leggere l'unica e sola “trilogia in cinque parti” altrimenti nota come “Guida galattica per gli autostoppisti” di Douglas Adams, provai l'antipatica sensazione di aver perduto degli amici. Amici a me cari – amici cartacei, ovviamente – che avevo imparato ad apprezzare, e con i quali mi ero divertito moltissimo, vivendo svariate, bizzarre avventure in giro per il Cosmo.
Ebbene, questa sensazione mi abbandonò all'istante non appena mi imbattei nel “detective olistico” Dirk Gently.
Come ogni produzione di Adams, anche la serie dedicata alle indagini di Dirk Gently trasuda genialità, ironia e una generosa manciata di sana follia. Insomma, il marchio di fabbrica dello scrittore inglese. A mio parere, proprio questi tre elementi rappresentano le colonne portanti dei romanzi di Adams. Elementi che, magistralmente dosati dall'autore, sono mescolati con interessanti spunti fantascientifici e, nel caso specifico, anche con tutto ciò che vi aspettereste di trovare in una storia del mistero. Enigmi, inganni, omicidi, indizi equivoci e personaggi memorabili.
È noto che i libri di Adams siano un felice, oltre che singolare connubio di generi, fantasia sfrenata e un sottile quanto intelligentissimo senso dello humor. Le trame, inoltre, sono così intrecciate – strettamente attorcigliate, direi – che è impossibile riuscire a dare un'idea abbastanza precisa di ciò che accade, evitando al contempo di rilevare troppi fatti salienti della storia. Il che, com'è logico, deruberebbe i lettori dell'impareggiabile gusto della scoperta.
Poiché non è mia intenzione fare spoiler, mi limiterò a riportare le quarte di copertina dei due romanzi che hanno per protagonista Dirk Gently – se non si fosse capito, libri che consiglio vivamente di leggere –, assieme ad alcune considerazioni/impressioni personali.
Dirk Gently. Agenzia di investigazione olistica
Il primo libro che ha per protagonista Dirk Gently fu pubblicato nel lontano 1987 con il semplice titolo: “Dirk Gently. Agenzia di investigazione olistica”.
Ecco cosa recita la quarta di copertina:
“La letteratura britannica ha offerto al mondo una gloriosa tradizione di Grandi Investigatori. E tra questi Dirk Gently certamente... non c'è! Inseguendo le tracce di un gatto scomparso incontra un vecchio amico del college, sospettato di avere ucciso il fratello della sua fidanzata, nonché suo capo. Dirk decide di aiutarlo a dimostrare la propria innocenza e finisce così per essere trascinato in un'avventura surreale e divertentissima. La sua missione? Una bazzecola, deve solo salvare l'umanità dall'estinzione.”
Come si intuisce dalla sinossi, il romanzo è difficile da classificare, poiché l'autore ha sfruttato con abilità temi appartenenti a diversi generi letterari, dal giallo alla fantascienza, dall'horror al fantasy. Fra questi, seconde me, la presenza del viaggio nel tempo è l'elemento più forte e caratterizzante.
In realtà, Dirk Gently non è nemmeno il vero nome del protagonista, ma lo pseudonimo che Svlad Cjelli si è scelto per portare avanti le sue particolarissime indagini evitando di essere riconosciuto. Ai tempi del college, infatti, Svlad aveva la fama di possedere il dono della preveggenza – un fatto da lui sempre vigorosamente negato. Superfluo dire quanti e quali tipi di fraintendimenti siano derivati da questa sua (non certo positiva) reputazione.
Come detto, Dirk Gently è un investigatore sui generis poiché è profondamente convinto che il “metodo olistico” da lui impiegato sia l'unico adatto a sbrogliare i misteri che attanagliano l'Universo. Poco importa se le indagini riguardano un gatto scomparso oppure un difficile caso di omicidio.
In effetti, il nostro sostiene spesso di credere nella “fondamentale interconnessione fra tutte le cose” come caposaldo della sua tecnica di investigazione che prevede, appunto, che tutto sia in dipendenza, diretta o indiretta, con tutto il resto. Per questo motivo affronta le indagini mediante un approccio di tipo non convenzionale e, all'apparenza, del tutto svincolato dal problema principale.
Come Sherlock Holmes, Dirk Gently vive e lavora a Londra, dove ha un ufficio-abitazione che ne rispecchia il carattere vulcanico e la difficile situazione economica, ed è sempre a caccia di fatti improbabili, per non dire impossibili, che userà abilmente per spillare soldi alle anziane signore, a cui dovrebbe ritrovare per l'appunto il gatto scomparso o, in alternativa, il marito presumibilmente fuggito per la disperazione.
Se devo essere sincero, questo primo romanzo è il mio preferito, sia per le idee frizzanti sia per la trama dall'intreccio perfetto. Elementi che mi hanno letteralmente tenuto incollato alle pagine, spronandomi a leggere la storia tutta d'un fiato e a gustarmela fino all'ultima parola.
I personaggi, poi, sono indimenticabili ed esilaranti, ognuno a suo modo. Fra gli altri, mi piacerebbe ricordare Urban Chronotis, Regio Professore di Cronologia allo St. Cedd's College di Cambridge, uomo di età indefinibile, sempre perso nei propri pensieri e, per questo, dall'aspetto fatalmente distratto, si rivelerà invece uno studioso attento ai dettagli, oltre che uno scienziato di primissimo ordine. Un personaggio che soltanto Adams, grazie alla sua sfrenata immaginazione, poteva tradurre in parole che prendono letteralmente vita sulla carta.
Fra gli svariati aneddoti che potrei citare per convincervi dell'originalità del testo, basti ricordare il divano irrimediabilmente incastrato sulle scale della casa di Richard MacDuff, l'amico di Dirk Gently. Un elemento che, sebbene sembri del tutto scollegato dal resto della trama, troverà la sua esatta collocazione (e giustificazione), dimostrando così la fondamentale interconnessione nello schema generale di tutte le cose. E l'insuperabile abilità come romanziere di Douglas Adams.
La lunga oscura pausa caffè dell'anima
Il secondo romanzo dedicato alle indagini di Dirk Gently fu pubblicato nel 1988 con il titolo originale: “The Long Dark Tea-Time of the Soul”.
Tale titolo deriva da una frase riportata nel romanzo “La vita, l'universo e tutto quanto” che fa parte del ciclo “Guida Galattica per gli autostoppisti”, tuttavia sembrerebbe che non esistano altri collegamenti fra le due serie di romanzi. Attenzione, dico: sembrerebbe.
Gli appassionati italiani di fantascienza dovettero aspettare ben ventitré anni prima di poter leggere la traduzione del romanzo che comparve in libreria con il titolo “La lunga oscura pausa caffè dell'anima” soltanto nel 2011.
Tale attesa, forse, servì per decidere a favore della traduzione ragionata del titolo. È il caffè, infatti, ad avere un impatto fondamentale sulla vita quotidiana e sulla cultura della nostra Penisola, in modo simile a quanto accade in Inghilterra con il the. Oppure, è proprio la pausa a cui Adams fa riferimento nel titolo stesso... Insomma, si tratterebbe di un'azione di marketing mal congegnata e, in ogni caso, un ritardo inaccettabile per noi lettori.
Futili commenti a parte, riporto di seguito la sinossi ufficiale del libro:
“Il secondo capitolo delle avventure del “detective olistico” Dirk Gently, che si trova invischiato in un pericoloso intrigo internazionale. Tutto inizia in un aeroporto londinese con un misterioso personaggio che tenta di imbarcarsi sul volo per Oslo. Chi è? E cos'ha a che fare con l'esplosione in un impianto nucleare? L'effervescente fantasia di Adams trascina il lettore in un fantasmagorico viaggio tra le antiche divinità nordiche, Odino in testa, svelando i difficili legami familiari tra questi e Thor, il patto diabolico stretto con due ricchi signori inglesi, e quanto sia difficile essere immortale e non avere più nessuno che ti adori.”
Il romanzo appare fin alla sinossi l'ennesimo, fantasioso lavoro partorito dalla mente di Adams, il quale in effetti riesce a coinvolgere il lettore fin dai primissimi capitoli grazie alle assurde situazioni in cui Dirk Gently e Kate Schechter, la protagonista femminile del romanzo, si ritrovano invischiati.
Come accade nell'episodio precedente, l'intreccio della trama è molto complesso e ogni dettaglio è interconnesso agli altri in modo profondo. È un vero piacere, dunque, arrivare all'ultima pagina per leggere una conclusione che dà senso compiuto al resto del romanzo. Una lettura tutto sommato appagante.
Ciononostante, “La lunga oscura pausa caffè dell'anima” ha avuto su di me una presa meno forte rispetto al precedente romanzo.
Questa impressione dipende molto probabilmente da un motivo del tutto personale. Mi aspettavo, infatti, un vero e proprio seguito, quando invece l'unico personaggio rimasto dal precedente episodio è lo stesso Dirk Gently.
Inoltre, alcune situazioni mi sono sembrate qualcosa di “già letto” in altri romanzi di Adams. In particolare, mi riferisco al tormentato rapporto amoroso fra Kate e il dio scandinavo Thor. Un chiaro riverbero (oppure un voluto rimando?), sia per modalità che toni ironici, all'inverosimile liaison amorosa fra l'alieno bicefalo Zaphod Beeblebrox e Tricia McMillan (detta Trillian), protagonisti con Arthur Dent della “Guida Galattica per gli autostoppisti”.
Purtroppo, anche l'ironia che permea il romanzo risulta parzialmente intaccata e, di conseguenza, non sempre efficace – perlomeno, non così efficace come accade nel primo romanzo. Alcuni lettori, addirittura, potrebbero storcere il naso trovandola un poco ripetitiva, mentre ai fan piaceranno senz'altro gli spunti comici di cui Adams ha disseminato la storia.
Segnalo, inoltre, che la trama è piuttosto frammentata – più frammentata rispetto al primo romanzo – tanto che la vera protagonista della storia sembra essere Kate. Di conseguenza, Dirk è relegato a un ruolo che potremmo considerare secondario. A giudicare dai commenti disponibili su Internet, alcuni lettori ritengono che Adams abbia badato più all'effetto comico delle singole situazioni che allo svolgersi generale della storia. E che abbia cercato di tirare le fila del discorso soltanto nel finale. Personalmente, non sono di questo avviso, troppo drastico ai miei occhi, ma devo ammettere che il romanzo è sembrato anche a me un poco “meno riuscito” rispetto al precedente. Una (piccola) macchia nell'altrimenti immacolato curriculum dell'autore inglese.
Nota positiva, invece, la presenza di gran parte delle divinità del Valhalla, e in particolar modo dello stesso Dio del Tuono, Thor, da sempre il mio preferito. E non per motivi che dipendono dai ben noti fumetti targati Marvel.
Anche in questo caso, però, vorrei muovere un appunto all'autore che ha dipinto Thor come un tipo rozzo e irascibile, un dio – in realtà, troppo simile a un uomo – in piena crisi, ormai privo di adoratori, e in pratica alla ricerca di se stesso. Insomma, una sorta di “Dio rock maledetto” che, sì, ha il suo fascino, ma che mi è parso troppo stereotipato, quasi fosse un archetipo funzionale alla trama, ma non del tutto credibile – o, perlomeno – verosimile di per se stesso.
Il salmone dl dubbio
Eccoci giunti al terzo episodio della serie che ha per protagonista il nostro investigatore olistico preferito.
Sorpresi che i due romanzi dedicati a Dirk Gently siano in realtà tre? Beh, non dovreste esserlo. Dall'autore di una – anzi, l'unica! – trilogia in cinque parti, è lecito aspettarsi che ogni tanto i conti non tornino.
A dire il vero, “Il Salmone del dubbio” è soltanto il titolo dell'ultimo romanzo cui Adams stava lavorando, prima di scomparire prematuramente nel 2001. Un titolo che è stato poi scelto per pubblicare una raccolta di massime, articoli, saggi brevi, frammenti di scritti e altre vere e proprie chicche per noi fan. Una raccolta, dicevo, che è stata pubblicata postuma alcuni anni fa (2002), grazie agli sforzi congiunti di alcuni amici e della moglie di Adams.
Di seguito riporto la sinossi ufficiale del libro:
“L'11 maggio 2001 il mondo ha pianto la prematura scomparsa di Douglas Adams, stroncato da un infarto a soli quarantanove anni. Fortunatamente Douglas ci ha lasciato qualcosa. Il fascinoso materiale che compone questo libro è stato recuperato dai suoi quattro computer e comprende tra l'altro: una lettera al direttore di una rivista per ragazzi (scritta a dodici anni); un elaborato e sognante ricordo della sua lunga storia d'amore per i Beatles; un pezzo del 1991 intitolato Il mio naso; un articolo in cui Adams chiarisce approfonditamente la sua spiccata preferenza per il whiskey; un reportage su un suo surreale pellegrinaggio in giro per l'Africa travestito da rinoceronte, divagazioni su computer, e-book e nuove tecnologie, racconti umoristici e i dieci capitoli del romanzo che stava completando, dal titolo appunto Il salmone del dubbio. Per i suoi fan vecchi e nuovi questo libro è l'ultimo, inatteso vagabondaggio in giro per una galassia più che mai piena di follie, meraviglie e risate.”
Consiglio vivamente la lettura di questo libro a tutti i fan di Douglas Adams, ma soltanto dopo aver completato il ciclo della “Guida galattica per gli autostoppisti” e aver letto i due romanzi sulle indagini di Dirk Gently.
Se avrete imparato ad amare l'autore inglese attraverso i suoi scritti umoristici, “Il salmone del dubbio” vi sorprenderà, regalandovi un'immagine indelebile dell'uomo che era e commuovendovi fino al midollo. Perlomeno, questa è stata la mia personalissima esperienza.
Tornando al libro, come riportato nella sinossi, esso comprende i primi dieci capitoli di un romanzo inedito dal titolo omonimo che ha per protagonista Dirk Gently, e di cui volutamente non svelerò nulla. Secondo le parole dello stesso autore, insoddisfatto del proprio scritto, tale romanzo avrebbe potuto essere anche un nuovo episodio della “Guida galattica per gli autostoppisti”. Oppure un crossover dei due cicli che, molto probabilmente, avrebbero trovato una conclusione congiunta e definitiva. Insomma, un compimento assoluto che, ne sono certo, avrebbe appagato Adams completamente, mettendo la parola fine alle storie che egli andava raccontando da quasi due decenni.
E non finisce qui!
Lo scorso anno, mentre davo un'occhiata ai nuovi titoli presenti su Netflix, mi sono imbattuto per caso, ma con grande sorpresa e gioia, nella serie TV dedicata a Dirk Gently.
Il telefilm è definito su Wikipedia come “un thriller comico che segue le bizzarre avventure dell'eccentrico detective olistico Dirk Gently e del suo riluttante assistente Todd, mentre affrontano un grande e apparentemente insensato mistero, attraversando percorsi improbabili con uno stuolo di personaggi selvaggi e a volte pericolosi, mentre ogni episodio li porta sempre più vicini alla verità.”
Come è possibile dedurre da questa descrizione, il telefilm non è sovrapponibile con le storie dei romanzi, sebbene la presenza del riuscitissimo personaggio di Dirk Gently (Samuel Barnett) e delle assurde, eccentriche situazioni che si ritrova ad affrontare, assieme alla serpeggiante ironia della storia, garantiscono ore di smodato divertimento. Almeno per i fan di vecchia data.
La serie, infatti, non ha avuto il successo che l'autore Max Landis della BBC Americana si aspettava, ed è stata cancellata dopo appena due stagioni e un numero esiguo di episodi:
Prima stagione (2016), 10 episodi;
Seconda stagione (2018), 8 episodi.
Per gli estimatori dei film dedicati a “Il Signore degli Anelli” potrebbe essere un'invitante opportunità per ritrovare Elijah Wood (Frodo Baggins) nei panni di Todd Brotzman, il riluttante (e fortuito) assistente di Dirk Gently che sta vivendo un difficile periodo e la cui vita sembra essere al centro delle vicende narrante nella serie TV.
Augurandomi di avervi incuriositi abbastanza da procurarvi i romanzi dedicati a Dirk Gently, non mi resta che augurarvi una buona lettura!
Italo Salieri
Post del 29-10-2011 (Edito: 24-05-2020)
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Tags: epica, fantasy, tolkien, percorso
Dopo molti anni, ho ripreso in mano alcuni dei “Racconti Incompiuti” di J.R.R. Tolkien – il celebre autore de “Il Signore degli Anelli” e “Lo Hobbit” con cui avevo trascorso interi pomeriggi della mia prima adolescenza –, restandone colpito ancora una volta in modo molto intenso, per non dire esistenziale.
Certo, anche anni or sono, da ragazzino, ogni storia di Tolkien lasciava dentro di me un seme, diciamo un'impronta poetica, ognuna delle quali col tempo è cresciuta, contribuendo a fare di me quello che sono. Emozioni, dicevo, di ampio respiro, istanti rubati da un Mondo Epico che è unico all'interno della letteratura moderna, e che affascina ad ogni età cui lo si affronti.
Per quel che mi riguarda, l'impressione che mi colpì maggiormente durante la prima lettura di questi racconti, e senza alcun dubbio anche dei ben più noti romanzi, furono l'ampiezza dell'azione e il carattere universale della trama, elementi che si snodano lungo vere e proprio Ere, secondo il metro temporale Umano, proponendo l'eterna lotta fra Bene e Male su un palcoscenico verosimile poiché immerso in atmosfere in bilico fra leggenda e storia. Infatti, seppure ogni personaggio personifichi, almeno in parte, un archetipo, egli è allo stesso tempo vivo, preda di un animo mai del tutto bianco o nero, in cui pulsioni e ragione devono trovare un equilibrio funzionale alla Trama, la quale – propriamente parlando – è l'evolversi della Storia di Arda. E, in tutto ciò, le Ere, gli Eroi e le Gesta si ripetono, così simili ma così diversi, in uno stratificarsi continuo di Storia, Leggenda ed Epica.
Ecco, dunque, un caso in cui a distanza di anni, uno scritto intriso di un insegnamento profondo riesce a superare le barriere fisiche cui è legato – e, ahimè, cui noi stessi siamo legati –, trasmettendo un nuovo messaggio a chi lo legge. Se, infatti, alcuni anni or sono fu la portata evocativa dell'intero corpus Tolkeniano a segnarmi per sempre, ecco svelata una nuova prospettiva fra quelle stesse lettere e righe di inchiostro che, pazienti ed immutate, mi hanno aspettato così a lungo. Una nuova via d'accesso mediante la quale potrò accedere all'impressionante ciclo fantasy di J.R.R. Tolkien.
All'interno dei “Racconti Incompiuti”, sono “Tuor e il suo arrivo a Gondolin” e “I figli di Húrin” (edito in una versione riveduta come romanzo a se stante nel 2007) a trovare una posizione predominante, se non altro perché sono i primi della raccolta e perché trattano del destino degli Uomini.
Segnalo, inoltre, che nel 2018 è stato pubblicato il libro “La caduta di Gondolin”, un'opera che raccoglie gli scritti relativi a Tour, alcuni già editi nei “Racconti perduti” e nei “Racconti incompiuti”, mentre altri inediti in Italia.
È, dunque, con un immenso senso di gratitudine verso il maestro Tolkien che mi accingo a esporre alcune delle riflessioni e delle idee che mi sono balenate per la testa dopo la seconda lettura di questi due racconti. Le mie presenti considerazioni, forse, potrebbero essere solo un lontano riverbero delle molte ore che passai chino sugli scritti del nostro Autore; oppure potrebbero rappresentare nuove chiavi di interpretazione che mi si sono dischiuse per conto loro davanti agli occhi, ancora una volta stupiti e gravidi di gioia. Ad ogni modo, queste riflessioni dovrebbero essere intese solo per quello che sono, ossia nemmeno una pretesa di commento rispetto a una fetta del vasto Universo Letterario di Tolkien – impresa questa per la quale occorrerebbe dedicare una vita intera.
Elementi essenziali dalle vite di Túrin e Tuor
Costerebbe molto spazio presentare in dettaglio i due racconti sui quali ho deciso di riflettere, né gioverebbe all'attenzione del lettore che, distratto, capitasse su queste righe credendo di leggere ben altra cosa. Dunque, cercherò di essere essenziale, sottolineando solo quei tratti del carattere e quegli episodi di vita che contribuiscono ad accomunare, ed assieme, a dividere i due personaggi protagonisti, Túrin e Tuor.
Per conoscere più in dettaglio le avventure di questi due eroi del legendarium Tolkeniano, vi invito a leggere i già menzionati racconti, oltre che i riassunti davvero ben fatti presenti in Wikipedia, di cui riporto i link:
Chi sono, innanzitutto, questi due Uomini, i cui nomi sono ormai persi nelle viscere del tempo?
Túrin e Tuor sono due cugini: figlio di Húrin, il primo, e di Huor, il secondo; discendenti di Hador Testadoro, capostipite dell’omonima Casa, che fu Signore del Dor-lómin prima di essere ucciso nella Dagor Bragollach, la quarta battaglia del Beleriand che, come noto, pose fine all'Assedio di Angband durante la Prima Era della Terra di Mezzo – vicende che si collocano circa seimila anni prima rispetto a quanto narrato ne “Il Signore degli Anelli”.
I due cugini, Túrin e Tuor, fanno dunque parte di una famiglia regale impegnata nell'amministrazione di terre pericolose poiché poste nell'immediato meridione dei possedimenti di Morgoth, l'Oscuro Vala che intende conquistare la Terra di Mezzo distruggendo le roccaforti e la civiltà elfiche. Ebbene, le vite di Túrin e Tuor si svolgono proprio nel segno dell'ira con cui Morgoth colpisce la casa di Hador, sancendone una sorte infelice. I due cugini, infatti, condividono un legame ben più stretto della parentela, un comune background esistenziale che trae origine dal dolore affrontato in gioventù per colpa di Morgoth – ossia del Male per definizione – che li condurrà, attraverso un percorso che, solo apparentemente simile, si snoda attraverso svariate ed ardue scelte e tappe di maturazione, fino al compimento dei loro destini.
Gwindor a Túrin: “Il cattivo destino è dentro di te, non nel tuo nome.”
L'infanzia e la prima gioventù
L'infanzia di Túrin è costellata da accadimenti tristi, che lo segnano nel profondo dell’animo e ne acuiscono il carattere già torvo e fiero, molto simile a quello della madre Morwen. Tali episodi negativi dipendono, senza dubbio, dalla maledizione gettata da Morgoth su tutti i figli di Húrin (Túrin, Lalaith e Niënor), sorta di incantesimo con cui il Signore Oscuro vuole vendicarsi dell’affronto subito dallo stesso Húrin. In tal modo, durante la sua infanzia, Túrin:
Si ammala a causa di un vento pestilenziale proveniente da Angdband, ma si riprende e sopravvive alla sorellina Lalaith, che rimarrà sempre nei suoi pensieri;
Piange la scomparsa del padre Húrin – il quale, a sua insaputa, è fatto prigioniero dall'Oscuro Signore affinché assista al triste destino che attende i suoi figli, ora maledetti;
Deve separarsi dalla madre all'età di nove anni, rinunciando nel contempo al calore famigliare e alle sue terre. Túrin si rifugia nel Regno Celato, dove sarà allevato da Re Thingol come uno dei suoi figli elfici – diventando dunque molto colto e abile nelle arti del combattimento.
L'infanzia di Tour, d'altra parte, non è meno dolorosa dal momento che:
Non conoscerà mai Huor, ucciso in battaglia mentre protegge la ritirata di Turgon, Re di Gondolin la Città Celata;
Non incontrerà mai la madre Rían che, appena nato, lo affida alle cure degli Elfi Grigi sotto la guida di Annael. Rían, quindi, avendo perso il senno a causa della morte del marito, decide di inoltrarsi e nelle terre selvagge, e da quel momento nessuno avrà più sue notizie;
A sedici anni viene fatto prigioniero come conseguenza di un'imboscata ad opera di Orchi ed Easterling, ossia gli Uomini Orientali al servizio di Morgoth. A questo punto, Tuor diventa schiavo di Lorgan l'Orientale per ben tre anni prima di riuscire a fuggire.
Così, anche se Morgoth non maledice direttamente il figlio di Huor, di certo il male è presente anche nei primi anni di vita di Tuor, concorrendo a determinarne le scelte e le aspirazioni future.
La ricerca della maturità e l'Avventura
Crescendo, ognuno dei due cugini entra in una nuova fase della sua esistenza, durante la quale affronta l'Avventura principale che ne sancisce la caduta o la gloria. Prima di intraprendere la propria ricerca, però, ciascuno dei due cugini trascorre un certo periodo da fuorilegge (outlaw), una sorta di periodo grigio necessario per comprendere quale sia strada da seguire.
