In questa sezione verranno presentati molti grafici relativi a paesi di tutto il mondo, facendo confronti e cercando di spiegare nella maniera più semplice possibile il perché di un determinato andamento di una particolare grandezza e la descrizione di questa nel tempo!
Secondo me questa sezione, oltre a fare piacere ai più curiosi, può aiutare a capire l'economia e anche un po' di attualità.
Enjoy it!
Non è un fatto nuovo quello che vi sto andando a descrivere in questa sezione, Cina e USA corrono per rimanere in testa alla classifica mondiale come potenza egemone dal punto di vista culturale ed economico, con la Repubblica Popolare Cinese che nonostante il recente ridimensionamento della sua crescita, continua comunque a compiere passi da gigante.
Prima di tutto, per capire l'effettiva grandezza di questi due paesi andiamo a vedere, attraverso il primo grafico, la popolazione che vi risiede:
La Cina, con 1,4 miliardi di abitanti vince per popolazione e con un margine per nulla indifferente;
Gli USA, con "solo" 337 milioni di abitanti si aggiudicano un secondo posto.
L'Italia, come ben si vede dal grafico, con i suoi quasi 60 milioni di abitanti sembra un piccolo paese di campagna a confronto con queste due realtà nazionali.
La popolazione è un dato molto importante da analizzare, infatti, ceteris paribus, ovvero non variando tutte le altre caratteristiche, un Paese con più abitanti potrà produrre di più, consumare di più, investire di più, etc.
Come già detto, tutte le altre caratteristiche devono rimanere identiche per far tenere il ragionamento appena fatto, ma, come avrete potuto capire già da voi, raramente nella realtà dei fatti tale ragionamento tiene.
Basti vedere ad esempio come la produttività totale dei fattori (total factor productivity, TFP) sia cambiata nel tempo, per capire come nel tempo tutto vari e come quindi ragionamenti così semplicistici necessitino di una cornice appropriata.
Dal secondo grafico è possibile vedere come nonostante le variazione che ci sono state nei primi dieci anni del XXI secolo, gli USA mantengano la supremazia su tale campo, anche se per poco.
Una cosa che mi preme farvi notare è come l'Italia, vent'anni fa avesse una TFP più elevata di quella statunitense, prova del fatto di come un Paese più piccolo sia in termini di estensione che di popolazione, possa competere e superare per certi versi un'economia grande come quella degli USA.
Il terzo grafico, ci dice come la spesa il ricerca e sviluppo (R&D) si sia articolata negli anni. Ci tengo a mostrare questo grafico perché l'investimento in R&D consente uno sviluppo di lungo periodo e di conseguenza, un benessere collettivo migliore. Ovviamente non è l'unico fattore rilevante, ma tutte le economie che hanno intrapreso un serio e duraturo programma di R&D hanno potuto cogliere i frutti nel medio-lungo periodo.
Gli USA guidano ancora la gara, anche se bisogna domandarsi per quanto, poiché come è ben visibile, la Cina sta aumentando la quota di investimenti in questo campo.
L'Italia sta facendo la stessa cosa, anche se in maniera meno decisa, infatti è possibile vedere come l'inclinazione della curva sia molto meno accentuato di quella cinese.
Infine arriviamo al grafico che tutti stavate aspettando, quello relativo al prodotto interno lordo!
Gli USA sono i primi, sfiorando i 20 mila miliardi di dollari, la Cina invece si avvicina in maniera decisa ai 15 mila miliardi di dollari, infine l'Italia si ferma a 1,75 mila miliardi di dollari.
Da notare come la curva relativa alla Cina sia molto più ripida di quella degli Stati Uniti, indice del fatto che stiamo parlando di un Paese delle dimensioni di un continente, in piena espansione, con un investimento in R&D crescente nel tempo, oltre a molte altre variabili macroeconomiche non indifferenti.
