Comunicato stampa
COMUNICATO STAMAPA
IL CALCIATORE
Il giorno 11 dicembre c.a. è uscito, in formato elettronico e cartaceo sulla piattaforma Amazon KDP, Il Calciatore, romanzo di formazione contemporaneo, ambientato fra Stati Uniti e Portogallo, che descrive le vicende personali dell'ex calciatore John Ruster dal momento in cui la sua carriera agonistica giunge al termine.
John Ruster ha appena vinto la Champions League con la sua squadra ma, al suo ritorno a casa, a Roma, scopre che sua moglie l'ha lasciato portando con se' i loro due figli. Da quel momento, per lui, ha inizio un lento e inesorabile declino che gli farà conoscere la prigione e la solitudine; finché l'incontro fortuito con Don Ernesto Barraqo Verdes, a Sines in Portogallo, gli darà l'occasione per iniziare una nuova vita.
“John Ruster è un nome di fantasia che spesso ho associato ai protagonisti delle storie che nascevano nella mia testa. Penso quindi sia giusto renderergli omaggio con un romanzo tutto suo.” - cit. dell'autore
Ufficio Stampa
Edmondo Trammannone - SelfPulisher
Salve a tutti, come premesso qui sopra, questa sezione del sito l'ho riservata alle anteprime, cioè a tutto quello che il sottoscritto sta per pubblicare, in libreria, ma che ancora non è ufficialmente edito. Un'anteprima, appunto. Ebbene... E' con grande orgoglio e con immensa soddisfazione che annuncio a tutti voi di aver appena terminato la conversione del file (da docx a epub) del mio nuovo romanzo dal titolo Il Calciatore.
Contrariamente a quanto si potrebbe dedurre dal titolo, non si tratta di un romanzo sul mondo del Calcio, seppure esso è presente nella trama, ne' si tratta di un giallo come ipotizzabile dalla mia precedente pubblicazione (La San Giorgio e altre Storie - Tre indagini per l'Ispettore Kadlic). No, questo romanzo racconta essenzialmente la storia di un uomo che di professione fa il calciatore professionista. A essere più precisi, ne tratta solo un pezzo, nemmeno tanto ampio, che inizia proprio nel momento in cui il Calcio esce dalla sua vita. Non intendo anticiparvi molto altro ma prima di lasciarvi al Prologo, che riporto nella sua attuale e integrale versione qui di seguito, voglio raccontarvi, a grandi linee, com'è nato questo romanzo. L'idea mi venne un po' di anni fa mentre leggevo, sotto l'ombrellone, un'inchiesta a due pagine di un noto quotidiano sportivo che si poneva il seguente interrogativo : Cosa fanno i calciatori quando smettono di giocare? Bella domanda. Le risposte della serie di articoli a corredo erano piuttosto varie; la maggior parte dei casi riguardava ex giocatori di Serie A che in qualche maniera erano restati all'interno di quel mondo con altri ruoli. Alcuni, una discreta fetta di loro, aveva perso le proprie ricchezze accumulate ma era riuscita a trovare la forza per reinventarsi una vita; una piccola parte di questi, invece era finita non dico in miseria ma sicuramente non faceva più la Bella Vita. Mi colpirono questi due aspetti, cioè il fatto che improvvisamente, per uno strano e avverso caso della vita, e non sempre per pura e semplice sfortuna, gente che aveva tutto : ricchezza, agi e fama, si era ritrovata senza niente. In alcuni casi senza nemmeno un tetto sulla testa. Fu in quel momento che mi venne in mente la trama di questo romanzo.
Mi pare di aver detto tutto.
Buona lettura.