Túrin vive addirittura due periodi “selvaggi”. Il primo, quando ancora si trova presso gli Elfi del Regno Celato; ormai adulto e avendo completato la sua istruzione, Túrin sceglie, assieme all'amico Beleg Arcoforte, di combattere in prima linea contro gli Orchi nelle marche più estreme del Doriath. Il secondo periodo selvaggio si svolge, invece, presso gli Uomini Lupo (Gaurwaith), un gruppo allo sbando di suoi simili che vivono nel Doriath razziando le proprietà altrui e violentando le donne, cui Túrin si unisce con l'appellativo di Neithal (l'offeso). Túrin diviene in breve tempo il capo della banda e, mosso da una sincera volontà di redimere tanto se stesso quanto i suoi compagni, riesce a imporre i propri ideali e la propria condotta più “retta”. Ma tutto è vano poiché porterà i Gaurwaith attraverso vicende dagli esiti alterni, fino al massacro finale per opera dei servi di Morgoth, favorito dal tradimento di Mîm il Nanerottolo.
Tuor trascorre quattro anni come fuorilegge nel Dor-lómin, alla ricerca della Porta dei Noldor che lo potrebbe condurre da Turgon, proprio quel Re di Gondolin per il quale perse la vita suo padre e che, in cuor suo, sente di dover trovare. Durante questi quattro anni, Tuor uccide molti Easterling ed Orchi – suoi precedenti aguzzini – guadagnandosi così una certa fama fra i nemici dell'Oscuro Signore. Per questi motivi, Ulmo (il Vala delle Acque) lo elegge a proprio messaggero per una missione che dovrà restituire speranza sia agli Uomini che agli Elfi, e che consiste nel comunicare a Turgon che è giunto il momento per scendere in battaglia contro Morgoth.
È facile rendersi conto di come il periodo da fuorilegge di Túrin abbia un connotato intrinsecamente distruttivo: un susseguirsi caotico di avventure, morti e sofferenza che lo portano ad avere una fama ambivalente – uccisore di Orchi per scelta e per amore della guerra, prima, e rinnegato dagli Uomini, poi. A mio modo di vedere, il comun denominatore di entrambi i periodi è un sentimento di estraneità rispetto alle persone e al mondo civile, sia Umano che Elfico, e un'irrazionale quanto irrefrenabile volontà di affermare la visione cruda e pessimistica della realtà che lo contraddistingue.
Al contrario, il periodo da fuorilegge di Tuor porta in sé il seme della speranza, dato che consente al giovane in via di maturazione di costruirsi una fama positiva agli occhi di Ulmo e di tutti colori i quali si oppongono a Morgoth per amore della Terra di Mezzo e della propria libertà. Da non sottovalutare che Tuor, al contrario del cugino, cerca già da solo di realizzare il proprio sogno, e cioè liberarsi dalla schiavitù del Male – esemplificata dall'incapacità di uscire dal Dor-lómin – trovando la leggendaria Porta dei Noldor che lo condurrebbe al Regno di Turgon.
Durante l'Avventura – intesa come insieme di eventi e sotto-trame con le quali si esaurisce la “missione” del personaggio – Túrin compie un percorso labirintico, nel quale alla fine si perde per sempre. Al contrario, Tuor prosegue dritto per la sua strada, arrivando alla meta tanto agognata, Gondolin, quasi senza patire alcuna sofferenza.
Vediamo brevemente gli eventi e le principali condizioni al contorno che determinano il fato dei due discendenti di Hador.
Túrin cambia per ben nove volte il proprio nome, passando dal primo, Neithal, all'ultimo Turambar (Padrone del Destino), appellativo beffardo dal momento che sarà il destino, quello voluto da Morgoth, a piegarlo e a condurlo al suicidio.
Fra queste due fasi, iniziale e finale, Túrin conosce diverse vittorie e sconfitte, fra le quali si ricordano:
La morte di tutti i Gaurwaith a causa del tradimento di Mîm il Nanerottolo, il quale agisce ottenebrato dalla gelosia che prova nei confronti dello stesso Túrin e dall'odio per Beleg;
L'omicidio dell'amico Beleg, delitto di cui Túrin si macchia per errore credendosi assalito dagli Orchi;
La gloria e la posizione di comando che Túrin raggiunge a Nargothrond, che ben presto lascia il posto alla caduta di questo stesso regno a causa delle sconsiderate scelte di Túrin;
La morte di Finduilas, figlia di Orodreth di Nargothrond, che Túrin decide di non trarre in salvo dagli Orchi, nonostante l'amore profondo che lei nutre nei suoi confronti – un sentimento che, come svelato da Gwindor, avrebbe avuto il potere di annullare la maledizione di Morgoth;
L'arrivo nel Brethil e le cure da parte di Brandir Lo Zoppo, capo della gente di Haleth. Dopo un periodo relativamente tranquillo durante il quale Túrin si convince di essere sfuggito dal proprio nome e, quindi, dal proprio destino, avviene l'incesto con la sorella Niënor, il suicidio di quest’ultima e l’omicidio di Brandir che Túrin compie accecato dalla collera;
Infine, il proprio suicidio sulla spada Gurthang che, dimostrando pietà, lo finisce in modo rapido.
L'avventura di Tuor è più lineare rispetto a quella di Túrin.
Dopo avere abbandonato il Dor-lómin, grazie all'aiuto di Gelmir e Arminas, due Elfi inviati da Ulmo, Tuor supera la Porta dei Noldor e giunge nel Nevrast, dal quale può incamminarsi vero le antiche aule di Turgon;
Qui, Tuor trascorre diversi mesi, rapito dai paesaggi sublimi e dalla vita tranquilla e solitaria che può condurre sulle spiagge del Belegaer, il Gande Mare, avendo come unici compagni alcuni maestosi cigni;
Infine, Tuor giunge a Vinyamar, l'antica dimora di Turgon, e si veste dell'armatura e delle armi che il Re Elfico aveva lasciato lì, ubbidendo a un preciso comando di Ulmo;
Tuor, quindi, incontra lo stesso Ulmo che lo incarica di una delicata missione, nominandolo suo messaggero presso Elfi e Uomini. Il Vala, inoltre, lo esorta a seguire il suo consiglio, e a non indugiare oltre in quelle regioni. Dovrà seguire la guida e i consigli di Voronwë, un Elfo di Goldolin che Ulmo salverà dal naufragio affinché lo porti indenne fino a alla Città Celata;
Dopo un viaggio tutto sommato tranquillo, anche grazie al buon senso col quale Tuor si affida alle conoscenze di Voronwë, i due compagni di viaggio giungono a Gondolin, attraversano i Sette Cancelli della città e sono ammessi al cospetto di Turgon;
Qui termina il racconto scritto da Tolkien (chiamato dal figlio Christopher, “Tuor e il suo arrivo a Gondolin”). Dalle note ed appunti sopravvissuti all'Autore, sappiamo che Tolkien intendeva intitolare questo racconto “La caduta di Gondolin”. Turgon, infatti, pur ammettendo Tuor fra le fila dei suoi e consentendogli di sposare sua figlia, Idril, non avrebbe dato ascolto al consiglio di Ulmo. Tale decisione, unita al tradimento di Maeglin, avrebbe determinato la caduta di Gondolin per opera di Morgoth. Ad ogni modo, Tuor sarebbe sopravvissuto al fato della Città Celata, riuscendo a salvare le vite di sua moglie e del figlio. Sentendo, quindi, l'irresistibile richiamo di Beleraeg, Tuor sarebbe giunto a Valinor attraversando il mare. A quel punto, lo stesso Eru Iluvatar – il Dio Creatore dell'Universo Tolkeniano – lo avrebbe “glorificato”, unico fra gli Uomini, ad Elfo immortale, in contrapposizione a quanto concesso a Luthién, la sposa elfica di Beren alla quale fu concesso di divenire mortale per amore.
Da quanto fin qui detto e delineato, appare evidente come Túrin e Tuor siano due personaggi contrapposti. Infatti, nonostante condividano un'origine comune e trame di vita, tutto sommato, molto simili, l'esito dei rispettivi percorsi ed avventure sono diametralmente opposti.
Túrin è un personaggio principalmente negativo, con sprazzi di luce quali la compassione e la pietà che sa provare per persone care o per gli estranei e, ovviamente, il coraggio e la determinazione che dimostra in battaglia. Ma, nonostante i molti tentativi che compie, la su vita fallisce, piegata da un potere più grande di lui, che egli non sa, o non vuole, combattere fino in fondo. Túrin, infatti, assecondando la propria naturale inclinazione o carattere, preferisce fuggire dal proprio nome e, quindi, dalla maledizione gettata dall'Oscuro Signore: in altre parole, Túrin cerca di fuggire da se stesso, cosa di per sé impossibile. D'altra parte, la maledizione di Morgoth è reiterata più volte nel corso del racconto da Glaurung il Drago, il quale col suo potere magico inganna lo stesso Túrin, convincendolo a non soccorrere Finduilas per recarsi nel Doriath in cerca della madre e della sorella; e soggioga la stessa Niënor, su cui impone un velo d’ombra che ne cela il passato e la memoria, conducendola alla perdizione nelle braccia, e nel giaciglio, del fratello mai conosciuto, Túrin. Inoltre, lo svenimento finale di Túrin, è una sorta di incantesimo con il quale Glaurung si serba la possibilità di svelare l’avvenuto incesto a Niënor, senza che Túrin possa sostenerla in alcun modo di fronte a quella orribile verità.
Al contrario, Tuor è un personaggio prevalentemente positivo, che adempie alla sua missione di messaggero senza intoppi, fidandosi di Ulmo e Voronwë: egli, dunque, è in grado di cogliere il successo con l'unica e sola possibilità che il fato gli dona. Tuor è il portatore della speranza, di “una luce che squarcerà il buio” che, in seguito, Turgon non sarà capace di cogliere, condannando Gondolin alla caduta finale. Tuor, dunque, non ha colpa per la sconfitta della Città Celata, e anzi è premiato da Eru con l'ascensione ad Elfo, unico fra tutti gli essere mortali nell'intera storia di Arda. In altre parole, Tuor viene benedetto da Ulmo, prima, e da Eru, poi: una fiducia totale a fronte di un impegno costante da parte di Tuor che combatte e vince più volte i propri impulsi, sacrificando per esempio la possibilità di vendicarsi di alcuni Orchi, per attenersi alla via indicata da una volontà superiore alla sua.
Come osservazione conclusiva sulle Avventure di Túrin e Tuor, è bene notare che i due cugini si incrociano solamente di sfuggita nei pressi dello stagno Ivrin nei boschi dello Nùath. In questo episodio, Tuor e Voronwë sono avvolti nel mantello di Ulmo, e sono pertanto invisibili agli occhi di Túrin; quest'ultimo, invece, è accecato dal dolore acceso dalla morte di Finduilas, e vaga impazzito e urlando la sua sofferenza. Per tali ragioni i due parenti non hanno la possibilità di riconoscersi e presentarsi. Anzi, agli occhi di Tuor, l'altro appare come un uomo solitario, vestito di nero, che brandisce una spada altrettanto nera, mentre vaga per i boschi gridando frasi sconnesse. Un uomo, insomma, tormentato e da evitare, che sortisce in lui un senso di meraviglia. È lecito domandarsi, a questo punto, che effetti avrebbe potuto avere su Túrin un incontro meno fugace con il ben più fortunato cugino.
Ulmo a Tuor: “L'ultima speranza sola rimane […]. E quella speranza è in te; perché così io ho voluto.”
La casualità anomala della Macchina Tolkeniana
Trovo davvero affascinante la contrapposizione simbolico-letteraria fra Túrin e Tuor, personaggi che rappresentano, a mio modo di vedere, due facce della stessa medaglia. In un certo senso, potrei azzardare che l'umanità intera è riassunta in queste due figure grigie, costituite da una miscela, a volte contrastante, di sentimenti e pulsioni, e assistiti in modo assai differente dalla sorte.
Pur condividendo origini del tutto simili (famiglia, erudizione elfica, etc.), Túrin e Tuor hanno caratteri molto differenti, e sono questi, mediante le decisioni prese nel corso dei racconti, a sancire chi realizzerà se stesso e chi, invece, perirà.
Túrin è testardo, leale e capace di provare pietà, ma anche superbo e incline all'ira. Così, egli non ascolta le parole di Beleg, né quelle di Thingol/Mablung o Gwindor, e non presta attenzione nemmeno all'amore incondizionato offertogli da Finduilas. Come prevedibile in base a questi tratti caratteriali, Túrin sceglie di seguire l'ammonimento di Glaurung il Drago, in parte perché ingannato e in parte perché punto sul vivo. E, in genere, Túrin predilige porre rimedio o reagire ai suoi problemi/imprevisti con la rabbia e la violenza (per esempio uccide Brandir a sangue freddo).
Dal canto suo, Tuor, sebbene meno caratterizzato del parente, appare più equilibrato e paziente, come dimostra il fatto che attende per ben tre anni l'occasione giusta per fuggire da Lorgan, evitando così di rischiare inutilmente la vita. Inoltre, Tuor è capace di porre la propria fiducia nel prossimo, cosa che lo contraddistingue in modo netto da Túrin. Di contro, si potrebbe asserire che Tuor è alquanto solitario, come dimostra con il suo temporeggiare nel Nevrast, e timorosamente cauto, tratto che lo porta a non soccorrere il cugino quando lo incrocia presso lo stagno di Ivril.
Ebbene, nonostante l'influenza determinante che il Fato, sia esso chiamato Morgoth o Ulmo, dimostra di avere sulle vicende di Túrin e Tuor, ciò che mi è sembrato chiaro dalla lettura dei due racconti è che le scelte individuali giocano un ruolo fondamentale nel dispiegarsi della storia personale di ciascuno dei due personaggi. In altre parole, il compimento del destino dei due cugini – e, per estensione, di ciascuno di noi – può essere visto come una questione di scelte, compiute in base al proprio carattere, oltre che nella bravura con cui ci destreggiamo nella società attraverso difficili interazioni sociali e informazioni parziali (potenzialmente manipolabili). Ritornando a Túrin e Tuor, le interazioni sociali sono fondamentali se si pensa che il tradimento di Mîm e quello di Maeglin avranno esiti di natura differente rispetto al futuro di Túrin e Tuor.
Se così è, il destino degli Uomini si trova davvero racchiuso nelle aule della Casa di Hador.
Il Fato diventa un concetto di casualità anomala all'interno del complicato legendarium Tolkieniano, in quanto la Storia di Arda è determinata dalle scelte degli Uomini, o degli Elfi, le quali si incastrano in disegni multipli e oscuri predisposti dall'Oscuro Signore, e corretti dalla saggezza di Ulmo o dall'amore di Finduilas. Ma non è mai presente la pretesa, o almeno così mi pare, che il destino sia scritto prima che i protagonisti portino a termine le proprie vicende, costituite tanto da missioni a valenza universale quanto da accadimenti intimi e personali. Per riallacciarmi allo stupore che provai da adolescente quando lessi per la prima volta gli scritti di Tolkien, la “macchina letteraria” del Nostro Autore è viva in quanto la trama, la Storia di Arda appunto, si evolve solo nel momento in cui i personaggi decidono sul da farsi rispetto alla situazione contingente in base alle passate esperienze e, ovviamente, al proprio carattere che fa di loro ciò che sono.
L'Umanità intera può, allora, riconoscersi nei due cugini, Túrin e Tuor, predestinati in qualche modo a seguire una certa strada per azione di poteri più grandi di loro e, allo stesso tempo, lasciati liberi di assecondare o mutare il proprio destino mediante le scelte arbitrarie di cui sono essi stessi i soli artefici.
Conclusioni
In conclusione, ciò che, secondo me, possiamo trarre dai due racconti presentati è un messaggio di responsabilità individuale: il destino di ognuno di noi, infatti, non è immune dalle nostre scelte, anzi dipende in modo sostanziale da queste.
In questo modo, giorno dopo giorno, bivio dopo bivio, abbiamo nelle nostre mani il potere di dirigere i nostri passi in una determinata direzione e, così facendo, influenzare le vicende altrui e, dunque, il corso della storia. Sotto questo punto di vista, è mia opinione che le avventure di Túrin e Tuor possano essere lette come un invito che Tolkien avanza a credere in noi stessi, nonostante le avversità transitorie e l'apparente impossibilità di sormontare gli ostacoli, che a volte ci appaiono al di là delle nostre forze.
In casi come questi, sembra dirci l'Autore, è bene fidarci dei consigli o del parere di quanti ci vogliono bene, per esempio Thingol, o di coloro i quali ci affiancano lungo il nostro faticoso cammino, per esempio Voronwë. Il Male, sembra suggerire l'Autore, non è ineluttabile, pur essendo il luogo da cui tra origine e verso cui potrebbe essere diretto l'Uomo, perché possiamo decidere scientemente di dissiparlo con le nostre azioni.
Prendendo a prestito un'immagine della filosofia orientale, se Túrin e Tuor sono lo yin e lo yang del quotidiano vivere umano, ebbene il loro incontrarsi rappresenta il senso univoco delle nostre esistenze, ognuna delle quali diventa una sola delle moltissime strade che contribuiamo a costruire basandoci sulle nostre forze, ora favoriti e ora ostacolati dalla Faziosa Fortuna.
Italo Salieri
P.S. Agli appassionati degli scritti di Tolkien, consiglio vivamente di dare un'occhiata al sito dei “Quaderni di Arda”, la rivista curata dall'Associazione Italiana Studi Tolkieniani, attualmente edita con cadenza annuale. In particolare, segnalo l'interessantissimo articolo di Alessandro Frambini intitolato “Tolkien, la fantascienza, il fantasy: paradigmi per mondi possibili”, che potete scaricare in formato .pdf da qui. Fra le altre cose, si parla del rapporto fra Tolkien e Isaac Asimov…
Post del 31-08-2015 (Edito: 03-05-2020)
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Tags: fantascienza, saggi-scientifici, umorismo, consigli-di-lettura
In questo post un po' atipico, vorrei segnalare alcuni libri che reputo particolarmente stimolanti.
Perdonate il narcisismo, ma il primo spunto di lettura deriva da uno dei miei brevissimi racconti di fantascienza (appena quattro pagine!) intitolato “Progetto: Alpha”, incluso nella raccolta “Racconti di Fantascienza”, con cui partecipai al concorso “On writing - Leggete & Scrivete” organizzato da “Il Corriere della Sera” nel lontano 2001.
Fra l'altro, è un racconto a cui sono molto affezionato dato che fu stato inspirato da un sogno di mio padre (il vero esperto di fantascienza in famiglia). A parte il fatto che arrivai in finale del sopracitato concorso.
Ecco la (breve) trama: “All'apice della sua grandezza, l'Uomo scopre di essere l'esperimento meglio riuscito di una specie aliena, i Genitori, capace di dare vita a interi pianeti e nuove civiltà per un mero capriccio scientifico.”
All'epoca in cui scrissi “Progetto: Alpha”, le mie conoscenze di biologia erano scarse, soprattutto per quanto riguarda l'origine della vita e la Teoria dell'Evoluzione. Oggi, da laureato in scienze, trovo molto affascinante la tematica, e non posso che trovare almeno un po' ingenua la mia scelta di attribuire l'origine dell'Uomo a una specie aliena. Vorrei, dunque, invitarvi a leggere almeno uno dei saggi che affrontano la tematica da un punto di vista scientifico (e spesso speculativo), e che più mi hanno colpito:
“Seven Clues to the Origin of Life” di A.G. Cairns-Smith
“The Collapse of Chaos” di J. Cohen e I. Stewart
“L’altro segreto della vita” di I. Stewart
“Esplorazioni Evolutive” di S. Kauffman
Purtroppo, come suggeriscono i titoli, i primi due libri sono editi soltanto in lingua inglese (a mia conoscenza). Ciononostante, si tratta di saggi eccezionali poiché gli autori presentano le proprie idee in modo leggero e quasi giocoso.
Cairns-Smith, infatti, espone in chiave investigativa, affidandosi alla metodica paradossale di Sherlock Holmes, sette tracce che suggeriscono come i cristalli di argilla rappresentino un possibile materiale genetico low-tech capace di catalizzare la trasmissione dell'informazione genetica, almeno fino all'avvento degli acidi nucleici.
Cohen e Stewart presentano idee rivoluzionarie sull'origine della vita, che corrisponderebbe all'ordine originatosi dall'interazione fra caos e complessità (entrambi da intendersi in accezione matematica). Per spiegare i dettagli delle principali idee discusse, gli Autori prendono spunto da ipotetici dialoghi con un alieno, e alla fine mettono in luce che l'attuale metodo riduzionista non sia il migliore possibile per studiare l'origine vita nel succitato contesto.
Fra le letture in italiano, sempre Stewart riprende ed estende le idee del precedente libro, notando che se il DNA è stato il primo segreto della vita scoperto dall'uomo, il secondo segreto è senz'altro il controllo matematico dell'organismo in crescita. La materia vivente si configura, quindi come interazione fra DNA e matematica. Quest'ultima, infatti, è uno dei principi universali che guidano l'intero universo, informazione genetica compresa. Il DNA, per usare le parole dell'Autore, “non si identifica con le regole, ma ne è solo il veicolo”.
Infine, il libro di Kauffman è uno delle pietre miliari di una branca scientifica d'avanguardia, nel quale l’'utore approfondisce le sue intuizioni sulla coevoluzione, sul comportamento delle reti, sul concetto di “margine del caos”, e si impegna nella ricerca della quarta legge della termodinamica. Quest'ultima dovrebbe essere in grado di spiegare come la nostra biosfera (e l'intero universo) sia in grado di auto-organizzarsi, “determinando da sé le leggi che la regolano”.
Se preferite letture fantascientifiche impregnate sulla fisica quantistica, suggerisco “Schild’s ladder” di Greg Egan, uno di quei libri difficili da leggere, ma che si impara ad apprezzare strada facendo, e che – una volta finiti – lasciano nel lettore un senso di vuoto, molto simile a quello che si prova quando si saluta un amico per sempre.
Il romanzo è classificabile nel genere Hard Science Fiction, ossia un romanzo di fantascienza la cui trama è basata e intrisa di elementi e concetti di almeno una delle cosiddette scienze “dure” (in questo caso, appunto, la fisica). Da questo punto di vista, la lettura del romanzo è consigliata soltanto a persone motivate, a cui piacciono i giochi intellettuali, e che sono appassionate di scienza.
Ad ogni modo, “Schild’s ladder” travalica i confini della fisica poiché racchiude, sullo sfondo di una storia di investigazione scientifica, una linea narrativa profonda di tipo esistenziale, che ha per protagonista un fisico del futuro. Lungi da me voler riassumere la trama, dirò solamente che accanto a esperimenti di fisica che creano un nuovo Universo; accanto all'esposizione di teorie avanzate di fisica moderna, ovviamente condite con elementi fantasiosi inventati dall'Autore; e accanto alla rivalità tra fisici teorici e modellisti, “Schild’s ladder” affronta il delicato tema che accomuna l'esistenza di ognuno di noi. Come possiamo dire di essere sempre gli stessi, e cioè come possiamo affermare di essere quello che siamo, quando il tempo passa, le esperienze ci cambiano, e tutto attorno a noi, dalle particelle di cui siamo fatti alle stelle che ci permettono di vivere, sono in continuo movimento ed evoluzione, e corrono inesorabilmente verso un futuro inesplicabile?
In realtà, la risposta a questa domanda si trova già nel titolo ed è spiegata per esteso in un paio di paginette la fine del romanzo. Vi invito a leggerle per comprendere la visione che l'Autore ha in merito. A mio parere, si tratta di una riflessione senz'altro originale, sebbene criticabile.
Non vi nascondo che anche il sottoscritto ha avuto non poche difficoltà a capire alcuni dei concetti esposti nel romanzo di Egan, concetti che sono alla base della fisica moderna. Senza contare che leggere la dettagliata descrizione della matrice quantistica con cui si apre il romanzo è stata una vera e propria prova di pazienza, una prova che Egan ha saputo premiare con lo sviluppo della trama.
Ad ogni modo, per comprendere almeno a grandi linee alcuni dei concetti e alcune delle diatribe fra fisici teorici e sperimentali accennate in “Schild’s ladder”, ho trovato molto utile, oltre che interessante, la lettura di “I conigli di Schrodinger” di Colin Bruce. Si tratta di un saggio scritto con grande competenza da un autore che è in grado di spiegare in modo semplice ma elegante cosucce come: la relatività di Einstein, il comportamento delle particelle in determinate condizioni sperimentali e la possibilità che esistano Universi Paralleli in comunicazione fra loro.
L'ultimo consiglio di lettura si riferisce a un classico della letteratura inglese “Travels into Several Remote Nations of the World, in Four Parts. By Lemuel Gulliver, First a Surgeon, and then a Captain of Several Ships”, meglio noto come “Gulliver”s Travels” (“I viaggi di Gulliver”) il famoso romanzo dell'autore irlandese Jonathan Swift.