Fonti grafiche:
https://ourworldindata.org/grapher/population?time=1881..latest&country=CHN~USA~ITA
https://ourworldindata.org/grapher/gross-domestic-product?tab=chart&time=2000..latest&country=CHN~USA~ITA
Cina e India saranno sempre più al centro di questioni geopolitiche ed economiche nel futuro, in quanto paesi più popolosi al mondo e con quote di pil rispetto a quello globale crescenti, senza considerare i grandi balzi in termini di produttività che stanno sperimentando.
Pensate che questi due Stati, da soli, constano di 3 miliardi di persone, ed attualmente (2023) siamo 8 miliardi!
Tornando ai dati, possiamo dire India e Cina sono in competizione per chi "guiderà" l'Asia nella sua crescita economica, ma la sfida, tutt'altro che semplice, si mostra complessa da giudicare, con molti attori presenti sullo scenario, cosa tipica quando si parla di un mondo globalizzato come il nostro.
La popolazione cinese ha iniziato a diminuire, quindi, a parità di tutti gli altri fattori che intervengono nella produzione, la quantità prodotta dovrà calare in favore della realtà economica indiana, che mostra ancora tassi di crescita della popolazione positivi.
Se ci fermassimo qui, l'analisi che si andrebbe a fare sarebbe parziale ed imprecisa, infatti, non conta solo il numero di lavoratori, ma anche la produttività e la quantità di capitale.
La Cina ha attratto molte imprese nei decenni passati, grazie ad una manodopera molto (troppo) economica ed a una legislazione fin troppo permissiva nei confronti dell'ambiente.
Ciò ha generato, oltre che all'auspicata crescita economica, anche un aumento della produttività che ha permesso alla Cina di aumentare il suo fattore capitale e di mantenere la sua elevata produttività.
Il gigante asiatico mira, attraverso investimenti sia verso l'interno dei suoi confini, che verso altri Paesi, ad ampliare la rete di infrastrutture, così da rendere più facile e conveniente economicamente esportare le proprie merci in tutto il mondo, ma anche importare molto facilmente le materie prime di cui ha necessariamente bisogno se vuole alimentare una realtà da circa 1 miliardo e 400 milioni di abitanti.
L'india, dal canto suo, anche se può vantare una crescita della popolazione solida, rispetto al suo rivale al di là dell'Hymalaya, ha problemi per quanto riguarda il pil. Infatti, anche se questo cresce a ritmi che a noi europei fanno impallidire, molti analisti osservano come tale aumento, per quanto elevato, è eroso da un aumento vertiginoso della popolazione, "frenando" da un certo punto di vista la crescita che il Paese potrebbe realmente generare.
Per capire la differenza di grandezza in termini di produzione nazionale tra India e Cina, si deve pensare che il Pil di quest'ultima è circa 6 volte e mezzo quello indiano.
Una differenza abissale!
Come è possibile vedere dal primo grafico, il Pil cinese ha subito, negli ultimi anni una crescita enorme, mentre quello indiano, per quanto sia cresciuto notevolmente, non può far altro che seguire e tentare di colmare la distanza nei decenni che verranno.
Ora, puntualizziamo una cosa, il grafico che vi ho presentato è in termini assoluti, quindi è molto difficile apprezzare in maniera adeguata le variazioni che ci sono di anno in anno, per tale motivo, tramite Excel ho calcolato la variazione percentuale rispetto all'anno precedente di ogni osservazione.
Se vediamo questo grafico notiamo due cose:
Per quanto due concorrenti, queste due economie si muovono molto similmente, anche se non identicamente;
La crescita dell'India, in termini percentuali è molto simile a quella cinese.
Il primo punto era abbastanza scontato, infatti, sono economie molto globalizzate, quindi se la Cina (o l'India) produce di meno è molto probabile si stia assistendo ad un calo generalizzato della domanda globale e/o ci siano altri gravi shock negativi.
La seconda, invece secondo me è molto più interessante, infatti, vediamo un'India, che per quanto distante dalla Cina, sia perfettamente capace e di raggiungerla in alcuni casi. Certo, generalmente la Cina si mantiene più elevata rispetto all'India, anche se si mostra capace di tenerle testa e di sfidarla.