Vivienne Sodeberg fece l'ultima prova microfono, fissò la telecamera per essere sicura di essere a fuoco e sospirando fece cenno all'inserviente di aspettare ancora un istante. Le grida di gioia e i cori urlati a squarciagola giungevano nitidi fino a lei. Sapeva perfettamente cosa avrebbe trovato oltre quella porta. Una ventina di uomini nudi, o al massimo in mutande, che festeggiava la vittoria della Champions League. Era la terza volta, negli ultimi cinque anni, che era costretta a fare l'inviata dagli spogliatoi. Una cosa squallida e imbarazzante. Quando sarebbe entrata, i più pudici avrebbero cercato di coprirsi le parti intime con gli asciugamani ma gli altri, la maggior parte, avrebbe continuato a saltare ritmicamente intonando i cori alla squadra incuranti di tutto. Poi ci sarebbe stato chi, invariabilmente, l’avrebbe palpeggiata senza ritegno. Anzi, più di qualcuno. Era sconvolgente come l'euforia e l'alcol rendesse tutti quegli atleti, uomini rispettati e famosi, professionisti pagati profumatamente, una banda di selvaggi incontrollabile. Il fatto che lei entrasse in quella specie di Fossa dei Leoni praticamente all'inizio della festa, era la sua unica ancora di salvezza. Quella notte l'alcol sarebbe scorso a fiumi. E con esso tutti i gli optional e le depravazioni che il denaro della Società Sportiva, avrebbe messo a disposizione della squadra. Il denaro comprava tutto. In fondo anche lei era lì per soldi. Fece segno all'incaricato, che la fissava con un'espressione da ebete di essere pronta e subito dopo questi le aprì la porta. Il General Manager della squadra, aspettandosi il suo arrivo, stava già cercando di fare un minimo d'ordine aiutato dall'allenatore Strenatti dal suo secondo Arzighi e da tutto lo staff medico. Per il resto era tutto esattamente come se l’aspettava. I calciatori, già molto euforici, quando la videro cercarono di coinvolgerla nell'intonazione dei cori. Qualcuno ebbe l'idea di metterla al centro della stanza e lei si ritrovò intrappolata in quella bolgia in cui tutti urlavano felici e tutti si abbracciavano. Cambiavano le facce ma in fondo era sempre la stesa storia. Dopo qualche minuto apparve l'Ispettore di Produzione del Network che aveva l'esclusiva dell'evento che le fece segno di raggiungere i campioni più acclamati per le interviste di rito. Berti aveva la faccia stanca, si sforzava di sorridere ma se ne stava in disparte come se la festa non lo riguardasse. Forse, dopo tanti anni trascorsi a calcare i campi da gioco di tutto il mondo si era finalmente stancato di quella vita; o forse la consapevolezza di doversi staccare da quel mondo aveva preso il sopravvento su tutto. Si sussurrava che quella che stava terminando, sarebbe stata la sua ultima stagione fra i professionisti. Moltez e Mawrues, i due francesi della squadra, cantavano la Marsigliese aiutati da Calejo che faceva il controcanto in portoghese. Il gruppetto più numeroso però cantava, in italiano, le strofe della Curva Sud, la sede del tifo romanista che quella notte era alle stelle. Poco più in là Del Moro cantava e saltellava assieme al suo obbiettivo principale John Ruster. L'Americano de Roma, come lo aveva soprannominato la tifoseria. L'uomo che con i suoi gol aveva deciso la partita affondando il favorito Barcellona. Incurante delle mani che s'infilavano ormai senza ritegno sotto la sua gonna, Vivienne Sodeberg sfoderò il suo sorriso migliore e, fatto segno al cameraman di seguirla, riuscì ad agguantarlo per un istante
- John ? Posso farti una domanda ? - dovette ripetergliela tre volte prima che lui riuscisse a rispondere qualcosa che avesse senso.
