Questa sezione è pensata come un "rifugio" per gli studenti che stanno preparando gli esami di "Economi Politica", "Politica Economica", e simili, o anche semplicemente per i curiosi della materia.
Cercherò di spiegare i concetti economici che costituiscono le fondamenta di equazioni e modelli economici nella maniera più semplice, ma per questo non approssimativa, possibile.
La funzione del consumo è rappresentata da due componenti, una "fissa" C0, ed una "variabile" cY.
C0 è la nostra intercetta ed rappresenta la parte di consumo indipendente dal reddito, ovvero quando y(reddito)=0, mentre cY rappresenta la quota di reddito che viene utilizzata in consumi, cioè quanto spendo del mio stipendio.
E' importante ricordare come 0<c<1.
Inoltre, c rappresenta quella che viene chiamata "propensione al consumo" ed indica la quota di reddito che l'individuo utilizza per soddisfare il suo consumo.
Quindi, quando ho una c=0.2 sto dicendo che consumo il 20% del mio reddito.
Infatti, se c è la "propensione al consumo", (1-c) rappresenta la "propensione al risparmio", ovvero quanto del nostro reddito viene risparmiato.
La cosa più interessante della funzione del consumo e che vi suggerisco vivamente di dire durante il vostro esame è che anche se per semplicità questa relazione viene proposta come una retta, in realtà non lo è!
Mi spiego meglio, per diverse classi di reddito la propensione al consumo cambia, quindi è lecito pensare che c non sia costante.
Approfondendo il discorso e scendendo più nello specifico si può affermare che un aumento del reddito disponibile porta ad una progressiva diminuzione della propensione al consumo.
Quando diciamo questa cosa dobbiamo avere bene in mente che anche se la propensione al consumo diminuisce i consumi complessivi aumentano, per il principio di "non sazietà", ovvero "più consumo e più la mia utilità cresce".
Un esempio che rende al meglio l'idea è il seguente.
Se ho un reddito disponibile mensile di €100 è probabile che spenda la totalità del suo ammontare senza risparmiarne nulla (per mangiare, bere, shopping, etc.), quindi la mia propensione al consumo sarà pari a 1, in quanto consumo tutto il mio reddito, mentre se invece ho un reddito mensile disponibile di 1 milione di euro è probabile che non lo consumi tutto e che la quantità che spendere ammonterà a 0.01 (valore inventato), che corrisponde alla propensione al consumo, conseguentemente potrò calcolare la propensione al risparmio s= (1-c) = 1-0.01 = 0.99.
Da notare come nonostante la propensione al consumo sia diminuita il livello generale dei consumi sia aumentato, infatti nel primo caso l'individuo spende €100, mentre nel secondo €10'000.
Inoltre, ragazzi e ragazze ricordate che negli esercizi potrebbero darvi una funzione del consumo dove l'intercetta è pari a zero, ovvero C0=0, e quindi se dovete disegnare la funzione questa sarà una retta passante per l'origine, con inclinazione pari a c.
Infine, C (c grande) indica l'ammontare dei consumi, invece c (c piccolo) è la propensione al consumo, ovvero un numero puro, in quanto non ha un'unità di misura.
L'inflazione si sostanzia nell'aumento generalizzato del livello dei prezzi di beni e servizi all'interno di un sistema economico.
Questo aumento porta, a parità di reddito, una perdita del potere d'acquisto per i consumatori, in quanto potranno acquistare di meno con le stesse risorse.
Perché i prezzi aumentano?
Le cause sono le seguenti:
1) Inflazione monetaria, le banche centrali stampano moneta, di conseguenza, essendoci più moneta, questa si deprezza ed i prezzi aumentano (da tenere in conto che se si è in trappola della liquidità ciò non succede, infatti se andiamo a vedere il periodo del Quantitative Easing europeo, si nota come nonostante la massiccia creazione di moneta da parte della BCE non abbia portato al raggiungimento dei suoi obiettivi di inflazione);
2) Inflazione da domanda, ovvero la domanda aggregata aumenta e quindi, a parità di offerta i prezzi aumentano, ciò si traduce in uno spostamento della curva di domanda verso l'alto;
3)Inflazione da costi, ovvero aumentano i costi di produzione e di conseguenza aumenta il prezzo delle merci, ciò si traduce in uno spostamento della curva di offerta verso l'alto;
4)Aspettative di inflazione positive, ovvero gli agenti economici si aspettano un aumento dei prezzi nel futuro, attualizzando tali aspettative e portando l'aumento al tempo presente.
Dobbiamo concludere che quando uno Stato ha un livello di inflazione qualsiasi sia uno Stato "cattivo" e che non sappia gestirsi a livello macroeconomico?
Assolutamente no!
Infatti, un livelli di inflazione non eccessivamente elevato è auspicabile, in quanto è correlato ad un'economia florida e sana. Tale livello solitamente è individuato intorno al 2%.
Perché un'inflazione elevata produce problemi?
Semplice, un'inflazione molto elevata, ad esempio due, tre o addirittura quattro cifre porta ad una erosione/distruzione dei risparmi delle famiglie, nonché fa perdere totalmente fiducia verso la moneta nazionale, portando all'abbandono di questa.
Il caso più eclatante (ma ce ne sono tanti, basta che cercate su Google "iperinflazione Stati") è quello della Repubblica di Weimar, dove l'inflazione senza controllo porto al ritorno del baratto.
Ha senso applicare un dazio a determinati tipi di merci?
Come molto spesso ci viene risposto nelle scienze economiche, la risposta è:
Dipende!
Partiamo dal dire cos'é un dazio.
Il dazio non è altro che un ammontare percentuale o fisso che un operatore deve pagare affinché un determinato tipo di merce possa attraversare i confini di un determinato Stato e possa essere venduto all'interno di esso.
Tornando al quesito iniziale, incominciamo col dire che nel breve periodo, solitamente mettere un dazio genera un effetto positivo, in quanto ciò che proviene dall'Estero diventa più costoso, mentre la produzione nazionale si fa più conveniente, ma nel medio-lungo periodo questa politica non genera gli effetti sperati da chi la applica.
Infatti, è da aspettarsi una "ritorsione" da parte di chi subisce il dazio, così da non far pendere le esportazioni nette nei confronti del concorrente.
Ciò porta ad un "botta e risposta" attraverso i dazi, generando incertezza sulle relazioni commerciali tra i due Paesi, nonché un aggravio dei costi per le imprese per via dei dazi crescenti.
Inoltre, si devono fare altre considerazioni, come ad esempio quelle relative al mercato di riferimento.
Infatti, se un Paese molto grande, sia in termini di PIL che di popolazione, impone un dazio verso un Paese più piccolo, notiamo come il primo ha un notevole vantaggio contrattuale rispetto al secondo.
Prendiamo un esempio, totalmente inventato ed estremo, al solo fine di rendere la spiegazione più chiara!
Per l'esempio useremo questi due stati: USA e Italia.
1) Per un qualche motivo, l'Italia decide di imporre un dazio del 20% su tutte le merci provenienti dagli USA;
2) Nel breve periodo l'Italia si avvantaggia di tale divario di prezzo creato artificialmente attraverso questo strumento, rendendo quindi tutte le sue imprese più competitive non tramite un piano di investimento atto a rendere le imprese più produttive, bensì attraverso uno strumento fiscale.
3) Gli USA, con una popolazione di oltre 300 milioni di abitanti (più di 5 volte l'Italia) e con un PIL nominale pro capite di 62 mila dollari nel 2018 (in Italia nel 2021 era di 32 mila dollari), decidono di rispondere alla stessa maniera, imponendo un dazio di pari ammontare su tutte le merci provenienti dall'Italia;
4) Ora l'Italia, ha due scelte, o rispondere con un dazio più elevato ed iniziare questa "guerra economica" oppure trovare un accordo, in quanto, esportando molto verso gli USA, un grande mercato, dall'elevata domanda, questi pesano molto sulla sua bilancia commerciale.