La tabella che vi ho riportato tra le immagini, contiene:
Media;
Standard deviation (sd);
Coefficiente di variazione;
Correlazione.
Questi dati sono stati realizzati con i dataset che ho scaricato dalla FRED (Federal Reserve Economic Data) e coinvolgono i tassi di crescita di Cina ed India.
Dai dati possiamo notare come ci sia una debole correlazione positiva tra i due Paesi, anche se di molto inferiore ad uno e come la variabilità sia generalmente più ampia per l'India.
Ovviamente prendete queste analisi con le pinze, in quanto queste sono statistiche descrittive che sì, ci danno delle informazioni preziose e per nulla false, però solitamente (per non dire sempre) non sono che la punta dell'iceberg, in quanto per cogliere la complessità della realtà, servono modelli econometrici di gran lunga più complessi, che si basano sulle statistiche descrittive, ma che non coincidono con esse.
A rendere il quadro ancora più complesso ci si mette la geopolitica, infatti, le dispute sui confini, legate al fatto diu essere due potenze economiche e militari in ascesa, portano a schieramenti "buffi" ed a tratti contraddittori.
L'India, ad esempio, è alleato con gli USA, in chiave, ovviamente anti-cinese, ma non disdegna una neutralità o per lo meno una posizione ambigua con la Russia. Infatti, l'India necessità delle materie prime russe per crescere e soprattutto non vuole che Pechino catturi la Russia nella sua sfera di influenza, assieme ad altri Stati dell'Asia, ponendo così l'India in una posizione di isolamento.
La Cina dal canto suo, si è avvicinata alla Russia, con evidenti interessi sulle sue materie prime e nonostante le tensioni con Taiwan e Washington, attualmente continua a commerciare con tutto il mondo, senza alcun tipo di blocco o limitazione a capitali o merci straniere, anche se le tensioni per Taiwan si fanno sentire.
Dati per i grafici:
https://fred.stlouisfed.org/series/MKTGDPINA646NWDB
https://fred.stlouisfed.org/series/MKTGDPCNA646NWDB
https://ourworldindata.org/grapher/population?time=1930..latest&country=CHN~IND
Fonti articolo:
https://www.lifegate.it/india-supera-cina-nazione-popolosa-del-mondo
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/india-e-cina-la-grande-sfida-asiatica-37407
Il dataset che ho messo a disposizione è inerente al PIL degli Stati Uniti ed è composto da rilevazioni annuali che partono dal 1947 ed arrivano fino al 2022.
Nel caso aveste problemi nel download potete andare sul sito della Federal Reserve e scaricarvi i dati di cui necessitate.
Vi suggerisco di copiarli ed incollarli sul vostro software così da leggerli meglio e comprenderli a pieno.
Di seguito i codici Stata:
/*Di seguito verrà analizzato il PIL americano su base annuale attraverso l'uso di un modello di serie storiche autoregressivo del primo ordine.
Il modello è elaborato per soli fini didattici e non si propone di
"mappare" e spiegare un fenomeno complesso ed elaborato come la previosione del PIl di una nazione.
Di seguito vi illustrerò un approccio di base alle serie storiche.
Tratteremo:
-Comandi generali di Stata ( importare dati e pulizia del dataset) ;
-impostazione di una serie storica;
-test di radice unitaria;
-errori gravi in serie storiche.
*/
*Fate sempre un clear all'inizio :-)
clear all
*imposto la working directory
cd "C:\Users\Augusto\Desktop\Sito"
*importo i dati
import excel "C:\Users\Augusto\Desktop\Sito\GDP USA.xls", sheet("dataset") firstrow
*pulizia varia del dataset
drop D
keep in 1/76
*indico a stata qual è la variabile tempo nel mio dataset
tsset observation_date
*faccio il grafico del GDP USA, così da vedere se c'è un trend (alletra spoiler: c'è)
tsline GDP_USAt
*faccio due test per verificare se ci siano, statisticamente parlando, radici unitarie (allerta spoiler: ci sono )
dfuller GDP_USAt, trend
pperron GDP_USAt, trend
*Faccio il grafico delle differenze prime del GDP USA e vedo che il trend è "scomparso", o per lo meno non è "forte" come prima
tsline D.GDP_USAt
*effettuo nuovamente i test, però sulle differenze prime e rifiuto l'ipotesi che ci sia una radice unitaria
dfuller D.GDP_USAt, trend
pperron D.GDP_USAt, trend
*COSA SUCCEDE SE NON TENGO CONTO DEI TEST?