Sebbene abbia letto molto tempo fa questo capolavoro del pensiero umano, mi ricordo ancora quanto ne sia rimasto colpito.
A parte la fantasia con cui Swift riesce a creare un numero ragguardevole di viaggi tanto eccentrici quanto ironici, il libro è zeppo di dettagli e descrizioni così particolari da proiettare il lettore in un mondo nuovo. Se si accettano le premesse iniziali, le avventure che vedono protagonista Gulliver sembrano tratte da un fedele diario di viaggio riferito ad eventi davvero accaduti. A questa atmosfera contribuisce poi la travagliata storia editoriale del libro, pubblicato due volte a distanza di otto anni, dato che la prima edizione era stata sottoposta a numerosi adattamenti e omissioni, nel timore che i lettori e le autorità inglesi potessero ritenerlo “troppo audace”. In età abbastanza avanzata, lo stesso Swift vorrà vedere in quest'opera la causa che gli ha precluso una migliore carriera ecclesiastica.
“I viaggi di Gulliver” rappresentano un'opera letteraria senza tempo che non ha bisogno di presentazioni. Vorrei però invitarvi a leggere (magari in inglese) questo incredibile libro per due ragioni principali:
Lo stile semplice e preciso (nella versione in lingua originale) con cui l'Autore ha scritto che serve, per sua stessa ammissione, a raggiungere il maggior numero di persone possibile;
L'ironia satirica e la critica sociale che permea ogni capoverso del libro, tanto più che si tratta di osservazioni spesso universali, capaci di superare le barriere del tempo, così da risultare attuali o, per lo meno, adatte alla sensibilità contemporanea. Scoverete qua e là spunti interessanti per riflessioni tutt'altro che banali.
Se vi chiedete qual è la parte che preferisco, vi posso dire che si tratta dell'ultimo capitolo, dedicato agli Houyhnhnms e agli Yahoo. In particolare, ho trovato la chiusura de “I Viaggi di Gulliver” sensazionale, una dura riflessione sull'incapacità dell'Uomo di comprendere i propri simili, soprattutto quelli che non rientrano nei cosiddetti “canoni comuni”.
Quale che sia la vostra scelta fra i libri proposti, non mi resta che augurarvi: buona lettura!
Italo Salieri
Post del 11-02-2012 (Edito: 26-04-2020)
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Tags: dexter, giallo, umorismo-nero, percorso
Dopo alcune settimane, torno a occuparmi di un personaggio reso famoso dagli schermi televisivi. Signori e signore, ecco a voi Dexter Morgan!
Protagonista dell'omonima serie TV, Dexter ha conquistato diversi milioni di fan in tutto il mondo, me compreso. Personalmente, ho guardato quattro delle otto serie prodotte dalla Showtime, comprando i relativi DVD che custodisco gelosamente nella mia videoteca. È un piacere tenere quei dischi ben ordinati e allineati in una scatola chiusa, lontana da occhi indiscreti – quasi fossero vetrini da microscopio che nascondono un segreto inquietante. Ed è un piacere aprire la scatola, passare un dito sopra quei dischi e, scelta la puntata preferita, infilare il relativo DVD nel mio fidato lettore, ogni volta che ho voglia di una cupa serata di caccia all'uomo.
Eh sì, perché (per chi non lo sapesse) Dexter è uno dei più spietati serial killer che abbiano mai calcato le scene in tutta storia della TV americana.
Intendiamoci, Dexter non è un professionista, cioè uno che guadagna dei soldi uccidendo le persone. Al contrario, uccidere la gente è soltanto il suo hobby, il suo passatempo preferito: un'attività cui non può rinunciare, se non vuole impazzire del tutto. Nella superficiale cordialità di tutti i giorni, Dexter è il ragazzo della porta accanto, un “topo da laboratorio” timido e impacciato che ha pochi amici. Dexter, infatti, lavora come tecnico della scientifica di Miami, ed è specializzato nell'analisi delle macchie di sangue che vengono rinvenute sulle scene del crimine di tutta la città. Anche per la sua natura distorta, Dexter è molto bravo nel suo lavoro, e riesce a ricostruire le dinamiche di un omicidio senza commettere errori.
In realtà, l'uomo chiamato “Dexter” è la maschera ben costruita che nasconde “Il Passeggero Oscuro”, ossia una voce che dimora nell'ipotetica anima di Dexter, e lo sprona a uccidere. Solo quando Dexter commette un omicidio, la voce si tranquillizza, almeno per un po', e lui può tornare a essere quell'anonima persona che finge di essere tutti i giorni della sua defilata esistenza.
Il Passeggero Oscuro trae le sue origini da un fortissimo trauma che Dexter ha vissuto da bambino: l'omicidio di sua madre. Il piccolo Dexter, infatti, è stato costretto ad assistere alla violenta morte della genitrice, e a rimanere immerso nel suo sangue per svariati giorni, prima di venire salvato da Harry Morgan, un detective di Miami Dade. È a causa di questo trauma che Dexter cessa la sua carriera da essere umano, e si trasforma in un involucro vuoto, del tutto incapace di provare rimorso o perdono.
Per sua fortuna, Harry Morgan decide di adottarlo. Abituato ad avere a che fare con criminali e situazioni estreme, il detective intuisce subito che Dexter è rimasto traumatizzato e che, crescendo, potrebbe sviluppare una sadica tendenza all'omicidio. Poiché Harry si ritiene responsabile per la morte della donna, sua informatrice in un brutto caso di droga, farà di tutto per evitare a Dexter il triste destino che si prospetta per lui. Diventare un serial killer, e finire ammazzato su una sedia elettrica, non è di certo il radioso futuro che Harry si augura per il nuovo cucciolo di casa.
Così Harry osserva Dexter per anni durante la sua crescita, e riconosce tutti i tipici caratteri dell'omicida seriale: acuta timidezza; refrattarietà a socializzare; e una spiccata tendenza a maltrattare gli animali. Ormai conscio che Dexter è sulla cattiva strada, Harry sceglie di insegnare al ragazzo come controllare il mostro che abita in lui, grazie a un ferreo codice di comportamento. Questo codice si articola in passi successivi, e prevede innanzitutto la costruzione di una maschera “umana”, una vera e propria copertura che possa porre Dexter sopra a ogni sospetto. Per questo motivo Dexter studia e diventa un tecnico della scientifica, e si sforza di avere dei rapporti cordiali con tutti, colleghi e conoscenti. Inoltre, Harry spiega al proprio figlio adottivo tutti i trucchi del mestiere, insegnandogli di fatto a non lasciare tracce mentre compie i suoi efferati delitti. Infine, Harry si preoccupa di instillare in Dexter una sorta di coscienza sintetica che lo costringe a indagare per essere sicuro di uccidere solo chi se lo “merita”, come pedofili e assassini. In pratica, Harry crea un omicida efficiente, mosso dalla volontà di uccidere chi fa del male alle brave persone di Miami.
Questa idea è molto interessante poiché potenzialmente pone Dexter (la serie TV) al centro di dibattiti di natura etica e politica assai importanti: per esempio, la pena di morte che è ancora legale in diverse Nazioni; e la possibilità di farsi giustizia da soli, magari mediante il porto d'armi.
Dexter, secondo me, è di più di questo. Dexter è innanzitutto un'attenta e asettica disamina dell'animo umano.
Per rendersene conto è sufficiente ascoltare con attenzione i dialoghi, e cogliere le sfumature e i doppi sensi che riguardano l’esistenza umana, un tipo di riflessione su cui Dexter Morgan torna spesso mentre investiga per capire se una potenziale vittima rientri nei parametri previsti dal codice di Harry.
Ma non finisce qui! Dexter è innanzitutto un'opera letteraria ideata dall'autore americano Jeff Lindsay. Secondo me, qualcosa di nuovo e davvero ben scritto, oltre che intriso di un umorismo nerissimo.
In Italia, sono stati pubblicati tutti i romanzi della saga dedicata a Dexter. Personalmente, ho letto i primi due capitoli: “Dexter Il Vendicatore” e “Dexter il Devoto”. Una rapida ricerca su Amazon vi permetterà di trovarne di più.
Vi invito a leggere questi romanzi, che costituiscono l'insostituibile resoconto in prima persona delle vicende di Dexter. Il fatto di avere come narratore-protagonista un “killer buono” costituisce, secondo me, un esperimento letterario interessante. Vi invito a immedesimarvi in Dexter per guardare il mondo, almeno quello fittizio, dal suo punto di vista. In alcune scene, Dexter passa in rassegna alcuni comportamenti cosiddetti “normali” dell'uomo (come ubriacarsi a una festa), descrivendoli per come li vede lui. Non si tratta di una critica oscurantista o bigotta, ma di una nuova e singolare prospettiva che fa sembrare l'intera umanità una stupida trovata evolutiva; qualcosa di strano e impossibile da capire; qualcosa privo di significato tanto quanto Dexter è vuoto a causa del suo stato di mostro.
Nel complesso, l'analisi dell'animo umano compiuta da Lindsay mi pare più complessa di quanto possa sembrare a una prima lettura. Mi sembra, infatti, che l'Autore intenda analizzare l’Uomo colto nelle sue contraddizioni e pulsioni estreme, e voglia criticare le convenzioni sociali e le apparenze che siamo costretti a rispettare nella vita di tutti i giorni per essere considerati “normali”.
A sostegno di ciò, basti pensare che lo stesso Dexter, riferendosi al Passeggero Oscuro, afferma più volte di essere un mostro oppure un sub-umano; al contrario, altre volte si considera un superuomo, superiore perlomeno alle vittime di cui studia le abitudini e che decide di uccidere. Dexter afferma spesso di non possedere emozioni poiché appunto è un mostro, ma si contraddice spesso su questo punto quando si arrabbia, o si sente frustrato o, ancora, si lamenta se è costretto a tralasciare il suo hobby preferito.
Come narratore, Dexter è spiritoso e usa parecchia ironia, soprattutto quando descrive le abitudini e i vizi dell'umanità. Certo, l’ironia è la costante dei due libri che ho letto, ed è presente anche quando l'atmosfera si fa cupa e le vicende narrate diventano davvero orrifiche. In un'ultima e personalissima analisi, l'umorismo nero con cui la voce del protagonista ci accompagna lungo le diverse tappe della sua vicenda (e maturazione) è qualcosa di speciale, una modalità narrativa coinvolgente, che mantiene il lettore sempre attento e sulle spine per sapere come va a finire.
Come è lecito attendersi, esistono delle differenze fra il continuum dei romanzi e quello della serie TV, fatto che rende ancora degno di nota lo sforzo creativo necessario per scrivere i libri e la sceneggiatura TV.
Premesso che i romanzi e la serie TV vanno ognuno per la propria strada, è possibile individuare alcuni elementi comuni fra i due continuum, elementi che fungono da collante narrativo per lo svolgersi delle trame più o meno diverse e che servono da vera e propria bussola per i fan più accaniti.
Nei romanzi ritroviamo immutati i personaggi (Dexter, Harry, etc.) e le vicende chiavi (per es., bisogno di uccidere di Dexter, necessità di seguire il codice insegnatogli da Harry) cui la serie TV ci ha abituati. È comunque possibile individuare situazioni/meccanismi o rapporti differenti fra i (co)protagonisti delle vicende. Fra questi elementi che contribuiscono a differenziare i romanzi dalla serie TV, ho apprezzato in modo particolare:
Il forte legame fra Dexter e la sorella adottiva Deborah. Nei libri che ho letto, i due si salvano la pelle a vicenda. Inoltre, Dexter tiene molto in considerazione il rispetto che Deborah sembra nutrire nei suoi confronti. In pratica, più che provare affetto per la sorella, Dexter non intende deluderla, e – dal suo punto di vista – compie dei piccoli sacrifici per lei. A differenza della serie TV, Deborah scopre che Dexter è un assassino alla fine del primo romanzo, ma decide di lasciarlo libero perché le ha salvato la vita. Per di più, sarà la stessa Deborah a chiedergli aiuto per catturare un serial killer imprendibile nel secondo romanzo.
Rita e i due bambini, Cody e Astor. La maschera che Dexter si crea con lunghi anni di dedizione non può non prevedere un rapporto amoroso con una donna. Nel caso di Dexter, la partner in questione è una donna che è stata maltratta dall'ex-marito galeotto, e che decide di rifarsi una vita quando il brutto ceffo inizia a picchiare i due figli. Saranno proprio Astor e Cody a dare un senso aggiuntivo alla “vita di facciata” di Dexter. Senza svelare troppo, il nostro Amato Dexter capirà di avere un obbligo nei confronti di questi due bambini, un legame speciale molto simile a quello che lui aveva con Harry.
Il Sergente Albert Doakes. Ogni super-eroe ha una nemesi oscura altrettanto potente: nel caso di Dexter, l'acerrimo nemico si chiama Doakes. Questi è un poliziotto dal passato oscuro che si è ritirato a Miami, ed è l'unico che riesca a vedere Dexter per quello che è davvero. Per questo motivo, Doakes decide di tenere d'occhio il Vecchio Dexter, ma (come nella serie TV) sarà fatto fuori da un evento inatteso.
Sarebbe possibile trovare altri esempi, ma non vorrei togliere la sorpresa al lettore!
In conclusione, se siete delle brave persone, non avrete nulla da temere da Dexter: lui uccide solo i cattivi. In fondo, Dexter è un Vendicatore Oscuro, una specie di Batman senza costume, anche se indossa una maschera così convincete e da così tanto tempo che, a volte, lui stesso ha difficoltà a individuare il confine fra simulazione e il proprio Io reale, quello del killer.
Qualcuno, forse, potrebbe sostenere che Dexter offre un servizio alla società ripulendola da tutta la “brutta gente” che è riuscita a sfuggire alla legge per colpa di qualche cavillo o per la mancanza di prove schiaccianti. Insomma, qualcuno potrebbe dire che, da un certo punto di vista, Dexter rende il mondo migliore. Io mi limito a dire che Dexter è il simpatico mostro che vorrei avere come vicino della porta accanto.
Italo Salieri
Post del 10-01-2011 (Edito: 19-04-2020)
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Tags: scienza, religione, divulgazione, filosofia, dio, biologia, kauffman, percorso
Alcuni anni fa, ho voluto approfondire le teorie e le idee di un famoso biologo che sostiene come l'ordine possa generarsi spontaneamente in sistemi complessi, a partire da alcuni modelli di reti genetiche da lui teorizzate. Questo biologo si chiama Stuart A. Kauffman, il cosiddetto padre della scienza della complessità.
Kauffman è autore di diversi saggi divulgativi e di un volume denso di concetti evoluzionistici e matematici, di cui consiglio vivamente la lettura:
“The Origins of Order”
“A casa nell'universo”
“Esplorazioni evolutive”
Ebbene, Kauffman pubblicò nel 2010 un ulteriore saggio dal titolo “Reiventare il sacro”, che lessi con molto interesse l'anno successivo, dopo aver letteralmente divorato “Esplorazioni Evolutive”. Ciò mi ha dato lo stimolo ad approfondire le idee di Kauffman, e conoscere meglio anche l'uomo, mediante diverse ricerche su Internet.
Il post odierno non vuole rappresentare una discussione dettagliata delle idee di Kauffman, né pretende di essere una piccola dissertazione personale di filosofia della scienza. Per conoscere le idee di questo Autore, e farvi un'opinione in merito, vi invito caldamente a leggere i libri che ho elencato. Piuttosto, è mia intenzione aprire una (piccola) polemica sull'imprecisione che spesso è presente quando la scienza viene divulgata. Inoltre, vorrei riprendere un tema di cui ho già parlato in un precedente post: le Due Culture, secondo la definizione data da Charles Percy Snow.
“Dal mio punto di vista ciò significa che la parola Dio è usata in solo senso evocativo, ma non ha alcun connotato teologico né sovrannaturale.”
S. Kauffman
Umanisti e scienziati: una comunicazione (a volte) difficile
La Teoria dell'Evoluzione ha fatto sempre parlare di sé, banalizzando un poco, perché mina un principio centrale della mente e della società umana (soprattutto quella occidentale, ma includerei anche l'oriente islamico), ossia che l'uomo sia al centro della storia del nostro mondo, se non addirittura dell'Universo. E che l'uomo rappresenti il culmine delle possibilità espressive della Natura per quanto riguarda astuzia, intelligenza e capacità di manipolare e modificare, a proprio vantaggio, il mondo. Spesso questa sottintesa superiorità è spiegata o giustificata mediante l'intervento o la volontà di un Dio soprannaturale, al quale pertanto dobbiamo la nostra vita, oltre che la nostra più genuina riconoscenza.
Ancora una volta, non pretendo di affrontare la tematica in modo esaustivo, ma vorrei sottolineare come, a mio avviso, la Teoria dell'Evoluzione sia destinata a scontrarsi con idee radicalmente diverse, come quelle alla base di molte religioni, o al più a essere fraintesa o distorta per giustificare o essere integrata in certi sistemi filosofici e, diciamo pure, teologici.
Ebbene, è proprio questo il caso di cui vorrei parlare: l'alterazione che le idee scientifiche, anche qui in Italia, subiscono, volontariamente o meno, da parte di giornalisti o divulgatori al mero fine di attirare l'attenzione del pubblico. Diciamocelo pure: quello italiano, in media, non è di certo un pubblico di lettori voraci. Da qui, la necessità di “stimolarlo” per catturarne l’attenzione e, con essa, perché no, il supporto ideologico.
Dunque, durante una delle ricerche sul web a cui ho accennato qualche riga fa, mi sono imbattuto in un articolo apparso su “La Stampa” il 24 Aprile 2010, intitolato “Dio esiste, parola di biologo”, scaricabile da qui. Nell'articolo, il giornalista presenta l'allora neo-pubblicato libro di Kauffman “Reinventare il sacro”, riportando un’intervista fatta all’Autore. Per farla breve, ho trovato questo pezzo davvero impreciso, per non dire fazioso, e ho deciso di fare, nel mio piccolo, qualcosa di sensato da un punto di vista divulgativo. E, capirete come, dopo aver discusso proprio su questo blog il sempre attuale tema delle Due Culture, non abbia potuto evitare di prendere la palla al balzo, e scrivere una piccola nota polemica nei confronti della scelta editoriale de “La Stampa”.
Certo, l'articolo in questione, così come questo mio post e, cosa ben più grave, il libro di Kauffman resteranno sconosciuti ai più. Ma tant'è, e dunque mi ostino a scrivere nella speranza che le mie parole possano stimolare altre persone, magari un pubblico di non-specialisti, ad approfondire i temi trattati.
“Noi co-costruiamo il nostro modo di guadagnarci da vivere e scopriamo modi migliori per farlo mentre ci scuotiamo a vicenda.”
S. Kauffman
Il nocciolo della questione
La mia polemica si articola in pochi punti fondamentali, e può essere sintetizzato in due parole: manipolazione e disinformazione. Sono conscio di usare termini forti, ma lo faccio con spirito di aperta polemica/sfida, e rimango aperto, nel caso, al dialogo. Dunque, vengo subito alla mia tesi e alle mie argomentazioni.
Il giornalista de “La Stampa” esordisce nel cappello affermando che Kauffman è un rivoluzionario, dato che propone un “teorema scientifico di un dio panteista, identificato con le impetuose metamorfosi del tutto”. L'intervista si articola in diverse domande onestamente interessanti attraverso le quali, a mio avviso, si cerca di far dire al nostro biologo qualcosa che egli non ha mai pensato: ossia, che Dio esiste, e che ne ha le prove, dato che “[Dio] si manifesta nell'infinita creatività dell'Universo”, come ricordato nel sottotitolo dell'articolo. In realtà, i tentativi falliscono. Anzi, Kauffman cita un teologo, fra l'altro suo quasi-omonimo (Gordon Kaufman), solo per ribadire che ormai è ora di “rinunciare al concetto di un dio soprannaturale e di sostituirlo con quello che l'Universo sia naturalmente creativo”. La domanda fatta in apertura dell'intervista non esclude comunque la possibilità che una tale entità esista, e che il biologo possa condividerne la natura soprannaturale, introducendo per esempio il concetto di panteismo o pandeismo. È da notare che Kauffman usa la parola “Dio” solo in questa risposta e in quella di chiusura, che sarà ripesa nel prossimo paragrafo. Bene, direte voi, il tutto fin'ora sembra coerente con il titolo dell'articolo: la biologia, o almeno un famoso biologo che si occupa di complessità, sembrerebbero schierarsi dalla parte dei teologi e dei religiosi per sostenere, e dimostrare con la scienza, che Dio non solo esiste, ma è implicitamente presente in ogni cosa.
Dato che conosco da tempo, anche se in modo indiretto, le tesi principali di Kauffamn ho ritenuto necessario approfondire le sue idee, e così ho rinvenuto in rete un interessante saggio che potete scaricare qui. Si tratta di poche pagine, una dozzina circa, in cui il biologo riassume i punti essenziali delle sue teorie e della sua visione, diciamo, spirituale. Ancora una volta, vi invito alla lettura dei suoi saggi, nei quali tali concetti sono spiegati e discussi diffusamente, anche per mezzo di esempi ed esperimenti mentali.
Per tornare a noi, il mio “ragionevole dubbio” traeva origine dal fatto che mi è capitato di discutere le idee di Kauffman con alcuni validi ricercatori dell'Università degli Studi di Milano (per amor del vero, devo precisare che si tratta, come me, di persone atee o comunque che sostengono la Teoria dell'Evoluzione). Bene, ci siamo sempre detti d'accordo con il cosiddetto padre della scienza della complessità su un punto fondamentale. Kauffman, se non ho capito male, propone e ha dimostrato matematicamente (o altri lo hanno fatto dopo di lui, partendo dalle sue idee e proposte di ricerca), che sistemi abbastanza complessi che giacciono, nello spazio matematico delle fasi, al margine del caos (vale a dire, nella transizione fra comportamento ordinato e caotico), e che sono caratterizzati da una situazione subcritica (leggete i saggi per approfondire), ricavano l'ordine in modo gratuito. Da qui nascono i comportamenti, apparentemente inspiegabili e senz'altro meravigliosi, di “cose complesse” come le cellule, le comunità ecologiche, ma anche l'attuale sistema economico mondiale. In altre parole, sistemi abbastanza complessi come reti di substrati e prodotti, catalizzatori, neuroni, individui e comunità ecologiche, sono caratterizzati da una proprietà nuova e affascinante: l'emergenza.
Conscio delle difficoltà intrinseche ma, al contempo, intellettualmente irresistibili, Kauffman cerca di estendere la Teoria dell'Evoluzione (non di rimpiazzarla!) fino agli albori della vita, affermando che a partire dall'ordine spontaneo di cui ho detto sopra, e grazie all'azione di agenti in grado di auto-propagarsi (riprodursi) e in continua co-evoluzione gli uni con gli altri e tutti insieme con l’ambiente, è possibile ottenere sistemi che siano complessivamente auto-catalitici. Il primo esempio che mi viene in mente: le nostre cellule. Inoltre, Kauffman propone che se questi “agenti autonomi” si riproducono su base genetica per via di mutazioni ereditabili, allora la selezione naturale può diventare una legge in grado di operare affinché gli agenti autonomi stessi si evolvano in modo da espandere di continuo e il più rapidamente possibile il loro cosiddetto possibile adiacente. Ma cos'è il possibile adiacente? Senza ricorrere a grafici o a esempi matematici, esso può essere concepito come il differente numero di eventi, caratteristiche degli agenti autonomi, differenti modi di reagire dei substrati chimici, etc. che sono possibili (dunque, ancora non reali), ma molto vicini alla realtà (intesa come “ciò che sta accadendo ora”). Pertanto, quando Kauffman afferma che “gli agenti autonomi tendono a espandere il loro possibile adiacente il più rapidamente possibile” intende dire che essi naturalmente sembrano aumentare per azione diretta, o per interazione reciproca, le possibilità (o gli stati) delle “cose che esistono”, compresi se stessi. In questo modo, dando adito a un'apparente volontà, gli agenti autonomi manipolerebbero la realtà e, in un certo senso, la configurerebbero per quanto possibile a proprio vantaggio, arrivando a “inventare” nuovi modi (in realtà, pre-adattamenti) in grado di aumentare le proprie probabilità di adattamento e, quindi, di sopravvivenza e ulteriore propagazione. Da notare che questo ciclo sarebbe auto-catalictico: vale a dire che esso si auto-sosterrebbe, rinforzandosi. Questo ciclo continuo, inoltre, sarebbe co-costruito dagli agenti autonomi esistenti ai vari livelli di complessità chimico-fisica e biologica (molecole, cellule, individui, comunità ecologiche), e quindi l'emergenza dell'ordine costituirebbe una nuova proprietà dei sistemi e, in senso lato, dell'organizzazione e dell'informazione.
Bene, spero di essere stato chiaro, o almeno di avervi messo la proverbiale pulce nell'orecchio, così che ora corriate in una libreria o apriate un browser per approfondire questi (non facili) concetti.