L'esempio, non tiene conto di altri particolari, infatti, la geopolitica potrebbe imporre anche ad altri Stati, magari alleati di attuare le stesse politiche, amplificando così l'effetto totale.
Tornando alla realtà, più il mercato di riferimento è grande ed interconnesso e più questo ha "forza" nei confronti dell'altra parte.
Altra cosa importante è quella di definire molto bene l'area di beni che ricade dentro il dazio, in quanto, se la misura venisse applicata su materie prime che vengono necessariamente importate da quel Paese, ci troveremmo ad avere scarsità di un materiale strategico ed inflazione.
Pensate al caso estremo di un dazio a due cifre riguardante tutti i minerali prodotti dalla Cina.
Sarebbe problematico per molti motivi, ma il primo che mi viene in mente è quello relativo ai minerali necessari per la transizione energetica, che la Cina produce nella quasi totalità.
L'ultimo caso che vi porto è quello che più mi ha colpito durante il mio corso di triennale, ovvero un dazio non che proteggesse un'industria poco produttiva, ma che la proteggesse e tutelasse fino a che non fosse diventata matura ed esperta nella produzione di un determinato prodotto.
In questo caso si fa riferimento ad uno Stato che vuole cimentarsi nello sviluppo di una nuova industria che afferisce ad un settore poco sviluppato o per nulla presente all'interno dei suoi confini. Il Paese di riferimento sa che al momento della creazione di tale industrie, queste sarebbero meno competitive nel periodo iniziale, rispetto a quelle operanti in altri Stati, che avendo più esperienza e lavorando nel settore da anni hanno sviluppato tecniche e modalità di produzione più avanzate rispetto ai loro competitors.
Per risolvere tale problema e dare una speranza alle nuove imprese, si decide di istituire un dazio almeno per i primi anni, al fine di consentire una penetrazione all'interno di questo nuovo settore. Non è detto che non ci siano ripercussioni, ma è possibile che i due interessati trovano un accordo tramite reciproche concessioni.
La funzione degli investimenti si presenta come una retta con intercetta diversa da zero e coefficiente di segno negativo.
Questa relazione lineare sta a rappresentare la relazione inversa che intercorre tra il tasso di interesse nominale e l'ammontare degli investimenti.
Infatti, se il tasso di interesse nominale aumenta, il costo del debito e quindi gli interessi che l'impresa o le famiglie dovranno pagare sarà maggiore. Tale costo monetario può essere "convertito" in termini di "costo opportunità".
Ad esempio, un tasso di interesse del 5,5% annuo vorrà dire meno consumo, quindi meno beni che farebbero aumentare la mia utilità.
Perché ho voluto parlare di tasso "nominale"?
Perché fa capire molto velocemente il concetto, però è una trattazione parziale, quindi approfondiamo il tutto aggiungendo una variabile con la quale facciamo i conti tutti i giorni, ovvero l'inflazione!
L'inflazione, ovvero l'aumento generalizzato dei prezzi, avvantaggia chi contrae prestiti, infatti, vale la seguente relazione:
Tasso di interesse reale = Tasso di interesse nominale - tasso di inflazione
Questo vuol dire che il tasso di interesse "corretto" tiene conto di una cosa in più e che il debitore può avvantaggiarsi di una situazione di inflazione sostenuta. Infatti per valori intorno al 2-3% il costo del debito viene eroso, senza che subentrino problemi macroeconomici tali da ripercuotersi su chi deve ripagare il prestito.
I tassi, per tale ragione possono diventare negativi, ciò succede quando l'inflazione è molto alta e la Banca Centrale non risponde prontamente o per niente, oppure quando i tassi di interesse raggiungono lo 0% (zero lower bound), che corretti per l'inflazione diventano negativi, a meno di deflazione o inflazione nulla.
Il tasso di interesse deve essere correttamente "impostato", in quanto può deprimere o "surriscaldare" l'economia, portando rispettivamente a deflazione o iperfinflazione.
Se è vero che gli investimenti in capitale fisico diminuiscono all'aumentare del tasso di interesse, al risparmio delle famiglie invece si aprono grandi opportunità, in quanto questo può essere investito in titoli con un rendimento elevato, tanto più è elevato il tasso di interesse.
Questo ragionamento vale tanto per gli individui (famiglie e imprese), quanto gli Stati.
Infatti, Stati particolarmente indebitati e particolarmente esposti ad aumenti di tassi di interesse possono avvantaggiarsi di un aumento dell'inflazione, erodendo così il costo del servizio del debito, anche se per breve termine, poiché la Banca Centrale dovrà, prima o poi, aumentare di nuovo i tassi se vuole mantenere la variazione dei prezzi sotto controllo.
Prima di vedere come funziona l'attualizzazione, vediamo qual è il procedimento inverso!
Ipotizziamo che vogliamo acquistare un titolo di Stato Italiano con rendimento annuale pari al 5% e che tale investimento duri un anno.
Dato ciò avremo un rendimento pari:
100€ X 0,05= 5€
quindi in totale avremo:
100€ + 5€ = 105€
Questo è molto semplice, giusto?
Giusto, però riscriviamo l'ultima operazione in modo diverso:
100€ + 5€ =
100€ + 100€ X 0,05=
100€ X (1+0,05)
Ciò è solo un altro metodo di scrivere quello che abbiamo scritto in maniera molto più semplice precedentemente. Tale riscrittura ci permette di vedere meglio qualcosa che prima era "nascosto", ovvero una formula più generale al cui interno troviamo sia il capitale iniziale che il tasso di interesse (nominale o reale che sia, la differenza sta nel fatto che il primo non tiene conto dell'inflazione, mentre il secondo sì).
In particolare, (1+0,05) ci "trasporta" dal presente al futuro, o meglio, rende una quantità di denaro presente (100€) equivalente ad una quantità di denaro futura (100€ + 5€).
Ciò vuol dire che 100€ oggi non equivalgono a 100€ tra un anno (unico caso in cui ciò è vero è quello nel quale sia il tasso di interesse nominale che il tasso di inflazione sono pari a zero).
L'operazione di "conversione" presente-futuro è descritta dalla prima formula che vediamo tra le immagini.
Facendo rifermento a della matematica di base, vediamo che tale operazione è possibile anche nel verso opposto, ovvero, risponde alla domanda:
"105€ tra un anno a quanti euro corrispondono oggi?"
La formula che risponde a questa domanda non è altro che il rapporto tra il nostro "capitale futuro", ovvero "capitale iniziale + rimborso degli interessi", e (1+r).
Tale formula è riportata sempre nelle immagini di questo paragrafo.
Il discorso che è stato fatto fino ad ora è relativo ad un investimento di durata pari ad un anno, quindi è un caso molto particolare, che però, con i dovuti cambiamenti può essere generalizzato ad un investimento di durata pluriannuale.
Prendendo come riferimento la terza ed ultima immagine vediamo come sia strutturata la formula generale, per un investimento con un periodo di tempo maggiore di quello annuale (T è il periodo di acquisto del titolo, n sono i periodi successivi al periodo di acquisto, Tmax è l'ultimo periodo, ovvero quello nel quale il titolo scade, P è il prezzo ed r il tasso di interesse).
In questa formula, al denominatore abbiamo una produttoria che tiene conto del fatto che il tasso di interesse è annuale, e "depura" il prezzo futuro degli aumenti esponenziali di cui ha goduto il prezzo a causa dell'interesse composto.
Ora vediamo cosa succede se varia il tasso di interesse!
Data questa formula, vuol dire che se il tasso di interesse fissato dalla banca centrale aumenta, allora il prezzo del titolo dovrà, a parità di tempo, diminuire, poiché tale formula è sempre vera!
