Hans Silbermann, nato a Vienna il 4 maggio 1927.
Hans discendeva da una celebre famiglia di musicisti viennesi; abitava vicino al castello di Belvedere con la madre, la nonna e lo zio, in un appartamento di tre stanze e mezzo. Nel 1940 vennero cacciati: la casa venne svuotata di tutto davanti agli occhi vigili dei poliziotti; la madre, bloccata per problemi alla sciatica, venne fatta stare a terra, e poi vennero trasferiti in un altro quartiere, costretti a vivere in un appartamento con una ventina di altri ebrei.
Hans aveva appena finito la quarta elementare al momento dell'Anschluss, pertanto frequentò una scuola ebraica per i due anni che trascorse in Austria prima della fuga. A differenza di altri ragazzi del gruppo viennese, non faceva parte di alcuna associazione sionista,
Entrò tuttavia in contatto con Schleich, a Vienna, quando suo zio si preparava alla fuga e lo raggiunse più tardi a Graz, mentre sua madre era rimasta a Vienna per la sua salute cagionevole; Schleich lo nascose in una casa di contadini vicina durante i controlli della Gestapo, e poi gli diede un biglietto per Zagabria e lo mandò verso la frontiera in treno assieme ad altri profughi. Riuscì a passare il confine, ma venne fermato in una stazione in Slovenia, mentre aspettava il cambio per Zagabria; fu riaccompagnato al confine e lì uno sconosciuto gli regalò i soldi per il biglietto, così poté tornare a Graz. Schleich lo affidò allora ai contrabbandieri: attraversò le montagne piene di neve con grande fatica, ma riuscì questa volta a superare il confine e a unirsi al gruppo che nell'estate del 1942 raggiungerà Nonantola, dove soggiornò presso Villa Emma assieme agli altri ragazzi.
Durante gli esami scolastici organizzati a Villa Emma, vinse la gara di temi con il titolo “Il mio ricordo più importante”, dove raccontò con tono commovente l’addio alla madre a Vienna e l’inizio della sua fuga.
A metà settembre del ‘43, dopo l’arrivo delle truppe tedesche, decise di partire da Nonantola, insieme a Kurt Hahn e Leo Teplitzki. Si diressero verso Ancona, e di lì proseguirono in treno per Roma. Trascorsero la prima notte nella casa semidistrutta di un compagno di viaggio, nel quartiere di San Lorenzo; alloggiarono poi, assieme ad altri profughi ebrei, all’Hotel Salus, vicino alla Stazione Termini, grazie all’aiuto della Delasem; era però un nascondiglio pericoloso per i continui controlli della polizia italiana, per questo si spostarono in una catacomba, consigliati da alcuni membri di un gruppo comunista della resistenza. Successivamente, si nascosero in una falegnameria abbandonata nei pressi del Vaticano, con altri due italiani e due ebrei fuggiti dalla Francia, ma anche questo posto sembrò loro pericoloso, pertanto tornarono all'Hotel Salus, dove incontrarono Josef Schiffmann e Gisela Wiesner. Nonostante un sussidio della Delasem, si ridussero a chiedere l’elemosina nei quartieri benestanti; così Hans conobbe una berlinese sposata con un professore di musica italiano e, fidandosi, le raccontò la sua storia; la donna aiutò lui e i compagni di Villa Emma con un po' di denaro e sostenne le spese del suo ricovero di tre settimane in una clinica gestita da religiosi, quando si ammalò di itterizia. Nella seconda metà di novembre, uscito dalla clinica, tornò a Modena con i quattro compagni, dopo aver scoperto che gli altri di Villa Emma si trovavano ormai in Svizzera; a Modena incontrarono Pacifici che acconsentì ad accompagnarli verso il confine. Il 1° dicembre partirono da Modena e l'indomani attraversarono il confine presso Viano e si consegnarono alla polizia svizzera.
Venne internato assieme ad altri nel campo di campo di raccolta gestito dall’esercito svizzero a Samaden, nei Grigioni, dove vennero loro ritirati i documenti, sostituiti da un "libretto per rifugiati”, vennero interrogati e dovettero compilare un questionario, dove si chiedevano dettagli sui loro spostamenti, sui soggiorni, e sui familiari.