Max Federmann, nato a Francoforte sul Meno il 21 febbraio 1923.
Max Federmann, che proveniva da una famiglia di ebrei polacchi immigrati in Germania, frequentò per otto anni la Israelitische Volksschule a Francoforte, di forte impronta religiosa. Poiché era iscritto a una scuola ebraica non fu colpito dal divieto di frequentare le scuole pubbliche e private entrato in vigore nel 1938 e quindi la sua carriera scolastica non subì alcuna interruzione. Era figlio di un berrettaio e lavorò per tre anni, dopo aver finito la scuola, come meccanico nella scuola-officina ebraica nella Fischerfeldstrasse a Francoforte.
Dopo l’inizio della guerra, gli ebrei polacchi furono generalmente arrestati e rinchiusi in campi di concentramento, ma Max Federmann, insieme ad altri ragazzi che avevano già superato i 15 anni e secondo le disposizioni vigenti avrebbero dovuto essere arrestati, non lo fu, a differenza di suo fratello gemello che fu prelevato qualche tempo dopo e morì nel campo di concentramento di Dachau.
Nella seconda metà di dicembre del 1940, Max Federmann arrivò a Zagabria da Francoforte insieme ad un’altra ventina di ragazzi, ma, poiché a seguito dell'invasione italo-tedesca la polizia premeva affinché i profughi ebrei lasciassero il paese, la mattina del 4 luglio, insieme a 43 ragazzi e 5 accompagnatori, raggiunse la stazione; allontanatosi per comprare qualcosa, però, mancava al momento della partenza, e gli altri dovettero partire senza di lui, che rimase a Zagabria e si riunì avventurosamente al gruppo qualche tempo dopo.
A Nonantola, a Villa Emma, iniziò sotto la guida esperta di Leonardi il lavoro nei campi e nelle stalle.
Quando il 9 settembre a Nonantola comparvero le prime truppe tedesche, Max Federmann con Moshe Szapiro, che aveva raggiunto il gruppo a Nonantola, si diresse ad Ancona percorrendo un primo tratto in bicicletta e facendo il resto del viaggio in treno.
Una volta arrivato, si separò da alcuni degli altri ragazzi e con Szapiro rimase ad Ancona. Federmann e Szapiro si rivolsero alla comunità israelitica per chiedere consiglio e furono indirizzati a un partigiano ebreo originario di Ancona, che faceva parte della quinta brigata Garibaldi nelle Marche. Il partigiano ebreo garantì per loro e i due vennero accolti nel suo battaglione. Poi però, a causa di una vasta azione di rastrellamento della Wehrmacht, i partigiani dovettero disperdersi per ordine del comandante della brigata e Max Federmann perse di vista Szapiro. A Max fu affidato il compito di tagliare i fili della luce e i cavi del telefono sui pali, partecipò a imboscate a veicoli militari tedeschi e insieme ai suoi compagni fece saltare in aria un ponte dalle parti di Cantiano.
Max Federmann, dopo la Liberazione, che lo trovò a Gubbio, fu ricoverato in un ospedale militare alleato a Perugia per la ferita d’arma da fuoco ricevuta durante la lotta partigiana; lavorò poi a Roma come interprete per le autorità britanniche e, in seguito, nell’amministrazione in un campo per cosiddette “displaced persons” presso Torino.
Non aveva intenzione di trasferirsi in Palestina, anzi, dopo essersi sposato con un’italiana, progettò di restare in Italia. Poi decise di raggiungere suo fratello che era tornato a Francoforte da Shanghai. Si sentiva però un estraneo nella città in cui era cresciuto, per quanto le autorità tentassero di venirgli incontro e fosse stato riconosciuto come vittima del nazismo. Di notte era ossessionato dagli incubi in cui rivedeva senza sosta il destino della madre e dei fratelli assassinati. Dopo un anno, non resistette più e si trasferì insieme alla moglie negli Stati Uniti.