Simmetricamente, se la banca centrale diminuisce il tasso di interesse di riferimento il prezzo del titolo dovrà, a parità di tempo, necessariamente aumentare.
Un ragionamento meno matematico e più intuitivo è il seguente:
"La banca centrale ha appena abbassato il tasso di interesse di riferimento, ciò vuol dire che i titoli emessi prima di questa diminuzione repentina sono molto appetibili per gli investitori, in quando rendono di più rispetto a quelli attuali"
"La banca centrale ha appena aumentato il tasso di interesse di riferimento, ciò vuol dire che i titoli emessi prima di questa diminuzione repentina NON sono molto appetibili per gli investitori, in quando rendono di meno rispetto a quelli attuali"
L'interesse composto è la ragione per la quale non dovresti mai disinvestire a meno che tu non ne abbia una necessità veramente urgente o grave!
Alcuni definiscono l'interesse composto come una magia oppure un "trucco" o "segreto" finanziario che permette di arricchirsi facilmente, ma in realtà non è niente di tutto questo!
L'interesse composto non segue nessuna magia, se non quella che si chiama "Matematica".
Infatti, esaminando più da vicino la formula dell'interesse composto, che trovate allegata all'articolo, possiamo identificare vari fattori:
Il primo è A, il capitale che investo, con pedice t=0, ovvero il periodo iniziale nel quale decido di investire;
(1+i), mi indica il capitale iniziale (1) aumentato degli interessi (i), con i che ha pedice t, perché il tasso di interesse può cambiare di anno in anno;
Infine, l'esponente t, che consente la dinamica "esplosiva" della formula che vi sto descrivendo, infatti a mano a mano che passa il tempo, t (il tempo, espresso in periodi/unità temporali) aumenta, consentendo una crescita esponenziale.
La seconda immagine che vi ho caricato, generata tramite Excel, ho fatto un esempio con i seguenti dati:
Capitale iniziale di €1000;
Tasso fisso del 3% annuo.
L'ultima ipotesi è stata fatta solo per semplificare il ragionamento e rendere più visibile la curvatura della funzione che vediamo nel grafico.
Come potete vedere, la funzione all'inizio cresce molto poco, ad un livello quasi impercettibile, ma con l'aumentare del valore delle X, cresce sempre più velocemente, aumentando in maniera esponenziale.
Non è un caso che abbia utilizzato questa parola, "esponenziale", infatti, è proprio una funzione esponenziale.
Quindi, tornando al nome che compete alle grandezze che vi ho presentato, a mano a mano che passa il tempo ( la mia X), il mio investimento renderà sempre di più, consentendomi di arricchirmi a mano a mano che il tempo scorre.
Nel mio esempio ho esagerato, ma come vi ho detto l'intento era far vedere le particolarità dell'interesse composto.
Una forzatura che ho effettuato è stata quella di arrivare a 130 periodi (un periodo può essere un mese, un anno, quello che vi pare), quando, a meno di non detenere un titolo perpetuo, nessuno strumento finanziario ha una vita così lunga.
Ho fatto ciò perché ho messo un tasso di interesse del 3%, che è un po' difficile da giustificare, infatti non lo è!
Il tasso di interesse varia nel tempo, per esempio, se prendiamo il decennio prima del Covid, i tassi nominali erano praticamente allo zero, quindi un 3% è un valore enorme se lo valutiamo relativamente a questo periodo.
Se invece ci riferiamo al 2022, ed anche a questa prima parte del 2023 (sto scrivendo ad Aprile 2023), questo tasso non è troppo anomalo, forse è addirittura leggermente più basso di quelli che vediamo attualmente per quanto riguarda i titoli di Stato italiani.
Ma non faccio prima a risparmiare qualche centinaio di euro al mese invece di investire?
No, infatti, nella simulazione che ho fatto, se sommo 100€ (ma anche 200€ e 300€), il rendimento di lungo periodo sarà sempre inferiore a quello di mantenere investiti 1000€ per lo stesso periodo di tempo.
Questo senza tener conto del fatto che potrei guadagnare di più dall'investire anche quei soldi che risparmio.
Infatti, se investo tutto quello che risparmio mensilmente (cosa che non viene mai fatta, in quanto potrebbe servire della liquidità a causa di eventi imprevisti), l'interesse composto verrebbe applicato anche sui miei singoli versamenti, consentendomi di guadagnare ancora di più.
Inoltre, il confronto che ho fatto tra ciò che risparmio ed una quantità investita non è proprio corretto, però, quello che volevo far vedere è che se a quei mille euro che ho ci sommo sempre quello che risparmio, nel lungo periodo, l'investimento varrà di più, una cosa molto interessante, almeno dal mio punto di vista!
E' magia?
No, è matematica e si chiama interesse composto!
Non è una novità che la BCE stia alzando i tassi di interesse, ma la domanda che sorge spontanea è se tale operazione sia sensata o meno, infatti è ben noto a tutti il periodo di tensioni internazionali causate dall'intensificarsi della guerra in Ucraina e dalla posizione ambigua della Cina, che si muove in maniera più o meno agile tra il blocco Occidentale ,guidato dagli USA, e la Russia.
Su due piedi ci verrebbe da dire che è una pazzia!
Perché aumentare i tassi proprio ora?
Perché rendere il debito più costoso e quindi aggiungere una rigidità agli operatori economici adesso che ci sono così tanti fattori di incertezza?
La BCE è impazzita?
Vi anticipo che il comportamento assunto dalla BCE è perfettamente in linea con il suo obiettivo principale, ovvero la stabilità dei prezzi.
Le altre due domande saranno un po' più "spinose", ma proverò ad essere sintetico e preciso per trasmettervi informazioni il più appurate possibile.
Partiamo col dire che dopo la pandemia, quindi successivamente ad una delle più grandi "frenate economiche" della storia, complice il parte il generale clima di ottimismo, in parte la ripresa delle attività economiche, l'inflazione si stava alzando, arrivando a livelli che non si vedevano da circa un decennio (Era dei tassi a zero/negativi).
Verrebbe da dire che non era nulla di troppo grave, in quanto tale inflazione era guidata da un generale "risveglio economico" nonché dalla liquidità immessa nel sistema economico per sostenere il sistema produttivo.
Rimodulando la spesa e le aspettative, nel tempo ci si sarebbe aspettati un ritorno a tassi più "macroeconomicamente" accettabili, ma quello che è successo dopo ha cambiato radicalmente le carte in tavola.
La guerra scoppiata in Oriente ,a febbraio 2022, tra Russia e Ucraina ha portato alla luce fragilità e problematiche non da poco conto:
Scarsità di cibo (Ucraina e Russia sono grandi esportatori di prodotti agricoli, si pensi alle trattative per cercare di sbloccare il traffico dei cereali che faceva capo all'importante porto di Odessa);
Scarsità di combustibili (minacce da parte della Russia di interrompere la fornitura di gas, dipendenza elevata per molti Paesi dell'U.E., tra cui noi);
Possibili tensioni con la Cina, in quanto la sua posizione ambigua non permette di un clima di stabilità, detenendo inoltre una quantità ingente di terre rare, da cui noi attualmente dipendiamo se vogliamo decarbonizzare le nostre economie.
Tutto ciò ha contribuito, oltre a portare instabilità sui mercati, anche a far schizzare l'inflazione alle stelle!
Se andate a vedere il grafico che vi ho caricato potete vedere che in determinati mesi l'inflazione era addirittura superiore al 10%, ciò comporta una perdita di potere d'acquisto molto importante, senza considerare che il nostro Paese è caratterizzato da un'elevato risparmio, che in grandissima parte è liquido, quindi è come se il 10% dei nostri soldi liquidi fermi sui conti correnti fosse stato bruciato.