/*Qui compio volutamente due errori abbastanza gravi
che inficiano in maniera rilevante il modello che stiamo eseguendo.
1) Nel primo caso non tengo (volutamente) conto della non
stazionarietà della serie.
2) Nel secondo invece utilizzo un OLS invece che un modello ar
*/
*imposto un modello autoregressivo del primo ordine con standard error robusti
arima GDP_USAt trend, ar(1) robust
*ERRORE N°1*
/*il grafico, ma soprattutto i test mi indicano che il coefficiente
della lagged variable non è statisticamente diverso da uno, quindi
sbaglio ad esegueire un modello che in termini di significatività statistica non può rifiutare l'ipotesi di non stazionarietà.
*/
*ERRORE N°2
/* se stimo un OLS, che non tiene conto della dipendenza temporale
e che quindi approccia in maniera differente al dataset in oggetto
otterrò dei coefficienti biased.
*/
reg GDP_USAt L.GDP_USAt trend, robust
*Utilizzo le differenze prime per rendere la serie stazionaria
gen first_diff= D.GDP_USAt
*Faccio il grafico per avere una prima idea sulla stazionarietà
tsline D.GDP_USAt
*Effettuo i dovuti test, che in questo caso mi
*confermano l'intuizione data dal grafico
dfuller D.GDP_USAt, trend
pperron D.GDP_USAt, trend
*random walk
arima first_diff , robust
reg first_diff , robust
*ho effettuato sia un modello autoregressivo del primo ordine, che per costruzione tratta i dati come "sequenza storica", sia una regressione "normale" che tratta i dati come delle cross-section, quindi non tiene conto della componente temporale dei dati. In quest'ultimo caso, i coefficienti sono distorti e quindi il modello autoregressivo rimane preferibile.
Se volete eseguire un modello a media mobile (moving average model) dovrete modificare le regressioni sostituendo ar(p), con p indicante il lag temporale, con ma(q), con q indicante il lag temporale del termine di errore.
Ultimamente, i risparmiatori italiani sono tornati da investire nei titoli di Stato del Belpaese, in quanto i rendimenti sono tornati ad essere consistenti ed interessanti, fornendo così un guadagno semplice e a tassazione agevolata.
Guardando le immagini relative alle ultime aste, più specificamente sul sito del Mef ( https://www.dt.mef.gov.it/it/ ) potete vedere come i rendimenti siano in media superori al 3% lordo, al quale dobbiamo sottrarre la tassazione agevolata del 12,5%. Parlo di tassazione agevolata perché i rendimenti finanziari solitamente sono tassati al 26%, mentre i titoli di Stato italiani godono di questa particolare aliquota.
Inoltre, se visioniamo la serie storica dei titoli di Stato italiani a 10 anni vediamo come, complice l'inflazione e conseguentemente la politica monetaria restrittiva della Bce, i tassi di interesse di questi strumenti finanziari sono tornati ai livelli di 10 anni fa (scrivo nel maggio del 2023)!
La variabile da tenere in considerazione, oltre alla tassazione, che va ad intaccare il rendimento che percepireste, è l'inflazione. Infatti, quello che viene presentato sulla scheda informativa dello strumento finanziario è il rendimento al lordo di questa, quindi non ne tiene conto.
Nel momento in cui andiamo a considerare se investire o meno in un titolo di Stato dobbiamo tenerne obbligatoriamente conto se vogliamo fare un investimento ben pensato.
Nel grafico excel che riporto è inerente ad un esempio da me inventato, di cui trovate i dati e descrizioni più approfondite nel file che vi condivido nell'articolo.
