14 giugno
Venezia.
Lido, spiaggia Alberoni.
Può capitare che durante una grigia mattina domenicale tu passeggi per la riva e ti ritrovi sette ragazzi indaffarati in ciò che ha tutta l’aria di essere un servizio fotografico.
O quasi, perlomeno.
Ti incuriosisce, il fatto è strano.
Ti avvicini, guardi meglio. Vedi la modella, vedi il fotografo.
E qua dovrebbe finire, ma no.
Noti che altri quattro ragazzi hanno ciascuno una macchina fotografica.
Uno fotografa il fotografo che fotografa la modella, uno fotografa l’altro che fa la foto al fotografo che fotografa la modella, e così via.
Poi c’è uno che regge il lastolight per orientare la luce, non la scampa, viene fotografato pure lui.
Infine c’è una ragazza che sta ferma a guardare quell’orchestra di scatti.
Ecco, quella ragazza sarei io.
Cerco solo di non stare il più possibile tra i piedi e di tenere in mano la torcia quando c’è bisogno.
E nulla, fotografata pure io.
Sono lì per un motivo ben preciso: a due ragazzi che ci sanno fare è venuta in mente una gran bell’idea per l’esame di metodologia progettuale dell’Accademia di Belle Arti.
Parlo di Marina Marques e Alexander Dimitrios Papadopoulos, entrambi del corso di “Nuove Tecnologie per l’arte” (Arti visive).
In breve, hanno escogitato di mettere in scena la messa in scena.
Sfogliate una rivista, aprite Instagram, sempre la stessa storia: modelli scultorei sistemati lì con quella luce là in questa posa qua con lo scopo ultimo di vendere il prodotto.
“Tutta la sinossi del progetto è indirizzata verso una campagna di advertisement che include il mondo della moda in modo diretto e principale senza però escludere gli altri personaggi all’interno del set, creando così un vago scheletro di storytelling dello shooting stesso.”
In tuttà onestà, io comune mortale come voi, non mi faccio mica troppe domande.
Assorbo inerte quello che è il risultato estetico di un servizio fotografico.
Al massimo mi chiedo se diventerò mai come quella modella, ma questa è un’altra storia -ed è anche triste.
Siamo ignari di tutto il lavoro che c’è dietro, dall’affitto della location al modo in cui i fari sono puntati sul soggetto.
E’ un po’ come starsene ad un concerto di Debussy e ascoltare la musica che proviene da dietro il sipario calato.
Praticamente questi due, Marina e Alexander, lo alzano. Tac, ora l’orchestra sì che la vedete.
Musicista per musicista.
Distinguete dita di mani che si spostano spedite sullo strumento, petti che inspirano, occhi lucidi.
La musica la continuate a sentire.
Ma non è la stessa. Ugualmente nel loro progetto “Dietro i terzi” la moda resta -ed è anche concepita e studiata da un pezzo da novanta dello IUAV di Venezia, Francesco Mottola (Design della moda)-, ma non è la stessa.
Voglio dire, senza dubbio è il centro, ma anzichè assimilare il lavoro di tutto ciò che le sta attorno, gli rivolge l’attenzione, a mo’ di forza centrifuga.
E lo stile di Francesco Mottola rispecchia appieno il sovvertimento a cui è finalizzato “Dietro i terzi”: dare spazio al libero arbitrio, trasgredire l’abitudine delle cose anche più comuni come può essere infilare due braccia nelle maniche di un giubbotto.
E fidatevi, non ho mai visto giacche indossate in quel modo lì.
Come se fosse in costante fase di costruzione.
Come il photoshooting di “Dietro i terzi”.
“Il nome Dietro i terzi è ispirato al logo scelto.
E’ una griglia che aiuta a scattare foto visivamente proporzionate.
E’ un po’ l’apoteosi del classico. Però nel nostro logo viene rovesciata di 45° e assume la forma di un rombo.
Dietro i terzi richiama quindi il dietro della macchina fotografica, cioè il “dietro le quinte” che il nostro photoshooting vuole rendere soggetto.”
Al progetto hanno partecipato anche Matteo De Luca (Arti visive) Joanne Eleanor Margaret Lanzarini (Arti visive) e Ilaria Miotto (Pittura).
Marina e Alexander hanno deciso di coinvolgere Francesco Mottola dello IUAV e me della Ca’ Foscari per una collaborazione a 360° che annulli la diffidenza che tende spesso ad animarsi tra studenti di università differenti.
Il dialogo veniva spontaneo e i ruoli si interscambiavano.
C’era molta fluidità e al contempo professionalità.
Ad esempio Ilaria Miotto faceva la modella -di una bellezza tagliente, ma non vi anticipo nulla-, poi le foto le hanno volute fare a me -e anche questa è un’altra storia- e allora mi son ritrovata quella stessa Ilaria, che poco prima posava stagliata rosso fuoco sulla spiaggia incolore, a farmi foto seduta per terra tra sterpi e insetti.
Tutto partecipava alla scenografia, dall’osso di seppia al cavo.
In quelle retrovie indaffarate ho assistito ad una nuova estetica ragionata e onesta, che si contrappone con violenza a quella esibita ovunque dai mass media, immediata e machiavellica, che è sempre troppo poco umana.
Articolo di: Olimpia Peroni, studentessa di Lettere alla Università Ca’ Foscari di Venezia
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