L'andamento esplosivo dell'inflazione ha reso necessario un intervento da parte delle istituzioni, che nel nostro caso è la BCE.
Chi ha studiato, anche a livello base macroeconomia, sa che l'inflazione si combatte a colpi di tassi di interesse.
Ci sono vari modelli attraverso i quali la BCE implementa le sue azioni e lo fa nella maniera migliore possibile.
Quali effetti ha un aumento dei tassi?
finanziamenti più costosi, famiglie ed imprese diminuiranno la loro richiesta di finanziamenti e conseguentemente gli investimenti;
I mutui diventano più onerosi, diminuendo la domanda di case;
Aumenta il costo opportunità nel detenere una somma liquida, infatti cresce il rendimento dei titoli di Stato, rendendosi così più appetibili alle famiglie che vogliono tutelarsi dai prezzi crescenti;
I consumi si contraggono, da una parte perché crescendo il costo opportunità del detenere somme liquidi decide di investire in titoli, diminuendo quindi la domanda di beni, dall'altro perché diminuendo il numero di finanziamenti (divenuti più costosi, vedi punto 1), diminuisce la domanda di beni da parte di imprese e famiglie.
Qui ci troviamo di fronte al problema principale derivante da un aumento dei tassi, ovvero il reprimere la domanda aggregata.
La questione più importante per la BCE è relativa al non innescare una recessione dovuta all'aumento dei tassi ma capite bene che ciò non è per nulla facile:
Se la Banca Centrale aumenta di troppo i tassi si va in recessione;
Se la Banca Centrale non aumenta abbastanza i tassi si entra in una spirale inflazionistica, dalla quale si esce solo con un intervento molto pesante sui tassi di interesse.
Un'ultima cosa che voglio farvi notare, è come sono aumentati i rendimenti dei titoli di Stato a 10 anni delle quattro principali economie dell'Eurozona. Se guardate l'immagine, che ho generato con Excel dai dati della FRED (Federal Reserve Economic Data) , nell'ultimo periodo c'è stata un'esplosione dei rendimenti di questi strumenti finanziari, rendendosi così molto appetibili per i risparmiatori.
Inoltre, ci tengo a sottolineare nuovamente come il rendimento dei titoli di Stato sono uno specchio diretto delle politiche monetarie della Banca Centrale, quindi se la BCE aumenta i tassi, allora il rendimento dei titoli salirà, viceversa se diminuiscono.
Ovviamente subentrano anche altri fattori, purtroppo o menomale, come ad esempio il rischio di insolvibilità, per tale motivo vediamo che la curva dei tassi è più bassa per la Germania e più alta per noi.
Fonti grafico:
https://fred.stlouisfed.org/series/IRLTLT01ITM156N
https://fred.stlouisfed.org/series/IRLTLT01DEM156N
https://fred.stlouisfed.org/series/IRLTLT01FRM156N
https://fred.stlouisfed.org/series/IRLTLT01ESM156N
Fonti testo ed immagini:
https://www.ecb.europa.eu/stats/macroeconomic_and_sectoral/hicp/html/index.en.html
https://www.ecb.europa.eu/stats/html/index.en.html
La forma della funzione di utilità di un individuo dice molto di come questo si relaziona con il rischio.
Esistono tre tipi di individui:
Propenso al rischio, ovvero un soggetto a cui piace "rischiare" e che parteciperebbe con piacere ad una lotteria che ha una funzione di utilità convessa, quindi a forma di U (in relazione al quadrante positivo) ;
Neutrale al rischio, ovvero un soggetto che è indifferente tra il partecipare ad una lotteria o meno e che ha una funzione di utilità lineare (in relazione al quadrante positivo);
Avverso al rischio, è il tipo di individuo più comune ed è caratterizzato dal preferire somme certe a lotterie, per loro natura incerte ed è caratterizzato da una funzione di utilità concava, quindi a forma di U rovesciata in relazione al quadrante positivo).
Prendendo come esempio il caso più comune (individuo avverso al rischio), possiamo vedere importanti caratteristiche e conseguenze, derivanti dalla curvatura della funzione di utilità:
Notate come, il segmento indicante la lotteria giaccia sempre al di sotto della funzione di utilità, ciò implica, per costruzione che
Utilità del valore atteso della lotteria < Utilità attesa
U(EV) > E(U)
Ma cosa vuol dire in parole semplici?
Vuol dire che nel caso in cui ci fosse una lotteria di ammontare X, io preferisco di gran lunga avere quell'ammontare X per certo (U(EV)) che partecipare alla lotteria (E(U)).
Aiutatevi con il grafico, vi assicuro che il concetto è più semplice di quel che sembri spiegato a parole.
Più la funzione di utilità è concava e più l'individuo sarà avverso al rischio, detto in parole povere:
Più la gobba della funzione di utilità è pronunciata e più sono avverso al rischio
Esiste una quantità di denaro certa che l'individuo considera equivalente al valore atteso della lotteria, per sua natura incerta. Questa quantità si chiama "equivalente certo" (CE) e come potete vedere, è inferiore al valore atteso della lotteria, che in parole povere vuol dire
Sono avverso al rischio, quindi voglio meno soldi, ma certi, che di più, ma incerti.
La curva di Laffer è una curva che mette in relazione l'aliquota relativa alle imposte (asse delle ascisse) con il gettito derivante da queste (asse delle ordinate) e prende il nome da Arthur Laffer, colui che la teorizzò.
Il concetto di per sé è molto semplice, in quanto viene detto che se le tasse sono troppo basse o troppo alte il gettito dello Stato, ovvero le sue entrate, diminuiscono.
Gli estremi di questo ragionamento sono i seguenti:
aliquota allo 0%, qui per forza di cose lo Stato non ha entrate, praticamente non sta esigendo tasse, tributi e quant'altro;
aliquota al 100%, lo stato richiede la totalità del reddito dell'individuo, di conseguenza questo decide di non lavorare, perché in questo scenario da noi ipotizzato, lavorare o non lavorare non ha differenza per l'individuo in termini di entrate, quindi decide di scegliere l'opzione meno faticosa ceteris paribus.
Questa è la parte facile del ragionamento, la parte più complessa è tra questi due estremi.
Infatti, sappiamo che il gettito aumenta fino ad un certo punto per poi diminuire... ma sappiamo identificare con certezza e precisione questo punto?
Beh non proprio, o meglio, esistono dei metodi per stimare un intorno del valore ottimale dell'aliquota da adottare, ma sono, con tutti i pregi ed i difetti del caso, analisi econometriche, che riproducono la realtà, il mondo empirico, quindi anche la sua incertezza!
Quindi, possiamo dire che che dato il valore dell'aliquota che massimizza il gettito fiscale, è controproducente diminuire o aumentare tale valore, in quanto diminuirebbe le entrate statali.
Il concetto della Curva di Laffer è (purtroppo) un'idea che si presta bene a strumentalizzazioni di tipo politico da un lato o da un altro, e per tale motivo viene citata qua e là sempre più spesso, senza conoscerne la teoria che sta dietro e soprattutto le semplificazioni necessarie per far passare un concetto.
Ad esempio, le aliquote medie sono sicuramente influenzate anche dal percorso storico e sociale di una realtà statale, se lo Stato A ha per un qualche motivo una natura più liberista rispetto ad altri, per via del suo percorso storico, è abbastanza ovvio che avrà un'aliquota media bassa e conseguentemente una spesa pubblica non elevata.
La Curva di Laffer ci suggerisce un concetto molto importante, ovvero quello dell'andamento non lineare della relazione tra aliquota e gettito, non ci vuole dire se sia giusto o meno aumentare o diminuire le tasse, quello spetta al policy-maker, che in base ad i dati e alle preferenze che avrà davanti a sé deciderà quale politica economica implementare.