L'unico dato "vero" è il rendimento lordo del titolo che ho preso dall'asta del 30 giugno, il resto è stato inventato da me con l'unico fine di farvi vedere come, nonostante il rendimento del titolo sia "alto" (stiamo parlando di un 4,18% annuo), con un'inflazione elevata otteniamo un rendimento negativo.
Quindi vale la pena investire in un titolo del genere?
Non si può rispondere "Sì" o "No", in quanto dipende dalle nostre preferenze!
Se siamo propensi al rischio allora azioni, ETF, fondi, etc. risulteranno più appetibili, mentre se siamo molto avversi al rischio, allora i Titoli di Stato e/o dei buoni fruttiferi postali fanno al caso nostro.
Attenzione, non sto dicendo che i titoli di Stato siano esenti dal concetto di rischio, anzi, tutt'altro!
All'interno del tasso di interesse che remunera l'investitore è incorporata anche la possibilità che esso dichiari default.
Questa caratteristica è inerente a tutti gli Stati, dall'Argentina, caratterizzata da fin troppi default, alla Germania, che viene considerata la cassaforte d'Europa in termini di sicurezza.
Inoltre, come dico sempre, affidatevi ad un consulente finanziario, così da essere guidati in un mondo sì complesso, ma anche ricco di opportunità, che compatibilmente con i vostri obiettivi finanziari e di vita, potrete avere delle rendite più o meno cospicue.
Link per il grafico:
Il Governo italiano ha deciso di affidarsi in maniera maggiore al debito per finanziare la Legge di Bilancio relativa al 2024.
In particolare, si è passati da un deficit del 3,6% ad uno del 4,3% con una crescita attesa del Pil intorno all'1%, in un quadro economico dove i prezzi delle materie prime sono molto instabili, le tensioni geopolitiche si ripercuotono pesantemente sui sistemi economici nazionali ed i tassi di interesse sono crescenti a causa dell'elevata inflazione.
Il problema è evidente, lo è da decenni, cresciamo troppo poco e ci indebitiamo troppo.
Fare debito non è sbagliato, tutti gli operatori economici possono avere la necessità di avere più liquidità, ciò vale tanto per le imprese quanto le entità statali.
Il vero problema è quando c'è uno squilibrio sistematico tra il debito che viene effettuato annualmente e il tasso di crescita dell'economia.
Il ragionamento è identico per le imprese.
Facciamo un esempio relativo ad una impresa immaginaria.
Pensiamo al caso dell'azienda A, che si indebita ogni anno per un importo pari a €10'000 e che, fattura in media €9'000 all'anno. Potrà resistere alcuni anni in perdita, ma se lo sarà ogni anno, prima o poi dovrà chiudere per sempre.
Perché l'azienda A non riesce ad aumentare il proprio fatturato nonostante ogni anno prenda in prestito €10'000 da investire?
La risposta può essere che investe in maniera sbagliata o che addirittura non investe.
Magari, invece di aumentare la propria produttività con dei macchinari di ultima generazione, ha comprato mobili molto costosi per l'amministrazione.
Forse invece di potenziare le abilità dei propri lavoratori con appositi corsi di formazione ha ridipinto l'intera struttura.
Inoltre, forse, invece di efficientarsi a livello energetico ha deciso di aumentare gli stipendi in maniera artificiale.
Il nocciolo del problema sta nel fatto che l'impresa, invece di migliorarsi, diventare più produttiva, più competitiva, ha sperperato le maggiori risorse ottenute per qualcosa che non le permetterà di recuperare quanto hanno fatto i suoi competitors e che probabilmente, se non invertirà velocemente e prontamente rotta, dovrà dichiarare fallimento e chiudere i battenti.
Questo, anche se in maniera molto semplificata, è simile a quanto succede ad uno Stato dove il denaro preso a prestito viene utilizzato per coprire le spese e non a finanziare gli investimenti che potrebbero far decollare l'economia e far star meglio la comunità.
