Giuliana Adamo
Amaltea
Amaltea
Il pamphlet di Alessandro Tarsia è peculiare sin dal suo paratesto: il nome felicemente calzante della casa editrice Pungitopo (nomen omen); la domanda retorica del titolo subito annullata dal sottotitolo che prepara il lettore a una chiarificazione in chiave antropologica delle cause della bestia nera calabrese (e non solo); l’ironia del luogo di pubblicazione (Gioiosa Marea) e della dedica - «a tutti i calabresi che non si riconoscono in questo libro e alle vittime della ‘ndrangheta, ovunque nel mondo» (p. 5) - antifrastiche rispetto al contenuto del libro; l’“Avvertenza” (pp. 7-9) in cui, secondo la migliore tradizione l’autore dichiara i suoi intenti, si para da possibili critiche e offre al lettore la chiave di lettura del testo. Scritto da un nativo di Siena, ma calabrese di appartenenza e cultura dall’età di due anni, amante della sua terra, orrificato dagli scempi e dai crimini che l’hanno sfigurata ed offesa, il testo è un pamphlet politico, appassionato, talvolta aggressivo, spesso amaramente sarcastico, a tratti esilarante, sempre coraggioso e acuto, con cui lo studioso, grazie alle figure retoriche dell’iperbole, dell’amplificazione e dell’ironia – compiendo (forse) un gesto apotropaico non scevro da utopia - spera di scuotere la coscienza dei - tanti - calabresi per bene invitandoli a riscattarsi insieme alla loro terra. Introdotto dall’“Avvertenza”, il testo si dipana in sedici capitoletti, distribuiti in equa misura (otto + otto) entro le due parti in cui è diviso intitolate, rispettivamente, La natura della ‘ndrangheta e La cultura della ‘ndrangheta. Tesi di fondo del pamphlet è che esiste una linea diretta, un rapporto deterministico di causa ed effetto tra la cultura popolare calabrese e il suo peggior prodotto: la ‘ndrangheta, la cultura mafiosa tipica del territorio calabrese. Per argomentare la sua tesi Tarsia non si serve, come ci si aspetterebbe in un libro sull’organizzazione criminale, di statistiche, nomi, dettagli giuridici, esiti legali, ma, da antropologo, si volge a cercare gli aspetti fondativi della psiche collettiva nel sistema di vita, nei costumi, nella mentalità dei calabresi. Il ritratto che ne emerge è spaventoso e desolante. Ad alto tasso di verità. I temi trattati per dare forma e conto di una mentalità che coinvolge, volenti o nolenti, consapevoli o meno, tutti i calabresi da ormai troppe generazioni, sono quelli, apparentemente banali, della vita quotidiana: la casa calabrese, il rapporto con la natura, gli animali («I calabresi adorano gli animali finti o quelli in tv. [...] Prediligono perlopiù il cane, unico vero adoratore del narcisismo e dell’egocentrismo calabro», p. 51), il paesaggio, l’acqua, l’orto, il giardino, la vegetazione («[i[l culto della palma», p. 36, che nulla ha che vedere con l’eco-ambiente calabrese) il territorio. Una rivisitazione in chiave destruens dell’antico mondo del lavoro contadino cantato da Virgilio - poeta mai idilliaco ma sempre militante - in modo construens e, per questo, ripreso, e amato da Seamus Heaney, il grande poeta irlandese dell’intelligenza e della mediazione, Nobel 1995, recentemente scomparso. Se, grazie a Virgilio, «Le Georgiche sono esistite perché sono esistiti l’agricoltura e l’allevamento; ma questi ultimi hanno potuto sopravvivere alla barbarie perché ci sono state le Georgiche» (come ben dice Paolo Febbraro nel suo bel Leggere Seamus Heaney, Roma, Fazi, 2015, p. 78), altrettanto non si può dire della lettura della realtà calabrese che emerge dalle pagine di Tarsia, dove agricoltura, vegetazione, natura, risultano vittime della barbarie calabrese, in quanto avvertite in termini di ostilità da parte degli abitanti locali e trattate di conseguenza con le armi della violenza, della deturpazione, della totale mancanza di gratitudine per la loro bellezza naturale e di rispetto per il loro tempo e respiro. Ed ecco, la galleria degli orrori che hanno deturpato per sempre la Calabria: obbrobri edilizi, ecomostri a rovinare le spiagge più belle, mostruosi impianti industriali, deforestazione selvaggia, montagne distrutte dal fuoco, antiche rovine e castelli travolti dall’incuria e mortificate da deliranti rattoppi, la cementificazione più dissennata all’insegna dell’ignoranza più atroce e del brutto più allucinante, che porta alla gloria vera del calabrese: quella relativa all’abuso trionfante del calcestruzzo: «’l’essere naturale’ più amato in assoluto dai calabresi» (p. 32). E, a illustrazione di questo punto: «[i] giardini della ‘ndrangheta sono oasi del cemento, del kitsch e dell’esotico [...]. Il giardino è sempre circondato da minidiscariche di spazzatura, compresa quella che il proprietario getta oltre il proprio confine» (p. 33). E la sfilza di crimini, tra cui il più significativo e dolente, la «nave dei veleni» tossici e radioattivi a inquinare e uccidere (p. 68) e a far continuare a mentire, perché, naturalmente «[t]utta la storia delle navi dei veleni è inventata, perché la ‘ndrangheta non farebbe mai questo alla propria madrepatria» (p. 69); e i rifiuti abusivi dappertutto, pur di nascondere, p. es., le ristrutturazioni abusive della proprie, amate dimore (p. 67).