Il tema riguardante i fattori che spiegano la crescita economica è particolarmente fecondo e trattato, ragion per cui mi limiterò a trattarlo attraverso un particolare punto di vista, piuttosto che nel complesso.
La prospettiva alla quale restringo la trattazione è dovuta al fatto che se volessi trattare il tema nella sua completezza dovrei scrivere un manuale accademico e non un "semplice" articolo.
Fatta questa premessa possiamo iniziare a parlare del tema della crescita economica!
Voglio iniziare facendo un'osservazione provocatoria:
Rispetto al 2010 il Prodotto Interno Lordo (PIL) dei Paesi a medio reddito è aumentato del 65% circa, mentre quello dei Paesi ad alto reddito "solo" di un 20%.
Com'è possibile?
I Paesi avanzati stanno effettuando politiche economiche sconsiderate mentre i Paesi emergenti si stanno dimostrando virtuosi?
No, la risposta è diversa e risiede nei rendimenti di scala
Detto ciò, verrebbe da pensare che i Paesi avanzati abbiano o "soffrano" di rendimenti di scala decrescenti, mentre i Paesi in via di sviluppo abbiano o "godano" di rendimenti di scala crescenti.
In realtà stiamo guardano gli stessi rendimenti di scala... ma in periodi temporali diversi.
Mi spiego meglio!
I rendimenti di scala di entrambi i gruppi di Paesi che stiamo considerando sono decrescenti, solo che i Paesi avanzati hanno sperimentato decenni fa i ritmi di crescita che i Paesi in via di sviluppo stanno vivendo attualmente.
Infatti, i rendimenti di scala decrescenti, sono caratterizzati da una pendenza accentuata quando la variazione degli input inerisce quantità basse (tipiche dei Paesi in via di sviluppo), mentre la pendenza diminuisce, fino a quasi "schiacciarsi" quando la variazione inerisce quantità di input elevate (tipiche dei Paesi avanzati).
Quindi, un giorno, vedremo dei tassi di crescita di questi Paesi ridimensionarsi ai tassi che le economia mature sperimentano (a meno di shock tecnologici o altri shock economici positivi).
Infatti, prendendo la serie storica relativa all'incremento del PIl di queste due macroaree e ritornando agli anni '60 è possibile vedere come i ruoli siano gli opposti*.
Ovviamente i rendimenti di scala non spiegano tutto, sarebbe troppo semplice ed approssimativo ricondurre un fenomeno complesso ed ampiamente trattato come quello relativo alla crescita economica ad un semplice effetto del genere.
La crescita economica è influenzata da svariati fattori oltre i rendimenti di scala, tra i quali:
Sistema giuridico;
Fattori culturali;
Investimenti in ricerca e sviluppo;
Apertura internazionale;
Indice di corruzione;
Rigidità del sistema economico di interesse.
La lista non finisce qui, ma spero di aver reso l'idea.
I rendimenti sono una parte della risposta, una componente, che ci fa capire come, ceteris paribus, il tempo abbia un impatto sui tassi di crescita dell'economia.
Inoltre, badiamo bene quando il protagonista di turno della scena politica compara tassi di crescita in maniera molto semplicistica, in quanto non sempre, a dirla tutta quasi mai, queste grandezze sono così facilmente comparabili, o per lo meno senza le dovute premesse.
*Se andiamo ancora più indietro probabilmente vedremmo un distacco ancora più grande. Purtroppo la serie storica che ho preso da Our World In Data si ferma agli anni '60, spero sia comunque apprezzabile e facilmente visibile la differenza dei rendimenti nel tempo.
Fonte grafica:
Il costo opportunità in economia è il costo derivante dal mancato sfruttamento di un'opportunità concessa al soggetto economico. Quantitativamente, il costo opportunità è il valore della migliore alternativa tralasciata. In altri termini, il costo opportunità è il sacrificio che un operatore economico deve compiere per effettuare una scelta economica.
Esempio
Immaginate di avere un'area che potete destinare a due usi:
A: Utilizzate l'appezzamento di terra per coltivare ulivi e farci l'olio;
B: Utilizzate l'appezzamento di terra per costruire un condominio;
Rendimento delle due opzioni:
A: €10'000 all'anno, attraverso la vendita dell'olio;
B: €50'000 all'anno attraverso l'affitto degli immobili;
Se scegliete l'opzione A, allora avrete un costo opportunità pari a €50'000, in quanto state rinunciando all'opzione migliore (in termini monetari).
Sintetizzando ai massimi livelli è possibile dire che il costo opportunità è il costo della rinuncia che effettuate
Le caratteristiche generali di una funzione di costo sono le seguenti:
Derivata prima maggiore di zero;
Derivata seconda maggiore di zero.
Perché la derivata prima deve essere maggiore di zero?
La derivata prima, se positiva, mi indica una funzione crescente, mentre se negativa, decrescente. Nello specifico, mi aspetto che all'aumentare degli input e di conseguenza della produzione (output), i costi aumentino, quindi è più che lecito aspettarsi una derivata prima positiva.
Esempio:
Se devo produrre più travi di acciaio dovrò necessariamente aumentare gli input, ovvero minerali, macchinari e lavoratori.
Perché la derivata seconda deve essere maggiore di zero?
La derivata seconda mi descrive la concavità o convessità della funzione che sto studiando.
In particolare se è positiva avrò una funzione convessa, invece, se negativa, concava.
La necessità di una funzione di costo con derivata prima positiva, quindi convessa, deriva dalla teoria economica.
Infatti, se la funzione è convessa e crescente (derivate prima e seconde positive) avrò un minimo, mentre se la funzione di costo è concava e decrescente (derivate prima e seconda negative) avrò un massimo.
Il primo caso (derivate positive) è quello "corretto" in quanto rispecchia la realtà economica poiché le imprese minimizzano la funzione di costo (per definizione), quindi ricercano un minimo, mentre nel secondo (derivate negative) l'impresa massimizza la funzione di costo.
Quindi, nel secondo caso abbiamo un'impresa che per un qualche motivo decide che vuole pagare di più ed investe risorse al fine di massimizzare la funzione di costo...
Capite bene che è un ragionamento che sta fuori dalla realtà e dalla logica comune!
Per tale motivo, al fine di descrivere la realtà dei fatti si tratta solo il caso in cui la derivata prima e seconda sono positive.
Se i tassi di riferimento di una banca centrale variano, la stessa cosa succederà per i titoli emessi con quella valuta.
Ok, ma come variano?
Se i tassi aumentano il valore dei titoli aumenta o diminuisce?
Prendiamo in considerazione il caso di una variazione positiva dei tassi di interesse.
Se la banca centrale aumenta i tassi di interesse, i titoli emessi precedentemente, quando i tassi erano più bassi, si svalutano, ovvero perdono valore.
Ma perché?
Il ragionamento risiede nella legge della domanda e dell'offerta!
I titoli successivi alla variazione positiva di tasso renderanno di più rispetto a quelli emessi fino a quel momento, quindi i "nuovi" titoli saranno più redditizi e quindi più richiesti rispetto a quelli vecchi.
Per questo motivo, se il possessore di un vecchio titolo avesse necessità di vendere il suo strumento finanziario, dovrebbe, per forza di cose, venderlo a meno, in quanto ci sono titoli che, a parità di caratteristiche rendono di più.
Prendiamo in considerazione il caso di una variazione negativa dei tassi di interesse.
Se la banca centrale diminuisce i tassi di interesse, i titoli emessi precedentemente, quando i tassi erano più alti, si rivalutano, ovvero acquistano valore.
Ma perché?
Il ragionamento risiede (sempre) nella legge della domanda e dell'offerta!
I titoli successivi alla variazione negativa di tasso renderanno di meno rispetto a quelli emessi fino a quel momento, quindi i "nuovi" titoli saranno meno redditizi e quindi meno richiesti rispetto a quelli vecchi.