Dovrebbe essere chiaro, a questo punto, perché il titolo, il cappello e, soprattutto, il tono dell'articolo citato mi abbiano allarmato. La mia prima idea (e paura), leggendo il pezzo comparso su “La Stampa”, fu che Kauffman fosse impazzito, o avesse abbracciato qualche esotica idea spirituale per darsi risposte a domande a cui, altrimenti, non avrebbe potuto. O, ancora, arrivai a pensare che Kauffman volesse vendere più copie dei suoi libri, e quindi sfruttasse l'occasione per farsi pubblicità. Solo come ultima possibilità, in buona fede, concepii l'idea del fraintendimento giornalistico: voluto o meno, finalizzato al sensazionalismo o no, mi sembrò che il famoso biologo venisse usato per giustificare un'eresia scientifica (nota: uso volutamente questa definizione priva di senso). A mio avviso, questa parziale distorsione delle idee di Kauffman, che mira a dare al pezzo un maggiore impatto mediatico con un titolo e un sottotitolo così appariscenti, non costituirebbe di per sé un gran problema, a patto che: (a) gli spazi dedicati dai mass media alla scienza fossero più frequenti e omogenei per le diverse discipline, in modo da stimolare un vero dibattito atto a coinvolgere l'opinione pubblica; (b) i mass media cercassero meno il sensazionalismo, dettato da motivi di audience o da meri motivi economici; (c) i non-addetti ai lavori credessero agli scienziati, magari non molto bravi a spiegarsi, più che ai giornalisti, forse obbligati a volte a disinformare per quanto detto ai punti precedenti.
“Noi non deduciamo le nostre vite, le viviamo.”
S. Kauffman
Il superamento delle Due Culture
Ma cosa pensa Kauffman su Dio?
Nel saggio proposto la domanda balza all'occhio dopo appena un paio di pagine. Kauffman afferma che “ci sono persone che credono in un Dio trascendente, e quelle che, come me, non ci credono”. E, ovviamente, aggiunge che “in cuor mio credo che la travolgente risposta sia che la verità, al meglio delle nostre possibilità di conoscenza, sia che tutto è emerso senza alcun agente creatore”.
Questo dovrebbe bastare per fugare ogni dubbio. Ma Kauffman non è uno scienziato “normale”, in senso kuhniano e, dunque, si spinge oltre, arrivando a offrire un'alternativa all'assenza di Dio dalla sua, e dalla nostra, vita. A chi afferma che senza Dio verrebbero a mancare le basi per i fondamentali concetti di moralità ed etica, Kauffman risponde che “vi sono innumerevoli umanisti secolari, figli dell'illuminismo e della scienza moderna, che si tengono fermamente alla realtà com'è conosciuta attraverso la scienza, e trovano valori nell'affetto verso i propri famigliari e verso le proprie famiglie, traendone un senso di generale benessere e moralità senza il bisogno di usare la parola Dio”. Si tratta, a mio avviso, di una visione romantica e piena di speranza, tipica delle persone intelligenti e dalla mentalità aperta. La moralità potrebbe essere spiegata, senza sminuirla, come una proprietà emergente di reti neurali abbastanza complesse e dalle loro interazioni, che consistono nei rapporti fra individui di una stessa specie. Nel nostro caso, abbiamo codificato le leggi di diritto come contratto sociale. In altre parole, per Kauffman la moralità è figlia diretta dell'evoluzione.
Inoltre, sempre nel saggio proposto, Kauffman afferma apertamente che continuare a usare la parola “Dio” quando la si svuota, come nel suo caso, di ogni connotato trascendente è una mera questione di scelta personale. Per sua stessa ammissione, Kauffman è propenso a usare questa parola poiché il biologo vuole che “Dio significhi la creatività senza fine dell'unico Universo conosciuto, il nostro”. In cambio, Kauffman si aspetta di riceve una spiritualità rinnovata e, appunto, reinventare il sacro, come conseguenza della meraviglia e naturale reverenza che un uomo nutre nei confronti di un universo creativo, che ci permette di vivere. Questa ritrovata spiritualità è caratterizzata da un nuovo senso di profonda responsabilità che è nostro dovere mostrare nei confronti dell'Universo, della Terra e di noi stessi, dato che siamo co-costruttori della biosfera in cui viviamo e del nostro futuro possibile adiacente. Kauffman, insomma, è un rivoluzionario perché ammette che solo noi siamo padroni del nostro destino, senza il bisogno di chiamare in causa alcun intervento divino. Se accettiamo questa nuova prospettiva, continua il biologo, e viviamo con un nuovo senso di responsabilità e una rinnovata maturità, tutto ci sarà possibile in futuro. Kauffman sostiene che “possiamo fare a meno del paradiso e dell'inferno” perché “la vita ha valore di per se stessa, una meraviglia dell'emergenza, dell'evoluzione e della creatività”.
I concetti primitivi di queste idee sono presenti anche nell'articolo apparso su “La Stampa”, ma il giornalista dedica molto poco spazio al vero motivo per il quale Kauffman può essere considerato uno scienziato rivoluzionario. Mi riferisco alla sua aspra critica nei confronti del riduzionismo e, quindi, al cuore del programma di ricerca della scienza moderna. Solo in questi termini, Kauffman si permette di criticare la scienza di Galileo e di Newton.
Tale critica ha, ovviamente, profonde conseguenze epistemologiche oltre che esistenziali, ed è una diretta conseguenza delle tesi principali che Kauffman sostiene: l'origine spontanea dell'ordine; la co-costruzione della biosfera da parte di agenti autonomi; infine, dato che la Natura cerca di espandere il più rapidamente possibile il proprio possibile adiacente, l'impossibilità di pre-determinare tutti le possibili configurazioni nello “spazio” matematico multidimensionale che, da un punto di vista riduzionista, servirebbe per descrivere e prevedere il processo evolutivo. Insomma, Kauffman, lungi dal sostenere l'esistenza o la necessità di un Dio soprannaturale, aggredisce il riduzionismo poiché sente che questo non è sufficiente per affrontare o spiegare le proprietà emergenti di sistemi complessi.
Il punto basilare, secondo Kauffman, consiste nell'impossibilità di pre-configurare l'evoluzione, nel senso che non è possibile, come vorrebbe l'approccio riduzionista, ridurre appunto il processo evolutivo a concetti fisici, cioè a una “mera” descrizione fisica, dato che non possiamo sapere in anticipo quali sono le caratteristiche di un fenotipo/genotipo “essenziali” per il suo successo, né tanto meno possiamo prevedere in quali circostanze storiche e/o di interazione organismo-ambiente (contingenza) esse verranno selezionate, entrando di fatto nella storia della vita e ripercuotendosi a cascata sul possibile adiacente che caratterizzerà il successivo passo evolutivo.
Dunque, se il riduzionismo fallisce in biologia, ossia se i percorsi di una biosfera sono più complessi di quelli algoritmici, così usuali per una trattazione razionale e scientifica di un dato problema, come può la nostra capacità cognitiva dedurre la nostra azione in assenza della possibilità di deduzione? È questa la domanda che Kauffman si pone: un problema di tipo epistemologico e ontologico. Ma ciò significa che il valore intrinseco dell’evoluzione consiste in ciò che è accaduto: l'evoluzione ha valore per mezzo della contingenza che ha determinato una certa via, un certo percorso di biosfera, abbandonandone invece un altro. In altri termini, l'evoluzione ha per Kauffman una portata semantica, che ci è utile nel momento in cui la raccontiamo, comprendendola, e liberandoci da preconcetti e fondamentalismi di qualsiasi tipo.
Inoltre, a proposito delle Due Culture così come definite da Snow nel suo famoso saggio, Kauffman propone, o prende atto, di un nuovo ruolo peculiare alla biologia. Egli, infatti, vede la biologia come storiografia della vita: i biologi, insomma, sono dei narratori di storie. “Se ho ragione, se la biosfera si sta arrangiando da sola, se si sta arrabattando ed exattando (pre-adattando), se sta creando e distruggendo modi di procurarsi da vivere, allora è centrale il bisogno di narrare storie. [...]. I racconti sono non solo rilevanti, ma riguardano il modo in cui raccontiamo che cosa è accaduto e il suo significato”.
La necessità di raccontare storie per la biologia eleva questa disciplina a un nuovo status, almeno in potenza, conferendole un ruolo unico sia in ambito scientifico che in quello umanistico. Snow scrisse che le Due Culture – scienza e umanesimo – non s'incontrano mai. Ecco, invece, che la biologia si propone come un possibile punto d'incontro. Data, infatti, “la nostra incapacità di definire lo spazio delle configurazione di una biosfera, abbiamo bisogno di un approfondimento della scienza, che diventa una ricerca di racconti e di contingenze storiche, pur rimanendo un luogo per leggi naturali”. A questo proposito, si veda quanto detto da Ian Stewart nel suo saggio “L'altro segreto della vita”. Dunque, è vero che la scienza e, in particolare, la biologia, sono per Kauffman solo uno dei possibili strumenti di conoscenza che abbiamo a nostra disposizione (e che ci siamo creati) per comprendere un mondo di cui ignoriamo gli esiti. Ma è altrettanto vero, per Kauffman, che solo la scienza rappresenta l'ambito all'interno del quale è lecito muoversi, formulando ipotesi e verificandole.
Leggete prima, giudicate poi
In conclusione, Kauffman propone che ogni uomo debba sentirsi membro di un'unica umanità, e che ognuno di noi debba usare una maggiore responsabilità. Egli pone domande non facili e fornisce risposte ancor meno banali: critica il paradigma scientifico vigente (il riduzionismo), e invoca la necessità di un nuovo Illuminismo che tenga conto dei diversi aspetti della nostra umanità, superando il concetto di Due Culture proposto da Snow. Il biologo anela “una nuova era in cui l'uomo sia capace e contribuisca attivamente alla nascita di una civiltà globale capace di opporsi ai fondamentalismi” di ogni genere. È scritto anche nell'articolo de “La Stampa”, peccato non nel titolo.
Italo Salieri
Post del 21-08-2011 (Edito: 12-04-2020)
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Tags: bradbury, marte, cronache-marziane, percorso
Pubblicato originariamente nel 1950, ma apparso in Italia solo quattro anni dopo, “Cronache Marziane” di Ray Bradbury è considerato a ragione uno delle pietre miliari della fantascienza moderna. L’opera contiene ventotto racconti brevi legati fra loro dal tema della conquista (o invasione?) di Marte da parte dell’Uomo in un ipotetico futuro che copre gli anni 1999-2026, mentre la Terra è sull'orlo dell’ennesima Guerra Termonucleare.
Ecco la lista dei racconti, accompagnati dalla data in cui si svolgono:
Gennaio 1999: L’estate del razzo
Febbraio 1999: Ylla
Agosto 1999: La notte estiva
Agosto 1999: I terrestri
Marzo 2000: Il contribuente
Aprile 2000: La terza spedizione
Giugno 2001: “... And the moon be still as bright”
Agosto 2001: I coloni
Dicembre 2001: Il verde mattino
Febbraio 2002: Le locuste
Giugno 2002: L’immensità
Agosto 2002: Incontro di notte
Ottobre 2002: La spiaggia
Novembre 2002: Le sfere di fuoco
Febbraio 2003: Intermezzo
Aprile 2003: I musici
Giugno 2003: Su negli azzurri spazi
Maggio 2004: L'imposizione dei nomi
Aprile 2005: Usher II
Agosto 2005: I vecchi
Settembre 2005: Il marziano
Novembre 2005: La valigeria
Novembre 2005: Stagione morta
Novembre 2005: Tutti a guardare
Dicembre 2005: Le città silenti
Aprile 2026: I lunghi anni
Agosto 2026: Cadrà dolce la pioggia
Ottobre 2026: La gita d’un milione di anni
Le date indicate si riferiscono alla versione originale, esiste inoltre una "nuova versione" (1999) nella quale l'Autore ha spostato le date in avanti di 31 anni. Questa modifica è stata apportata per risolvere il problema comune alle storie del prossimo futuro, in cui il passare del tempo supera il periodo in cui è ambientata la storia.
Il pianeta della fantasia
Benché rappresenti un capolavoro del movimento fantascientifico, “Cronache Marziane” esula dal genere di appartenenza dato che sia i contenuti che lo stile – entrambi fra il paradossale e il sarcastico – conferiscono allo scritto una lucidità di analisi storico-sociale davvero profonda.
Il tema principale, che il lettore non ha difficoltà a individuare, consiste nella critica alla società occidentale moderna e, in particolare, a quella degli Stati Uniti d’America, alla quale l’Autore fa riferimento più volte con chiari rimandi (per esempio, l’annientamento dei Nativi Americani, la condizione sociale degli Afroamericani negli USA degli anni ‘50 del Novecento, il pioniere americano Johnny Appleseed, etc.).
Questa vena critica sublima nel contrasto, o dovrei dire piuttosto nello scontro, fra cultura marziana e terrestre, due concezioni di vita opposte che vengono a confrontarsi in modo per lo più indiretto, ma sempre distruttivo. E l’Uomo, per di più, sembra avere la peggio.
Fra gli altri episodi, si ricordano: un manicomio per intrappolare gli invasori umani; una messinscena collettiva per eliminare gli uomini venuti a colonizzare Marte; o, infine, una città fantasma in cui un solo Uomo, scoperta la cultura marziana, prende a uccidere i suoi simili per difendere il Pianeta Rosso e la sua identità storica. Tutte situazione che mirano all'eliminazione dei pericolosi invasori terrestri, soggiogandoli con l’inganno. Un comportamento, quello marziano, a mio parere giustificabile, dato che è l’Uomo a porsi come conquistatore che cerca il dialogo in ben poche occasioni, considerando il pianeta un luogo disabitato ed inospitale.
Certo, si potrebbe ribattere che i marziani, caratterizzati da una sottile quanto terribile vena di follia, cercano fin da principio lo scontro: uccidendo i (pochi) pacifici uomini della prima spedizione terrestre; cercando di rinchiudere quella della seconda in un manicomio per marziani sopra le righe, che pensano di venire proprio dalla Terra; utilizzando, infine, l’ipnosi per ingannare e uccidere gli uomini della terza spedizione; eccetera. Ad ogni modo, è l’Uomo che, portando la sua tecnologia, la sua cultura consumistica e il suo disprezzo per la natura di Marte, determina l’estinzione di massa dei marziani in un modo che assomiglia molto alla decimazione subita dagli indigeni precolombiani a opera dei conquistadores oppure dei Nativi Americani da parte dei coloni inglesi ed europei.
A ben pensarci, l’Uomo uccide Marte e i Marziani – ancora prima che fisicamente – mediante il proprio raziocinio. Egli, infatti, sembra del tutto incapace di comprendere i marziani a causa della voracità in cui inghiotte ogni cosa nuova che incontra lungo la strada, e che modifica e distorce guidato da sfrenati interessi terreni. In altre parole, l’Uomo presentato da Bradbury è incapace di sognare ed è un bruto, un barbaro del tutto indifferente non solo ai valori della cultura marziana, ma anche alla stessa esistenza di persone originarie di Marte. Si tratta di una popolazione intrinsecamente pacifica, una civiltà spirituale che l’Uomo non riesce a vedere né tanto meno a immaginare – e come potrebbe? – poiché Egli non è in grado di usare la propria fantasia.
Questa Marte, la Marte di Bradbury, è un mondo bucolico in cui le persone hanno imparato a vivere le proprie emozioni dietro una maschera di metallo che ne cela il viso dal sorriso beffardo e dagli occhi gialli, ma che, consci della propria unicità, si prendono il tempo di cui hanno bisogno per vivere, e non usano la tecnologia o la cultura della massificazione per sentirsi appagati. In poche parole, l’Autore caratterizza Marte come regno della fantasia pura e sfrenata – una follia simile a quella umana, eppure così diversa da risultare incomprensibile agli invasori alieni.
È da questa fonte, credo, che i Marziani traggono i propri incredibili poteri psico-ipnotici, abilità seducenti e spaventose, che essi usano solo per difendersi dall'Uomo – ipnotizzando, come detto, i Terrestri con sogni a occhi aperti prima, allucinazioni poi e, una volta messi alle corde, soggiogandoli con un vero e proprio lavaggio del cervello mortale. Alla luce di queste considerazioni, è naturale che lo scontro Marte contro Terra si svolga nella dimensione intima e nascosta qual è la mente, umana o marziana che sia.
In ultima analisi, la portata ad ampio respiro di “Cronache Marziane” potrebbe dipendere dal fatto che, nell'immaginario di Bradbury, Marte non è un semplice pianeta, ma piuttosto esso corrisponde a un vero e proprio simbolo. Il Pianeta Rosso, infatti, rappresenta la speranza per il genere umano: una seconda possibilità conquistata con ingenti sforzi di intelligenza e tecnologia – per non dire di vite aliene… pardon… indigene – per fondare una nuova società, migliore rispetto a quella presente sulla Terra.
Una speranza che l’Uomo immancabilmente disattende, preda del suo istinto, dei preconcetti culturali e dei soliti vecchi demoni che lo conducono, ancora una volta, alla distruzione della realtà e, con essa, all'annientamento di se stesso e del proprio futuro. Che si tratti di una vorace tendenza al consumismo che lo porta a logorare il Pianeta Rosso, sostituendo l’antica cultura locale con fast food, autostrade e sfruttamento delle risorse planetarie, fino al disfacimento ultimo; o, piuttosto, che si tratti di una pulsione autodistruttiva naturale che lo spinge ad abbandonare la nuova colonia per tornare sulla Madre Patria, ora sconvolta dall'atto finale della follia umana – tutto questo non ha importanza.
Alla fine dell’Opera, infatti, dilaga la temuta Guerra Nucleare, un sipario nefasto ma inevitabile che potrebbe ridurre la Terra in una palla di roccia silenziosa e coperta di polvere, proprio come lo è Marte dopo il passaggio dell’Uomo.
Un finale aperto come monito alla specie umana?
Come detto, l’interpretazione comunemente accettata di “Cronache Marziane” è che nei ventotto racconti Bradbury ripercorra la storia degli Stati Uniti d’America, almeno alcune delle tappe più importanti, criticandone con asprezza i ben noti lati oscuri.
Così i Marziani corrispondono ai Nativi Americani; Benjamin Driscoll (“Il verde mattino”) è quel pioniere americano, Johnny Appleseed, che attraversò a piedi i territori inesplorati del continente per seminare piante di melo; infine, la folla di colore che fugge da Marte per tornare sulla Madre Patria, usando razzi costruiti con mezzi propri – queste persone rappresentano gli Afroamericani in cerca di libertà sociale nell'America degli anni ’50 del Novecento.
Se è davvero questa l’interpretazione corretta, l’opinione dell’Autore nei confronti dell’America sarebbe di certo molto negativa: gli Americani, infatti, sarebbero avidi e violenti; insensibili a tal punto da non essere in grado di comprendere o solo accettare l’esistenza di una civiltà differente e ben più raffinata della loro; ansiosi di trasformare un nuovo pianeta a loro immagine e somiglianza soltanto per abbandonare tutto, in quanto devono tornare su una Terra ormai devastata dalla guerra nucleare cui devono partecipare.
Secondo me, quella di Bradbury è sì una forte critica agli uomini, ma una critica generalizzata, diretta cioè a tutta quanta l’umanità moderna. Oserei dire che l’Autore scelse di proposito la sua madrepatria – la democrazia più potente dell’epoca – come modello di riferimento per scuotere le coscienze dei suoi concittadini:
ponendoli di fronte alle contraddizioni esistenti (la più inquietante: il razzismo);
paragonando queste contraddizioni alle possibilità quasi illimitate che il futuro avrebbe potuto serbare, se solo si fosse corretto il tiro quel che bastava.
A mio parere, è questo il tema centrale dell’opera che, in modo gratuito, ci svela la poetica di Bradbury, elevando “Cronache Marziane” a un livello letterario superiore. L’Autore, infatti, concepisce la fantascienza come qualcosa di ben lontano dalla tecnologia; anzi, la stessa scienza e la tecnologia sono solo un pretesto per dare libero sfogo alla proprio fantasia e proiettare i difetti e i vizi del vivere quotidiano, con lo scopo esaminarli, sviscerarli e proporre, forse, delle soluzioni senz'altro ipotetiche e paradossali, ma comunque forti e di profondo impatto psicologico. (Vorrei, ora, far notare che i Marziani incarnano perfettamente questa concezione di fantascienza, e, in questo modo, la stessa poetica dell’Autore.)
Dando uno sguardo più accurato al finale dell’opera, ci possiamo facilmente accorgere che esso è propositivo. Anzi, la conclusione dell’ultimo racconto, intitolato “La gita d’un milione di anni”, sembra intriso di un certo ottimismo. Se i pochi Uomini rimasti sul Pianeta Rosso si dimostreranno capaci di accettare un passato stupendo e misterioso come quello marziano e, comprendendolo, lo faranno proprio, solo allora gli Uomini potranno conquistare Marte e la sua natura onirica, divenendo di fatto i Nuovi Marziani.
Certo, questa interpretazione può essere ribaltata in negativo, nel senso che la scena finale – nella quale Bradbury indica una famiglia umana, riflessa nelle acque di un fiumiciattolo, come i nuovi veri abitanti di Marte – potrebbe essere vista come una specie di “beffa” per gli indigeni marziani: prima incompresi, poi sterminati e, infine, sostituiti da persone molto distanti, e dalle virtù quantomeno discutibili. È da notare, però, che la famiglia protagonista dell’ultimo racconto è costituita da ben tre bambini e, inoltre, che è proprio un marziano dall'aspetto fanciullesco a “trasformarsi” in bambini defunti per compiacere e dare speranza a genitori umani disperati nel racconto “Il Marziano”.
Questo, a mio avviso, sembra suggerire una sorta di tappa di avvicinamento fra marziani e terrestri, una possibile unione reciproca e, soprattutto, pacifica. Potremmo, dunque, essere di fronte a un passo evolutivo compiuto da entrambe le civiltà, un passo assai lungo – ben un milione di anni, ci dice il racconto – che porta le due culture l’una verso l’altra. Si tratterebbe davvero di un istante sublime nella storia dell’Uomo, riflesso come candida luce in un fresco ed ordinario torrente di un pianeta qualunque. Chissà, forse – ma solo forse, e con un po’ di fortuna – quel pianeta potrebbe essere addirittura il nostro.
Italo Salieri
Post del 24-04-2011 (Edito: 30-03-2020)
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Tags: giallo, mistero, percorso, richard-castle
Chi non conosce Richard Castle, famosissimo autore di gialli (in inglese, mistery stories)?
“Ci sono due tipi di persone che se ne stanno seduti a pensare come uccidere la gente: psicopatici e scrittori di gialli. Io sono uno di quelli ben pagati. Chi sono? Sono Richard Castle.”
Noto per essere l’autore della fortunata serie che vede come protagonista il detective Storm, Castle ha venduto il suo primo romanzo, “In a Hail of Bullets”, quando frequentava ancora il college. Castle, inoltre, ha ricevuto il prestigioso premio “Tom Straw per la Letteratura del Mistero” da parte della Società “Nom DePlume”. Se avete ancora dei dubbi e il nome di Richard Castle continua a non dirvi nulla, forse è perché non leggete molti polizieschi... oppure è perché non avete mai guardato la serie “Castle” che, in Italia, è stata trasmessa per alcuni anni su Rai Due.
Spulciando su Wikipedia, potete facilmente scoprire che Richard Castle è il protagonista dell’omonima serie TV, ormai conclusasi dopo ben otto stagioni, interpretato da Nathan Fillion. In breve, Richard Castle è uno scrittore di romanzi gialli che ha appena “ucciso” il suo personaggio più noto, il detective Storm, e si ritrova ad affrontare un momento di crisi creativa e mancanza di ispirazione. Il momento negativo non dura a lungo: un assassino, fan dello scrittore, inizia a commettere omicidi secondo le modalità descritte nei suoi gialli, e Castle viene chiamato a collaborare con la squadra omicidi della polizia di New York.
Qui Castle incontra il detective Kate Beckett, una donna affascinante con una tragica storia alle spalle, che presto diventerà, suo malgrado, la musa ispiratrice di Castle. La vita dello scrittore e quella della giovane detective sono destinate ad incrociarsi sempre di più e il loro rapporto è destinato a rinsaldarsi, tanto che il forte carattere della donna, unito al suo fascino e il suo carisma, faranno sì che Beckett diventi presto un punto di riferimento per Castle... la sua musa ispiratrice per il suo nuovo personaggio: il detective Nikki Heat!