Quindi, lo Stato italiano, in generale cresce poco e si indebita molto.
Il problema, come detto prima, subentra se questa situazione permane nel tempo, in quanto la dinamica del rapporto debito/Pil diventa esplosiva ed ingestibile.
Vi ho allegato tre immagini che rappresentano una simulazione che ho fatto su excel con le seguenti assunzioni (trovate una spiegazione simile all'interno del file che vi lascio):
Tasso medio di crescita annuale del pil 2%;
Tasso medio di inflazione annuale pari al 2%
Tre tassi di interesse:
Il primo relativo ad una politica monetaria aggressiva nei confronti dell'inflazione, infatti è sempre più elevato di questa di 75 punti base;
Il secondo segue in maniera identica l'inflazione;
Il terzo è sempre inferiore all'inflazione, precisamente inferiore di 75 punti base.
Inoltre, ho generato uno shock esogeno che si distribuisce come una N(0,1), che interagisce in maniera additiva sui tassi di interesse ( praticamente ho aggiunto uno shock di politica monetaria).
Si può vedere che quando i tassi di interesse sono particolarmente elevati, in particolare sono superiori al tasso di crescita del Pil, la dinamica del rapporto debito/pil "esplode", diventando di fatto ingestibile.
Invece, se il tasso di interesse è più basso del tasso di crescita del Pil, si può notare come il rapporto decresca anno dopo anno.
Infine, se il tasso di interesse è uguale al tasso di crescita, si nota che si ha una sostanziale stabilità, almeno nel breve-medio periodo.
Se aprite il file excel noterete che il rapporto debito-Pil, nel caso di un tasso di interesse che eguaglia il tasso di crescita del pil, diventa tendente allo zero, mentre invece dovrebbe essere stabile, cosa che è verificata nel breve periodo dai dati generati.
Mi sono spiegato questa cosa controintuitiva e poco realistica nel seguente modo:
Se andate a visionare gli shock che ho generato e che ho fatto prendere al software in maniera randomica, vedrete che da un certo periodo in poi ci sono molti, o comunque non pochi, valori estremi. Quindi, il caso, o meglio, la volatilità dello shock esogeno in qualche modo ha fatto si che in quella parte di grafico si addensassero valori estremi che generassero una dinamica "repressiva".
Riporto questa considerazione per essere onesto e trasparente con chiunque si trovi a leggere questo paragrafo e a dover notare questa "incongruenza".
Per completezza, ti invito a tenere d'occhio le altre sezioni del sito, in quanto pubblicherò la stessa analisi in versione più semplificata, ovvero senza shock esogeno e con la spiegazione dettagliata della formula a cui fare riferimento.
Sarà meno realistico, ma il ragionamento non perde di validità.
Fonti:
https://www.agi.it/economia/news/2023-09-30/manovra-deficit-giorgetti-miliardi-23265231/
Da lunedì 17 a venerdì 21 febbraio 2025 si terrà l'asta dei BTP più, ovvero dei buoni del tesoro dedicati alla clientela retail (risparmiatori individuali o persone fisiche).
Le caratteristiche principali di questa categoria di titoli di Stato sono le seguenti:
Durata di 8 anni;
Interessi crescenti, i primi quattro anni 2,80% lordo dal quinto anno in poi il 3,60 lordo;
Possibilità di rimborso del capitale investito, o parte di esso, nel quarto anno.
I tassi sembrano abbastanza interessanti, anche se dobbiamo tenere conto dell'inflazione (Link tasso di inflazione) e della tassazione, che inevitabilmente erodono il rendimento. La cosa che potrebbe rendere appetibili questi BTP è la previsione dei futuri tassi di inflazione, in quanto una diminuzione di questa farebbe aumentare il rendimento reale fornito, anche se è da ricordare che un'inflazione estremamente bassa non è mai auspicabile, in quanto indicherebbe una domanda fragile e foriera di un periodo non roseo in termini economici.