Per questo motivo, se il possessore di un vecchio titolo avesse necessità di vendere il suo strumento finanziario, potrebbe venderlo ad un valore maggiore, in quanto ci sono nuovi titoli che, a parità di caratteristiche rendono di meno.
Ovviamente questa esemplificazione, in quanto tale, non tiene conto della propensione o avversione al rischio, del rischio che appartiene a quello strumento finanziario e così via.
Nella realtà i fattori che si relazionano al prezzo di un titolo sono plurimi e non tutti sono pienamente "razionali", qui ho deciso di effettuare una semplificazione molto forte per far comprendere il meccanismo economico.
Thomas Malthus, padre della dottrina economica che prende il suo nome, il Malthusianesimo, fu un importante economista e filosofo, che contribuì al dibattito riguardante la crescita economica, nonché a numerose altre questioni che, per via della limitatezza dello spazio che caratterizza la pagina, non potrò approfondire in questo paragrafo (ma forse in altri ;-)).
Malthus aveva una particolare visione del rapporto riguardante il binomio popolazione-risorse e asseriva che:
La popolazione crescesse secondo una progressione geometrica;
Le risorse aumentassero secondo una progressione aritmetica.
Mi rendo conto che a prima vista potrebbero sembrare "paroloni", quindi al fine di semplificare e far passere il concetto mi esprimo nella seguente maniera:
"La popolazione cresce ad una velocità superiore rispetto a quella alla quale crescono le risorse".
Alla fine del paragrafo vi lascio alcuni link che vi spiegano in maniera più approfondita il concetto di progressione aritmetica e geometrica. Mi raccomando non saltatela, vi serve per fare bella figura all'esame!
Seguendo questa logica, vorrebbe dire che ad un certo punto non ci sarebbero più abbastanza risorse per tutti, quindi prima subentrerebbe la povertà (in questo caso giustificata "naturalmente" da fatto di mancanza di risorse) successivamente un accadimento più inquietante e decisamente poco roseo, in quanto mancanza di cibo, materie prime indispensabili per la vita di tutti i giorni, acqua e così via, porterebbero innumerevoli persone a passare a miglior vita.
Questa riflessione apportata da Malthus sembra inattaccabile, in quanto nella storia si sono effettivamente verificati avvenimenti simili a quelli indicati dal pensatore in questione, quindi la domanda sorge spontanea:
"Siamo destinati a perire in malo modo a causa di un aumento insostenibile della popolazione?"
Inizio col dire che nessuno ha la possibilità di negare o meno che questa evenienza possa accadere nei prossimi decenni, secoli o millenni, sarebbe impossibile prevedere in maniera rigorosa e precisa una eventualità del genere però possiamo fare alcune riflessioni!
La prima cosa che vorrei farvi notare è che dal 1810 ad oggi la popolazione è costantemente aumentate e, a livello globale, continuerà a farlo per ancora molto tempo, e non sembra prefigurarsi una imminente problematica umanitaria dal punto di vista dell'approvvigionamento di di cibo (ovviamente se andiamo a vedere il tutto a livello di area è possibile notare delle particolarità spiacevoli nell'arco della storia). Inoltre, le persone che escono dalla povertà sono in continuo aumento, anche se purtroppo ci vorrà ancora del tempo per eradicare questa piaga.
Quello che voglio dire è che "stranamente" per quanto il discorso di Malthus sembri inattaccabile, almeno dal punto di vista teorico, i dati sembrano indicarci che non ci sia da temere nulla, anzi gli indicatori sembrano essere positivi anche per il futuro.
Malthus, ha dato un contributo importante, infatti ha sottolineato come data la limitatezza delle risorse di cui necessitiamo per vivere, è impossibile pensare di crescere in maniera perpetua con gli stessi mezzi di produzione ma, non aveva considerato una variabile importante: l'aumento della produttività!
Infatti, i ragionamenti di Malthus sono inattaccabili e validi se la produttività rimane la stessa nel tempo ma, nel nostro caso, non è così.
Negli ultimi due secoli la produttività totale dei fattori è aumentata, consentendo di aumentare la produzione di generi alimentari (e molto altro!) utilizzando la stessa limitata quantità di input alla quale si riferisce Malthus.
Pensateci bene, un campo di grano produceva un certo ammontare di kilogrammi di grano nel 1400, ora quello stesso campo di grano produrrà di più grazie a metodologie di coltivazione migliori, come l'uso del trattore, dell'agricoltura di precisione, fertilizzanti, pesticidi, etc.
Quindi state tranquilli, Malthus (per ora) sembra aver avuto torto! ;-)
Link:
La rigidità (o simmetricamente l'elasticità) delle funzioni di domanda e di offerta sono argomenti molto importanti all'interno del programma di economia politica e politica economica, per questo motivo è giusto dedicare un paragrafo a questo tema, focalizzandoci per il momento sulla curva di offerta.
Prima di iniziare, tenete presente che sulle ordinate (le y) abbiamo il prezzo, mentre sulle ascisse (le x) abbiamo la quantità.
Caso standard.
Nella prima immagine è presentato il caso standard o per meglio dire, il caso più semplice, dove domanda e offerta sono caratterizzate da una determinata pendenza e, la loro intersezione determina il punto di equilibrio del mercato, dal quale nessuno ha interesse a spostarsi.
Offerta con pendenza elevata (o verticale).
In questo caso, come possiamo vedere dalla relativa immagine, la pendenza dell'offerta passa da +0.5 a +10, con determinate ricadute in termini di equilibrio nel mercato di riferimento. In particolare, è possibile notare come rispetto al caso precedente la funzione di offerta risulti più "verticale" e come una traslazione verso l'alto della curva di domanda, impatti molto sul prezzo e poco sulla quantità.
Questo fatto si traduce nel seguente esempio:
Dopo uno shock positivo di domanda il prezzo triplica (+200%) ma, la quantità aumenta solo del 10%.
L'offerta, in questo caso, si definisce rigida, in quanto al variare del prezzo la quantità varia di molto poco. Nel caso estremo, scolastico, la curva di offerta è verticale, quindi non c'è alcuna aumento di quantità venduta a seguito di uno shock positivo di domanda. Un ragionamento speculare è possibile anche nel caso di shock negativo di domanda.
Offerta orizzontale.
Se l'offerta è orizzontale significa che a fronte di piccole variazioni di prezzo, quelle relative alla quantità saranno, in proporzione, molto più elevate.
Ad esempio:
A seguito di uno shock positivo della domanda il prezzo aumenta dell'1,5% mentre la quantità del 25%.
In questo caso l'offerta si definisce elastica, in quanto altamente reattiva ai prezzi. Negli esempi scolastici l'offerta, in questo caso, viene rappresentata come orizzontale.
Note:
Per fare i grafici ho utilizzato l'applicazione di Geogebra
La rigidità (o simmetricamente l'elasticità) della funzione di domanda è un argomento molto importante all'interno del programma di economia politica e politica economica, per questo motivo è giusto dedicare un paragrafo a questo tema, sottolineando come ciò che andremo a dire sarà una "fotocopia" di quanto detto per la funzione di domanda ma, che mi rendo conto, possa essere comunque utile a chi si presta a sostenere un esame che comprenda tale argomento.
Ricordate che sulle ordinate (le y) abbiamo il prezzo, mentre sulle ascisse (le x) abbiamo la quantità.
Caso standard.
Il caso standard è lo stesso che trovate nel paragrafo precedente, intitolato "Rigidità della funzione di offerta".
Domanda con pendenza elevata (o verticale).
In questo caso ho letteralmente esasperato quanto detto nella parte precedente riguardo la rigidità della curva di offerta.
Infatti, in questo caso ho reso la curva più verticale, ovvero la pendenza è diventata -300, quindi per ogni aumento della quantità x il prezzo diminuisce di 300.