Tra gli altri temi trattati, via via, con penna tagliente e giustamente feroce: il brigantaggio («Il brigante reinventato è l’idealizzazione sovrastorica dello ‘ndranghetista nella cultura popolare contemporanea, p. 73»); i piani politici («I piani quinquennali cristiano/edenici della DC fallirono miseramente, perché furono scambiati per mammelle di mucca da spremere a sbafo», p. 76); le fabbriche («Il bilancio finale è molto più che negativo: è una catastrofe», p. 83); le mastodontiche infrastrutture («L’autostrada A3 [...] è forse l’opera più costosa e più sfruttata dalla corruzione che sia mai stata edificata dall’uomo», p. 85; «La fondazione dell’Università della Calabria [...]. La scelta dell’architetto fu [...] di rottura narcisistica ed egocentrica, alla calabrese. Vittorio Gregotti, fiero ideatore dell’inumano quartiere Zen di Palermo e organico al PCI, interpretò magistralmente la rappresentazione calabra della landscape [...]. Una struttura completamente separata e avulsa dal contesto», p. 89); il sistema economico («Coincide perfettamente con il modello storico dell’organizzazione ‘ndranghetista [tendente] al softnazismo imperante» p . 95); l’artigianato («Sono rari l’imprenditoria e l’artigianato calabresi odierni di qualità, soprattutto quelli onesti», p. 99); la sanità («Essere disabili nella Calabria della Repubblica italiana è vivere una condizione simile a quella di isolamento, derisione e abbandono vissuta sotto ai governi angioini e aragonesi. [...] sistema sanitario fatiscente e corrotto», p. 101); la famiglia («La cultura della famiglia calabrese è solipsista, monolitica, totalitaria: regno dell’autarchia, dell’autoconcetto, dell’autoreferenzialità. [...] è composta da tutti i gradi di parentela contattabile», p. 103); l’educazione dei figli («I figli adolescenti o le mogli di uno ‘ndranghetista vivono in genere una misera condizione, ansiogena e preoccupante, seppure immersi in una jacuzzi leopardata con rubini, seppure circondati dall’austerità zen (postatomica) di una casa popolare», p. 108); il maschilismo («Il dominio simbolico maschile calabrese è agitato da una sola preoccupazione: cercare di annullare la personalità delle donne, per poterle meglio sfruttare, sminuendone il valore, la forza e la saggezza», p. 108); le donne («La tradizione folclorica calabrese è misogina», p. 109, ma la realtà storica mostra che al «fragile angelo del focolare» secondo l’attuale reinterpretazione da «soap opera sudamericana», fino al XIX secolo erano affidati i lavori più onerosi in casa e in campagna mentre «l’uomo beveva vino sotto al pruno», p. 110); la psiche mascolina («culto del priapismo», p. 113 e «omofobia», p. 115); giochi e duelli simbolici (morra e tarantella, p. 122); paideia familiare (mala-educazione impartita «a suon di schiaffi e ceffoni», basata sull’umiliazione, p. 123); madri («La madre calabrese non riuscirà mai a staccarsi dai propri figli [...]. Instillare sensi di colpa è il suo metodo più usato per ricambiarne l’affetto», p. 125). Ed ancora: «l’autocommiserazione è un tratto distintivo della cultura popolare» (ivi); sette e santoni (ossessione degli ‘ndranghetisti per le sette sataniche, p. 126); totale assenza di dialettica e confronto («Qualsiasi atto, comportamento o discorso contrario alla propria persona, famiglia, tribù o cosca lavorativa è interpretato come una dichiarazione personale di guerra. [...] Il bene in senso lato, il bene della società, dello Stato e della comunità sono solo eufemismi per indicare le oscure forze del male che minacciano l’integrità del proprio gruppo», p. 128), l’adorazione di santi mostruosi del calendario cristiano (v. san Francesco di Paola, «collerico e vendicativo, capace di bastonare i fedeli nel sonno» e San Pio «che di miracoli sta disseminando il meridione», p. 129); mafia e religione (processioni e «[l]auti banchetti suggellano antiche amicizie tra chiesa e ‘ndrangheta, paladini del cristianesimo» ma «[n]essuno ha mai visto un vescovo tra i poveri, se non al paludato tg3 regionale», p. 131); caminetti («Il calabrese non conosce la cultura del caminetto, eppure tutti lo hanno costruito a partire dall’ultimo