Questi sono i miei appunti per una visita alla Chiesa Parrocchiale di Povo.
Ove non altrimenti specificato, le foto sono fatte da me.
Andrea Caranti
andrea.caranti@gmail.com
Si può accedere a questo sito mediante il QR code qui riportato
Marta Cainelli, Povo nel '700, Cassa rurale di Povo 1987 (Lito Velox), 430 p. ill. 31 cm, citato come [Cainelli]
Antonio Bernabè, con una introduzione di Renzo Francescotti, Quando Povo era Comune: microstoria e cronaca di una comunità fra il 1850 e il 1926, Povo, Trento : Club interassociativo Tuttapovo 2003 (Publistampa Pergine Valsugana) 443 p. ill. 31 cm, citato come [Bernabè]
Degli indici di questi due volumi ci sono versioni testuali, non tanto bene formattate, e le scansioni in PDF: [Cainelli] e [Bernabè]
Il testo seguente, che cito come [Gorfer], ha un paio di scarni paragrafi sulla Chiesa, ed il contenuto è oltretutto desueto.
Aldo Gorfer, Le valli del Trentino : guida geografico-storico-artistico-ambientale, (Manfrini, Calliano), 1989
La fonte più ricca di informazioni sulla Chiesa mi appare essere la tesi seguente, che cito come [Zottele]. Ho passato un po' di tempo alla BUC a leggerla e a prendere appunti (la tesi si può solo consultare in formato elettronico, niente scansioni o simili), appunti che ho riversato su questo sito.
Sara Zottele, Per la storia della Chiesa dei Santi Pietro e Andrea di Povo: documenti e opere d'arte. Tesi, Corso di Laurea Specialistica - Gestione e conservazione dei beni culturali [0412D], Relatore Andrea Bacchi, Correlatore Luciana Giacomelli, Trento, AA 2009/10, CN51
La pagina di BeWeb (Beni ecclesiastici in WEB) dedicata alla Chiesa dei Santi Pietro e Andrea
a cura di Alessandra Campestrini, Anna Giulia Mattivi e Roberto Pancheri
(Secondo Anna Giulia Mattivi e Alessandra Campestrini)
Durata del giro: 1 ora massimo (compresi spostamenti)
Itinerario suggerito:
chiesa di Povo con spiegazione, nell’ordine, su:
1.1 esterno
1.2 interno
1.3 abside vecchia e uscita da lì
monumento ai caduti (si passa davanti per raggiungere le Orsoline)
Orsoline
Nel giugno 2012, il numero 2 della rivista Tuttapovo ha pubblicato una commemorazione del Centenario della parrocchia. Ne riportiamo qui un estratto.
Sotto il nome di Povo vengono ricomprese la cinque "storiche" frazioni o villaggi di Oltrecastello, Sprè, Pantè, Salè e Gabbiolo. Fino al 1863, in verità, le frazioni erano sei poiché comprendevano anche Villazzano, che da quell'anno si vedeva finalmente riconosciuto il ruolo di Comune indipendente.
Un periodo importante per il nostro sobborgo fu quello del Concilio di Trento (1545-1563), in vista del quale sulla collina si costruirono ville e palazzi nei quali trovarono soggiorno i padri conciliari ed il loro seguito.
Michelangelo Mariani nella sua opera Trento con il Sacro Concilio del 1673 ebbe a definire Povo la "cantina di Trento" e lo descrisse con le seguenti parole:
"Dalla parte d'Oriente viene tra i siti proprii, e principali il Monte di Poho, qual suol chiamarsi la cantina di Trento, e dalla copia, o scarsezza, che vi regna d'uve, si fa pronostico della Trentina Vindemia. Vi stanno con una Comunità considerabile sei Villaggi, cioè Sprè, Panthè, Salè, Gabbiol, Villazzano e Oltrecastello. Quest'ultimo, per altro de' primi, s'è in parte desolato, per un incendio, che arse più di quindici Case intiere la mattina di 10 Giugno 1672. (...). Si trovano poi a Poho qua e là sparsi frequenti Masi, così detti, quasi Mansioni, perché oltre i Poderi, o sia Fondi di terra fertili, vi stanno Case, e Habitationi nobili di Villa, come si vede anche tutto all'intorno della Città. (...) Li Vini, che a Poho si fanno in tutta quantità, riescono stimabili di qualità si bianchi, che rossi con questo di proprio, che si mantengono in stato; e co'l non essere tutti de' più grandi si godono in Estate vie più con un piccante, che hanno non mai piccante; venendo insieme dolci di suo piede a certi siti. L'Acque ancora vi nascono in copia (...). Fu altre volte Poho l'Arcadia di Trento per i ridotti continui che vi seguivano di Nobiltà, e Cittadini con i più honesti tripudii, e passatempi, massime in Autunno, che vi regna l'Uccellaggione (...)"