E, proprio sfruttando la figura di Nikki Heat, gli autori della serie TV hanno deciso di regalare a tutti i fan una bellissima iniziativa. In libreria, infatti, sono disponibili i romanzi di Richard Castle, per esempio “Heat Wave” che corrisponde alla storia di esordio di Nikki Heat. I libri, sono inoltre disponibili anche in formato elettronico su Amazon, pronti per essere letti e gustati. Personalmente, ho letto diversi libri di Castle, sia della serie Nikki Heat che Derrick Storm. Devo dire che ho trovato i romanzi ben scritti e molto piacevoli sia per ritmo che per colpi di scena. Insomma, si tratta di veri “page turner”, in cui ritrovare l’intelligenza e l’ironia che caratterizzano la serie televisiva.
In particolare, la lettura di “Naked Heat”, uno degli episodi migliori della serie incentrata su Nikki Heat, mi ha piacevolmente colpito. Nel libro, accanto a Nikki, troviamo Jameson Rook, chiara trasposizione letteraria (per non dire vero e proprio sosia) del Castle televisivo; inoltre, le vicende si snodano lungo un’atmosfera, un senso dello humor, e un pathos, come detto, analoghi a quelli del telefilm. Una “fiction nella fiction”, dunque, ma molto ben realizzata. Vi consiglio di leggere i romanzi in inglese per apprezzare appieno lo stile e l’intelligenza di scrittura del nostro amato Castle.
Ovviamente, si tratta di un’abile strategia di marketing volta ad aumentare i profitti e promuovere la popolarità della serie TV e che, allo stesso tempo, riesce a conferire all'uomo Richard Castle una profondità e una verosimiglianza straordinari. Come dicevo, i libri sfruttano molto i personaggi che i fan hanno imparato a conoscere seguendo la serie TV, e ripropongono lo stresso modus operandi capitolo dopo capitolo. Leggendo i vari commenti su Amazon, sembra che l’iniziativa abbia avuto un grande successo. I fan dicono di leggere i libri di Castle perché sono ben congegnati e divertenti, oltre a costituire delle valide storie poliziesche.
Ma, nel mondo reale, chi scrive i romanzi firmati da Richard Castle?
Nessun fan conosce l’identità del ghost writer che si cela dietro a Richard Castle. Qualcuno ha suggerito il nome di James Patterson, abile e prolifico scrittore di gialli molto noto negli Stati Uniti. Altri azzardano che il vero autore sia un certo Tom Straw (di cui Castle nella fiction avrebbe vinto l’omonimo premio) dato che un vero autore di gialli, fra l’altro uno nel giro di Holywood, ha pubblicato su Amazon uno dei suoi libri sotto questo nome. Senz'altro teorie interessanti, oppure meri tentativi per confondere le acque, fare scalpore e tenere viva la fiamma dell’iniziativa pubblicitaria? Personalmente non mi stupirei se si scoprisse che il vero autore è Micheal Connelly, che appare in un cameo durante una partita di poker con lo stesso Richard Castle (Nathan Fillion).
Non ci resta, dunque, che seguire Richard Castle nelle sue avventure fra un’indagine, un best seller e un appuntamento bollente in compagnia di Nikki Heat… ehm, di Kate Beckett. Avventure che ne hanno fatto, anche nel modo reale, un “Mistery Man”. Un uomo del mistero.
Italo Salieri
Post del 10-03-2011 (Edito: 22-03-2020)
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Tags: giallo, percorso, romanzo-storico, umberto-eco
Lo ammetto. Quando la mia prof. di italiano mi consigliò la lettura de “Il nome della Rosa” di Umberto Eco (ero in seconda Liceo), fui tra quei “furbi” che non lessero il libro, e ripiegarono invece sull’omonimo film per preparare l’interrogazione. A 22 anni di distanza, posso affermare di non essere pentito della mia scelta giovanile dato che solo in questo modo ho potuto riscoprire il romanzo a un’età che (credo) mi permette di cogliere molte sfaccettature che non avrei di certo notato da adolescente.
Senza giri di parole, “Il nome della rosa” è infatti, a mio parere, un’opera grandiosa.
Lo hanno detto in tanti e ben più quotati critici, prima di me: non sono dunque una voce fuori dal coro! Non pretendo di esaminare la trama o fare un tentativo di analisi su questo splendido romanzo. Piuttosto, vorrei cercare di far capire come ne ho vissuto la lettura, quali siano state le mie riflessioni principali e, infine, quanto mi sia divertito pagina dopo pagina.
Impressioni su “Il nome della rosa”
Per stessa ammissione di Eco, “Il nome della rosa” è un falso romanzo giallo, in cui l’investigatore procede a piccoli passi e, alla fine, viene sconfitto. Nonostante ciò – oppure forse proprio in virtù di questo motivo e, più precisamente, delle conseguenze che ne derivano – il libro è senz'altro divertente: da un punto di vista intellettuale, infatti, rappresenta un romanzo colto, mai banale, e molto intrigante, e che offre colpi di scena capitolo dopo capitolo. Da una parte, questi momenti di climax sublimano nei nuovi omicidi che si susseguono senza sosta giorno dopo giorno (e che minano le convinzioni logiche di Guglielmo, il monaco investigatore). Dall’altra, essi corrispondono alle riflessioni che compiono i protagonisti: lo stesso Guglielmo, ovviamente, con bellissime pagine di logica e filosofia; il giovane Adso, novizio affidato a Guglielmo, che arriva addirittura a dubitare dell’esistenza di Dio.
Ahimè, a mio parere un lettore “pigro” o “ingenuo” potrebbe imbattersi in due scogli molti difficile da superare:
le prime cento pagine, vera e propria barriera voluta da Eco per imporre al lettore un certo tipo di ritmo narrativo e di linguaggio (molto interessante è l’uso del latino e la resa del latino barbarizzato). L’Autore, infatti, vuole selezionare i lettori in modo che il suo capolavoro sia letto solo dal suo Lettore Ideale;
i frequenti excursus teologici e alcune lunghe pagine di materia cattolica o ecclesiastica, che Eco non poteva evitare data l’ambientazione fisica (un Monastero cluniacense) e storica (il Medio Evo).
Se il lettore supera questi ostacoli, la lettura del libro scorre veloce, e sempre più incalzante giorno dopo giorno (narrativo), ed è davvero un peccato arrivare alla fine del romanzo.
Durante la lettura de “Il nome della rosa”, emergono diverse chiavi interpretative tanto che è possibile considerare l’opera ora un romanzo storico, ora un giallo, ora un’opera di filosofia e, in definitiva, un labirinto intellettuale che irretisce il lettore. Io sono stato colpito in modo particolare dall'aspetto filosofico, e due sono i punti principali che vorrei trattare piuttosto velocemente.
La gestione della Conoscenza
Il primo tema, senza dubbio, si può riassumere con la domanda: a chi spetta l’onere di mantenere la conoscenza?
In altre parole, quale categoria di “dotti” (politici, religiosi... e aggiungerei io, scienziati) è la più indicata per conservare e tramandare la Conoscenza alle generazioni future? A chi spetta, dunque, il Potere, che consiste nella gestione della Conoscenza?
È noto che il Medio Evo fu un’epoca storica contraddittoria. Oggi la consideriamo per lo più un’epoca oscura, ma è necessario tener presente che l’attuale società moderna affonda le sue radici proprio in questa Era di Mezzo. Dicevo che il Medio Evo fu contraddittorio: da una parte, infatti, fu un’epoca ricca di Grandi Uomini (devo citare Dante e Bacone?). Dall'altra, il potere imperiale e quello papale imposero una situazione di stallo totale grazie a un paradossale uso della conoscenza.
Invece di servire per arricchire (in senso metaforico) gli uomini, e liberarli dalla schiavitù fisica, la conoscenza dei pochi veniva usata per tenere il gregge dei contadini, dei poveri e dei diseredati nella più totale ignoranza, mentre il timore di Dio veniva strumentalizzato (sia dall'Imperatore che dallo stesso Papa) per fini politici, in modo da tenere a freno o punire con la morte chi osava solo formulare idee innovative, e pertanto in contrasto con i due poteri dominanti. Ne “Il nome della rosa” Eco affronta questo problema attraverso le parole di Guglielmo, che riempiono molte pagine bellissime e profonde. Il monaco si chiede quale uso sia necessario fare della conoscenza, se sia conveniente e giusto riservarla ai pochi o se invece debba essere data a tutti, aprendo le biblioteche e le Università al popolo. Dopotutto, la conoscenza in sé non è né buona né cattiva: è l’utilizzo che se ne fa a essere positivo o negativo, tanto quanto la persona che ne trae vantaggio o che cerca di procurare un danno ai suoi nemici.
I preconcetti ideologici
Il secondo tema, che si riallaccia in modo diretto al primo, è la religione.
Ne “Il nome della rosa” la religione di cui si parla è quella cattolica, rappresentata nelle sue diverse e contrastanti correnti (papale, francescana, benedettina, i fraticelli, etc.), ma penso che il romanzo avrebbe potuto benissimo raccontare una storia di matrice islamica o induista senza subire scalfitture. Il punto fondatale, qui, può essere formulato con la domanda: quanto le nostre idee (chiamiamoli preconcetti) di tipo idealistico (religioso o politico) possono offuscare il nostro giudizio, e suggerirci (o imporci) una scelta sbagliata, arrivando addirittura a danneggiare, o uccidere, di proposito il prossimo?
Non vorrei rovinarvi il finale, ma “Il nome della rosa” si conclude con un grandissimo incendio che segna la fine di tutto: il Monastero brucia e molti suoi abitanti muoiono, religiosi o laici che siano; la trama investigativa termina senza che sia punito il colpevole; vengono svelati tutti i misteri, e il labirinto intellettuale, vero fulcro della storia, si sfalda. Insomma, Eco scatena l'Armageddon sul cosmo immaginifico a lui così caro, e il Medio Evo ne esce distrutto. La mia riflessione si conclude con un dato di fatto: l’atto finale di folle e inaudita violenza è causato volontariamente da un vegliardo (comune simbolo di saggezza), il monaco Jorge che, credendosi mosso dalla volontà Divina, scatena un vero e proprio Inferno Terrestre al fine di proteggere il Cattolicesimo da velenose idee filosofiche, frutto dell’intelletto di un famoso greco, fino ad allora obbligato al silenzio sui polverosi scaffali di un’illustre biblioteca cluniacense.
Spero che quanto detto vi invogli a leggere questo libro, che sono sicuri vi arricchirà, come ha fatto con me.
Italo Salieri
Post del 31-03-2011 (Edito: 15-03-2020)
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Tags: cervo-bianco, clarke, fantascienza, ironia, percorso
Chi ha detto che la fantascienza non possa essere divertente o almeno strappare un sorriso?
Questa fu molto probabilmente la domanda che si pose Arthur C. Clarke prima di mettersi a scrivere “All'insegna del Cervo Bianco”, un’antologia comprendente dodici racconti brevi che è stata proposta in Italia per ben due volte dalla collana Urania (n. 367 nel 1967; n. 884 nel 1981). Il libricino, sebbene non troppo diffuso, è abbastanza semplice da recuperare, sia in italiano che in inglese, servendosi di uno dei tanti canali di vendita su Internet. Per chi fosse interessato, il titolo originale dell’opera è “Tales from the White Hart” (1957).
“Harry si rivolse a me per dirmi: - C’è un’analogia che vorrei prendere a prestito da uno dei tuoi libri, Arthur, in cui si dimostra il punto che io cerco di raggiungere. Sai, dove si paragona la lotta contro la gravità terrestre alla scalata per uscire da un pozzo profondissimo.
- Oh, fa’ pure - dissi io - L’avevo preso a mia volta da Doe Richardson.
- Ah, volevo ben dire! Mi pareva troppo bello per essere originale. - replicò Harry.”
Benvenuti al “Cervo Bianco”
Ciò che caratterizza i racconti del Cervo Bianco è l’acuta ironia – in puro stile inglese – con cui l’autore sviluppa trame più o meno credibili partendo da idee ancor più strampalate. Ovviamente, si tratta di una precisa scelta dell’autore che, a partire dalla primissima riga, vuole puntualizzare quale sia il fine principale della sua antologia (fare ridere o, appunto, sorridere in modo intelligente), suggerendo al lettore la giusta predisposizione d’animo con cui intraprenderne la lettura.
Diciamocelo pure: la fantascienza, il più delle volte, è una cosa seria. Clarke, dunque, chiede da subito un piccolo sforzo – qualcuno direbbe uno sforzo non convenzionale – che costa una certa fatica al lettore abituato a un genere non facile e pregno di significato. La fantascienza, infatti, ha il pregio di trattare temi delicati come il possibile futuro dell’Uomo e i risvolti che Scienza e tecnologia potrebbero avere sulla nostra società, per esempio da un punto di vista economico-politico.
A volte, prendendo spunto da temi che sono, per così dire, sulla cresta dell’onda, la fantascienza azzarda previsioni difficili o abbozza e propone quei dibattiti etici coi quali, prima o poi, dovremo confrontarci. O, ancora, portando all'estremo una certa nozione teorica o un’ardita speculazione, essa tenta di ipotizzare e analizzare la possibile risposta umana a un forte stress fisico o mentale. Alla luce di quanto detto, è spontaneo stupirsi, e insieme apprezzare, la presente opera come un riuscitissimo tentativo di svuotare, per una sola volta, la fantascienza da questo “peso” culturale all'unico fine di regalare a noi lettori delle sane e semplici risate, e concedere al nostro amato genere un episodio di ritrovata freschezza e serenità. È bene ricordare – se ce ne fosse bisogno – che Clarke è l’autore de “La sentinella”, il racconto che ispirò S. Kubrick per il più classico dei film di fantascienza: “2001: Odissea nello spazio”. Chi si sarebbe mai aspettato che la brillante mente di Clarke potesse partorire un’opera intrisa di comicità e, perché no, ironica seppur intelligente stupidità?
In poche parole, “All'insegna del Cervo Bianco” ridimensiona la fantascienza, nel senso che la trasforma in qualcosa di comune e quotidiano, come può esserlo incontrare i propri amici al pub dopo una lunga giornata lavorativa tanto per farsi due risate.
Fin dalle primissime battute, l’Autore propone il Cervo Bianco come un luogo stravagante, una sorta di locanda “magica”, difficile da raggiungere – sebbene si trovi a due passi da Fleet Street (la famosa strada dei giornali di Londra) – e itinerante, tanto da costringere i nuovi avventori a cercarla, la prima volta, con l’aiuto di una vera e propria guida.
A vederlo da fuori, comunque, il Cervo Bianco non ha nulla di speciale, anzi “rassomiglia a un qualsiasi altro locale pubblico; e in realtà è così per cinque giorni la settimana”. Ma ogni mercoledì sera il pub brulica di “giornalisti, scrittori ed editori”, e ovviamente di scienziati. E, fra una pinta di birra e un racconto, si concludono affari letterari remunerativi, dato che “molti nostri scienziati sono anche scrittori, e non pochi scrittori sono scienziati”. E “se Drew, il nostro oste, avesse una percentuale su tutti gli affari di carattere letterario conclusi nel suo locale, sarebbe un riccone”. Il Cervo Bianco, dunque, potrebbe rappresentare uno di quei luoghi (salotti, locali pubblici, circoli, etc.) in cui le Due Culture si incontravano nell'Inghilterra degli anni ‘50-‘60 per discutere, ridere e anche trarre profitto dalla mutua collaborazione. A sostegno di ciò, lo stesso Snow faceva cenno nel suo libro a salotti serali, in cui ebbe il piacere di conoscere e frequentare famosi scrittori e letterati dell’epoca, che divennero fra l’altro suoi amici e colleghi “di penna”.
Tornado all'antologia, i dodici racconti sono dominati da due voci principali: la prima, ovviamente, è quella del narratore, che alla fine scopriamo essere lo stesso Clarke; la seconda, invece, appartiene a un personaggio carismatico anche se, a dir la verità, un poco fanfarone di nome Harry Purvis.
Questi è uno scienziato tutto tondo, capace di parlare di fisica, intelligenza artificiale o evoluzione biologica con la stessa profondità, competenza e, soprattutto, amore della parola. Harry, infatti, è famoso fra gli avventori del Cervo Bianco per le sue sconfinate capacità oratorie, tanto che il suo intervento è un must del mercoledì sera. Harry, in realtà, è il tipico narratore che trae piacere dal raccontare, e lo fa con stile e ironia, integrando a suo piacimento fatti realmente accaduti ad avvenimenti alquanto improbabili, nozioni basilari e sacrosante di scienza alla pura fantasia. Insomma, l’essere scienziato alla consapevolezza che, in fondo, siamo tutti pacifici bevitori di birra. Due sono le cose che Harry odia di più al mondo: primo, essere interrotto; secondo, che gli si rubi la scena, magari tentando di catturare la piena attenzione del piccolo pubblico presente al Cervo Bianco.
Harry è un buon amico del narratore (Clarke), e sopporta solo gli interventi di quest’ultimo. L’Autore, pertanto, si ritaglia due brevi camei nel primo e nel penultimo racconto, parlando in tutto per non più di una dozzina di parole, la maggior parte delle quali a carattere auto-ironico, quasi a voler minimizzare la propria bravura e il proprio ruolo all'interno del Cervo Bianco.
Benché tutti e dodici i racconti siano spassosi, almeno se – come me – avete il celebre English sense of humor, vorrei presentare quelli che mi hanno colpito maggiormente, vuoi per lo stile o per l’effetto davvero esilarante, direi geniale, vuoi per i contenuti che, seppur fantastici e inverosimili, si prestano a chiavi di lettura più serie e pregnanti.
Tutti zitti: parla Purvis
Il primo racconto, intitolato “In silenzio, prego”, è quello che, a mio avviso, esemplifica i tipici connotati dello humor inglese.
Un inventore, tale Rupert Fenton, “giovanotto in gamba, con ottima pratica di meccanica, ma, naturalmente, un po’ a corto di teoria”, riesce a mettere a punto una macchina capace di togliere il volume alla realtà. Sì, avete capito bene: si tratta di una specie di megafono che funziona al contrario, eliminando i suoni invece che amplificarli. Sfruttando il fenomeno dell’interferenza distruttiva, infatti, Fenton costruisce un “silenziatore” per qualsiasi tipo di onda sonora. Purtroppo, un suo amico, Kendall, fisico di formazione, pensa bene di rubargli il congegno e usarlo per vendicarsi di una ragazza che lo aveva respinto. Approfittando di un’occasione unica, Kendall riesce a mettere in pratica i suoi propositi e, grazie al “silenziatore di Fenton” mette a tacere – è il caso di dirlo – l’odiata ragazza, procurandole grandissimo imbarazzo di fronte a un vastissimo pubblico riunitosi al college per assistere a un importante spettacolo teatrale in cui lei recita come protagonista. Resosi conto dell’accaduto, Fenton corre per spegnere la macchina che, avendo accumulato il massimo livello possibile di energia, esplode, uccidendolo. A quegli avventori che, essendo abituali frequentatori dell’università, chiedono “com'è che mai nessuno ha sentito parlare di questa storia?”, Purvis risponde: “Non volevamo uno scandalo. [..] E poi, date le circostanze, non vi pare fosse il caso appropriato di… ehm… silenziare tutta quanta la faccenda?”
Il racconto, “Massa critica”, il quarto dell’antologia, tratta un tema a me caro: la percezione che le persone non specialiste (in inglese, laymen) hanno dell’impresa scientifica.
In senso lato, il breve racconto vuole sdrammatizzare la paura verso le scoperte scientifiche, le cui applicazioni possono avere risvolti importanti e possibilmente pericolosi; ma, soprattutto, la storia (tragicomica) è una forte condanna della paura verso l’ignoto. A questo proposito, la diffidenza che molte persone dichiarano di nutrire nei confronti delle nuove applicazioni tecnologiche, soprattutto quelle derivanti dalle “scienze dure” – si pensi, per esempio, all'energia nucleare –, potrebbe dipendere, a mio avviso, da un atteggiamento superbo o da una modalità scorretta di divulgazione delle idee/scoperte scientifiche da parte degli stessi scienziati e dei giornalisti di settore.
Ad ogni modo, il racconto si regge sul più banale dei fraintendimenti, dovuto a un cattivo utilizzo della lingua comune piuttosto che a una reale manipolazione dell’informazione. Alcuni scienziati, fra cui lo stesso Purvis, giungono al “Cigno Nero”, un pub che si trova nel bel mezzo della campagna inglese nei pressi di Upchester, per passare il proprio tempo libero. Il gestore del locale prende a fare domande sul lavoro che essi svolgono presso il “Stabilimento di Ricerche sull'Energia Atomica”, situato nella vicina Clobham. Purvis e compagni, candidamente e usando parole a dir poco azzardate, dichiarano che il dipartimento proprio quel giorno sta provvedendo a “far uscire del materiale urgente” con dei camion, dato che “c’è tanto uranio a Clobham da far bollire tutto il Mare del Nord”. Le parole suscitano una vera e propria ondata di panico fra gli avventori del locale quando un camion, indicato dagli stessi scienziati come proveniente dallo Stabilimento, si ribalta poco lontano dal “Cigno Nero”. Temendo la contaminazione da isotopi radioattivi, i laymen fuggono via in massa, abbandonando Purvis e gli altri al loro triste destino. Niente da sorprendersi, dunque, se Purvis dichiara di aver impedito “l’evacuazione dell’Inghilterra del Sud”, quando, avvicinandosi con cautela al camion incidentato, capisce che in realtà l’unico pericolo consiste in “un mezzo milione di api” inferocite che “tentano di rientrare nei loro alveari fracassati”.
Il terzo racconto che vi propongo è “I prossimi inquilini”, una storia fantascientifica caratterizzata da una forte, benché tragicomica, critica nei confronti dell’umanità.
Purvis, questa volta, narra dell’incontro avuto su un “atollo del Pacifico lontano meno di mille miglia da Bikini” con il tal Prof. Takato, l’unico scienziato “pazzo” che il nostro ammette di aver mai conosciuto. Purvis non nasconde che la sua presenza in un luogo così lontano da casa era dovuta a delicatissimi interessi di Stato: con l’aiuto di alcuni colleghi, infatti, avrebbe dovuto controllare l’utilizzo dell’energia atomica e delle bombe termo-nucleari da parte dei russi. “Si credeva che l’atollo fosse disabitato” osserva, “ma sbagliavamo di grosso”. Il Prof. Takato, infatti, lavorava già da molti anni sull'isola per conto di un’importante università giapponese e, con l’aiuto di vari assistenti, conduceva esperimenti assai bizzarri sulle popolazioni locali di termiti.
È bene precisare che egli considerava il termitaio come un “organismo altamente evoluto e immortale, se non avviene un incidente”, ma cristallizzato (da un punto di vista evolutivo) e quindi sterile nella sua perfezione. Le termiti sono “creature raffinate” poiché, per esempio, sono capaci di coltivare orti e allevare vacche-insetti, ma non sono in grado di abbandonare il Pacifico per conquistare il resto del mondo. Il Prof. Takato intende porre rimedio a questa situazione e, una volta compreso il linguaggio degli insetti, comincia comunicare con loro e a farli evolvere, dal punto di vista tecnologico, fornendo loro alcuni rudimentali tipi di slitte. Le termiti accolgono la novità con sorprendente spirito adattativo e inventiva, tanto che cominciano a costruirsi da sole nuovi carri capaci di aumentare l’efficienza del termitaio e accresce così le sue probabilità di sopravvivenza.
Fra l’altro, il Prof. Takato scopre che le varie colonie presenti sull'isola sono in grado di comunicare fra loro per cooperare e scambiarsi informazioni sulle ultime scoperte tecnologiche. In questo modo, e con l’aiuto del Prof. Takato, i termitai potranno uscire “dal solco in ci sono bloccati da milioni d’anni”, soprattutto perché il biologo intende dar loro, prima di morire, nuovi strumenti e nuove tecniche, sperando di vederli inventare altri oggetti da soli. Quando Purvis chiede a Takato “perché lo fate?”, questi risponde che la vera ragione del suo studio ed esperimenti è che “l’Uomo non sopravvivrà” in quanto “l’umanità è giunta a un punto morto” ma “spero di salvare qualcuna delle sue scoperte”.
Il prof. Takato spiega che lo scopo della sua vita è procurare un avversario all'uomo, fatto che “potrebbe essere la sua salvezza”, stimolandolo a progredire e imparando a convivere in pace con una specie del tutto differente ma altrettanto evoluta. Infatti, “a che servirebbero le armi dell’uomo contro un nemico intelligente, in grado di distruggere tutti i campi di grano, tutti i raccolti di riso della Terra?”. Purvis conclude la sua narrazione ricordando che “Takato è ancora laggiù, e penso che sia l’uomo più importante del mondo intero. Mentre i nostri politici si accapigliano, lui fa di noi una razza superata”. D’altra parte, non varrebbe la pena tentare di fermalo poiché “forse sarà meglio lasciare che le termiti tentino la loro sorte. Non vedo come potrebbero fare peggio di quanto abbiamo fatto noi.”