dopoguerra. [...] La maggior parte dei caminetti calabresi non funziona o ha un tiraggio pessimo», p. 135); il disastro edilizio, costruzioni e restauri orripilanti in alluminio e cemento («Il rustico e l’arte povera in Calabria non hanno successo, perché considerati grezzi. Tutto deve essere scintillante e splendente. Gli intonaci sgargianti, per esempio color salmone, rosa elettrico, verde pistacchio, giallo canarino, blu puffo, comunicano anche l’identità del proprietario», p.145); l’ecistica e l’accumulo della roba («l’annichilazione sistematica della propria storia», p. 151 e «La figura dell’accumulo, a partire da quella di mattoni e cemento, è la chiave per interpretare l’intera economia calabrese. E' la mentalità della roba, che si ammassa, da una parte e in segreto. Non si gode ma si tramanda», p. 153); gastronomia, risultato di incroci di popoli e culture da sempre, la Calabria è un ibrido anche in ambito alimentare («L’ottima gastronomia tipica calabrese è, per lo più, un’invenzione di esperti sprovveduti e cuochi ghiottoni, è un mix di ricette siciliane, napoletane, pugliesi, e qualcosa dall’Italia centro-settentrionale. Le caratteristiche peculiari della gastronomia locale sono l’abbondanza di grasso di maiale e lo strafritto di olio d’oliva», p. 157); pigrizia («Da quando si alza al mattino, fino alla sera, la vita del calabrese medio è dedicata a evitare qualsiasi forma di fatica» (p. 159). Tarsia procede impietoso a fissare in una vorticosa successione di primi piani e panoramiche gli elementi del DNA della calabresità. Il campanilismo, l’autoreferenzialità, l’indolenza, l’arroganza e la chiusura mentale condivise e agite da tutti. Smantella anche pregiudizi tanto diffusi. Omertà del calabrese? Decisamente il suo il contrario: «la chiacchiera è il suo pane quotidiano» (p. 161), è sul pettegolezzo che la ‘ndrangheta basa gran parte del suo potere. Anche il luogo comune sulla pericolosità di certi luoghi viene sfatato, perché il calabrese è, in apparenza, gentile e ospitale, salvo osservare sempre il nuovo arrivato come si fa coi pesci nell’acquario. Il nativo è il padrone assoluto del territorio dove l’ospite avanza: «[a]gli estranei si chiede: “A chi appartieni?”» (p. 165). Ma anche il mito dell’ospitalità va rintuzzato, perché, spiega Tarsia, si tratta in realtà di un grande fraintendimento: «L’ospitato è indifeso davanti al suo sovrano ospitante, di cui accetta incondizionatamente il regno politico, giuridico e morale» (ivi). La disamina investe anche l’intellighenzia calabrese fatta oggetto di sottili distinzioni e nuances, che non fanno che accentuare la presa in diretta di una rovina dai toni apocalittici (si legga particolarmente la pagina 102). Alle critiche corrispondono proposte per affrontare e migliorare le diverse condizioni e situazione analizzate. Accorati gli appelli al buon senso e alla riscoperta di una qualche responsabilità civile, il culmine dei quali è toccato in chiusura del libro, dove Tarsia invita in modo accorato a compiere un passo basico e necessario: il rispetto di quattro articoli della nostra Costituzione (Art. 35-38), «quattro gocce di civiltà, quattro inapplicati articoli» (p. 191) che hanno a che fare con il lavoro, perché l’unica arma vera contro la ‘ndrangheta, l’unico possibile «vaccino antindrangheta è il lavoro» (p. 190), ma non quello falso e bugiardo, solo fonte di voti e favoritismi ignobili e conniventi «pronosticato da politici non-lavoratori di destra e sinistra» (ivi), bensì quello inteso dai padri costituenti che rispetti i diritti del cittadino e dia credito alla persona.
Il pamphlet di Tarsia si legge combattuti tra indignazione, passione civile e riso, declinato nelle sue diverse tonalità dal sarcastico al divertito. È un atto di accusa e una richiesta urlata d’aiuto dall’interno di una terra e di una civiltà che rischiano pesantemente di franare travolte dal proprio peggio, se non si sottraggono a se stessi prima che sia troppo tardi. Dovrebbe essere letto dai nostri politici per avere un’idea di quel che non vedono per insipienza e, troppo spesso, per scelta.
Giuliana Adamo, Amaltea
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