Il Giblog
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Cominciò così, quasi per scherzo, che in una delle Osterie della Dotta, fra un bicchiere di Sangiovese e l'altro, Kalimero scommise che avrebbe "uccellato" il Palio di Siena.
I suoi compagni erano certi che ci avrebbe provato, ma i più, conoscendo l'amore dei Senesi per il Palio e le attenzioni premurose degli stessi per lo storico "cencio" benedetto dal Vescovo nella cattedrale, scommisero che non ci sarebbe riuscito.
Invece Kalimero sapeva già che il Palio viene tradizionalmente custodito nella cattedrale fino al momento del corteo storico, e, dopo la corsa, assegnato alla contrada vincente.
Sapeva anche che, secondo tradizione antichissima, viene appeso in gran pompa accanto agli altri Palii vinti dalla contrada negli anni passati.
Kalimero lasciò Bologna verso Siena ed il giorno precedente la corsa visitò il Duomo fra i turisti dell'ultima ora. Osservò ammirato il "cencio", ma anche l'interno del Duomo e le sue possibili uscite.
Poi, al momento della chiusura, si nascose con disinvoltura in un confessionale ed attese l'eco del rimbombo dei portali chiusi ed i passi del sagrestano che si allontanava mentre calava nel buio del Duomo il silenzio della notte senese di quella trepida veglia.
A notte fonda si impossessò del "cencio" lasciando al suo posto la Fittonica pergamena con la regolare richiesta di riscatto, poi attese i rumori dell'alba ed infine, alla mattutina riapertura, uscì inosservato, con il "cencio" premurosamente arrotolato sotto la giacca.
Quando le contrade se ne accorsero, successe un pandemonio. La notizia apparve sui giornali italiani, si attivarono le questure e fu deposta denuncia di furto contro ignoti. Fra i contradaioli taluni ritenevano che, a seguito della "profanazione", la corsa si sarebbe dovuta rimandare, altri addirittura la volevano annullare, nessuno prese in considerazione il testo della pergamena né a nessuno venne l'ispirazione di risolvere con spirito rinascimentale quella beffa negoziando un dignitoso salvifico riscatto.
Prevalse invece, ahimè, lo spirito mercantile, così radicato nel popolo senese e quindi, col pretesto di non deludere i numerosi turisti presenti, si salvaguardarono gli interessi economici della città.
La decisione finale del Consiglio delle Contrade fu quella di disputare il Palio e, per rimediare alla mancanza del "cencio", si deliberò di assegnare alla contrada vincitrice della corsa, il bozzetto, ovvero la miniatura del Palio.
Bozzetto che tradizionalmente il pittore prescelto dipinge ben prima della manifestazione e che viene approvato dalle autorità prima che il pittore dipinga il Palio ufficiale su una tela alta circa un paio di metri e larga uno.
Quindi i senesi invece di riscattare il cencioso simbolo della contesa minacciarono di rappresaglie e pesanti sanzioni gli ignoti autori dell'ignobile gesto.
I giornali riportarono la dichiarazione minatoria del sindaco: "anche se fosse restituito" tuonò "la contrada vincente non lo appenderà mai perché è stato profanato" alludendo al fatto che il "cencio" aveva lasciato, suo malgrado, l'altare del Duomo.
Ed è proprio a questo punto della vicenda che Kalimero, deluso dal corso degli eventi così poco goliardici e dai comportamenti per niente cavallereschi dei capi contrada, decise, con un colpo di genio, di giocare ai senesi una "burla nella burla". Ritornò a Siena con il Palio arrotolato sotto la giacca, rientrò in cattedrale fra i soliti turisti ancora più numerosi, andò nello stesso confessionale profanato e nascose il "cencio" sotto il sedile.
Subito dopo rientrò a Bologna ed annunciò alla stampa che il Palio si trovava ancora in Chiesa, anzi non ne era mai uscito.
Grazie alle indicazioni dei media il Palio fu subito ritrovato ed i contradaioli, visto che il "cencio" non aveva mai lasciato né Siena né il suo Duomo, non lo considerarono più profanato e se lo appesero in cappella, al posto del bozzetto, con cerimonie di giubilo per la vittoria.
Fu allora che Kalimero inviò, malignamente ai giornali la foto del "cencio" precedentemente scattata a Bologna, con le due torri sullo sfondo, ad imperitura memoria dell'avvenuta trasferta.
Del Palio uccellato e profanato i senesi non ne parlano volentieri e non ne parlarono nemmeno i goliardi bolognesi prima che il reato non fosse definitivamente passato in prescrizione.
Oggi, grazie a Zeus ed allo storico giornale goliardico torinese Augusta Taurinorum, l'episodio è stato reso pubblico nei suoi dettagli ad onore e gloria della goliardia di quegli anni.
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Così Golia, detto Giancarlo Gianfranchi, nel numero 3/2001 de "Il rintocco del Campano".
Io posso aggiungere che "fonti bolognesi autorevoli" inseriscono tra gli artefici della beffa i goliardi Johannes Franciscus Bononiensis e Paolo l'Antipapa, entrambi Baroni al tempo del Magnus Joseph Pulcher Felsineus.
Si tratta, in ogni caso, di un'impresa che trascende i singoli attori e costituisce un titolo di vanto per la Goliardia che la ha ideata e realizzata: basti sapere che la notizia del "furto sacrilego" venne data nel corso del Tg2 delle ore 20.
E, infatti, la pergamena in "infolio maximo", miniata da Franco Grandi e Paolo Forti tra 1987 e 1988 e donata dall'Ordine del Fittone all'Università, nella persona del Magnifico Rettore Fabio Roversi Monaco, in occasione delle celebrazioni per il IX Centenario della Fondazione, porta, in due dei quattro riquadri, proprio i riferimenti alla beffa di cui si parla.