Oltre alle caratteristiche evidenziate è giusto ricordare che la tassazione sui titoli di Stato è al 12,5%, più bassa rispetto a quella degli altri strumenti e che è possibile escludere dal calcolo del proprio ISEE l'importo investito in BTP, fino a 50'000€.
Ma se sono così' convenienti allora investo tutto in BTP più!
Magari fosse così facile! Prima di tutto ti consiglio di andare da un consulente finanziario che ti aiuti nella scelta che più si addice alle tue caratteristiche e preferenze. Ricorda, i consulenti finanziari sono lì per aiutarti e consigliarti.
Ritornando a noi, purtroppo non è così semplice investire, in quanto bisogna tenere conto di molti fattori come ad esempio quello della diversificazione!
L'ideale sarebbe diversificare il più possibile, quindi prendendo strumenti a lungo periodo, a medio e a breve, azioni e obbligazioni, titoli rappresentativi di realtà economiche localizzate in diverse località geografiche, insomma, avere un portafoglio il più ampio possibile.
Questa "varietà" consente di diminuire gli "scossoni" che possono derivare da una recessione o da una problematica afferente un determinato settore. Ad esempio, vi ricordate il periodo della pandemia? Molti titoli erano in costante perdita a seguito di qeusto evento cataclismatico però c'era un settore che si muoveva diversamente :quello farmaceutico!
Chi aveva nel proprio portafoglio titoli di quel settore ha attutito l'effetto nefasto della pandemia.
Il sunto è il seguente:
"La regola è di non investire tutto in un unico strumento, in quanto ci si espone a dei rischi (fallimento dell'emittente primo fra tutti), fermo restando che una persona può decidere di investire tutto fregandosene di questa "regola" che si è notato essere particolarmente utile al fine di tutelare gli investitori."
Ma quindi questi titoli sono buoni?
Dipende! Dipende dal tuo orizzonte temporale, dai tuoi obiettivi di breve e lungo periodo, dalla tua propensione al rischio, quindi ti consiglio di andare dal tuo consulente, in quanto investire è importante, ma anche una scelta da prendere con coscienza.
Link per maggiori informazioni:
Nota: L'immagine è stata generata con IA.
Il grafico che vi ho riportato nella sezione di interesse è particolarmente importante, per tale ragione vi riporto la descrizione che lo accompagna sul sito del MEF:
"Il grafico mostra l’andamento del tasso di interesse dei titoli di Stato (media ponderata per i quantitativi) calcolato sulla base dei rendimenti lordi all’emissione dei titoli emessi nel singolo anno."
Detto ciò, il grafico ci indica quanto costa, in media, ogni emissione di debito al variare del tempo.
In termini molto semplicistici, si può affermare che per la finanza pubblica più il tasso di interesse medio è basso e più la situazione è semplice per il policy maker, in quanto il servizio del debito diventa poco oneroso e quindi conveniente per diversi fini (vedi investimenti in settori strategici, aumento della spesa pubblica in periodi di recessione, etc.).
Quello che è possibile vedere è che tale misura media non è stata costante in questi ultimi 25 anni, rendendo la situazione più o meno grave a seconda del periodo di interesse.
L'ultimo valore della serie storica, 3,41%, è ben lontano dai più rosei valori di qualche anno fa, come lo 0,10% del 2021.
I valori tendono a mutare in quanto gli avvenimenti che hanno caratterizzato questi anni sono vari sia per natura che per effetti per quanto riguarda il sistema economico italiano.
In particolare, dopo il 2021 i tassi di interesse hanno incominciato ad aumentare, da una parte per l'aumento generale dell'inflazione, dall'altro per le crescenti tensioni politiche internazionali, che hanno reso necessario un livello di tassi di interesse più elevato per ricompensare gli investitori che si stavano privando di liquidità in un periodo particolarmente "teso".
Gli anni precedenti sono stati caratterizzati da tassi nominali prossimi allo zero e addirittura negativi se considerati in termini reali, ciò perché l'economia italiana, ma più in generale europea, stentavano a decollare, rendendo necessaria la concessione di credito a più buon mercato al fine di poter stimolare le imprese a produrre a assumere e gli Stati ad investire sul terriotrio a costi ridotti.
