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Questo sito è dedicato alla dottoressa MANGANIELLO e a mia Moglie che mi hanno sempre assistito e corretto, duranti nostri dialoghi e le nostre letture in comune. Devo molto delle mie idee e dei miei scritti a loro. Se questo sito è pieno di lungaggini, sbrodolature, errori, la causa è la mancanza della dottoressa morta troppo giovane. In ultima pagina ricordo una sua opera che, nonostante, la sua novità e completezza, non ha mai voluto pubblicare.
Per la mia malattia, diagnosticata come sindrome di DUMBAR, a 72 anni, quando ormai mi aveva rovinato la vita, non posso neppure prendermela con i medici. Troppe le possibilità e troppi i possibili sintomi. Il legamento arcuato può essere ottimale, corto, lungo o mal sistemato, sicché sintomi, disturbi, dolori, disagi, sono troppo diversi fra loro. Tutte queste grandi diversità vanno a finire nel racconto dei pazienti al medico che, non capendoci nulla, non può fare una diagnosi.
Con questo non intendo un'assoluzione completa perché troppi, non capendoci nulla, passano dalla diagnosi fisica alla diagnosi psichica o peggio nessuna diagnosi. Questo perché troppi medici sono spesso troppo assenti e, quindi, disattenti alle parole del sofferente. Nel mio secondo anni alle superiori al medico sportivo Fiat a cui - non so come e da chi - era stato dato responsabilità di rilasciare il permesso per partecipare alle gare di velocità provinciali. Ebbene l’unico a cui questo permesso non fu concesso fui io. Alla mia richiesta di chiarimenti il medico, mi indirizzò al medico famigliare porgendomi un foglio di dati e il mio medico famigliare, data un’occhiata al foglio, commentò con un: “C’è chi ha più fiato e chi meno” e con ciò chiuse il problema.
Di lì in poi fu tutto un susseguirsi di disagi, dolori, difficoltà quasi irrise dai medici, tanto che, quando a venticinque anni svenni e caddi a terra, dopo un pomeriggi di forti dolori allo stomaco, l’unica cosa che pareva interessare sia il mio medico che lo specialista a pagamento, parevano interessati solo a capire se nell’istante in cui cadevo ero cosciente o no. Dato che non lo sapevo, anche quell’episodio si chiuse nel nulla, come nel nulla o peggio nella mia rabbia si chiusero tutte le successive visite a mediconi, professoroni, ben attenti ai miei denari, ma poco al miei racconti.
Ma soprattutto rimprovero che, di fronte all’impossibilità di una diagnosi fisica, passassero alla psicologica. Il loro termine prediletto che imparai a odiare era “Somatizzazione dei disagi”. Sembrava che somatizzassi tutto io, anche se non sentivo dentro, alcun disagio da somatizzare: sono sempre stato di carattere allegro e ottimista, sempre soddisfatto di ciò che facevo, anche se ciò che facevo e come vivevo, non era per mia autonoma scelta mia ma scelta obbligata dal Dumbar.
Ero stato assunto in Aeritalia, grazie ai buoni uffici, degli ex compagni di classe Marra e Miletto che già vi lavoravano. Il posto era ideale per chi come me era a suo agio nella progettazioni hardware di reti analogica e logiche, tanto più che alla sede di Caselle sarei stato l’unico a lavorare in quel campo.
Ma avevo il Dumbar e il lunedì mattina, mio primo giorno di lavoro, dopo una notte insonne di dubbi e torturai, rinunciai a presentarmi e continuai a fare l’insegnante. Un lavoro in cui potevo tenere a bada il Dumbar.
A scuola come nella vita, compresi. subito la necessità di non rendere pubblica la mia situazione. Questo per contribuire a creare, con colleghi e allievi, un ambiente allegro, fraterno e conviviale che molto aiutò sia me, che gli allievi e i colleghi.
Ero stato assunto dall’Aeritalia, grazie ai buoni uffici, degli ex compagni Marra e Miletto che già vi lavoravano. Il posto era ideale per, molto esperto e a suo agio nella progettazioni hardware di reti analogica e logiche, tanto più che alla sede di Caselle bin e sarei stato l’unico a lavorare in quel campo.
Ma avevo il Dumbar e il lunedì mattina mio primo giorno di lavoro dopo una notte insonne, in cui mi torturai sugli orari, ecc., rinunciai a presentarmi e continuai a fare l’insegnante. Un lavoro in cui potevo tenere a bada il Dumbar molto meglio.