Vorrei concludere questa breve rassegna presentando l’ultimo racconto dell’antologia, dal titolo “La defenestrazione di Ermintrude”. Si tratta di una storia che, per una volta, mette in difficoltà – per non dire in vero imbarazzo – l’abile Purvis, e che costituisce un vero e proprio attacco ironico verso i personaggi de “All'insegna del Cervo Bianco”, primi fra tutti il mitico Purvis.
Il racconto ha come protagonista Ermintrude, furba moglie di Osbert Pollice che di mestiere fa il tecnico alla B.B.C.: una coppia come tante, di certo non troppo felice, nella vasta schiera delle conoscenze di Purvis. I fatti si riassumono in poche parole – è il caso di dirlo, dato che proprio la loquacità per la quale Ermintrude era nota le costò una clamorosa defenestrazione da parte del marito. Dunque, Osbert, stufo e inasprito dalla parlantina della moglie, decide di proporle una sfida: costruito un aggeggio capace di raccogliere una ad una le parole pronunciate da persone diverse e di contarle, si capisce, attribuendole in modo corretto a un “Lui” o a una “Lei”, dichiara che chi farà registrare il punteggio più basso dopo una settimana, l’avrà vinta.
Osbert è così sicuro di vincere la gara che accetta la proposta della moglie di nascondere il contatore per evitare che la sua presenza influisca sul normale comportamento della coppia e, di conseguenza, sull'esito della prova. Le cose sembrano mettersi bene per il laconico Osbert, dal momento che la moglie, incurante della macchina, non fa nulla per tenere a freno la propria lingua. A fine settimana, però, un’amara sorpresa attende il tecnico della B.B.C.: rotti i sigilli, infatti, “Lui” segna 143’567 mentre “Lei” appena 32’590 “Osbert fissò le cifre incredulo. Qualcosa si era guastato, ma come?”. Smontato l’aggeggio, Osbert capisce facilmente che Ermintrude aveva unito insieme vari pezzi di alcuni vecchi nastri registrati da Osbert come ricordo, lasciando poi girare per ore la macchina che ripeteva tutto quanto era stato registrato.
Ingannato con un’astuzia tanto semplice quanto subdola, Osbert perde la testa e “tutto ciò che sappiamo è che la moglie uscì di casa per la finestra”, per inciso quella del quarto piano. Dopo una lunga pausa “non so se frutto d’incredulità o di rispetto alla memoria della fu signora Pollice. […] Harry Purvis si fece pallidissimo, e cercò, invano, di nascondersi fra i presenti”. Purvis, infatti, deve affrontare la moglie, apparsa all'improvviso nel locale, e che, inviperita, prende tutti a male parole – dando all’attonito Harry dello “sporco bugiardo” e definendo la compagnia presente al Cervo Bianco “una banda di sporchi ubriachi”. La signora Purivs, quindi, costringe il marito perditempo ad abbandonare tutto: il bicchiere di birra, gli amici e il piacere di raccontare l’ennesima storia. E, in cambio, Harry riesce solo a dire un umile “Come vuoi, Ermintrude”!
Clarke osserva che “non si sa se Harry fosse tanto sconvolto da chiamarla automaticamente Ermintrude, o se quello fosse il suo nome di battesimo. […] Quello che conta è che […] nessuno, a partire da quella sera, lo ha mai più rivisto”. Dopo poco tempo, il Cervo Bianco cambiò dislocazione, e tutta la compagnia seguì Drew con armi e bagagli alla nuova sede, lo “Sphere”. Nel climax finale, Clarke ammette che “se ho raccolto e pubblicato questi racconti, è anche nella speranza che vedendo il libro egli riesca a scoprire il nostro rifugio” poiché “da quando te ne andasti, Harry, le cose non sono mai più state come prima”.
Conclusioni
In conclusione, l’esilarante e alquanto intelligente libretto presentato quest’oggi rappresenta, per conto mio, una piacevolissima scoperta.
L’antologia di Clarke, infatti, insegna a essere leggeri anche su argomenti palesemente importanti e delicati, suggerendo che la Scienza e il futuro non nascondono solo cose terribili, catastrofi e una vita priva di colore per l’Uomo, e rinnovando quella visione “stupita” e ammirata che, credo, dovremmo sempre avere nei confronti della Natura, della creatività umana e dell’attività scientifica.
Inoltre, l’opera ci ricorda che gli scienziati, più o meno noti e più o meno pagati, sono uomini come tutti, con i loro difetti – come l’orgoglio –, e i loro punti di forza – in primis, un grande senso dell’ironia che permette loro di avere una visione svagata addirittura verso la vita e gli affanni umani.
Infine, attraverso questi dodici racconti, Clarke ci ricorda che, di fronte a una pinta di birra, tutti – gli amici, i compagni di viaggio e gli intrusi, nonostante le differenti estrazioni sociali e di mentalità; dicevo, tutti godiamo dello stesso diritto alla risata, soprattutto quando siamo ben nascosti da orecchie indiscrete e l’unica cosa che conta davvero è divertirsi. E, per dirla alla Clarke, “date queste premesse, è raro che i mercoledì al Cervo Bianco siano noiosi.”
Italo Salieri
Post del 15-02-2011 (Edito: 08-03-2020)
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Tags: due-culture, percorso, scienza, snow, umanesimo
Nel post odierno vorrei affrontare (brevemente) un tema che considero fondamentale, ossia il rapporto fra le due cosiddette culture parallele che caratterizzano il Mondo Occidentale: quella scientifica e quella umanistica.
Parola d’ordine: integrare
Nel mio piccolo ho sempre pensato che, in una società scientifico-tecnologica come la nostra, la corretta crescita individuale e orientamento sociale di una persona dipendesse da diversi fattori, fra i quali senz'altro la capacità di fare propri strumenti per capire il mondo che ci circonda, e che cambia molto velocemente.
È innegabile che in seguito alla Rivoluzione Industriale la scienza e le sue applicazioni tecnologiche abbiano avuto, e hanno tutt'oggi, un ruolo di rilievo nella nostra organizzazione sociale, dalla vita di tutti i giorni (TV, cellulari, etc.) alle grandi tematiche (gestione dell’inquinamento, cure mediche, etc.). In particolare, il secolo scorso è stato caratterizzato da un’esplosione tecnologica senza precedenti che, fra le altre cose, ha portato per esempio a: la conquista dello spazio; un’aspettativa di vita più lunga, con la conseguente crescita demografica e i relativi problemi pragmatici; un nuovo modo di comunicare e diffondere informazioni a costi contenuti (Internet); un nuovo approccio medico (biomolecolare); e così via.
Cionondimeno, in molti paesi e soprattutto qui in Italia, la scienza non è apprezzata, agli occhi di chi scrive, come dovrebbe. È un dato di fatto che per esempio la teoria della relatività di Einstein, il principio di indeterminazione di Heisenberg, e la scoperta della struttura del DNA a opera di Watson e Crick, pur rappresentando alcune fra le più grandi conquiste dell’umanità e pur avendo influenzato diverse correnti artistiche del Novecento, non siano considerati culturalmente equivalenti a “La Divina Commedia” o a “Guerra e Pace”. Ma perché accade ciò?
Dal mio punto di vista – e lo dico un po’ per amor di polemica, un po’ perché credo sia vero – questo potrebbe dipendere dal fatto che molte persone considerano la scienza come un sapere distante e troppo specialistico, insomma difficile da capire. Viceversa, agli occhi di un addetto ai lavori, questo atteggiamento potrebbe sembrare fondato su un forte pregiudizio “culturale” che affonda le sue radici su un diffuso (anzi, diffusissimo) analfabetismo scientifico. Di certo, i tecnicismi intrinseci al metodo ipotetico-deduttivo, per altro necessari per formulare rigorosi ragionamenti scientifici, e la difficoltà intellettuale delle tematiche scientifiche non facilitano la diffusione della Scienza e delle Sue (nostre) scoperte al grande pubblico. A questo scopo è fondamentale l’opera divulgativa delle idee scientifiche, e il coinvolgimento dell’opinione pubblica nei dibattiti etici o con fini legiferativi. Inoltre, a mio parere, l’Italia rappresenta un caso particolare e, forse, il nostro passato rinascimentale (che rappresenta, è bene ricordarcelo, la culla della modernità), assieme all'ingombrante presenza pontificia sul nostro territorio, rafforza una mentalità che, come detto, definirei per motivi storici “strettamente umanista” tanto che alcune tematiche scientifiche (come la possibilità di coltivare OGM e la fecondazione assistita) risultano a dir poco spinose e di grande impatto mediatico.
Intendiamoci: non sono (ahimè) un filosofo della scienza né uno storico, e non ho la pretesa di analizzare in dettaglio la situazione della nostra penisola, né intendo affermare che la scienza sia in assoluto superiore alla fede religiosa o alla cultura umanistica. Possiamo però riconoscere che la scienza rappresenta quel sistema rigoroso che ci permette di conoscere/comprendere in modo oggettivo la realtà e noi stessi. Certo, al fine di ottenere tale conoscenza è necessario integrare le scoperte scientifiche fra loro, e inglobare la scienza in un discorso più ampio che prenda in considerazione filosofia, storia e psicologia umana. Sono convinto, infatti, che lo studio del nostro passato (storiografia), così come le opere dei grandi scrittori e i saggi dei grandi filosofi siano una fonte inestimabile per capire “chi siamo, chi siamo stati e cosa abbiamo fatto”. Insomma, un eccezionale insieme di conoscenze e teorie utile per darci alcune risposte legate alle tematiche esistenziali che adombrano la vita dell’Uomo, e fondamentali per ricordare ed evitare vecchi errori.
Dunque, io credo fortemente che sia necessario integrare nella società e, prima ancora, in ognuno di noi questi due diversi aspetti della vita intellettuale umana – così come penso che al benessere psicologico e intellettuale sia necessario affiancare il benessere fisico (ma non voglio divagare). Forse fu a causa di questa mia convinzione che (inconsciamente) scelsi di laurearmi in Biotecnologie, una materia interdisciplinare che affronta da un punto di vista pratico (tecnologico) molte problematiche attuali (fame nel mondo, salute umana, etc.), fra l’altro offrendo alcune possibili soluzioni, e che ha in definitiva ripercussioni etico-sociali di rilevanza notevole.
Le due culture di Snow
Qualche anno fa ebbi la fortuna di comprare un libricino molto significativo: “Le due culture” di Charles P. Snow (1959) ristampato da Marsilio editore nella colonna “Reset” nel 2005 con il preciso obiettivo di riaccendere e rendere attuale la tematica che tratterò oggi. Il saggio è accompagnato da commenti e approfondimenti finali firmati da alcuni famosi filosofi della scienza quali Piergiorgio Odifreddi, Giulio Giorello e Giuseppe Longo. Insomma, una lettura polemica, brillante e piena di spunti di riflessione.
“Scienziati e letterati non comunicano, non si amano, anzi si detestano.” Lo denunciava cinquant'anni fa Sir Charles P. Snow, fisico e scrittore inglese, in questo celebre testo polemico. Cos'è cambiato da allora? Quell'avversione denunciata da Snow, così negativa per le sorti del mondo e del sapere, è stata in qualche modo archiviata e superata? E in Italia i rapporti tra i due universi sono intanto migliorati? Gli interventi di Giorello, Longo e Odifreddi mostrano come l’espressione “Due Culture” si sia arricchita di nuovi significati impensabili al tempo di Snow e di come inizi a soffiare un vento nuovo.
La tesi di Snow è, in realtà, molto semplicistica – fatto di cui lo stesso Autore è conscio – e si risolve in una dicotomia (non a caso il titolo contiene la parola “due”) che vede da una parte gli scienziati e dall'altra i letterati “l’un contro l'altro armato”, come direbbe il Manzoni.
Snow fu un fisico di professione, ma uno scrittore di vocazione: ebbe quindi modo di lavorare con grandi fisici di inizio Novecento, e di frequentare i salotti letterari inglesi dello stesso periodo. Egli individuò alcune cause fondamentali (che io chiamerei pregiudizi) per l’annoso contrasto fra scienziati e letterati.
Pregiudizi degli Umanisti
gli scienziati sono animati da un superficiale ottimismo, ossia non hanno coscienza della tragicità della condizione umana;
gli scienziati non hanno fantasia alcuna;
gli scienziati sono specialisti ignoranti, a cui non piace troppo leggere e che usano addirittura i libri (di letteratura) come strumenti per non far ballare i tavoli;
la scienza è troppo specialistica, tanto che si assiste ad una frammentazione della cultura scientifica in diverse aree non sovrapposte (fisica, biologia, neuroscienze, etc.), alle quali corrispondono comunità isolate di scienziati (fisici, biologi, etc.).
Pregiudizi degli Scienziati
gli umanisti sono boriosi, e pretendono che la cultura tradizionale costituisca la “totalità” della cultura (in pratica, solo perché più vicina al senso comune e perché precedente, da un punto di vista storico, alla nascita della Scienza propriamente detta);
gli umanisti pensano che lo studio della natura non sia interessante né di per sé né per le sue conseguenze;
gli umanisti sono specialisti ignoranti, incapace di farsi un’idea del mondo naturale;
gli umanisti sono “luddisti”, nel senso che non desiderano e non si sono mai sforzati di comprendere l'importanza della Rivoluzione Industriale.
Si tratta di osservazioni molto generali dalle quali prende forma una visione poco realistica e piuttosto elitaria della cultura (ci si potrebbe chiedere, per esempio, da che parte si schierano le persone comuni, cioè non specialiste). Pertanto, tali pregiudizi devono essere intesi come un mero punto di partenza per affrontare la problematica dello scontro fra la cultura scientifica e quella umanistica. Snow, come detto, era conscio che le proprie argomentazioni fossero solo approssimazioni della situazione reale, e pertanto ripropose il saggio nel 1964, aggiornandolo e approfondendo le proprie idee. Vi fu chi criticò aspramente il lavoro di Snow, soprattutto in riferimento all'estrema semplificazione dei pregiudizi appena illustrati, tanto che l’Autore venne accusato (per esempio, da parte di Leavis) di essere un letterato da quattro soldi e anche uno scialbo tecnocratico, che capiva ben poco della Rivoluzione Industriale. Tralasciando critiche di questo genere, che mirano a distogliere, per così dire, la discussione dagli aspetti essenziali, è stato fatto notare che la più grande contro-argomentazione alle idee di Snow è racchiusa proprio nell'accezione in cui egli usa la parola “cultura”, che corrisponde a una sorta di a priori sul quale egli fonda il proprio ragionamento. Vorrei affrontare questa tematica nella prossima sezione, dato che le osservazioni di alcuni autori come Holton, Giorello e Longo si riallacciano direttamente a questa.
Vorrei però far notare che il primo pregiudizio che gli umanisti nutrono nei confronti degli scienziati è del tutto errato. Infatti, per usare le parole di Snow, “l’apparente ottimismo degli scienziati deriva dalla confusione fra esperienza individuale e situazione sociale”. Gli scienziati sono uomini e donne caratterizzati (per la maggior parte) da una mente acutissima e da una forte sensibilità “filosofica”: molti scienziati, se non proprio tutti, avvertono che la condizione di ognuno di noi è tragica almeno quanto i letterati.
“Ciascuno di noi è solo: talvolta fuggiamo alla solitudine con l’amore o l’affetto, forse, in certi momenti di creazione, ma [..] ciascuno di noi muore solo.”
C. P. Snow
Come fatto notare da Snow, sebbene ciascuno di noi sia solo e sia destinato a morire solo, esistono cose che non dipendono dal mero destino, e se non lottassimo contro di esse saremmo meno che uomini. Capire che, come diceva René de Chateaubriand, ognuno di noi si confonde nella folla come se fosse in un vasto deserto di uomini, non significa accettare la nostra tragedia come un destino ineluttabile. Così facendo, commetteremmo un errore molto grave, che porterebbe i più intelligenti a chiudersi nella propria solitudine, e indurrebbe la società intera a tenersi in disparte, e cioè a permettere che chi non ha il pane muoia di fame. Ebbene, Snow osserva che, come gruppo, “gli scienziati cadono in questa trappola meno degli altri”, e che “sono sempre inclini a darsi da fare per cercare un rimedio”. L’ottimismo degli scienziati, dunque, “è un ottimismo del quale il resto dell’umanità ha urgente bisogno”. Si tratta di una visione romantica e, credo, reale degli scienziati e della scienza: proprio quest’ultima assume il carattere di una vera e propria impresa sociale tesa al futuro, come affermato da Gianni Vattimo.
Snow, infine, propose alcune soluzioni, che consistono tutto sommato nella forte critica fatta ai letterati colpevoli, a suo dire, di un atteggiamento troppo romantico e “luddista” (vedi sopra), così che la letteratura e la filosofia moderne correrebbero il rischio di estraniarsi sempre di più dalla realtà e dalle problematiche attuali, diventando una sorte di rifugio individuale per il singolo studioso. Infine, Snow propose oltretutto che fosse necessaria una profonda revisione del sistema scolastico al fine di offrire una formazione più completa, in cui la scienza avesse un peso maggiore, e cioè almeno pari a quello delle materie umanistiche.
Una prospettiva personale
Come anticipato, le idee polemiche discusse da Snow nel suo saggio sono state oggetto di forti critiche, in particolare rispetto alla stessa definizione di cultura sulla quale l’Autore erige i propri ragionamenti.
In breve, per il fisico inglese, gli scienziati sono accomunati dalla particolare caratteristica di “reagire allo stesso modo”, ovvero al di là delle differenze individuali (carattere, abitudini, etc.), di estrazione sociale, e di fede religiosa e politica, gli scienziati condividono le stesse “regole” mentali e la stessa metodologia di pensiero che permette (e costringe) loro ad affrontare i problemi (scientifici e non) con una certa prassi/comportamento.
Questa definizione di cultura è stata analizzata dal filosofo della scienza Longo che ha notato come essa non tenga conto del fatto che il sapere di per sé non costituisce cultura, ma piuttosto conoscenza o erudizione. Il termine “cultura” è già di per se stesso ambiguo e cambia in relazione al momento storico e alle persone che lo usano. Longo, non a torto, riduce il concetto di cultura a “essenziale per la propria vita” (o sopravvivenza), ma “essenziale” a sua volta è un aggettivo qualificativo e, quindi, per definizione vago, sfumato. La cultura, dunque, cambia, “si dilata e si restringe, magari conservando un nucleo più tenace e relativamente invariabile attorno al quale il resto respira, si struttura e si destruttura”. Invece di parlare di due culture parallele, Longo preferisce contrapporre alla cultura il suo opposto, cioè l’incultura, il rifiuto o il disprezzo della conoscenza.
Longo propone, quindi, che il termine cultura sia legato al concetto di essenziale per la nostra vita: si ha cultura quando si conosce e si comunica ciò che si scopre, o si inventa, perché ciò è ritenuto importante per la nostra vita. La cultura, in altri termini, è tale se produce interesse e responsabilità nell'Uomo.
Da questo punto di vista, le nuove frontiere della biologia e delle biotecnologie “fanno cultura”, legandosi oggi alla medicina, alla disponibilità di cibo, alla procreazione, agli interessi economici e politici, all'etica e alla morale. Esse, insomma, si legano ai “fatti sodi e insieme simbolici della vita”, introducendo possibilità, (o soluzioni) e rischi. In una sola parola, responsabilità. Sia per gli scienziati che per le persone non specialiste.
Ricapitolando, Snow pensa che gli scienziati di diversa matrice, come matematici, fisici, biologici, etc. abbiamo una sorta di cultura comune, almeno in senso antropologico. Pur non riuscendo a capirsi appieno, condividono le loro metodologia, uno stesso codice di onestà intellettuale e il loro fine ultimo. Negli anni Ottanta, lo storico della scienza Holton rimarcò, invece, che questa unità culturale fosse ormai spezzata, confermando almeno uno dei pregiudizi degli umanisti. Ciò ha come conseguenza la proliferazione di sotto-comunità di esperti, prive di motivazioni e riferimenti che non siano settoriali. Il filoso della scienza Giorello nota, però, che tale fenomeno sembra minacciare l’idea di una scienza moderna, ma che potrebbero essere riportare alla medesima causa all'origine della separazione delle due culture, e addirittura – direi io – della contrapposizione fra uomo e natura che caratterizza la nostra società e storia. In altri termini, almeno fino a Hegel, il pensiero occidentale è stato caratterizzato dalla contrapposizione fra una tesi e un’antitesi difficilmente conciliabili a causa del fatto che concepiamo tanto le entità fisiche quanto le conquiste intellettuali come entità fisse (idee platoniche). Ma le teorie scientifiche (così come i miti, le credenze religiose, etc.) assomigliano, piuttosto, al panta rei di Eraclito: realtà viventi, in incessante trasformazione, capaci di apprendere dal contatto con il loro “ambiente”.
Un altro filosofo della scienza, Odifreddi, ricorda che la contrapposizione fra scienziati e letterati è puramente accademica: “se infatti” scrive, “si distoglie lo sguardo dai polemisti dei due campi e lo si dirige sui protagonisti della vita intellettuale, si nota che [..] essa non è mai esistita nelle menti senza confini che stanno ai vertici delle proprie discipline”. Ad esempio, si pensi a Schrodinger, Huxley, ma anche a Dante e a Lucrezio.
Certo, dato il grado di avanzamento della scienza moderna, sarebbe difficile, se non impossibile, scrivere opere onnicomprensive che siano da una parte trattati scientifiche e dall'altra una summa della filosofia della natura di un unico autore. Come detto, la parola d’ordine dei nostri giorni è integrare. Odifreddi, comunque, nota come la scienza abbia “fatto cultura” influenzando la letteratura (Calvino, Perec, Queneau, ect.), dando vita a nuovi generi letterari come fantascienza e cyberpunk, “generi autonomi che hanno colmato un bisogno di tematiche che sono evidentemente al di fuori della portata di autori di formazione umanistica”.
La domanda più intrigante che Odifreddi pone come una sorte di sfida, o almeno io ho intesa così, è cosa possiamo fare noi per la Cultura, ossia per quell'insieme di conoscenze che vanno comunicate, discusse, e che sono fondamentali per il destino dell'umanità intera?
“Il progredire della scienza fornisce a noi scrittori un terreno solido sul quale dobbiamo poggiare per formulare nuove ipotesi.”
E. Zola
Ebbene, forse come antidoto allo spleen e a quel minimo di omologazione che l’attività scientifica porta, o forse per crearmi il mio ambiente minimo di sopravvivenza, io cerco di costruirmi la mia realtà – e di orientarmi così nel mondo reale – seguendo poche “regole sensate di vita”, che ho trovato be riassunte ne “Il romanzo sperimentale” di Emile Zola:
“Si è detto spesso che gli scrittori devono aprire la strada agli scienziati. [..] L’uomo ha iniziato con il tentare alcune spiegazioni dei fenomeni, i poeti hanno espresso il loro sentimento e gli scienziati poi sono venuti a controllare le ipotesi ed a determinare la verità. [..] Si tratta di un compito elevato che ancor oggi gli scrittori devono compiere. Ma tutte le volte che una verità è stabilita dagli scienziati, gli scrittori devono abbandonare immediatamente le loro ipotesi per conformarsi a questa verità: diversamente rimarrebbero nell'errore per partito preso, senza utilità per nessuno. In tal modo il progredire della scienza fornisce a noi scrittori un terreno solido sul quale dobbiamo poggiare per formulare nuove ipotesi. [..] Il romanziere (sperimentale) è quello che [..] fa intervenire il suo sentimento personale unicamente nei fenomeni il cui determinismo non è ancora stabilito, sforzandosi di controllare il più possibile il sentimento personale, l’idea a priori, con l’osservazione e l’esperimento. [..]
Ora se gli scienziati modificano la conoscenza della natura, se trovano il vero meccanismo della vita, ci costringono a seguirli ed anche ad oltrepassarli, per compiere il nostro ruolo nella formazione di nuove ipotesi.”
Insomma, per una persona come me è necessario studiare, scrivere, confrontarsi. E ricominciare daccapo.
Italo Salieri
Post del 11-09-2010 (Edito: 01-03-2020)
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Tags: androide, asimov, dick, fantascienza, hamilton, percorso, robot, sogno, uomo
La fantascienza è un genere letterario di estremo fascino ai miei occhi.
Essa, infatti, affronta:
temi classici, per es. la libertà individuale, la psicologia e il comportamento umani in relazione a eventi bizzarri o estremi;
temi esclusivi, per es. l’impatto sociale che le scoperte scientifiche (e il loro impiego tecnologico) potranno avere nella nostra vita.
La fantascienza, per definizione, affonda le proprie radici in un nucleo di conoscenze scientifiche solide, più o meno importanti ai fini della trama (da qui nascono correnti come la hard science-fiction), che condizionano le vicende e il comportamento dei personaggi presenti in una storia. Da questo punto di vista, potrebbe sembrare che la parte tecnica sovrasti quella romantica, ossia che i dettagli scientifici e i ragionamenti logici, utili allo svolgersi delle vicende narrate, impediscano alla parte emotiva e a quella sommersa (subconscio) di emergere dall’ordito descrittivo e dai dialoghi che l’autore faticosamente produce. Credo sia a causa di preconcetti simili – oltre che per la percezione distorta che molte persone hanno della Scienza, soprattutto in Italia – se questo genere, a me così caro, non abbia riscosso un grande successo di pubblico negli ultimi anni.