Andando più a fondo nella questione, è possibile dire che le variazioni di prezzo hanno un impatto limitato sulle quantità domandate. Guardando l'esempio che troviamo nella prima immagine di questo paragrafo (quello dove l'equazione della curva di domanda è: y=-300x+30), gli shock negativi dell'offerta, ovvero quelli che comportano una traslazione verso l'alto della curva di offerta, fanno aumentare molto il prezzo ma fanno variare veramente poco la quantità domandata. Quindi aumenti di prezzo importanti non fanno diminuire sensibilmente la domanda e similmente, diminuzioni di prezzo altrettanto importanti non fanno aumentare sensibilmente le quantità domandate.
Questo fatto si traduce nel seguente esempio:
Dopo uno shock negativo di offerta il prezzo triplica (+200%) ma, la quantità domandata diminuisce solo del 10%.
La domanda, in questo caso, si definisce rigida, in quanto al variare del prezzo la quantità varia di molto poco. Nel caso estremo, scolastico, la curva di domanda è verticale, quindi non c'è alcuna diminuzione della quantità venduta a seguito di uno shock negativo di offerta.
Domanda orizzontale.
Se la domanda è orizzontale significa che a fronte di piccole variazioni di prezzo, quelle relative alla quantità saranno, in proporzione, molto più elevate.
Ad esempio:
A seguito di uno shock negativo dell'offerta il prezzo diminuisce dell'1,5% mentre la quantità del 25%.
In questo caso la domanda si definisce elastica, in quanto altamente reattiva ai prezzi. Negli esempi scolastici l'offerta, in questo caso, viene rappresentata come orizzontale.
Note:
Per fare i grafici ho utilizzato l'applicazione di Geogebra
Oggi riprendiamo un tema analizzato tempo fa su questa pagina: I dazi.
La definizione di "dazio" è la seguente:
Imposta indiretta sui consumi, di riscossione mediata, che colpisce la circolazione dei beni da uno stato all’altro
Fonte: Treccani
Di seguito vi riporto alcune affermazioni che vengono portate avanti da chi è favorevole all'imposizione di uno o più dazi commerciali:
Diminuiscono il deficit commerciale;
Aumentano la produzione nazionale;
Diminuiscono la disoccupazione;
Aumentano le entrate del bilancio statale.
Da un certo punto di vista queste affermazioni sono vere, ma solo nel breve periodo!
Nell'immediato i dazi rendono sembrano favorire l'economia di chi li impone, ma nel medio-lungo la reazione di chi ne ha subito l'imposizione annulla gli effetti.
Oltre all'effetto derivante della reciprocità di queste misure, vi è da aggiungere una cosa di non secondaria importanza: lo svantaggio competitivo delle imprese interne allo Stato che impone tali misure.
Quello che voglio dire è che le imprese in oggetto che prima importavano dall'Estero un determinato ammontare di materie prime ad un prezzo "basso" ora avranno due scelte subottimali:
Continuare ad importare dall'Estero ad un prezzo maggiore;
Acquistare sul mercato interno ad un prezzo maggiore rispetto al quello delle merci estere esenti da dazio.
Quello che succede è che le imprese dovranno sopportare, per forza di cose un costo maggiore, che si ripercuoterà necessariamente sui prezzi.
Da qui mi aggancio per parlarvi delle prossime "vittime": le famiglie.
Infatti, dato quanto detto precedentemente, le famiglie dovranno sopportare prezzi maggiori rispetto al periodo nel quale non c'erano i dazi, con ripercussioni negative sul reddito reale.
La maggiore occupazione, alla quale qualcuno potrebbe ancora fare riferimento, verrebbe erosa dalle contromisure implementate dagli altri Stati (dazi e limitazioni a loro volta).
Per quanto riguarda le maggiori entrate, possiamo dire che è vero, i dazi rappresentano un'entrata aggiuntiva dal punto di vista dello Stato ma, è massima all'inizio e tende a diminuire successivamente, in quanto le importazioni si ridimensioneranno.
Inoltre, tutelando imprese poco efficienti con i dazi, si limita la concorrenza e l'incentivo a innovare (perché dovrei investire in innovazione ed espormi ad un rischio quando i concorrenti più "pericolosi" sono tenuti alla larga con i dazi?)
Infine, i dazi sono uno strumento di dialogo alquanto particolare, in quanto, alle volte sono una minaccia (più o meno concreta) che va a confluire in un accordo che prevede di ridimensionare il deficit commerciale tra le due entità statali.
Alcune volte, a seguito di notizie afferenti il mondo politico e della politca economica, si sentono frasi del tipo:
"Aumentanto la spesa pubblica di 3 miliardi di euro il PIL aumenterà di 4,5 miliardi di euro, generando un effetto netto positivo per l'economia nazionale".
Ecco, questo, per sommi capi, è il moltiplicatore del reddito!
La formula "finale" che vedete nell'immagine che vi propongo è il risultato di un sistema di equazioni lineari che descrivono le componenti che compongono il PIL, come il consumo, gli investimenti, la spesa pubblica e così via.
La prima parte della formula, ovvero il rapporto 1/[1-c(1-t)], rappresenta il moltiplicatore. Ci tengo a precisare che questa è una versione semplificata del moltiplicatore, in quanto l'unica equazione endogena è quella relativa al consumo. Ciò è facilmente intuibile dal fatto che l'unico parametro/ propensione marginale, che vediamo all'interno del moltiplicatore è "c", che è proprio la propensione marginale al consumo. Ovviamente il moltiplicatore può essere più complicato di così, tanto che se andate a vedere qualche manuale di macroeconomia avanzato potrete vederne alcuni caratterizzati da diversi parametri. Ciò dipende da quante variabili endogene si hanno nel sistema, più ce ne sono e più il moltiplicatore diventa denso di parametri, al contrario s ece ne sono di meno.
Veniamo ad una domanda cruciale:
"Ma perché questo benedetto moltiplicatore è importante?"
La risposta è semplice, il moltiplicatore ci dice con quale intensità varierà il PIL a seguito di una variazione di una variabile esogena.
Vi pongo due casi:
Se il moltiplicatore è maggiore di 1. In questo caso è conveniente aumentare la spesa pubblica, in quanto per ogni euro investito il PIL aumenterà di 1,5 euro. Parimenti, se diminuisco la spesa pubblica di 1 euro, il PIL diminuirà di 1,5 euro (moltiplicatore pari a 1,5);
Se il moltiplicatore è minore di 1.In questo caso risulta più conveniente diminuire la spesa pubblica, in quanto ad ogni diminuzione unitaria di questa corrisponde una diminuzione di PIL pari a 0,5 euro, mentre un suo aumento (sempre unitario) genererebbe un aumento di 0,5 euro (moltiplicatore pari a 0,5).
Il moltiplicatore dà un aiuto non indifferente per valutare una politica economica, in quanto può far comprendere meglio se è vantaggioso o meno aumentare o diminuire determinate variabili macroeconomiche.
Ovviamente, come sempre, questo è uno degli strumenti che possono essere utilizzati, MA non l'unico. La normalità è quella di valutare diversi strumenti e utilizzare quello meno costoso e più profittevole , in termini di risorse pubbliche.
Note:
Fonte immagine: okpedia --> È una pagina molto buona per eventuali ripassi! :-)
Ultimamente si sta parlando molto delle importazioni e il contesto solitamente è negativo, come se l'esistenza di queste sia di per sé un male.
Ma sono veramente un male?
Il tema è complesso ma cercherò di semplificarlo, così da renderlo il più accessibile possibile!
Partiamo col dire che è normale che uno Stato importi un certo quantitativo di merci e beni. Non c'è assolutamente nulla di sbagliato, anche se, a determinati livelli potrebbe presentarsi un problema di (dis)equilibrio della bilancia commerciale.
