Le elezioni federali in Germania, il paese sceglie il suo nuovo futuro.
Domenica 26 settembre si sono tenute in Germania le elezioni tedesche più importanti degli ultimi 20 anni. I tedeschi erano chiamati a decidere il successore della cancelliera Angela Merkel, ininterrottamente alla guida del Governo dal 2005. Questa grossa novità si è riflessa anche nell’esito elettorale, molto incerto fino alla chiusura delle urne, a fronte di sondaggi che nell’ultimo anno sono stati incredibilmente volatili.
Si partiva da una situazione che vedeva l’Union (il gruppo unitario tra i democristiani della CDU e i bavaresi della CSU) raggiungere quasi il 40% nel corso del 2020, per effetto del cosiddetto rally around the flag (la forte crescita di popolarità di chi è al Governo a seguito di uno shock come la pandemia di COVID-19). Nei mesi successivi, però, ha iniziato a prevalere la voglia di discontinuità rispetto all’Union, partito al Governo da decenni che, per il dopo Merkel, aveva scelto una leadership debole come quella di Armin Laschet. Questa tendenza, abbinata alla sempre più diffusa sensibilità sulle tematiche ambientali, è culminata nei sondaggi che ad aprile 2021 registravano il sorpasso dei Verdi sulla CDU/CSU nelle preferenze dei tedeschi. Infine, nel corso dell’estate è arrivato l’ultimo e decisivo capovolgimento. L’onda verde si è fisiologicamente un po’ sgonfiata, a fronte di timori sull’assoluta inesperienza di governo della sua leader Annalena Baerbock, Laschet ha continuato ad accumulare gaffes e tutti i sondaggi hanno iniziato a dare in prima posizione la SPD, il partito socialdemocratico del popolare Ministro delle Finanze Olaf Scholz, che sembrava condannato ad un misero terzo posto fino a pochi mesi prima.
Il risultato definitivo è stato:
- SPD: 25,7%
- CDU/CSU: 24,1%
- Verdi: 14,8%
- FDP (liberali): 11,5%
- AfD (Alternativa per la Germania – destra sovranista): 10,3%
- Linke (estrema sinistra): 4,9%
Quali sono i Governi possibili a fronte di questi dati? L’alleanza tutta di sinistra tra SPD, Verdi e Linke (partito di estrema sinistra con tratti euroscettici) non è matematicamente possibile, a causa principalmente del flop di questi ultimi. Dall’altro lato politico, nessun partito è disponibile ad allearsi con l’estrema destra sovranista di AfD. Considerando anche che nessuno, né nella SPD né nella CDU/CSU, si è detto disponibile a ripetere la Grosse Koalition tra i due maggiori partiti, che ha governato negli ultimi anni, l’unica possibilità di formare un Governo risiede in un’alleanza a tre. Le alternative, che prendono il nome dai colori con cui sono identificati i rispettivi componenti, sono: la Coalizione Jamaica tra CDU/CSU (neri), Verdi e FDP (gialli) o la Coalizione Semaforo tra SPD (rossi), Verdi e FDP (gialli).
Con il passare delle settimane la prima soluzione ha perso quota, perché presenterebbe insieme due anomalie: la cancelleria andrebbe al principale partito, l’Union, dopo una tornata che l’ha vista registrare il peggior risultato della storia e, contemporaneamente, verrebbe escluso il vincitore relativo di queste elezioni, la SPD. Dato che negli ultimi anni il cancelliere tedesco è sempre stato espresso dal partito arrivato primo alle elezioni e che i partiti che hanno guadagnato voti rispetto alla precedente tornata elettorale sono proprio SPD, FDP e Verdi, la Coalizione Semaforo sembra l’esito più logico. Proprio in questo senso si stanno muovendo i rispettivi leader, con l’avvio di lunghe trattative per la definizione del programma. Nelle speranze di Olaf Scholz esse dovrebbero portare al nuovo governo entro Natale.