L'aereo atterrò all'Aeroporto di Ciampino alle cinque e ventinove del mattino. Faceva caldo. I giocatori dell'A.S. Roma scesero dalle scalette malfermi sulle gambe tra due ali di folla. Un cordone di Forze dell'Ordine teneva a bada, in egual misura, l'immancabile plotone di giornalisti e i tifosi più esaltati. John Ruster guardò con distacco tutta quella gente festosa, che desiderava solamente un istante di contatto con i propri idoli; un modo ingenuo di partecipare a una festa alla quale non erano, e non sarebbero stati mai, invitati. Ma era impossibile sottrarsi al loro festoso abbraccio. Guardò speranzoso verso il Gate d'Uscita, dove attendevano i parenti e gli amici dei calciatori; ancora qualche minuto e avrebbe raggiunto sua moglie, forse avrebbe potuto abbracciare anche i loro due bambini o forse no, magari lei li aveva lasciati con la babysitter. Nonostante la stanchezza per la partita, i brindisi e il fuoriprogramma con la bionda del network televisivo, si sentiva euforico e pronto a ricominciare i festeggiamenti. Avevano vinto. Lui e la sua squadra aveva sfoderato una prestazione super e battuto l'F.C. Barcellona contro ogni pronostico. Alla vigilia nessuno ci avrebbe creduto. Ma lui sì, l'aveva promesso a se' stesso. Quella sera, ci sarebbe stata una sola squadra ad alzare la coppa. La sua. Rispose a un paio di domande insulse con le solite frasi di circostanza Era contento di aver vinto e domenica a Brescia ..Avrebbero fatto il massimo, perché loro non facevano sconti a nessuno. Anche se era l’ultima partita di campionato avrebbero affrontato una squadra che lottava per salvarsi dalla retrocessione in Serie B. Poi si disse convinto che anche la prossima stagione la sua squadra avrebbe lottato per la conquista della Champions League, quindi si scusò e andò in cerca di sua moglie.
Il parterre si stava assottigliando rapidamente. Il brasiliano Tadeus, grande escluso della partita, aveva già trovato il modo di consolarsi abbracciato a un paio di tifose dal volto dipinto di giallo e rosso, i colori della loro squadra. Ganci, il giovane e promettente difensore entrato nel finale per difendere il risultato, stava andando via assieme alla moglie, sposata da pochi mesi e già incinta. Lui al party a casa di Tadeus, l'indomani sera, non ci sarebbe venuto. Lo seguiva Giusberti con la sua nuova ragazza, una modella colombiana conosciuta l’estate scorsa durante la turnee in Sud America. La maggior parte dei suoi compagni aveva lasciato l'aeroporto dalle uscite secondarie. Di Keisha, sua moglie, non vi era però traccia. Uscito all'aperto fu immediatamente riconosciuto da una piccola folla festosa. A volte la notorietà porta anche dei vantaggi e infatti non gli fu difficile trovare un taxi che lo riportasse a casa.
L'alba si stava impossessando della città. Presto Roma si sarebbe svegliata più allegra e vitale che mai. Perlomeno la sponda giallorossa. Pagò il taxista, e dovette insistere parecchio perché l'uomo era un tifoso della Magica, l'appellativo con la quale i sostenitori dell'A.S. Roma chiamano affettuosamente la loro squadra, firmò gli autografi a dei ragazzi che lo stavano aspettando sotto il portone di casa sua, poi finalmente riuscì a sganciarsi. Alzato lo sguardo alla finestra del suo appartamento, notò che le luci erano spente e le serrande insolitamente abbassate; un cane abbaiò da un balcone lì vicino. Nello stesso istante un brivido freddo gli attraversò la schiena. Afferrata con un'inspiegabile frenesia la sua borsa, si precipitò a casa. La porta era chiusa a mandate. L'aprì mentre una strana ansia gli martellava nel petto. Chiamò Keisha, poi Will e Xandra, i loro bambini, ma una parte di lui sapeva che era inutile. Tuttavia lo fece. E continuò a farlo girando per tutte le stanze dell'appartamento ormai deserto. Ritornato all'ingresso, con le lacrime di disperazione che si affacciavano agli angoli degli occhi, vide il biglietto.
Torno a casa. Porto i bambini con me.
Keisha
Disegni realizzati da Franco De Lucia