Le fonti storiche danno notizia di una comunità stabilmente insediata nella zona compresa tra il Fersina ed il Salè a far data dal XII secolo. Documentano l'insediamento dei conti de Pao, poi diventati Pao - Beseno e l'esistenza di un castelliere sul Doss S. Agata ove la popolazione si rifugiava in caso di bisogno. La rivolta anti-vescovile dei conti Pao-Beseno contro Federico Vanga (1201) e la loro sottomissione al principe-vescovo ebbe come conseguenza la riconsegna del castelliere alla comunità poèra. Da quel momento del castello si perdono le tracce.
Molto antica è anche la chiesa di S. Pietro a Povo, anche se non è possibile stabilire con certezza il momento della sua fondazione. La costruzione della prima chiesa potrebbe essere antecedente al XII secolo, da quando la sua esistenza è storicamente attestata. Ne dà notizia il francescano padre Giangrisostomo Tovazzi (1731-1806) nel suo Parochiale Tridentinum. Egli scrive che il primo documento a testimonianza della presenza della chiesa "Sancti Petri de Pado" risale al 1151: si tratta di un canone contenuto nel "Concordia discordantium canonum" del monaco camaldolese Graziano, vissuto nel XII secolo.
Come per la comunità civile, anche per quella ecclesiastica seguono due lunghi secoli di silenzio, durante i quali la piccola pieve era forse inclusa nella più grande circoscrizione ecclesiastica di Santa Maria di Trento.
Tra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo la pieve di Povo diventava autonoma e il pievano incaricato esercitava la giurisdizione spirituale su un territorio preciso: la sua cura d'anime confinava a nord con quella di Cognola, a sud con quella di San Bartolomeo, ad est con la pieve di Pergine e ad ovest con la parrocchia del Duomo. Sempre il Tovazzi ci fa sapere che il primo ad essere indicato con il titolo di "plebanus" (pievano, sacerdote alla guida di una pieve) è "Nicolaus de Lucemburgo" chiamato con il titolo di "Plebanus Plebis Sancti Petri de Po", carica che egli rivestiva nel 1322. A partire da quel momento, il termine "plebanus" compare regolarmente, associato a coloro che succedettero a Nicolaus in questo ufficio.
Nessun documento ci fa sapere quando la chiesa ha perduto l'iniziale dedicazione al solo San Pietro, per venire intitolata ai santi Pietro e Andrea. Sicuramente nella seconda metà del XVI secolo i santi protettori erano diventati i due fratelli apostoli. Ne può essere prova la bella pala dipinta da Marcello Fogolino negli anni Trenta del Cinquecento: la tela raffigura la Madonna col Bambino, mentre in primo piano s'ergono sant'Andrea e san Pietro. Probabilmente la pala, visto il soggetto e le notevoli dimensioni, è stata dipinta per l'altare maggiore della vecchia chiesa e lì è stata ammirata fin dall'inizio.
Nella sua opera "Trento con il Sacro Concilio et altri notabili" del 1673 lo storico Michelangelo Mariani scrive della chiesa di Povo: "La Chiesa, che serve di Parochiale, è Pieve di buona rendita, et hà con tre Altari assai proprij, la Palla del maggiore in titolo di S. Pietro, e Sante Andrea, Pittura rara. Ogn'anno l'Ottava di S. Pietro Apostolo vi si fà festa con gran concorso di Città, come anco il giorno di Sant'Andrea".
Il vecchio edificio sacro dell'epoca medioevale nel corso del XV secolo era stato ampliato ed arricchito secondo lo stile gotico come testimonia anche la superstite abside poligonale. Nel corso del Settecento gli altari da tre erano diventati cinque; l'altare maggiore era dedicato ai santi Pietro e Andrea; gli altri erano dedicati rispettivamente alla Madonna del Rosario (eretto nel 1635), alla Vergine Annunziata (poi diventato Cuor di Maria), a sant'Antonio Abate (in seguito cambiato con il Cuor di Gesù) e l'ultimo era dedicato a sant'Antonio da Padova (eretto nella seconda metà del XVII secolo).
Don Francesco Antonio Sizzo, parroco a Povo dal 1783 al 1795, aveva apportato alcune migliorie al vecchio edificio sacro, acquistando per 300 fiorini due altari in marmo, provenienti dalla chiesa di San Carlo di Rovereto, che era stata soppressa, e li aveva fatti collocare ai lati dell'altare maggiore. Don Sizzo aveva poi fatto installare un organo sopra la porta principale e aveva voluto la costruzione di una nuova cantoria.