Per sintetizzare è possibile dire che il tasso medio di interesse è variato in maniera consistente per le seguenti ragioni:
Andamento dell'inflazione, se l'inflazione è alta allora lo saranno anche i tassi di interesse, parimenti se al contrario;
Rischio percepito, se ci sono in atto tensioni internazionali, o più semplicemente il Paese di interesse è considerato molto rischioso, gli investitori richiederanno un interesse più alto per privarsi della propria liquidità.
Fonte:
Il quadro generale dell'economia USA è molto complesso e per questo motivo analizzerò la parte concernente l'inflazione e i livello dei tassi di interesse decisi dalla FED.
Nel primo grafico (preso da Trading Economics) è possibile vedere l'andamento dell'inflazione annualizzato, mese per mese.
In particolare, a maggio 2025 è stata stimata un'inflazione annuale del 2,5%, in aumento rispetto al 2,4% di aprile. Questo aumento, per quanto lieve, rappresenta un campanello di allarme per la banca centrale americana, in quanto va a sommarsi ad una situazione internazionale in deterioramento, con catene di approvvigionamento sempre più fragili e suscettibili di shock.
Prima il conflitto russo-ucraino, poi quello israelo-palestinese ed ora gli ultimi avvenimenti in Iran (scrivo il 22/06/2025), stanno contribuendo a rendere le catene di produzione del valore più "deboli", con ricadute dirette sul livello generale dei prezzi.
La serie di eventi destabilizzanti appena descritta, assieme alla politica americana relativa all'imposizione dei dazi, legittima la FED a supporre uno scenario economico futuro caratterizzato da maggiore inflazione e quindi una mancata discesa dei tassi di interesse.
Infatti, com'è possibile notare dal secondo grafico (Trading Economics), la FED, dopo una prima discesa dei tassi di interesse, ha deciso di non diminuirli ulteriormente, dato lo scenario che si prospetta nel prossimo futuro.
Ricordiamo ancora una volta, tassi più elevati vogliono dire un costo dell'indebitamento più elevato, con un drenaggio generale di risorse da settori produttivi al pagamento degli interessi sul debito.
I choke points ( o "colli di bottiglia") sono dei passaggi obbligati che le navi devono effettuare al fine di portare materie prime e merci da un punto A ad un punto B.
I choke points assumono particolare importanza quando ci sono incidenti che ne bloccano o limitano il funzionamento ( vedi il blocco del canale di Suez nel 2021 a causa dell'incagliamento di una nave) o a seguito di tensioni internazionali ( vedi lo stretto di Bab-El-Mandeb con gli Houthi e quello di Hormuz con l'Iran).
In generale, un problema relativo a questi snodi centrali comporta la scarsità delle materie prime o merci che prima vi transitavano.
Prendiamo due esempi:
Quando il canale di Suez smise di funzionare a causa dell'incagliamento di una nave, si iniziò a ripercorrere una vecchia rotta, ovvero quella antecedente l'apertura del famoso canale, ovvero quella che prevedeva la circumnavigazione del continente africano. Capite bene che il tragitto si è allungato di un bel po', e come se non bastasse, oltre al ritardo relativo alla consegna, dovuto alla rotta più lunga, generante scarsità, si deve considerare anche il maggior carburante necessario per trasportare le merci;
La minaccia relativa alla chiusura dello stretto di Hormuz crea non poche paure, in quanto è una delle principali rotte di trasporto di petrolio e gas naturale ed una sua "limitazione" impatterebbe istantaneamente sui prezzi globali. Ovviamente si possono percorrere nuove rotte (terrestri e o marine) ma sono più lunghe e meno efficienti.
Questi esempi ci fanno capire molto facilmente che i problemi che inficiano i choke points causano in maniera diretta shock di offerta e quindi un aumento di prezzo delle materie e dein prodotti che transitano lì, con possibili ricadute inflazionistiche su altri prodotti se parliamo di petrolio o altri materiali critici.