E' la storia di Carlo, un soldato catturato dall'esercito tedesco dopo l'8 settembre 1943 a seguito dell'armistizio tra l'Italia e gli Anglo-Americani. Carlo si rifiuta di collaborare con la Repubblica di Salò (fondata nel 1943 dai fascisti) e viene quindi deportato in un lager nei pressi di Norimberga. E' uno dei 650.000 IMI (Internati Militari Italiani).
La storia, scritta da Antonella Asti, si articola in due parti: la vita nel campo di concentramento e il ritorno a casa.
La prima parte ripercorre i momenti del viaggio e la permanenza nel campo di lavoro.
"Il viaggio durò parecchi giorni, a turno guardammo dalla feritoia del vagone cercando di intuirne la direzione, mi ricordo che sfilavano stazioni con nomi sempre più incomprensibili, città bombardate, villaggi, campi di girasole e poi foreste e ancora foreste. Mentre una geografia inquietante iniziava a delineare i confini di questa destinazione misteriosa, un silenzio irreale dominava lo spazio del vagone nonostante fossimo in tanti e tutti ammassati, corpi contro corpi, ma ognuno avvolto nei suoi pensieri, nelle sue angosce."
La quotidianità del lager è raccontata soprattutto attraverso i colori, i suoni e i ritmi che scandivano il susseguirsi delle azioni.
"Il cielo che ci ha accolto all’arrivo e nelle settimane successive era plumbeo, raramente si intravedevano tra le nuvole i riflessi di un sole pallido che si infrangevano presto sul metallo del filo spinato. Erano rari momenti di luce di un inizio di autunno che si preannunciava pesante. Il grigio del cielo rendeva tutto uniforme e sembrava di vivere in un mondo monocolore. Gli stracci che indossavamo, il selciato che calpestavamo, le baracche, le ciotole che contenevano il nostro rancio ma anche lo stesso cibo sembrava assumere il colore di questo cielo minaccioso. Il grigio e il nero erano i colori dominanti degli oggetti e del paesaggio che ci circondava. Erano tinte scure in sintonia con l’apatia di una vita trascorsa in attesa della morte, di chi fa fatica a coltivare la speranza del ritorno."
I suoni del lager sono anche le urla dei nazisti che ti accolgono all'arrivo e diventano una costante della vita da internato. Come la campana che tutte le mattine preannuncia l'adunanza nel grande cortile o le marcette, poi i suoni dei deportati ...
"Il rumore dei cucchiai che raschiavano le ciotole di metallo traducevano in una strana musica la fame cronica che non ci dava tregua. Mentre altri suoni mettevano a nudo le nostre fragilità e mi riferisco ai pianti o ai mormorii nell’oscurità della notte di coloro che pregavano alla ricerca disperata di un dio, che forse ci aveva dimenticati o chissà per quale motivo ci aveva riservato quella sorte. Per la maggior parte di noi, che un dio non ce l’aveva più, era tutto così assurdo e incomprensibile. Così come lo era la guerra."
La narrazione all'interno del lager si sviluppa soprattutto attorno alle seguenti tematiche: la deprivazione, la fame, la borsa nera, la nostalgia del passato, la disperazione, l'amicizia e la collaborazione tra i compagni, il lavoro coatto. I deportati, i nuovi schiavi dell'impero tedesco, sono considerati delle pezze di lavoro (beitsstücks) e potevano essere "utilizzati" fino allo sfinimento.
"Pian piano percepisci la fatica che prende il sopravvento, le forze iniziano a mancare, il fiato pure, le azioni si fanno più lente ma devi comunque muovere il corpo, quasi in modo convulso affinché le guardie non si accorgano che stai perdendo il ritmo. All’inizio è un dramma, poi impari a governare energie e azioni fino a quando il corpo ti ubbidisce, forse solo perché sei giovane e quindi ce la fai. Tanti altri, con qualche anno più di me, sono morti di lavoro. E non è una metafora!"
Anche la popolazione tedesca esprime un sentimento di rifiuto, ostilità nei loro confronti.
"Spesso durante le marce bambini tedeschi, con l’animo accecato dalla rabbia, ci sputavano addosso e in quel gesto sentivamo tutto l’odio di quel mondo assurdo."