Nel corso dell'Ottocento le attenzioni dei parroci e della popolazione s'erano incentrate sulla manutenzione straordinaria della chiesa, che presentava cedimenti strutturali. Così nel 1880 si dovette ricorrere all'applicazione di una chiave di ferro all'arco principale dell'avvolto per evitare ulteriori fessurazioni e si provvide a rifare il tetto.
Prima che la chiesa ottocentesca venisse demolita per lasciar posto al nuovo ed attuale edificio sacro, nella lunga e tormentata fase autorizzativa, fu la Commissione centrale per la conservazione dei monumenti artistici di Vienna che ordinò la conservazione di alcune parti del vecchio edificio. Per questo ancor oggi possiamo osservare l'abside gotica, il campanile con la cupola a cipolla barocca e l'atrio o pronao rinascimentale in pietra calcarea.
Al XV secolo risale anche la più antica scultura conservata ancora oggi all'esterno dell'edificio. Si tratta di una Imago Pietatis scolpita in pietra grigia, visibile nella lunetta a coronamento del quattrocentesco portale ora posto alla facciata settentrionale, ma che in origine era sul portale principale. All'interno della chiesa gotica, accanto alla pala del Fogolino, i fedeli potevano ammirare sei grandi tele di soggetto biblico, opera del pittore veneziano Francesco Fontebasso (1707-1769); c'era inoltre una pregevole Via Crucis ed un quadro raffigurante S. Antonio da Padova, ex voto dei Poèri del 1674; infine un bel fonte battesimale con scolpita la data del 1607.
Si è accennato in precedenza alle preoccupazioni che l'edificio sacro aveva dato ai parroci nella seconda metà dell'Ottocento. Qualcosa aveva fatto don Gaetano Duchi, parroco a Povo dal 1877 al 1884, e a sua volta don Giovanni Martinelli fra l'1884 ed il 1896 aveva cominciato ad accantonare denari per le necessità dell'edificio sacro. Ma senza dubbio l'artefice della nuova chiesa è stato don Tomaso Dellafior, che fu parroco di Povo dal 1896 al 1918. A distanza di otto anni dal suo arrivo in paese, egli era riuscito ad incrementare notevolmente il fondo messo da parte da don Martinelli fino a raggranellare la cifra di 30.000 corone, poco meno della metà del preventivo per l'intera opera, stimato nel 1906 in 67.000 corone. Si sarebbero dimostrate previsioni rosee, poiché la costruzione veniva portata a termine soltanto alla fine del 1911, con un costo finale di 125.440,08 corone. Della vecchia chiesa di Povo, così scriveva nel 1905 don Tomaso: "La Chiesa di Povo sta nella frazione di Pantè al centro della dispersa Parrocchia. La sua abside guarda ad oriente, è di stile irregolare, piccola e cadente. L'erezione della stessa così come la fondazione della Parrocchia si perdono nella notte dei tempi...". Dunque il parroco intraprendeva questo grande progetto avendo a disposizione meno della metà del presumibile costo per la nuova chiesa; egli, tuttavia, si muoveva in altre direzioni onde reperire i fondi necessari al completamento dell'opera. Una parte del finanziamento sarebbe dovuta arrivare dal Governo di Vienna, un'altra dal Comune di Povo ed infine il prete si aspettava un contributo consistente da alcuni benefattori. Il nostro parroco pensava a Monsignor Giovanni de Montel, Decano della Sacra Rota, che in estate villeggiava a Sprè, e a Sua Eminenza fra' Galeazzo dei conti Thun Hohenstein. In effetti su loro interessamento sul finire del 1904 erano stati stilati i disegni e il progetto della nuova chiesa parrocchiale, che sarebbe sorta in stile basilicale. Il primo progetto era opera degli ingegneri Giulio Barluzzi e Milani di Roma ed era stato portato da Roma a Povo dallo stesso conte Galeazzo Thun, da poco nominato Gran Maestro del Sovrano Ordine di Malta. L'entusiasmo per la nuova opera era tale che don Dellafior sperava di poter iniziare i lavori già nella primavera del 1906, anche se prima egli doveva ottenere l'autorizzazione a radere al suolo la vecchia chiesa. A questo scopo era stata istituita una "Commissione per la Chiesa". L'organismo era presieduto dal Luogotenente signor Carlo Bergmann, e ne facevano parte Giovanni Gasperi, Capocomune; i Consiglieri comunali Francesco Tomasi e Pompeo Giongo; il conte Sigismondo Thun, benefattore della parrocchiale; il conte Giulio Marzani in rappresentanza del Governo e Samuele Tomasi per la Fabbriceria parrocchiale, accanto, ovviamente, a don Dellafior.
