Josef Indig, nato a Virovitica (Croazia) il 30 gennaio 1917.
Suo padre proveniva da una famiglia rigidamente chassidica ungherese; dopo la Prima guerra mondiale, era diventato cantore della sinagoga di Osijek, dove aveva abbracciato le idee sioniste. Il giovane Indig aveva frequentato le scuole a Osijek e, influenzato dalla sorella maggiore, aveva aderto a soli nove anni al Hashomer Hatzair, una delle associazioni giovanili sionistiche più attive dell'epoca e di impostazione laica, dove imparò anche un po’ di ebraico. A quattordici anni era diventato mebahel (guida di ragazzi più giovani) e a venti madrich (educatore). L’ideale sionista era così radicato in lui da spingerlo a rinunciare agli studi universitari per fare l’apprendista meccanico e prepararsi al lavoro manuale in Palestina.
Josef Indig, insieme a Armand Moreno e Zehava Weiner, fu uno dei tre madrichim incaricati dall'aliyah [immigrazione degli ebrei in Palestina] giovanile, a partire dal 1940, di tenere utilmente occupati i ragazzi arrivati a Zagabria dal Terzo Reich; furono scelti perché parlavano tedesco, avevano esperienza di bambini e adolescenti e conoscevano bene la situazione. Al tempo, Indig aveva 23 anni e, assieme agli altri madrichim, applicò nei confronti dei ragazzi i principi pedagogici del Hashomer Hatzair, per prepararli alla loro nuova vita in Palestina.
Il 13 ottobre 1940, all'arrivo del primo gruppo di ragazzi a Zagabria, il madrich Josef Indig fu mandato da Recha Freier in un sobborgo della città, dove avrebbe preso in consegna dai contrabbandieri i ragazzi ebrei in fuga.
All’arresto da parte della polizia di alcune ragazze, passate clandestinamente oltre frontiera alla fine di gennaio del 1941, Indig si recò al commissariato di Maribor (Slovenia) per occuparsi di loro. Si assicurerà poi che il commissario di polizia incaricato del caso delle ragazze, Uroš Zun, fosse onorato dallo Yad Vashem a Gerusalemme per il suo atteggiamento compassionevole nei confronti delle giovani, che furono internate a Krsko, invece che rimandate alla frontiera e lo poterono seguire più tardi a Lesno Brdo. Di ritorno da una missione a Belgrado ai primi di aprile del 1941, passò da Osijek dove vide per l'ultima volta i suoi genitori.
Dopo l'invasione italo-tedesca del 6 aprile, quando la via verso la Palestina fu bloccata e la comunità ebraica era sempre più in difficoltà, Indig seppe farsi carico di grandi responsabilità, consapevole di poter contare spesso solo sulle proprie forze; dubitava talvolta di possedere le capacità necessarie per far fronte alla situazione, ma gli anni successivi avrebbero mostrato tutto il suo coraggio e la sua risolutezza di fronte al pericolo.
In seguito alla perquisizione del proprio appartamento, Indig accettò di andare ad abitare con la segretaria dell'aliyah giovanile, Rosa Hacker e suo marito. In seguito si trasferì dai ragazzi ospitati in un istituto per apprendisti. I continui arresti e l’incertezza riguardo al destino dei ragazzi stranieri a Zagabria, spinsero Indig a cercare un modo legale per farli emigrare in Slovenia, sotto occupazione italiana. Trovò il supporto di alcune organizzazioni di soccorso ebraiche e, ai primi di luglio, i ragazzi ottennero il lasciapassare da Lubiana. A oggi, è l’unico caso in cui, durante la guerra, il Ministero dell’Interno abbia autorizzato ebrei ad entrare nel paese.
Indig e i ragazzi poterono allora viaggiare senza intoppi, fino ad arrivare a Lesno Brdo, dove avrebbero trascorso l’anno a venire in un castello di caccia. Fin da allora, Indig intrattenne un rapporto problematico con la Delasem, responsabile del mantenimento del gruppo. In quello che i documenti definiscono "Istituto per l'infanzia", svolse il ruolo di direttore e offrì ai ragazzi un insegnamento scolastico e una vita comunitaria democratici, integrati da un addestramento al lavoro agricolo e artigianale, sul modello dell’ideale sionista.
Quando la situazione divenne pericolosa, a causa degli scontri tra i partigiani jugoslavi e l'esercito italiano, si dovette partire per Nonantola. Il 17 luglio 1942, quaranta ragazzi e i loro nove accompagnatori arrivarono a Villa Emma, guidati da Josef Indig in qualità di “capogruppo e madrich”.
A Villa Emma, Indig dovette accettare, suo malgrado, le condizioni imposte dalla Delasem (Delegazione per l’assistenza degli emigrati ebrei) e la nomina di un direttore italiano, Umberto Jacchia. Ad Indig cominciò a pesare il dover condividere la responsabilità per il mantenimento della disciplina, senza poterne determinare i contenuti: vedeva in pericolo gli ideali a cui aveva educato i ragazzi con tanta dedizione fino a quel momento. Per non costringere i ragazzi a dover scegliere tra il direttore e lui, il 16 settembre Josef depose gli incarichi di capogruppo e madrich e continuò a lavorare solo come insegnante.