Le premesse e le condizioni sono favorevoli (in tutti i sondaggi post elezioni i tre partiti sono ulteriormente in crescita e la stragrande maggioranza dei tedeschi ritiene giusto che a guidare il prossimo governo sia proprio Scholz), ma l’accordo non è così scontato, date le differenze sostanziali su politica estera e politica economica. Ad esempio, i Verdi sono stati gli unici a dirsi contrari alla costruzione del gasdotto Nord Stream 2, utilizzato da Putin per tagliare fuori l’Ucraina dalle forniture di gas russo all’Europa. Lo stop al gasdotto è stato richiesto più volte dai partner europei e dallo stesso presidente americano Biden, a seguito dell’acuirsi dello scontro con la Russia, ma la Merkel è sempre andata avanti senza tentennamenti, supportata in questo dalla SPD di Scholz. I rapporti dei socialdemocratici con la Russia sono infatti piuttosto stretti e ambigui (l’ex cancellerie Schroeder è considerato molto vicino al Cremlino).
Per quanto riguarda le scelte economiche si può notare come i Verdi siano stati i primi, nel panorama politico tedesco, ad esprimersi a favore del Recovery Fund, aprendo la strada nell’opinione pubblica alla scelta di Merkel e rappresentando quindi una visione favorevole a una maggiore integrazione e solidarietà europea. I liberali, invece, erano i partner di governo della CDU/CSU negli anni post crisi dei debiti sovrani del 2011, in cui la Germania voleva imporre l’austerità economica ai Paesi europei più in difficoltà e mantengono tutt’ora quell’impostazione. Infatti, sul piano europeo hanno specificato che il Recovery Fund dovrà essere un’eccezione e non uno strumento permanente di politica fiscale, mentre sul piano interno hanno già richiesto la reintroduzione delle politiche di pareggio di bilancio e di freno al debito pubblico (temporaneamente sospese a seguito della pandemia), trovando la sponda di un possibilista Scholz. Insomma, che l’erede di Angela Merkel venga ufficializzato prima di Natale è tutto da vedere.
Il candidato democratico, infatti, potrà contare, molto probabilmente, su 306 grandi elettori rispetto ai 270 necessari (lo stesso numero a ruoli invertiti di Trump nel 2016), ottenendo 4-5 milioni di voti in più del suo avversario (che invece nel 2016 aveva vinto pur avendo preso 3 milioni di voti in meno di Hillary Clinton).
Quindi a prescindere dai tweet bellicosi e a tratti grotteschi del Presidente uscente, Biden il 20 gennaio 2021 presterà il giuramento di rito ed entrerà ufficialmente in carica come nuovo Presidente degli Stati Uniti. Appurato questo, è interessante chiedersi cosa potrà cambiare da quel momento nelle relazioni con l’Unione Europea.
C’è da dire che la politica estera statunitense è certamente più trasversale rispetto alle varie amministrazioni, ma comunque alcuni cambiamenti si potranno vedere fin dall’inizio. Ad esempio possiamo aspettarci che Biden confermi l’adesione del paese all’Organizzazione mondiale della sanità e al programma di vaccinazioni per tutti, entrambi bocciati da Trump.
Inoltre, assisteremo a un cambio nell’approccio verso gli storici partner di Oltreoceano, meno contrapposizione, più multilateralismo e certamente non vedremo più il Presidente degli Stati Uniti appoggiare movimenti populisti e anti-europeisti. Il tycoon aveva addirittura definito gli europei dei “nemici” per le politiche commerciali. Biden invece ha dichiarato in un’intervista lo scorso luglio che il primo giorno di mandato avrebbe chiamato tutti gli alleati della NATO (tra cui come noto molti Paesi UE) per dire: “Siamo tornati e potete contare di nuovo su di noi”.
Sui principali dossier ci saranno comunque varie sfumature, dovute soprattutto al fatto che alcune linee di politica estera perseguite dall’amministrazione Trump non sono poi tanto diverse, ad eccezione dei modi, da quelle tracciate da Obama. Vediamoli brevemente.