Compresi. subito la necessità di non rendere evidente e pubblica la mia situazione. Questo contribuire a creare con colleghi e allievi un ambiente allegro, fraterno e conviviale, aiutò me come allievi e colleghi.
Il nostro sistema di scuole superiori è demenzialmente elitario.
Prima i licei classici (il greco apre la mente, e soprattutto l’élite viene dal classico) poi a distanza il liceo scientifico, sotto a questo gli istituti tecnici e infine a distanza iperbolica gli istituti professionali.
Dopo il crollo dei partiti popolari DC e PCI che avevano eliminata la vecchia elitaria scuola media e dato accesso all’università agli studenti degli istituti tecnici, chi fra noi sperava in una nuova superiore, rimase deluso. L’élite non avrebbe mai riformato quel sistema a scalini.
Ai colleghi, specialmente con i nuovi che arrivavano con tenaci pregiudizi verso gli allievi delle scuole Professionali, dovevi spiegare che la situazione non era quella propagandata nelle scuole medie inferiori.
I colleghi delle scuole medie inferiori, facevano orientamento con orribile pregiudizio verso le scuole professionali e cercavano di spedirci come puzzolenti pacchi quelli che considerano i loro peggiori allievi. La scuola professionale, a loro avviso, era l’unica scuola adatta.
Mi è capitato spesso di di avere un confronto con loro, anche perché andavo nelle scuole medie a fare orientamento e per cercare di attirare allievi. Chiedevo: “Perché ci mandate sempre gli allievi che considerate peggiori?” e le risposte erano sempre, a loro volta, interrogative “E dove volete che li possiamo mandare, se non da voi?”
Non c’era nulla da fare. confondevano manesco con manuale e comprendevano in quei termini tutti i possibili lati negativi: vivacità, insubordinazione, chiacchiericcio in classe, battute, litigi verbali, disattenzione, fracasso, risate, divenivano gli essenziali elementi di giudizio.
Quel “E dove volete che li mandiamo?” diveniva il loro vangelo. Peggio ancora i cosiddetti insegnanti progressisti che il più delle volte lo erano solo a parole, per alimentare il proprio ego e ammantarlo di miti di tolleranza.
Queste sono le considerazioni che facevamo noi vecchi e affezionati insegnanti alla scuola. E’ vero che all’istituto professionale gli allievi non studiano ma ”bisogna mettere bene in chiaro” dicevamo noi che è la stessa legge istitutiva delle scuole professionali a non richiedere né studio né compiti a casa: la scuola professionale era, per quanto possibile equiparata al lavoro, una sorta di apprendistato nelle aule scolastiche. Anche l’orario 40 ore settimanali rispecchiava questa realtà. Sei mattinate di 5 ore di sessanta minuti e tre pomeriggi di 4. Il pranzo, in un ristorante, dignitoso di Lanzo, era a carico del comune. L’insegnante doveva far tutto in quelle ore di lezione, senza assegnare studio e compiti a casa.
Mentre insegnavo ci fu la riforma delle scuole professionali. Fu votata in parlamento da tutti i partiti e fu un disastro: Sei ore ogni mattina di cinquanta minuti, riduzione delle ore di laboratorio, inserimento di diritto, economia e programmi di italiano e storia normalizzati come se fossero licei. Le vecchie ore di Cultura generale a programma relativamente libero, dove l’insegnante faceva ciò che riteneva più opportuno, erano sparite. Prima della riforma la maggioranza degli insegnanti di cultura leggeva in classe un romanzo di avventura, di, fantascienza o un "giallo" e assisteva alla compilazione del riassunto. Nessun compito o studio a casa.
Nei primi anni le mie ore di disegno erano destinate al disegno sui banchi e alle conversazioni collettive a voce alta. A un certo punto le conversazioni divennero gare a insulti ma sbaglia chi pensa che sfociassero in litigi. Sfociavano invece in insulti sempre più iperbolici che facevano ridere tutti e invogliavano l’insultato a escogitare iperboli ancora più folli. La gara divenne presto un coinvolgimento generale con regole e arbitri. Ognuno diveniva a turno l’insultato o l’ insultatore. I ragazzi si impegnavano in quella innocua e allegra attività e presto gli insulti coinvolsero padri, madri e sorelle e antenati.