All’arrivo, il 14 aprile 1943, del gruppo di ragazzi jugoslavi da Spalato a Villa Emma, Indig si rese disponibile a fare lezione in serbo-croato.
Con l'aumentata difficoltà nella gestione dei ragazzi, diventati numerosi ed irriverenti, e la caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, Jacchia si ritirò dal proprio ruolo e la direzione di Villa Emma fu assunta da Indig e da Jakov Maestro.
Dopo l’annuncio dell’armistizio, Indig, con Georg Bories, Marco Schoky, Armand Moreno e due dei ragazzi più grandi, decise di andare a parlare con Giuseppe Moreali. Gli spiegarono quanto accaduto e insieme realizzarono che i ragazzi non potevano più rimanere nella villa. Moreali si rivolse allora a don Arrigo Beccari, che riuscì a convincere il rettore Ottaviano Pelati, a nascondere i ragazzi nel seminario, ma questo non riuscì a contenerli tutti, e allora alcuni dei ragazzi e degli accompagnatori vennero distribuiti nelle case delle famiglie del luogo.
Nel seminario Indig aveva creato un vero e proprio quartier generale da dove manteneva i contatti con coloro che avevano dato la disponibilità di accogliere i ragazzi.
Anche se nascosti, i ragazzi non potevano considerarsi al sicuro: sarebbe stata una questione di tempo prima che i soldati tedeschi iniziassero dei rastrellamenti anche nella provincia di Modena; non era dunque possibile restare. Le loro opzioni erano poche: partire per il Nord, verso la Svizzera, o a Sud, andando così incontro agli Alleati. Raffaele Cantoni, un sionista fiorentino che aveva avuto contatti con Villa Emma, convinse però il gruppo ad abbandonare l’idea di partire verso il Sud, in quanto trovare alloggio e viveri per un gruppo così numeroso era praticamente impossibile. D'altra parte, Indig era tormentato dall’incertezza di dove avrebbero trovato i soldi per coprire le spese della fuga in Svizzera. Intanto, però, fina dalla metà di agosto aveva fatto in modo che tutti fossero in possesso di documenti, indispensabili per il viaggio. I documenti dei ragazzi e degli adulti riportano la data “agosto 1943” ed era stata omessa l’annotazione “appartenente alla razza ebraica” direttamente da Ettore Rizzi, che era il commissario prefettizio di Nonantola; questo diede un grandissimo vantaggio ai ragazzi che sarebbero così potuti partire senza problemi.
Il 19 settembre venne dichiarato la chiusura totale di tutti i confini e le pattuglie dello Zollgrenzschutz fermavano chiunque osasse avvicinarsi alla frontiera; Indig era perciò consapevole di quale rischio correvano ad andare in Svizzera, ma anche Nonantola non era più sicura. Dopo un'ispezione verso il confine, a Ponte Tresa, con Goffredo Pacifici, decisero di organizzare la fuga verso la Svizzera, seguendo un piano preciso, ovvero mandare i ragazzi in piccoli gruppi e in caso di rifiuto da parte delle guardie tornare a Nonantola.
Dopo alcuni tentativi di raggiungere la frontiera svizzera conclusisi con il respingimento, il gruppo di Villa Emma riuscì a raggiungere la destinazione. Indig lasciò Nonantola con 36 ragazzi e alcuni adulti, il 6 ottobre. Al loro arrivo nei campi di raccolta gestiti dai soldati svizzeri, dopo un difficile attraversamento del Tresa nel corso del quale Indig perse il diario redatto durante l'intera vicenda, i ragazzi vennero distribuiti insieme a Indig in una caserma di Agno; vennero trasferiti poi in un centro profughi a Bellinzona ed infine nell’Argrovia a Rothrist. Nei centri svizzeri vennero ritirati loro i documenti, sostituiti da libretti per rifugiati, e vennero obbligati dalla polizia svizzera a sottoporsi ad un interrogatorio. Da qui i ragazzi e gli accompagnatori potevano però mettersi in contatto con amici e parenti nel mondo.
La volontà di Indig era quella che, dopo essere stati distribuiti nei diversi campi, i suoi ragazzi venissero comunque radunati in un'unica comunità; grazie all'aiuto della Federazione dei sionisti svizzeri, trovarono una sistemazione a Villa des Bains, a Bex, nella valle del Rodano, della quale Indig fu molto soddisfatto come sede per un centro dell'aliyah giovanile, nel quale mettere in pratica gli ideali educativi che da sempre perseguiva. Nel giro di qualche mese, il centro contava 61 ragazzi in totale, dei quali 50 di Villa Emma; il numero di questi ultimi però calò col tempo, in quanto alcuni lasciarono la villa per altre opportunità di addestramento professionale; ne arrivarono però molti altri.
La Jewish Agency fece in modo che i bambini e i ragazzi di Bex, alla fine della guerra, ripartissero verso la Palestina. Il 29 maggio 1945, Josef Indig e altri 53 del gruppo di Villa Emma partirono alla volta di Barcellona, dove si imbarcarono sulla nave Plus Ultra e raggiunsero Haifa il 18 giugno.
Josef Indig aveva tenuto un diario che perse durante l'attraversamento del Tresa. Dopo l'arrivo in Palestina, ricostruì la vicenda nella memoria: Josef Indig Ithai, Anni in fuga. I ragazzi di Villa Emma a Nonantola, Giunti, Firenze-Milano 2004.