CLIMA: sicuramente l’aspetto su cui ci sarà una netta discontinuità. Gli Stati Uniti rientreranno subito negli Accordi di Parigi e l’UE ritroverà un alleato nevralgico nella lotta ai cambiamenti climatici, sia per il peso intrinseco che per la leadership internazionale. Biden ha infatti già espresso l’intenzione di fare pressione anche su altri grandi Paesi perché facciano maggiori sforzi per ridurre le emissioni inquinanti.
COMMERCIO: sotto l’amministrazione democratica riprenderanno le trattative per un accordo commerciale tra le due sponde dell’Atlantico, sullo stile di quello concluso tra UE e Canada. Non si tratterà comunque di una trattativa semplice e che produrrà effetti in tempi brevi, perché alcune questioni, come le scontro Boeing-Airbus, sono molto più annose e non legate al periodo Trump. È davvero difficile pensare che i dazi imposti in questi anni verranno cancellati con un colpo di spugna.
CINA: la contrapposizione con la Repubblica Popolare Cinese non diminuirà rispetto agli anni di Trump. Certo, i modi saranno meno conflittuali e rocamboleschi, ma la sostanza non cambierà. Anzi, seguendo un approccio multilaterale il neo-presidente potrebbe chiedere agli alleati europei un maggiore impegno per contrastare l’espansionismo cinese. La scarsa considerazione di Trump verso l’UE aveva rappresentato una sorta di “liberi tutti” con alcuni Paesi che singolarmente avevano stretto accordi con la RPC. Proprio su questo Biden potrebbe pretendere un cambio di passo, basta ambiguità.
NATO, RUSSIA E MEDIO ORIENTE: il disinteresse di Trump verso l’alleanza atlantica aveva suscitato lo scontento sia dei Democratici che dei Repubblicani più tradizionali, quindi ci sarà sicuramente un cambio di atteggiamento. Questo però potrebbe significare per i Paesi europei una sempre più insistente richiesta di maggiore impegno, attraverso un incremento delle spese militari, che era emersa anche negli anni di Obama. Il maggior contributo richiesto agli alleati sarà essenziale per liberare risorse per l’Indo-Pacifico e nello stesso Indo-Pacifico per il contenimento di Pechino. Il neo Presidente cercherà di continuare ad isolare la Federazione Russa (Putin ad oggi non ha ancora chiamato Biden per la vittoria) negando agli europei una possibile riconciliazione.
Il disimpegno verso il Medio Oriente era iniziato ben prima di Trump, quindi al massimo ci potrà essere un riequilibrio nel quadro delle alleanze e degli interlocutori degli States nella regione (e tra questi potrebbero rientrare i Paesi dell’UE), ma certamente non ci sarà alcun tipo di intervento diretto. L’accordo sul nucleare iraniano, difeso dall’UE in quanto visto come un proprio successo diplomatico, sembra sempre più compromesso. L’America non tornerà superpotenza benevola e continuerà a perseguire il disarmo dell’Iran e lo smantellamento della sua sfera d’influenza e a capire come impedire alla Turchia di spaccare la Nato.
Sostanzialmente con l’amministrazione Biden i Paesi dell’Unione Europea potrebbero essere chiamati per un’ultima volta a esprimersi con una voce più unitaria e forte su tutti gli scenari internazionali ma questi ultimi, dal canto loro, sono divisi tra il sentimento espresso dalla cancelliera Angela Merkel, che è convinta che l’amicizia transatlantica sia indispensabile e propone di lavorare insieme e i timori manifestati da Clément Beaune. Il segretario di stato per gli affari europei della Francia ha sottolineato su Twitter che “sarebbe sbagliato convincersi che tutto sia cambiato. L’Europa deve prima di tutto contare su se stessa”. I due messaggi sono molto divergenti tra loro. Il dibattito tra Francia e Germania, e in generale tra i 27 paesi europei, servirà a stabilire come posizionarsi all’interno del nuovo rapporto transatlantico, e che tipo di autonomia pretendere per l’Europa. Saranno in grado di farlo o rimarranno vincolati al fatto che non c’è alternativa ad allinearsi a Washington, come ha dimostrato l’amministrazione Trump negli ultimi quattro anni?