La loro fantasia crebbe in tutte le direzioni e dopo un simile allenamento, nessun insultato si offendeva un sano allontanamento non alla reazioni fisiche alla creazioni di iperboli. Parlavano molto di calcio e di reti televisive; tutto pacificamente, con tolleranza e con battute più o meno micidiali ma l'inventiva iperbolica degli insulti non veniva mai raggiunta
Usciti dai tre anni di scuola trovavano subito lavoro regolare come apprendisti ossia, come si dicava allora, “coi libretti”, anche se molti, avevano già un futuro predeterminato nelle aziende di famiglia, o in ditte di parenti, amici.
Quando preparavo gli stages, naturalmente rivolgendomi a ditte d’installazione elettrica, per due volte fui contattato da piccole ditte meccaniche che m'implorarono di mandare stagisti anche da loro. Ragazzi svegli perché, dicevano scoraggiati, e lo dicevano perché i loro figli non volevano lavorare nel grasso e attaccati a una macchina. Volevano una scrivania, volevano fare gli” impiegati" e non nella “Boita” di famiglia. Se, dicevano, la società non li avesse aiutati nel giro di una ventina d’anni le trenta, quaranta Boite della vallata avrebbero chiuso i battenti.
Non potevo fare nulla, anche se avrei voluto, e lo spiegai. Permesse erano solo le ditte in impianti elettrici.
Al pomeriggio lavorai (anche per la spinta dei medici che vedevano molto bene e incoraggiavano un’attività che tenesse impegnata la mia testa malata che somatizzava e somatizzava e somatizzava) in CEC come consulente in elettronica per sei anni. Proprietario era l'ing. Monateri, un geniaccio che aveva inventato una quantità di macchine per la gomma e tra questi il ballerino ottico e i chiodi in gomma.. I chiodi in gomma li aveva inventati quando lavorava ancora come direttore tecnico in SAIAG, che automaticamente divenne proprietaria del brevetto e fece un sacco di soldi..
I suoi vizi erano la barca che pilotava la domenica sul lago di Candia e le vecchie radio a valvole che rimetteva a posto come nuove, parlando loro tramite con mezzo mondo. Col tempo quelle radio devono aver assunto un valore enorme, forse superiore alla ditta. Lui, in verità, non badava ai soldi e non di rado il lunedì fermava l’officina per fabbricare pezzi per la sua barca.
Altro geniaccio era Brunello, detto il Nonno.
Le macchine del Nonno funzionavano alla perfezione e non si guastavano mai. Il Nonno otteneva questo risultato non tanto guardando ai clienti ma per il suo interesse. Diceva che era terrorizzato dal dovere assumere una persona che girasse il mondo per far manutenzione o, ancor peggio, che dovesse girarlo lui se stesso. Per questo usava materiali robusti e inossidabili, persino di Ottone (lega rame-zinco, dall’aspetto giallo- scuro lucido) molto bello e piacevole a vedersi. Le sue invenzioni meccaniche erano geniali, i suoi telai tessili i più efficienti d’Europa ma smise di farli perché non voleva trasformare la sua piccola ditta in una grande che gli avrebbe tolto il respiro.
Il fratello prete lo aveva iniziato alla filosofia e alla teologia e quando talvolta, dopo mezzanotte, noi due si passeggiava lungo il Viale parlava sempre di filosofia, della sua filosofia. Era un cartesiano e portato a identificare la meccanica delle macchine come l’automa cartesiano, guidato, negli uomini, dal pensiero e nelle macchine, in un futuro non lontano, dal moto degli elettroni nei fili.
Non capisco perché il comune di Ciriè per questi suoi figli geniali non abbia neppure pensato di intitolar loro una via o almeno una sala.
Tornando alla scuola, con allievi e colleghi il rapporto è sempre stato buono. Il mio Dumbar mi è sempre stato presente; anche avessi voluto ignorarlo non potevo, perché si faceva vivo lui e io dovevo per me per gli altri non solo mantenerlo a bada in silenzio.
Tutto sommato tutto bene, visto l’ambiente scolastico rilassato anche se fuori molto criticato. Solo gli ultimi cinque anni furono molto faticosi e spesso dolorosi, fino a che non capii che la difficoltà proveniva da una scarso rodaggio mattiniero. Oggi posso pensare che la posizione coricata notturna, spostasse il Dumbar, ma la facilità di fare mutua, riuscì a farmi superare quel brutto periodo. Appena potei me ne andai in pensione e con la pensione ebbi la possibilità di carburare, con calma, al mattino. L'uscita dal lavoro chiuse quel brutto periodo ma dovetti aspettare fino al settantaduesimo anno per finalmente avere la giusta diagnosi di Dumbar.
LAVORO POMERIDIANO