Paesaggi che non sono davvero paesaggi
Un concetto che emerge quasi subito parlando con Elena Latini è che a lei del paesaggio come per lo più viene inteso non importa niente. «Il paesaggio è sempre un paesaggio interiore» dice perentoria. Il soggetto dei suoi disegni sono le emozioni prodotte in lei dall’osservazione dell’ambiente, i veri protagonisti non sono gli alberi, le strade, i campi e le case; essi sono soltanto strumenti che lei usa per arrivare a rappresentare ciò che davvero le interessa, cioè i contrasti fra la luce e l’ombra che costruiscono le immagini, e che sono strettamente legati con le luci e le ombre che si destano dentro di lei mentre guarda, e mentre poi disegna.
«Non mi interessa descrivere un luogo in sé. Il mio mondo è sempre interiore. Nei miei lavori i luoghi non sono mai casuali, sono posti che conosco molto bene e il perimetro dei miei spostamenti è circoscritto. Che sia quella stradina, i giardinetti sotto casa, il cortile o quel parcheggio, hanno sempre a che fare con la memoria personale».
Quando vede un soggetto che la interessa lo fotografa, ma poi quando disegna ha bisogno di allontanarsi dall’immagine fotografica, mediante un processo di riduzione e attraverso il filtro della memoria. Roger de Piles, critico, teorico e collezionista d’arte francese vissuto tra Sei e Settecento, definiva il disegno “l’organo del nostro pensiero”.
La luce che Elena preferisce è quella delle due del pomeriggio in estate, o anche d’inverno, ma più di rado, e solo se la ritrova simile. Quando essa genera le geometrie oblique che hanno dato il titolo alla serie Light draws oblique geometries del 2024 e agli ultimi disegni del 2025.
Già Euclide diceva che la luce è la condizione dello sguardo. “La grande forza del disegnatore risiede nella intrusione della luce nel buio”, scrive lo storico dell’arte Colin Eisler.
Il soggetto vedente è in possesso di complessi filtri cognitivi – l’occhio non è innocente e comanda la mano nel produrre il segno. Il filosofo americano Nelson Goodman parlava di occhio antico, quando si pone al lavoro l’occhio è sempre antico. L’artista percepisce sempre in modo espressivo, consonante al proprio linguaggio, non in modo neutro. Grazie a questa facoltà passa senza soluzione di continuità dalla percezione all’espressione, esprime ciò che percepisce e percepisce in larga misura ciò che sa, che vuole. La sua percezione non è neutra. Dunque è per questo che Latini dice che non le interessa il paesaggio, nel senso che il paesaggio non è pietra o albero, casa o acqua che si muove, è sempre la sua acqua, la sua casa, ciò che lei sa dell’albero, ciò che ricorda della pietra.
Elena, come i migliori disegnatori hanno, ha la mano oculata: è la mano che immagina di toccare gli oggetti osservati e toccandoli ne percepisce forma e dimensioni, materia e peso, insomma le caratteristiche fisiche, che così è in grado di trasmettere all’occhio attraverso il cervello. La mano oculata è un po’ il complementare dell’occhio pungente, con la sua penetrante visione tattile. Sfiorando le cose la mano oculata modella idealmente gli oggetti e ne memorizza il contorno. Per questo il disegno è capace di una funzione cognitiva così ampia e precisa.
Le cose rappresentate da Elena non hanno limiti, ma solo margini, e piuttosto indefiniti. Il limite è il punto estremo, primo e ultimo, dove una cosa inizia e termina, come già pensava Aristotele. Oltre il quale la cosa non può andare, non esiste più. È una linea, un confine. Il margine invece è uno spazio più che una linea, uno spazio dove gradualmente gli oggetti si mescolano l’uno con l’altro, il libro appoggiato sul tavolo è sempre meno libro e sempre più tavolo. Elena disegna così: l’albero è sempre meno ombra e sempre più cielo, la casa sempre meno muro e sempre più luce, il terreno sempre meno erba e sempre più ombra… “entrano in corpo l’uno all’altro” scriveva Leonardo.