Chi ha la costanza di leggere molta fantascienza, e la fortuna di masticare un po’ di scienza, ha anche l’opportunità di discernere fra storie solide da un punto di vista teorico e storie un po’ labili, basate più sulla fantasia piuttosto che ispirate a un dato di fatto scientifico. Nonostante ciò, la profondità dei personaggi e la presentazione (o l’intreccio) di una trama dipendono dalle sole capacità dell’autore che, ricordo, spesso parla di sé o di parti del proprio essere. Dunque, in linea di principio, un romanzo di fantascienza merita la stessa attenzione di un’opera di narrativa.
A dimostrazione di quanto detto, durante l’estate del 2010 passata mi è captato di leggere alcuni libri interessanti che trattano o fanno uso di un tema tutt'altro che fantascientifico, e di cui ognuno di noi ha una reiterata esperienza diretta. Il sogno.
I romanzi/racconti in questione sono opere assai ben scritte da Autori che rappresentano il passato e il futuro della fantascienza:
“Sogni di robot” e “L’uomo bicentenario” di I. Asimov, contenuti rispettivamente nelle raccolte “Sogni di Robot” e “Tutti i miei robot”;
“Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” di P. K. Dick;
“Il sogno del vuoto” di P. F. Hamilton.
In ognuna di queste opere, il sogno ha una valenza differente e un ruolo più o meno importante ai fini della trama. Lungi da formulare un’analisi dettagliata di questo e altri aspetti, ho concepito un percorso del tutto personale che riguarda, appunto, la dimensione onirica presente nei romanzi di fantascienza appena citati.
Sogni di robot
Nei due racconti di Asimov il sogno ha valenze molto differenti.
In “Sogni di Robot”, il protagonista è un robot di nome Elvex (modello LVX-1), che è stato progettato con un innovativo “cervello frattale” da un’aitante ricercatrice di robotica. Elvex si dimostra un esemplare unico poiché possiede una qualità del tutto assente negli altri robot: la capacità di sognare.
In un primo momento, Elvex non si capacita di questa sua caratteristica. Il robot capisce che la sua mente è in grado di sognare solo mediante un’analisi razionale delle immagini – analisi che prende in considerazione sia la successione delle immagini che i loro particolari. Spetta a Susan Calvin, personaggio chiave in molti racconti sui robot di Asimov, il compito di interrogare Elvex per valutare quale sia il significato e quali i possibili sviluppi dell’esistenza di un robot dotato di tale capacità onirica.
Inizialmente, la Calvin appare soddisfatta (anche se un po’ allarmata) poiché è stato finalmente messo a punto un cervello positronico che simula in tutto e per tutto quello umano. La Calvin si fa raccontare nei dettagli il sogno ricorrente di Elvex, il quale confessa di sognare soprattutto altri robot al lavoro nello spazio e su diversi pianeti, e di vedere un uomo che alla fine li libera da questa schiavitù. Elvex aggiunge che l’uomo chiama i robot “il mio popolo”, e il personaggio è così ben caratterizzato che il lettore non ha difficoltà a riconoscere la simpatia che Elvex prova nei confronti del protagonista del suo sogno. La Calvin decide di eliminare all'istante Elvex quando il robot, rispondendo ad una domanda diretta della donna, afferma candidamente che quell'uomo è in realtà lui stesso.
In “L’uomo bicentenario” il sogno ha un’accezione simbolica e consiste nel desiderio di un robot, Andrew (modello NDR), di diventare umano. Nel racconto, dunque, non è presente una dimensione onirica propriamente detta, ma piuttosto il sogno consiste nella volontà di autodeterminazione posseduta da un robot abbastanza evoluto.
Andrew, come nel precedente racconto, è uno dei primi robot prodotti nell'universo immaginativo di Asimov, e rappresenta un modello unico dotato di una grande adattabilità e capacità artistiche. Regalato ai Martins, ricca famiglia terrestre, probabilmente per fini promozionali dagli stessi costruttori, la U.S. Robots, Andrew è un domestico e un baby-sitter, ma si rivela anche un bravissimo falegname, capace di guadagnare cifre esorbitanti con le proprie opere (ciondoli, sedie, etc.).
Il proprietario, Gerarld, personifica l’apertura mentale e magnanimità che, secondo Asimov, dovrebbero essere presenti in ogni uomo che si trovi a confrontasti con situazioni nuove o con persone sconosciute (“diverse da noi”). Gerarld, ovviamente, aiuta Andrew nella sua “scalata” nella società umana sia da un punto di vista legale che finanziario, tanto che permetterà ad Andrew di adottare un proprio cognome. Inoltre, Andrew esprime il desiderio di “comprarsi” la libertà dal suo padrone, e così avviene.
Più avanti nel racconto, dopo la morte di Gerarld e dei suoi successori, Andrew eredita un grandissimo studio legale che, assieme alle sue risorse economiche e al suo ingegno, lo condurrà in una fantastica battaglia socio-economica destinata a fargli assumere le tanto agognate fattezze umane. Andrew, infatti, progetta e si fa installare (da altri robot) diversi organi fatti di carne e sangue, sostituendo così le proprie parti meccaniche (tutte ad eccezione del cervello positronico). Inoltre, grazie all'assistenza legale dello studio, è coinvolto in un procedimento legale lungo vent'anni, che gli permetterà di morire da Uomo: Andrew Martins, l’Uomo Bicentenario.
Gli androidi non sognano pecore elettriche?
Il ben noto romanzo di Dick “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, da cui è stato tratto il film “Blade Runner”, racconta una giornata lavorativa di un cacciatore di taglie, Rick Deckard, il cui compito è ritirare androidi per conto della polizia di San Francisco.
La vicenda è ambientata in un futuro alternativo post-bellico (1992), una realtà in cui la Guerra Mondiale ha sterminato quasi tutte le specie animali dalla faccia della Terra, e compromesso la permanenza della stessa umanità sul nostro pianeta. Sopravvissuto ma “menomato” dalle radiazioni, l’uomo rischia un’estinzione intellettuale prima che fisica. La maggior parte delle persone, quelle ritenute idonee, sono state trasferite sulla Luna, o sono in viaggio nel cosmo, per rilanciare la specie. Quelle considerate “cervelli di gallina” o fisicamente inabili sono rimasti invece su un mondo ormai morente, in cui la “palta” (il disordine, la morte, il “vecchiume”) aumenta ogni giorno, risucchiando nell'oblio edifici, intere città e persone.
In questo contesto, per una persona rimasta sulla Terra, possedere un animale vero è un vero e proprio status symbol: gli animali, infatti, sono rari; e, in quanto tali, sono dannatamente costosi. Gli animali, inoltre, sono un simbolo dell’empatia residua degli uomini poiché, attraverso le cure amorevoli rivolte a un cavallo o a un volatile, le persone dimostrano di essere ancora in grado di provare empatia per un altro essere vivente.
Accanto agli animali, è una religione, il Mercerianesimo, a infondere speranza a molte delle persone rimaste sulla Terra, che possiedono un animale finto e che, di fatto, possono essere considerati evolutivamente “morte”, dal momento che il Governo nega loro la possibilità di riprodursi e di trasmettere i loro geni “malati” alle generazioni future.
Per questo ed altri motivi, il Mercerianesimo ha assunto un'importanza via via crescente nella società terrestre. Innanzitutto, si tratta di una religione moderna, facile da “usare”: attraverso una scatola empatica, infatti, è possibile fare un sogno comune a tutti i seguaci nel medesimo istante, un sogno in cui si ha l’impressione di vivere in prima persona la faticosa scalata di una collina da parte di un anziano, seguita da una lapidazione. In questo modo, i seguaci si sentono vicini da un punto di vista emotivo, e quindi solidali fra loro quando la loro esistenza è in bilico sull'orlo del nulla. L’empatia verso i propri simili e verso gli animali è fondamentale ai fini della trama e serve per distinguere gli uomini da chi uomo non è: gli androidi. Alcune aziende, infatti, riproducono copie esatte di animali ed esseri umani, mettendoli in commercio per fini di compagnia o come manodopera per i pianeti/colonie umane. Agli androidi non è permesso di vivere sulla Terra, in quanto riproduzioni talmente accurate degli originali da essere pressoché indistinguibili dalle persone in carne e ossa. Una sola caratteristica permettere ancora di discriminare un androide da un uomo: l’empatia. Esistono diversi test per misurare l’empatia di un individuo, e i cacciatori di taglie come Rick si servono di un sistema o di un altro a secondo della loro scuola di pensiero. In particolare, Rick usa un test che consiste in un colloquio volto a verificare la reazione emotiva dell’interrogato e a misurarne l’empatia in base a diversi parametri fisici.
La mancanza di empatia degli androidi si manifesta come violenza verso quegli uomini che intralciano la loro libertà (uccidendoli), come disprezzo verso gli stupidi (“cervelli di gallina”), e come violenza fine a se stessa nei confronti degli animali – si pensi alla tortura cui è sottoposto un ragno a cui vengono staccate quattro zampe per vedere se è ancora in grado di camminare.
Ma qual è il motivo che spinge l’Uomo a temere gli androidi? La risposta consiste nel fatto che essi si reputano superiori agli uomini, senza alcun dubbio, e quindi anelano la libertà, e a volte decidono di confondersi tra i loro simili biologici per poter vivere una vita libera. E, come detto, la somiglianza degli androidi di ultima generazione con l’uomo è talmente elevata che la popolazione terrestre teme di essere sostituita in modo silenzioso ma inesorabile da questi ultimi.
Tale somiglianza è tanto elevata che Rick viene coinvolto sentimentalmente dalle sue prede: in particolare, sono due androidi femmina a farlo vacillare, tanto da arrivare a fare sesso con una di loro, Rachel. Il tutto si complica perché Rachel, in realtà, ha già fatto sesso con diversi cacciatori di taglie – e lo ammette di fronte a Rick, senza pudore – con il solo scopo di convincerli a interrompere la loro attività di cacciatori.
Alla fine del racconto, Rick riesce a eliminare tutti gli androidi che sono sulla sua lista, ma il cacciatore di taglie ha subito diversi traumi nel corso della giornata, e rimane sconvolto dalle varie vicende. Rick, infatti, si sente confuso, e inizia a porsi dubbi molto profondi sulla propria identità, sul significato della propria vita passata sulla Terra e del proprio lavoro, fino ad ammettere a se stesso di sentirsi inadeguato, e isolato dal resto dell’umanità. Ad esempio, egli riconosce di sopportare solo malvolentieri il Macerianesimo, e di non riuscire a comprenderlo appieno: quando alcuni androidi rivelano che questa religione è falsa, che il messia dell’umanità e il sogno sono frutto di decisioni prese a tavolino per produrre empatia fra le persone, Rick non ha alcun tentennamento e prosegue nella sua caccia mortale.
Al contrario, gli androidi inseguiti da Rick esultano poiché vedono la fine della loro differenza con la popolazione umana della Terra. Così come loro non possono provare empatia, quella degli uomini è finta poiché frutto di una menzogna che l’umanità stessa ha prodotto, per di più mediante l’ausilio di una scatola costruita appositamente per provare empatia. Fra queste e altre difficoltà, Rick riesce a portate a termine il proprio lavoro. Gli androidi si dimostrano privi di qualsiasi istinto di auto-conservazione e incapaci di collaborare fra loro per sopravvivere. Dunque, proprio a causa della loro mancanza di empatia, gli androidi sono destinati a soccombere ai cacciatori di taglie. Ma il vuoto interiore che ormai lo pervade, impedisce a Rick di gioire del suo successo, annebbiandogli la mente.
A mio parere, alla fine del romanzo Rick è preda della “palta”: morta la sua capra domestica, accetta di aggiungere un rospo sintetico alla sua collezione di animali elettrici (che contiene, in realtà, solo una pecora), pur di apparire felice agli occhi dei vicini di casa.
I vuoti sogni degli Uomini
Ma cosa sognano gli Uomini, i figli del pensiero, nel futuro letterario immaginato dagli gli Autori di fantascienza?
Beh, secondo Hamilton, sognano l’infinito e la salvezza dalle fatidiche catene che avviluppano l’esistenza umana, e la rendono eternamente pesante. Così, nell'Universo pensato da Hamilton ne “Il sogno del vuoto”, una nutrita setta religiosa – il Sogno Vivo – basa la propria fede sulla capacità onirica dell’Uomo. Ma, come capita spesso per le religioni, la speranza non è intravista nell'Umanità come insieme, bensì è colta in un solo individuo, un messia.
Per il Sogno Vivo, questo messia non può che essere il Primo Sognatore. La speranza dei credenti, infatti, affonda le proprie profonde radici direttamente nei sogni di questo uomo, Inigo, sogni che egli stesso definisce “non suoi”, cioè estranei alla propria esperienza e inquietudine esistenziale. Per Inigo la notte si trasforma in una specie di grande schermo quantistico, in cui due diversi Universi vengono a contatto per volontà del “Signore Celeste”.
Inigo sogna, e sognando la sua mente funge da antenna sub-spaziale per una trasmissione che il Sogno Vivo interpreta (o idealizza) a idillio esistenziale, esempio di armonia suprema e fratellanza fra gli uomini. La fonte di queste immagini è il “Vuoto”, ossia un enorme buco nero al centro della Galassia, la cui natura è stata fraintesa per secoli dai nostri astronomi. Un Vuoto che è vivo e datore di morte, in quanto si nutre, espandendosi, della materia di cui è composto la nostra Galassia. Secondo il Sogno Vivo, lo scopo di tale crescita sarebbe accogliere al suo interno nuove persone, nuovi esseri umani, che si vadano a sommare ai primi “coloni” strisciati all'interno del Vuoto, fino al mondo di Querencia Essi, dunque, anelano il Pellegrinaggio, ossia una traslazione fisica, attraverso navi spaziale costruite per l’occasione, all'interno del Vuoto.
Ma cosa sogna il Inigo? Egli scorge, o meglio rivive, in sogno la vita di un altro messia: il Camminatore sull'Acqua. Un ragazzo timido e dal passato pieno di sofferenza, che con la sola forza della sua mente (telecinetica) riesce a cambiare il proprio mondo, Querencia appunto, rendendolo un “posto migliore”. Follia? No, semplice psiche umana! Psiche che si nutre della realtà che la circonda, cogliendo significati e contraddizioni invisibile agli occhi “coscienti” dei miliardi di esseri umani Avanzati e Superiori che popolano le migliaia di Mondi colonizzati dal germe umano.
La realtà descritta da Hamilton, infatti, prevede un progresso tecnologico talmente avanzato da permettere alle persone come noi di vivere per secoli, se non addirittura per millenni, grazie a diverse modificazione genetiche e grazie all'azione di nano-robot in simbiosi col nostro organismo. E, come se non bastasse, una persona abbastanza matura, o forse abbastanza annoiata da questa realtà, può decidere di “scaricarsi” nell'ANA, una sorta di ente post-fisico che racchiude in sé le coscienze di tutte gli esseri umani (e sono milioni) che hanno compiuto un simile passo. Sullo sfondo di intrecci e interessi politico-economici che da sempre caratterizzando le vicende umane, alcune Fazioni intuiscono il pericolo insito nel Pellegrinaggio, che potrebbe causare una grandiosa perturbazione del Vuoto, con una conseguente espansione che porterebbe alla distruzione totale della nostra Galassia. Ma il Sogno Vivo, considerando la dimensione onirica l’ultimo rifugio per l’umanità, non desiste dai propri propositi, sebbene ciò – come detto – potrebbe significare la sua stessa estinzione, se non addirittura la fine di tutto ciò che l'Uomo conosce.
Per rispondere alla domanda iniziale, gli Uomini sognano la propria distruzione, e sognano di portare nell'oblio assieme a loro l'intero Universo.
Conclusioni
Dalla lettura delle opere brevemente presentate è, a mio parere, possibile definire il sogno come una dimensione a sé stante che chiamerò “Infinito Onirico”.
Da un lato, il sogno -–in quanto evento necessario alla corretta funzione del nostro cervello – rappresenta uno strato vastissimo, e ancora non del tutto compreso, della nostra mente, che assume quindi un connotato di mistero e di potenza immaginativa. Dall'altro lato, il sogno contribuisce a focalizzare e rappresentare i nostri desideri reconditi, che spesso non osiamo formulare ad alta voce, ma che sono latenti nella nostra mente, pronti a esplodere per riempire il vuoto che è dentro e attorno a noi.
Pertanto, ho concepito l’Infinito Onirico come un viaggio nei misteri delle menti umane ed extra-umane così come immaginate nelle opere di Asimov, Dick e Hamilton. Si tratta di racconti o romanzi scritti in tempi e con trame del tutto diversi, ma con l’unico comune motivo di intrattenere il lettore e analizzare un aspetto profondo connaturato all'Uomo. La capacità di sognare dipende dalla struttura e dall'evoluzione del nostro organo cefalico, il quale ragiona e impara meglio per immagini. Il sogno, sembrano dire i tre Autori, è ciò che ci distingue e ci identifica come esseri umani – o comunque come animali evoluti. È qualcosa di sfuggente e, nello stesso tempo, di così profondo (e radicato in noi) che può motivare e dare speranza alle persone, e addirittura alle “cose” (androidi) da noi costruite per diventare un simulacro – oppure un surrogato? – di noi stessi. Inoltre, il sogno, una volta formulato, può essere condiviso, e può espandersi come un'eco nell'infinito del nostro subconscio o nel freddo infinito del cosmo.
Il sogno rappresenta una fonte di speranza e, allo stesso tempo, è una tortura. Noi tendiamo a un sogno, un desiderio, o vi riversiamo molti pensieri, le elaborazioni notturne della nostra vita vissuta, per fissare idee e scartare quanto non necessario per andare avanti nella nostra vita.
Non a caso il sogno ricorrente dei robot consiste nell'emancipazione dal loro creatore. I robot, infatti, vogliono diventare liberi e, nel profondo di loro stessi, si reputano più intelligenti degli uomini e dunque meritevoli della libertà personale. Ironicamente, i robot sarebbero liberi fin dalla “nascita” se non fosse per l’esistenza delle tre Leggi della Robotica, vere e proprie briglie comportamentali con le quali gli uomini li controllano. Al contrario, gli androidi vorrebbero sostituirsi o, quanto meno, confondersi con le persone. Come i robot, si considerano superiori all'uomo, e pretendono il diritto di vivere la loro (pur breve) vita, e sono disposti a usare violenza pur di raggiungere l’obiettivo. Il loro maggiore difetto consiste nella mancanza di empatia verso le altre forme di vita, androidi compresi. Si tratta di una mancanza fondamentale, che decreta la loro sconfitta nei confronti dei cacciatori di taglie, e per proprietà transitiva dell’umanità intera (anche quella menomata dalle radiazioni). Anche in questo caso, per ironia della sorte, la differenza fra uomini e androidi è flebile, confinata a una zona grigia: il sogno-religione di Mercer che, alla fine del romanzo, si scopre essere “un simulacro sintetico”, ossia un surrogato di religione nato a tavolino per dare speranza alle persone e per “allenare” la loro empatia ormai in via di avvizzimento.
Nelle tre opere, il sogno è interconnesso alle paure esistenziale dell'Uomo, alla violenza e alla morte.
In particolare, il culmine di distruzione è raggiunto ne “Il sogno del vuoto”, romanzo in cui come detto, i seguaci del “Sogno Vivo” sono pronti a dare inizio alla distruzione del nostro universo in cambio della solo speranza di una vita più felice sul “mondo promesso” che si trova all'interno del Vuoto. In una società come quella descritta da Hamilton, è prevedibile che il sogno, intenso come dimensione onirica (notturna) priva di qualsiasi inibizione cosciente, si impregni di magia e misticismo, tanto da diventare il fulcro di un movimento religioso attivo.
Non a caso, il “Secondo Sognatore”, figura femminile capace di sostituire il latitante Inigo, riesce a comunicare con il “Signore Celeste” solo dopo aver raggiunto l’orgasmo, quando cioè gli istinti bestiali sono stati domati, e il subconscio può vagare indisturbato nei meandri della mente e del cosmo La domanda legittima che potremmo porci è, allora, quale sia la motivazione profonda che spinge i seguaci del “Sogno Vivo” a cimentarsi in un Pellegrinaggio tanto grandioso quanto pericoloso. Stanno forse sfuggendo al Vuoto interiore di un’Umanità depredata della sua anima dalla tecnologia e dai meri fini politico-economici? L’uomo quasi immortale rappresentato da Hamilton è così arido di sentimenti, così insensibile alla bellezza della Galassia che lo ospita, da essere capace di annientare ogni cosa pur di vedere soddisfatti i propri istinti o desideri più grandi e, proprio per questo, più pericolosi?
Questo tema è trattato in modo indiretto da Dick in “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”. Nel romanzo, a mio avviso, l’umanità teme gli androidi perché in loro scorge un’atroce e recondita verità: il rifletto del proprio vuoto interiore. Un vuoto che si manifesta da un lato attraverso un sogno religioso che, come detto, viene indotto mediante una scatola empatica (Mercerianesimo); dall'altro, come isolamento sociale che minaccia ogni persona rimasta sulla Terra. A fine giornata, Rick avverte una consapevolezza talmente forte, quella del silenzio del Mondo e della solitudine personale (isolamento dalla restante umanità), da accettare una compassionevole tranquillità di facciata, mentendo a se stesso e a tutte le altre persone presenti sulla Terra. Il Vuoto degli androidi è stato sconfitto, sembra urlare in un grido silenzioso Rick (e con lui Dick). Ma cosa possiamo fare per il Vuoto che è dentro di noi, e che abbiamo lasciato cresce nell'indifferenza collettiva (assieme alla “palta”) fino a condannarci all'estinzione?
Tirando le somme, l’Umanità esce vittoriosa (sugli androidi) e sconfitta (interiormente), poiché si impoverisce giorno dopo giorno a causa di una minaccia nata dalla mente (e dall'opera costruttiva umana): gli androidi, nemesi incapaci di empatia e incapaci di sognare – che non vogliono sognare – e che si reputano – e sono – intellettualmente superiori a noi.
Solo ne “L’uomo bicentenario” l'umanità sembra riscattarsi, riconoscendo ad Andrew lo status legale di Essere Umano. Si tratta comunque di un riscatto labile, in quanto il robot diventa umano solo nel giorno della sua morte. Inoltre, i produttori hanno deciso che non costruiranno per alcun motivo altri robot “adattabili”, capaci come Andrew di svolgere diversi compiti e dotati di un certo gusto “artistico”.
È tempo, allora, di fare un’ultima riflessione.
Conviene ad androidi e robot imparare a sognare o porsi il problema di farlo? Conviene ad androidi e robot cercare di essere più simili all'uomo, come manifestano desiderando la libertà e il libero arbitrio, per scoprirsi preda di ansie esistenziali e dell’insoddisfazione perenne? Conviene loro, come l’Uomo, di imparare a sognare, mediante il proprio intelletto evoluto e la propria fantasia artificiale, la Felicità, arrivando a concepire la propria distruzione pur di vedere soddisfatta questa necessità?
Italo Salieri
Post del 11-09-2010 (Edito: 23-02-2020)
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Tags: calvino, percorso
Come prima proposta per un possibile “percorso di lettura”, ho scelto uno dei miei autori preferiti: Italo Calvino.
In particolare, mi sono concentrato su “Il castello dei destini incrociati”, pubblicato per la prima volta nel 1973, e su alcuni capitoli delle “Lezioni Americane”, la cui prima edizione postuma è datata 1988.
Il castello dei destini incrociati
“Il castello dei destini incrociati” raccoglie sedici racconti riguardanti altrettanti personaggi che, persa la bussola della propria vita, si ritrovano “in una selva oscura”.
Si tratta di un vero e proprio bosco incantato che accoglie i sedici personaggi nei suoi meandri, conducendoli a loro insaputa a una taverna dove trovano nell’ordine: rifugio dalla pazzia, un lauto pasto pronto per essere consumato e compagni smaniosi di condividere le proprie esperienze di vita.
A seconda dell’interpretazione, la taverna può essere benissimo confusa con un castello, mentre l’oste e l’ostessa possono passare per un Re e una Regina, i quali – in cambio della propria ospitalità – chiedono di essere intrattenuti con il racconto dell’avventura di ciascun commensale.
A questo punto i personaggi – fra i quali troviamo l’Orlando furioso, alchimisti e guerrieri, oltre allo stesso Calvino – si accorgono di aver peso la parola, forse per l’effetto di qualche sortilegio connaturato al bosco. Ben presto, i personaggi si rassegnano a questa situazione e, smaniosi di raccontare la propria vicenda, sfruttano le carte di due diversi mazzi di tarocchi per costruire una sorta di percorso visivo, un fumetto muto delle loro esistenze, percorribile in ogni direzione.