Vi porto una formula semplificative delle importazioni:
Importazioni= Quota_ fissa + ß*Quota_dipendente_dal_reddito (+)
Una quota di importazione è fisiologica, è quel minimo indispensabile che serve per sostenere l'economia, poi c' una parte che dipende positivamente dal reddito, ovvero all'aumentare del reddito le importazioni aumentano di ß.
Facciamo un esempio per capire il perché tale relazione è sensata!
Inizio esempio
Un'economia primitiva del 2500 a.C. è caratterizzata da un'economia totalmente agricola, autoproduce tutto ciò di cui necessita: cibo, tessuti, indumenti, etc.
L'unica cosa che non produce, per via della scarsità del legno, sono gli strumenti necessari per l'agricoltura.
Per ottenerli deve "importarli" dal villaggio con il quale confina che ha avuto la fortuna di sorgere vicino una grande foresta.
Questo processo di importazione minimale consente alla popolazione di aumentare il proprio stile di vita.
Passati 4500 anni la comunità di interesse ha un reddito decisamente più elevato rispetto al passato e vuole di più!
Ad esempio vuole ospedali per curare i malati, necessita quindi di macchinari molto complessi, le cui componenti sono in parte prodotte dagli impianti della città, in parte da un altro Stato, che ha avuto la fortuna di sorgere dove la maggior parte dei minerali, necessari i macchinari ospedalieri, sono sepolti.
Fine esempio
L'esempio è banale, me ne rendo conto, ma era necessario per porre in evidenza come con l'aumentare del reddito e il cambiare delle priorità e preferenze delle popolazioni, è normale che si debba far riferimento a dei fornitori esteri, a meno di non privarsi di determinati beni.
Nella formula che vi ho presentato ho censurato (volutamente) un'altra varabile:
Il tasso di cambio
Perché il tasso di cambio è importante?
Il motivo risiede nel fatto che se il valore di una valuta diminuisce rispetto alle altre (si deprezza), allora le merci importate diventeranno più costose, consentendo di diminuire l'ammontare delle stesse.
(Vi risparmio la differenza tra cambio nominale e reale, magari ci farò un altro paragrafo).
Abbiamo capito che le importazioni dipendono da vari fattori e che in parte sono inevitabili con il progredire della società.
C'è da dire che le importazioni possono diventare un problema quando sono superiori alle esportazioni.
Infatti, se queste sono sistematicamente/continuativamente/ in maniera duratura, superiori alle importazioni, allora si parla di "deficit commerciale".
Questo si traduce direttamente in un flusso di risorse dall'economia nazionale verso l'estero, quindi in un drenaggio di risorse.
IRPEF sta per "Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche" ed è una delle entrate più importanti per il bilancio dello Stato che contribuisce a finanziare la spesa pubblica del nostro Paese.
L’IRPEF è dovuta dalle persone fisiche se queste producono i seguenti redditi:
Fondiari;
Di capitale;
Di lavoro dipendente;
Di lavoro autonomo;
Di impresa;
Altri (elencati nell’articolo 67 del Testo unico delle imposte sui redditi).
L'imposta di cui stiamo parlando si definisce progressiva, in quanto aumenta all'aumentare del reddito che la persona fisica percepisce.
L'IRPEF si caratterizza per esser sì progressiva, ma non continua, infatti viene definita anche "a scaglioni" in quanto l'imposta aumenta passando da un determinato intervallo di reddito ad uno superiore.
Di seguito vi metto l'attuale struttura degli scaglioni IRPEF (17/05/2025):
23% fino a 28'000 euro;
6440€ + 35% sul reddito che supera i 28.000€ fino a 50.000€;
14.140€+ 43% sul reddito che supera i 50.000€.
Non è vietato pensare che nel futuro questi scaglioni possano variare ulteriormente di numero e di ampiezza, in quanto il loro valore è determinato dalle scelte politiche che riflettono un contesto sociale che può essere più o meno orientato ad uno Stato presente nell'economia.
Ad ulteriore riprova del fatto che i cambiamenti in tale ambito sono la normalità, pensate che fino al 2023 gli scaglioni erano quattro!
Sì, lo scaglione eliminato era relativo alla fascia tre i 15'000€ e i 28'000€ con un'aliquota del 25%.
Insomma, con l'IRPEF si "cede" una parte del proprio reddito allo Stato al fine di finanziare la spesa pubblica e ciò viene fatto all'insegna della progressività ovvero, più il proprio reddito è elevato e più si paga, in quanto aumenta lo scaglione di riferimento.
Notate bene che l'aliquota varia in base allo scaglione, quindi tale meccanismo è totalmente diverso da una flat tax che assume un'aliquota uguale per tutte le categorie di reddito (sempre meglio specificare, magari ho salvato qualcuno per l'esame di Scienze delle Finanze)
IRES sta per "Imposta sui Redditi delle società" e a differenza dell'IRPEF si sostanzia in un'unica aliquota che attualmente, nel 2025, è pari al 24%, anche se la legge di bilancio 2025 ha consentito una diminuzione temporanea, per tale anno solare del 4%, portando il valore della stessa al 20%, se vengono soddisfatte determinate condizioni.
L'IRES, nata del 2004, sostituì l'IRPEG e si caratterizzava per un'aliquota leggermente più alta, pari al 27,5%.
Infine, tale imposta deve essere pagata dai seguenti soggetti:
le società per azioni e in accomandita per azioni, le società a responsabilità limitata, le società cooperative e le società di mutua assicurazione, le società europee e le società cooperative europee residenti in Italia;
gli enti pubblici e privati residenti in Italia, compresi i consorzi, i trust, gli organismi di investimento collettivo del risparmio e gli enti non commerciali;
le società e gli enti di ogni tipo, compresi i trust, non residenti in Italia, per i soli redditi prodotti in Italia.
IRAP sta per "Imposta Regionale sulle Attività Produttive" e si applica al valore della produzione netta delle imprese, cioè al valore aggiunto prodotto da un’azienda attraverso l’utilizzo dei fattori produttivi (lavoro e capitale) al netto dei costi di produzione.
L’aliquota IRAP ordinaria è pari al 3,9% del valore della produzione netta anche se è da notare come ci siano aliquote diverse per determinati settori.
Ogni regione o provincia autonoma ha però la facoltà di variare l’aliquota fino a un massimo di 0,92 punti percentuali, anche differenziandola per settori o categorie di contribuenti.
Le regioni a statuto speciale e le province autonome di Trento e Bolzano hanno inoltre la facoltà di azzerare l’Irap.
I soggetti ai quali si applica tale imposta sono:
le società semplici, in nome collettivo e in accomandita semplice e quelle equiparate, comprese le associazioni costituite tra persone fisiche per l’esercizio in forma associata di arti e professioni;
le società e gli enti soggetti all’imposta sul reddito delle società (Ires) cioè le società per azioni e società in accomandita per azioni, Srl, società cooperative e di mutua assicurazione; i trust e gli enti pubblici e privati diversi dalle società, residenti nel territorio dello Stato, che hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali; le società e gli enti di ogni tipo, compresi i trust, con o senza personalità giuridica, non residenti nel territorio dello Stato, per l’attività esercitata nel territorio delle regioni per un periodo di tempo non inferiore a tre mesi mediante stabile organizzazione;
gli enti privati diversi dalle società e i trust, residenti nel territorio dello Stato che non hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali;
gli enti non commerciali, compresi i trust, società semplici e associazioni equiparate, non residenti, che hanno esercitato nel territorio dello Stato, per un periodo non inferiore a tre mesi, attività rilevanti agli effetti dell’Irap mediante stabile organizzazione, oppure che hanno esercitato attività agricola nel territorio stesso;
le Amministrazioni pubbliche.