Se potessimo chiedere a Carlo cosa è stato per lui il lager, sicuramente risponderebbe così:
"Sono dei 'non luoghi' abitati da persone senza più identità. Appena varchi quella soglia inizia un radicale processo di spersonalizzazione: non hai più un nome, diventi presto un numero, ti rubano la speranza e il futuro, devi sottostare a ordini, sei controllato in ogni istante … "
Nel luglio del 1945 Carlo torna a Lodi. Questa seconda parte del racconto si focalizza sull'intreccio fra ricostruzione personale e collettiva, sul senso di colpa nei confronti della famiglia, sull'indifferenza verso la loro storia da parte di una società non ancora pronta a fare i conti con le deportazioni.
L'arrivo dei treni carichi di deportati è un momento di euforia generale:
"Ricordo ancora il rimbombante fischio del treno sotto la grande galleria mentre si avvicinava al binario, come per sottolineare che quello fosse un momento di festa dell’intera città. Ricordo i volti dei compagni di Milano appiccicati ai vetri sporchi dei finestrini alla ricerca di volti familiari, le urla di gioia delle persone che si accalcavano sul marciapiede del binario in attesa dei propri cari ma anche per rendere omaggio ai militari deportati."
Questa euforia si traduce però presto in un muro invisibile ma reale che li relega a una solitudine ingiusta.
"Eravamo stranieri nelle nostre città, nelle vie e nelle piazze un tempo familiari. Eravamo vittime di un passato che non poteva essere condiviso ma ci sentivamo al contempo un po’ eroi. Era una strana ambivalenza che ha segnato le nostre vite per un lungo periodo. Fino a quando il mondo ha iniziato ad interessarsi di noi e le nostre narrazioni sono state raccolte e pubblicate, e le generazioni hanno letto e capito. In quel momento è iniziata la nostra rinascita. Anche noi finalmente potevamo parlare liberamente dei lager senza paura di essere incompresi o ancor peggio derisi."
Anche il contesto familiare ha richiesto attenzione e cura. Quando Carlo riabbraccia la sua famiglia, la figlia più piccola (di 5 anni) lo rifiuta con un pianto che gli procura dolore, un pianto che Carlo carica di simboli e significati da analizzare:
"Mi sono sentito respinto dal pianto innocente di una bambina ed ho iniziato a chiedermi se tutto potesse tornare come prima della partenza per la Germania. Come un film che dopo la visione si riavvolge e ricomincia dal punto desiderato. Questo ovviamente non era possibile, ho capito che ogni ricostruzione non può che passare dalla consapevolezza e dal dolore. E così il ritorno è stato anche un susseguirsi di dubbi, rimorsi, domande alla ricerca di certezze e assoluzioni. Il senso di colpa nei confronti della mia famiglia, prima assopito dalla detenzione, una volta tornato a casa è riemerso con forza."
Ma Carlo non ha dubbi sul valore della sua scelta:
"Quando penso alla scelta fatta mi sento veramente un uomo felice. Felice di aver contribuito a rifondare il nostro Paese. Mentre l’Italia ricostruiva sé stessa, materialmente e idealmente, noi ex deportati eravamo impegnati in una ricostruzione personale che si intrecciava alla storia di quella che sarebbe stata la futura Unione Europea. È stato un passaggio difficile, perché l’esperienza del lager non è solo un ricordo ma è uno stato dell’anima che non si può e non si deve cancellare."
La storia di Carlo vuole stimolare la preservazione della memoria ma anche il suo utilizzo come strumento utile per interpretare il presente.
"Per essere cittadini liberi dobbiamo abituarci a vedere oltre ciò che semplicemente appare o ci viene detto. Quanti muri, quanti fili spinati, quanti campi di detenzione separano ancora oggi cittadini liberi da 'non cittadini'? E l’indifferenza che ruolo ha in tutto questo? A voi le risposte alle guerre, alle ingiustizie e alle violenze, io ho detto 'no'."
Quel no scritto da Carlo sul berretto indossato durante il viaggio di ritorno è tutto ciò che ha portato a casa, e che rappresenta simbolicamente la sua esperienza di resistenza civile.