Della relazione complessa tra ciò che si vede e non si vede era maestro Rembrandt, sublime nell’esprimersi sia con il segno sia con l’assenza del segno, come gran parte dell’arte orientale che lui ben conosceva. Rembrandt era un grande incisore, capace dunque di trarre il segno nero dal vuoto e il segno bianco dal pieno della lastra; ed è dalla pratica dell’incisione che Elena proviene.
Disegna sempre a grafite, nero su bianco. Se mai stampa i disegni in un solo colore, a volte blu. Predilige la monocromia, la creazione avviene solo tra bianco e nero, tra presenza e assenza, ombre e luci. Nemmeno il grigio, il grigio non esiste, almeno come colore ottenuto mescolando il bianco e il nero, il grigio è luce che illumina il buio. Il colore in fondo è una finzione, è la pelle delle cose, il loro modo di pavoneggiarsi, di essere attrattive, ma la sostanza, la profondità esistenziale e anche psicologica delle cose (per quanto esse stimolano la psicologia del guardante) è data solo dalla lotta tra luce e ombra.
Decidiamo insieme che nella mostra a Lavì!City è esposta una selezione dei recenti cicli di disegni – grafite su carta – realizzati tra il 2022 e il 2025, al suo ritorno nelle Marche dopo 20 anni vissuti a Bologna.
«Ritornare a vivere in un luogo dopo così tanto tempo ha a che fare con una specie di circolarità. Le cose ritornano, in apparenza uguali, ma non lo sono mai davvero, perché nel frattempo qualcosa si è perso. Il titolo, Le campane ripetono le campane è un frammento di un mio testo, dal libro Le luci bianche del 2003. L’ho scelto proprio perché rimanda a questa idea di tempo circolare e a temi che ritornano in maniera ossessiva».
Il paesaggio — la campagna marchigiana — era il protagonista anche di lavori precedenti, come La luma (2010), un breve racconto grafico sui viaggi che la nonna levatrice faceva per andare ad assistere i parti nelle case in campagna.
Elena lavora anche per sequenze di disegni, con un’intenzione narrativa, anche se la narrazione è sempre piuttosto breve – sette o otto immagini – e più che altro suggerita, come lei dice, cioè libera, non imposta, allusiva. A volte scrive anche un testo, che associa alle immagini, come in Light draws oblique geometries (2024), Floor Exercise (2025). La scrittura, insieme al disegno, è stata sempre presente nella sua pratica, fin dal suo primissimo lavoro Le luci bianche (2003): un libro che conteneva disegni, incisioni e poesie.
«Nella mia pratica artistica hanno sempre avuto e hanno tuttora una grandissima importanza i riferimenti alla letteratura e alla musica. Credo sia particolarmente arricchente nutrirsi di opere il cui campo linguistico sia molto diverso – non a caso, entrambi -parola e suono- sono linguaggi non visivi. Se devo fare solo un nome di un artista per me è sicuramente Werner Herzog: il regista (cito, tra i suoi film, L’enigma di Kaspar Hauser) e lo scrittore di Sentieri nel ghiaccio.
Tra i miei primissimi riferimenti nelle arti visive ci sono sicuramente i disegni di Seurat, gli interni di Hammershøi, Gerhard Richter — solo per citarne alcuni. Il primo grande amore letterario è stato Cesare Pavese. Non cito a caso lui qui, ma proprio pensando anche al suo rapporto con il paesaggio. Cito una sequenza cinematografica in particolare che amo molto: il finale de L’eclisse di Michelangelo Antonioni».
Ho integrato il mio colloquio con Elena di sabato 4 aprile 2026 con alcuni appunti che lei stessa ha condiviso con me e con miei prelievi da due testi che di quando in quando mi piace rileggere: Colin Eisler, La mano, il segno. Disegni dei maestri dal XIV al XX secolo, Fratelli Fabbri Editori, Milano, 1976; Giuseppe Di Napoli, Disegnare e conoscere, Einaudi, Torino, 2004.
Piero Orlandi, Bologna 2026