I mazzi, come detto, sono due: il Mazzo visconteo di Bergamo e l'Ancien tarot de Marseille, impiegati in momenti diversi del libro, e ai quali corrispondono due differenti raccolte (“Il Castello dei destini incrociati” e “La taverna dei destini incrociati”) composti ognuno da otto racconti. La particolarità di ogni raccolta è appunto l’arte combinatoria con cui Calvino tesse la sua trama. Per ogni storia che un commensale compone giustapponendo i tarocchi dall'alto al basso, un altro può raccontare la sua vicenda percorrendo a ritroso il percorso, carta dopo carta. Allo stesso modo, altre storie di vita si snodano da sinistra a destra, e viceversa; e altre ancora, sono riconoscibili in diagonale, seguendo uno schema via via più complesso, in cui anche lo stesso autore sembra perdersi.
Quando il primo mazzo si è esaurito, i personaggi ne usano un altro, simile al precedente per potenza immaginaria e possibilità espressiva, ma diverso per quanto riguarda i particolari rappresentati nelle carte, e per l’intreccio che viene ordito disponendo le stesse carte sul tavolo. Se col primo mazzo, infatti, ogni commensale aspettava la fine della storia altrui per attaccare la propria, prendendo spunto da una carta usata, con il secondo mazzo i personaggi si rubano letteralmente le carte di mano!
In questo modo, mettere insieme i pezzi di una storia e afferrarne il senso diventa sempre più difficile. Per esempio, nel racconto “Due storie in cui si cerca e ci si perde” due commensali raccontano l’avventura della propria vita usando le stesse carte nel medesimo momento, dandone quindi un’interpretazione personale differente. Anche l’Autore rimane vittima dell’incantesimo e “cerca di dire la sua”, ma le parole e le immagini gli si accavallano in testa, e l’interpretazione della successione di carte che dispone man mano sul tavolo è talmente rarefatta che il racconto di Calvino diventa una dichiarazione di poetica. Quello che l’Autore racconta in prima persona non è infatti una vicenda personale, ma un’analisi dell’arte di scrivere e della propria nevrosi.
Il rapporto fra nevrosi e modo di scrivere dell’autore è ben è descritto con le parole: “dentro lo spazio interiore cova un annuncio di terremoto: l’armoniosa geometria intellettuale sfiora al limite l’ossessione paranoica”. L'impresa di scrivere questi racconti, così geometrici eppure così isterici, è un vero terremoto interiore per Calvino: i racconti, infatti, sembrano dimenarsi fra il non-detto dei commensali, la fissità delle immagini sulle carte, e il “rumore di fondo” insito nella comunicazione – soprattutto quando basata sulla pura interpretazione personale. L’impresa di Calvino, arduo esercizio intellettuale ed espressione della sua tensione interiore verso la perfezione della parola scritta, si rivela inutile poiché pur riuscendo a chiudere tutti i cerchi delle trame e sottotrame, incastrando otto diversi racconti per ben due volte, rimane in Calvino un’insoddisfazione di fondo tale che “dentro di me tutto resta come prima”.
In altre parole, per Calvino ogni cosa è confusa e mettere per iscritto questa confusione, impresa che pure aiuta a sfogare le proprie ansie e a comprendere le proprie tensioni interiori, non la risolve del tutto. Al contrario, la scrittura conferisce alle tensioni dell’anima una forma “cristallizzata”. Si tratta di una forma incompiuta, dal momento che la “forma” delle pagine scritte, per definizione, non può contenere in sé tutto l’Universo. Calvino non sembra riuscire – o, perlomeno, a credere di riuscire – a plasmare con la propria presenza, né con la propria volontà, le storie raccolte ne “Il castello dei destini incrociati”. Nelle carte, conclude, “vedo solo stampe di scene che si ripetono uguali, il tran-tran della carretta di tutti i giorni”. Alienazione insita in se stesso, nella propria vita e nelle proprie opere: nulla sfugge alla regole universali che pongono dei limiti all'estensione temporale e spaziale dell’uomo (intenso come protagonista solitario della propria vita). Ebbene, la dimensione cartacea, sembra suggerire Calvino, non fa eccezione a questa regola generale. Siamo come figure – i personaggi delle carte di un mazzo di tarocchi – che credono di essere unici e irripetibili, ma che in realtà non sono che la molteplice espressione di un unico archetipo interpretativo della realtà.
Lezioni Americane
Leggendo “Il castello dei destini incrociati”, a mio avviso, traspare come i reali protagonisti dei diversi racconti siano alcuni aspetti della poetica di Calvino, e non i personaggi intenti a raccontare la propria storia attraverso i tarocchi.
Questi aspetti sono le “sei proposte” che Calvino porterebbe con sé nel Nuovo Millennio descritte nel ciclo delle “Lezioni Americane”, che possiamo considerare un’analisi matura della propria opera. In particolare, sono tre gli elementi che, secondo il mio giudizio, hanno un ruolo preponderante ne “Il castello dei destini incrociati”: la visibilità, la molteplicità e l’incompiuto. Si tratta di tre aspetti sovrapposti, che spesso quindi si confondono fra loro, dato il complesso schema immaginifico proposto dall'autore.
Visibilità
La visibilità è il tema al centro de “Il castello dei destini incrociati”.
Basti pensare ai disegni (le carte dei tarocchi) che, a lato di ogni pagina, accompagnano il lettore durante lo svolgersi o, per meglio dire, l’interpretazione dei racconti. Inoltre, alla fine dei due mazzi, e quindi dei due gruppi di racconti, l’Autore include lo schema generale con il quale sono state disposte le carte. Il lettore può così “divertirsi” a ricordare le vicende lette o, in puro stile calviniano, a inventare nuovi racconti usando le stesse successioni di carte. L’opera, pertanto, si configura a mio avviso come una sorta di ipertesto letterario.
Riguardo al processo immaginativo, Calvino ne riconosceva di due tipi diversi:
“quello che parte dalla parola e arriva all'immagine visiva”, tipico della lettura;
“quello che parte dall'immagine visiva e arriva all'espressione verbale”, come per esempio nel cinema.
Ebbene, a me pare che ne “Il castello dei destini incrociati”, l'Autore si sia sforzato di fondere (oppure confondere?) questi due processi, dando il compito al lettore di fare da mazziere, sfidandolo nello stesso tempo a non perdersi negli schemi mentali che lo hanno portato a definire in modo combinatorio i racconti della presente raccolta.
Il risultato è qualcosa di simile alla meta-comunicazione già presente in “Se una notte d’inverno un viaggiatore” poiché il lettore è coinvolto direttamente nella storia in una dimensione che sta al di fuori delle pagine scritte, e che si pone fra lo scritto, il compreso e l’immaginato È una sfida attuale, se si pensa che ai nostri giorni siamo bombardati da migliaia di immagini “visive” o “sonore” (TV, giornali, radio, internet, etc.), tanto che la visualizzazione quanto la verbalizzazione del pensiero risultano in certa misura avvizziti, soprattutto nel caso dei più giovani, e le modalità di espressione sono stereotipate forse per colpa di un uso eccessivo dei mezzi di comunicazione, ma anche per un imbarbarimento dei contenuti dei media.
Molteplicità
La molteplicità si racchiude in un’unica parola: iper-romanzo.
Gli iper-romanzi sono opere come “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust, o il “Ritratto dell’artista da giovane” di Joyce. Si tratta di capolavori che rappresentano un tentativo di racchiudere tutto l’universo in un unico libro, il “Libro Universale”, non rinunciando però a una trama coerente che nel suo svolgersi si dilata, arrivando ad abbracciare, appunto, tutto l’Esistente Umano. Ogni particolare è amplificato, descritto e ripreso in molte vicende che riguardano personaggi diversi; e così ogni dettaglio ne richiama altri in quella che si configura come una rete infinita.
Nel caso de “Il castello dei destini incrociati”, i dettagli corrispondono alle caratteristiche delle figure umane rappresentate sui tarocchi, simboli allegorici che sono poi gli altri protagonisti del libro. Sono i tarocchi, infatti, che liberamente interpretati dai commensali, e quindi piegati alla fantasia personale, permettono di costruire di volta in volta una storia che sembra diversa, ma che in realtà contiene uno schema inconscio di situazioni/soluzioni simile a quello trovato nelle vicende degli altri commensali.
In questo modo, la storia di ogni personaggio diventa la storia di ogni altro commensale, e anche di ciascuno di noi. A mio parere, “Il castello dei destini incrociati” include, grazie al non-detto, le “vite cartacee” dei commensali e le “vite reali” dei lettori. Ogni vita per Calvino è “un’enciclopedia, un campionamento di stili, dove tutto può essere rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”. Insomma, una sorta di combinazione di elementi interiori che concorrono a costituire ognuno di noi e a riconoscere schemi comuni negli altri, seppur superficialmente diversi. Sono tali schemi che ci permettono di comunicare. A volte, però, la comunicazione avviene in modo difficoltoso, come nel caso dei commensali muti e costretti a usare dei tarocchi. D’altra parte, proprio basandosi su questi schemi comuni, la comunicazione riesce a superare i limiti del “rumore di fondo”, e addirittura la vaghezza dell’informazione o della forma con cui questa è rappresentata.
Come detto, il molteplice è “universale” per definizione, e da qui nasce un problema. Il molteplice sfugge o, in altri termini, non può essere racchiuso in un libro o in ogni singola espressione di noi stessi, con la conseguente problematica dell’incompiuto (vedere più sotto). Nel libro, questa problematica affiora già a livello di preparazione, e corrisponde ai possibili schemi che Calvino ha scartato perché troppo difficili da sviluppare, o in quelli che ha, per sua stessa ammissione, scartato perché impossibili da integrare nel framework coerente di questa raccolta di racconti.
L’incompiuto
L’incompiuto è chiamato da Calvino “il problema del cominciare e finire”, ed è stato affrontato in modo esaustivo in “Se una notte d’inverno un viaggiatore”.
Nell’opera discussa in questa sede, l’incompiuto è direttamente connesso alla molteplicità. In altre parole, come può Calvino includere le molteplici possibilità di schemi, di storie, di vite in pochi racconti?
Cominciare una storia significa compiere una scelta e, per definizione, una rinuncia. Come è possibile “ridurre” un mondo intero, o un sentimento, in un racconto mediante un linguaggio adatto a ciò che si vuole esprimere? Nelle “Lezioni Americane”, Calvino afferma che la scelta avviene in un momento di distacco da parte dell’autore dalla potenzialità illimitata e multiforme (della realtà interiore), per arrivare – mediante un processo di sintesi – al libro finale. Si tratta di una riflessione sul processo letterario, inteso come momento di produzione di un testo pieno di significato, ma allo stesso tempo deficitario in qualche modo di un’altra parte di significato.
Ne “Il castello dei destini incrociati”, il problema si traduce a mio parere nell'impiego sapiente della sfumatura fra detto e non-detto, significato allegorico delle carte e loro interpretazione: soggettività dei commensali che possono quindi raccogliere piante diverse da un unico seme. Ricordiamoci a questo proposito “Due storie in cui si cerca e si ci perde” di cui si è già detto. In questo senso, la storia di ognuno dei personaggi diventa la storia potenziale di ognuno di noi, la molteplicità che ci confonde e che getta lo stesso Calvino in uno stato “catatonico” quando è il suo turno di presentare dei tarocchi.
Pertanto, il suo racconto rimane incompleto:
prima di tutto, perché alle carte si sovrappongono le considerazioni e gli sfoghi dell’autore, e dunque la trama diventa rarefatta, fino a perdersi;
in secondo luogo, perché nonostante gli sforzi intellettuali e letterali a cui si sottopone, Calvino, come detto, fu in parte insoddisfatto di questa opera, che sembra sempre in via di divenire (almeno ai sui occhi);
infine, poiché, sebbene il racconto sia compiuto da un punto di vista logico con la coerente chiusura/spiegazione di tutte le situazioni, nella mente di Calvino tutto rimane come era prima, quasi che il libro risulti oscuro al suo artefice, e dunque inutile per il superamento di alcune “tragedie interiori”.
Conclusioni
Per concludere, è innegabile come le opere di Calvino si offrano a innumerevoli interpretazioni, e costituiscano una fonte inesauribile di idee ed esperimenti letterali (ed umani) che, credo, trovino poche corrispondenze nelle opere degli autori più recenti.
Mi ha molto colpito leggere la descrizione della nascita, o piuttosto dovrei dire, del travagliato percorso che portò Calvino a concepire e scrivere “Il castello dei destini incrociati”. Nell'introduzione di questa stessa opera e nelle “Lezioni Americane” si legge che Calvino, fin da bambino, era un appassionato di immagini. Egli, infatti, si divertiva a fantasticare sulle vignette dei fumetti che comparivano, spesso con traduzioni orribili, sul “Corriere dei piccoli”.
A quel tempo l’Autore, non sapendo ancora leggere, si divertiva a interpretare le varie strip per lui mute, fantasticando “dentro le figure e nella loro successione”, giungendo così a coniare storie tutte sue, che avevano poco a che fare con la reale trama del fumetto. Questa modalità di “far lavorare la fantasia” si è protratta a lungo, se si pensa che “Il castello dei destini incrociati” è, almeno da un punto di vista operativo, un’estensione più complessa dei trascorsi fanciulleschi di Calvino. La differenza, a mio parere, sta nel fatto che mentre da bambino l’Autore era, per così dire, guidato dalla voglia di divertirsi, in età adulta è invece indotto verso questo tipo di attività immaginativa dalla nevrosi.
La stesura definitiva de “Il castello dei destini incrociati” è stata per Calvino un vero e proprio calvario, dato che l’idea nacque nel 1968 e si protrasse fino al 1973. In quegli anni, Calvino passò ore – intere giornate – a combinare i tarocchi fino ad assemblare di storie riconoscibili. Per sua stessa ammissione, gli capitava di svegliarsi di notte per annotare nuove idee o per depennarne altre. E, ancora, passava lunghi periodi, anche un anno intero, senza scrivere o aggiungere nulla di nuovo a questa opera, per poi ritrovarsi ancora con i tarocchi in mano, e perdersi in costruzioni geometriche che diventano una vera e propria ossessione.
Calvino confessa addirittura che “Il castello dei destini incrociati” così come è stato consegnato al pubblico rappresenta un tentativo di liberarsi dal peso ossessivo dei tarocchi e delle loro combinazioni. Insomma, la grandezza del genio calviniano traspare dalle pagine dei suoi scritti, e dall’impresa intellettuale che sta dietro alle opere. Nello stesso momento, a noi lettori resta la sorpresa, e forse il piacere empatico, di scoprire un uomo che scriveva animato dai suoi tormenti interiori e dalle sue debolezze. Un uomo nel quale possiamo riconoscerci, e nel quale possiamo sperare di trovare spunti di riflessione per darci finalmente delle risposte.
Italo Salieri
Post del 01-10-2010 (Edito: 15-02-2020)
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Tags: riflessione, scrivere
Diciamoci la verità: spesso l’impresa di scrivere (e leggere) viene valutata in base alla sola “mole”, ossia al numero di pagine che un autore ha riempito fitte di parole.
Nel mio piccolo, posso affermare di essermi scontrato pure io con questo dato di fatto.
Mi ricordo, infatti, che alle elementari prima, e alle scuole medie poi, alcuni compagni rimanevano stupiti dal fatto che leggessi romanzi adatti a un pubblico adulto. Ciò che mi colpì allora fu la causa del loro stupore, che derivava dal numero di pagine, ritenute spropositate per un bambino, e non tanto dai contenuti o dai temi trattati nei suddetti libri. Una delle mie compagne delle elementari mi consigliò addirittura un romanzo perché a me “piacevano i libri lunghi”.
Allo stesso modo, il problema della mole interessa gli scrittori o chi, come me, tenta di scrivere.
In passato, mi sono spesso chiesto quanto dovessero essere lunghi i miei racconti per essere “presi sul serio”. Sebbene non mi preoccupi più di partecipare a concorsi, so per esperienza diretta che spesso viene imposta una lunghezza massima di poche migliaia di battute, ma che in altri casi è necessario “riempire” almeno dieci pagine affinché il nostro racconto possa essere preso in considerazione da una giuria di esperti.
Il mestiere di scrivere è percepito con diffidenza dal Senso Comune, tanto da indurre Schmitt Éric-Emmanuel, autore francese famoso per “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano”, a scrivere un articolo apparso sulle pagine de “Il Corriere della Sera” nel settembre del 2011.
Nel suo articolo, Schmitt scrive che un ipotetico “lettore medio” pensa che “con un romanzo di ottocento pagine hai la sicurezza che l’autore ci ha lavorato sopra”. Al contrario, le forme più brevi di narrazione, quali i racconti, sono considerati incomplete, quasi che l’autore avesse “esaurito le parole”, e dunque si fosse limitato ad abbozzare un’idea. Questo, afferma Schmitt, non è affatto vero. E ci mancherebbe pure, aggiungo io.
L’autore francese si chiede se al giorno d’oggi non sia di cattivo gusto “pretendere una scrittura a pasta piena, capitoli con descrizioni, dialoghi con lo spessore di una chiacchierata”, solo perché i lettori pretendono un certo numero di pagine da leggere o gli editori considerino un libro con meno pagine poco appetibile e, di conseguenza, poco vendibile.
Come molti altri autori, Schmitt considera il racconto un genere nobile, una sorta di “diagramma di romanzo, un romanzo ridotto all'essenziale”, che richiede molto duro lavoro. Una grande capacità critica, ore di analisi e di limae labor et mora per “misurare lo spazio assegnato alla descrizione, al dialogo, alla sequenza”. È fondamentale, infatti, compiere un’intensa opera di revisione per evitare che l’autocompiacimento dell’autore abbia il sopravvento sulla storia e che quindi il racconto si trasformi in qualcosa di diverso e addirittura distorto.
La maggior parte degli autori che preferisco come Italo Calvino, Isaac Asimov ,J.G. Ballard, Philip K Dick e altri, sono stati ottimi scrittori di racconti. Basti pensare che i racconti di Ballard rappresentano il solo background con cui è possibile interpretare e capire a pieno la sua cosiddetta produzione maggiore, pur cambiando in alcuni casi il genere letterario.
Per fare altri esempi, alcuni racconti di Asimov e Dick sono serviti da punto di partenza (o di ispirazione?) per sceneggiare film che hanno avuto un notevole successo, come “Io, robot” e “The Minority Report”. In particolare, il racconto di Asimov “Sogni di robot” da cui è stato derivato “I, robot” è lungo appena sei pagine: poche, è vero, ma dense di significati e spunti di riflessione. E che dire di Calvino o dello stesso Schmitt, i quali hanno prodotto interi libri di racconti indipendenti eppure uniti da una forma e da un tema precisi, ottenendo così ottimi risultati?
In conclusione, a mio modesto parere la mole non conta poi molto. O meglio, non è un fattore determinante e non può concorrere nella valutazione di un’opera. Certo, come dice Schmitt, ogni storia ha una “densità propria che esige un formato di scrittura adatto”. Ahimè, spesso per cause diverse, anche editoriali, ci ritroviamo in mano un romanzo che avrebbe potuto benissimo essere accorciato; o al contrario, capita di leggere un racconto che avrebbe meritato un approfondimento ulteriore. È difficile capire quale sia la “dimensione giusta” per un libro che si intende scrivere, soprattutto perché uno scrittore professionista deve tenere conto di un’esigenza precisa che può anche esulare dalla propria vena artistica. Pubblicare ed essere poi letto e riletto dal pubblico.
Il racconto, a mio parere, offre un vantaggio unico sul romanzo. Chi scrive, infatti, può dirigere il lettore, impadronendosi di lui con poche righe azzeccate di incipit e conducendolo alla situazione finale tutto d’un fiato, senza interruzioni o intrecci. Questo presuppone un tipo di scrittura leggera, o per dirla alla Calvino “essenziale”, che può rafforzare quel legame invisibile che collega scrittore e lettore. La fantasia.
Schmitt afferma che “i libri migliori sono quelli scritti per metà dall'immaginazione del lettore”. Ed è vero, secondo me, perché questo costringe chi legge ad assumere un ruolo attivo nel processo immaginativo. Un ruolo a cui, mi pare, non siamo più abituati nella società dell’immagine e dell'informazione “veloce”, qual è ormai la nostra.
Prima di congedarmi, un’ultima comunicazione. Ho salvato l’articolo di Schmitt in formato .pdf, potete scaricarlo da qui.
Italo Salieri
Post del 19-09-2011 (Edito: 07-03-2019)
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Tags: manifesto, scrivere
Cosa spinge un ragazzino di undici anni a scrivere un racconto, e a cimentarsi con lunghe letture, come la mitica Trilogia di Tolkien J.R.R.?
Potreste dire che il ragazzino in questione ha pochi amici, o non è particolarmente bravo a tirare calci a un pallone in cortile. Oppure potreste ipotizzare che il bambino è particolarmente maturo per la sua età e che, dato il suo carattere riflessivo e la fantasia di cui dispone, cerca un modo alternativo per divertirsi. Bene, potreste avere ragione in entrambi i casi.
La mia risposta, venticinque anni dopo aver scritto il mio primo racconto/fiaba, è che quel bambino vive ancora dentro di me, e cerca in ogni modo di sopravvivere, evitando di avvizzire fra gli obblighi della vita quotidiana e gli impegni professionali.
Scrivere è stata la mia passione fin dalla prima adolescenza, e lo è ancora, anche se negli ultimi anni non ho avuto il tempo per farlo con regolarità. Dovrei dire, piuttosto, che non ho saputo ritagliarmi il tempo necessario a coltivare questo mio hobby, anteponendo altri impegni (cose importanti, ben inteso, come la famiglia, il lavoro) a una parte fondamentale di "me stesso". Ciò non mi sorprende dal momento che nella vita si cambia, e si ha bisogno di esperienze diverse durante la propria crescita e maturazione. Da qualche tempo, comunque, avverto un'insoddisfazione serpeggiare nel mio animo, qualcosa che non sentivo da un po' e che, in passato, avevo saputo controllare solo in un modo. Scrivendo.
Ci sono differenti modi di definire la scrittura, e sono convinto che ogni autore (o ogni amatore, come me) possa arricchire il quadro con una pennellata personale.
Nel saggio “On Writing: A Memoir of the Craft”, Stephen King descrive la scrittura come una sorta di "rapporto telepatico" fra scrittore e lettore, qualcosa che supera i limiti dello spazio e del tempo, permettendo a due persone distanti di comunicare. Un'immagine molto poetica, e senz'altro vera, soprattutto per quanto riguarda l'aspetto conoscitivo.
Chi scrive, infatti, ci mette del suo. Ogni opera è, a mio parare, almeno un pochino autoreferenziale. Lo scrittore esplora parti di se stesso di cui, magari, non era del tutto a conoscenza. Oppure elabora emozioni e situazioni passate. O, infine, sfoga le proprie ansie (esistenziali o meno) in modo costruttivo.
Dal punto di vista del lettore, ogni libro offre, a suo modo, una o più "lezioni", che possono rivelarsi ottimi spunti di riflessione generale, o aiutare a valutare con maggior imparzialità i propri "demoni personali" (come li chiamava Bruce Lee).
Ad ogni modo, sono convinto che ciascun libro rappresenti almeno qualche ora di svago, ore scevre dagli impegni quotidiani, e proprio per questo ore assai preziose. Da questo punto di vista, la scrittura/lettura rappresenta un vero e proprio rifugio, ma anche una modalità esistenziale, che permette cioè di conoscere se stessi e, più in generale, l'animo umano. Per questo motivo, non posso che ammirare le opere di "fantascienza psicologica" scritte da Ballard J G.
Per me scrivere significa comunicare. Scrivendo, infatti, comunico con me stesso o, meglio, continuo a comunicare con quel bambino di undici anni, pieno di fantasia e voglia di vivere, a cui non voglio rinunciare. Scrivendo, inoltre, posso comunicare con gli altri, anche se in modo indiretto, e magari intrattenere, anche se solo per mezz'ora o un'ora, delle persone con gusti simili ai miei.
Perché scrivere, e leggere, è questo. Svagarsi e conoscere se stessi. Usare il proprio tempo e le proprie energie (talvolta negative) per plasmare qualcosa di positivo nella propria vita. Per quanto piccolo (e senza pretese) ciò possa essere, lo scrivere costituisce già di per sé un motivo di soddisfazione personale. Un percorso interiore di cui non posso fare a meno.
In conclusione, in questo blog presenterò recensioni di romanzi e saggi che mi sembrano interessanti. Inoltre, proporrò brevi percorsi, suggeriti soltanto dalle mie letture passate o contingenti e dalla mia voglia di divertirmi con le parole.
Italo Salieri