La "Commissione" certificava due importanti deficienze della vecchia chiesa gotica: gravi carenze strutturali e statiche dell'avvolto e capienza assolutamente insufficiente in rapporto alla popolazione (il vecchio edificio misurava 260 metri quadrati, mentre il progetto del nuovo riteneva fossero indispensabili almeno 530 mq, che poi divennero 720 mq nella realtà).
Il giorno di S. Stefano del 1907, dopo l'ennesima crepa manifestatasi nel soffitto, il Vescovado e il Capitanato distrettuale ordinavano l'immediata chiusura definitiva della vecchia chiesa gotica.
Per tre mesi i Poèri rimasero senza chiesa parrocchiale e benché in paese non mancassero di certo Cappelle e Oratori, sia pubblici che privati, l'esigenza di riunire i fedeli per le celebrazioni comunitarie fece nascere la necessità di ricorrere ad una sistemazione provvisoria.
A questo scopo fu costruita la chiesa "Baracca", realizzata su un'area coperta di circa 350 metri quadrati.
Questa baracca, costruita in poco tempo dall'impresa Luigi Cagol, era situata nel prato antistante la chiesa, al di là della strada.
Il prato era in usufrutto alla contessa Maria Saracini Belfort, che lo cedette in affitto, dopo trattative non facili, al prezzo simbolico di 30 corone annue.
Si sperava che i lavori per la fabbrica della nuova Parrocchiale sarebbero durati un anno, due al massimo. Come si vedrà fra poco, invece, tale sistemazione provvisoria venne usata per quattro lunghi anni. La Baracca era umida e fredda d'inverno, afosa d'estate; nel 1908 poi fu devastata da una bufera di neve.
Dalla presentazione del primo progetto alla realizzazione del nuovo edificio di culto sarebbero trascorsi sette lunghi anni. Gran parte di questo tempo venne sprecato a causa delle lungaggini legate all'approvazione del progetto. Straordinaria storia di burocrazia, che divenne anche un "infinito Calvario" come lo definì don Tomaso - fino a quando non si arrivò nel 1910 all'assenso definitivo da parte del governo di Vienna. Per contro, il tempo impiegato dalle imprese nella costruzione della chiesa nuova fu di appena un anno e mezzo. Il progetto Barluzzi del 1904 prevedeva la demolizione della navata della chiesa vecchia, sulle fondamenta della quale sarebbe stata ricostruita la nuova, ingrandita a tre navate in stile basilicale, mentre il vecchio presbiterio sarebbe rimasto tale anche per la costruenda nuova chiesa.
Con il parere favorevole degli uffici di Trento - cioè Curia vescovile e Capitanato distrettuale - il progetto veniva spedito a Vienna nel settembre del 1905. Poco più di un anno dopo arrivava la risposta: il progetto sarebbe stato approvato a condizione che della vecchia chiesa venisse conservato non solo il presbiterio, ma anche la facciata principale e che la navata principale del nuovo edificio religioso fosse direzionato da nord a sud (dal Doss S. Agata al Doss S. Rocco) e non da est ad ovest.
A Povo queste condizioni non stavano affatto bene e nel 1907 si rispondeva a Vienna che la facciata della vecchia chiesa era anch'essa pericolante e andava demolita. Per quanto riguarda il direzionamento della nuova chiesa si osservava che il dislivello esistente e le spese aggiuntive per tale modifica ne sconsigliavano la realizzazione.
Come si è già detto, nei primi mesi del 1908 iniziava la demolizione della vecchia chiesa, ma il progetto per la nuova non faceva passi avanti. Qualcuno cominciava a chiedersi per quale motivo i Ministeri viennesi rinviassero continuamente il visto finale e si sussurrava che forse la colpa era del Parroco, inviso alle Autorità governative, che lo ritenevano, a torto o a ragione, di nutrire sentimenti filo italiani. Persino i progettisti romani suggerivano a don Tomaso di cercare alleati nell'alta burocrazia asburgica. Gli consigliavano di accordarsi con l'ingegnere capo per le opere edili della Luogotenenza di Innsbruck, il cav. Natale Tommasi ritenuto - e non a torto - il principale oppositore del progetto elaborato a Roma.
Nel tentativo di sbloccare la pratica che tanto gli stava a cuore, nella primavera del 1910 il Dellafior, a malincuore, chiese un incontro all'ingegner Tommasi, sperando di avere da lui un parere su come si poteva conciliare il progetto Barluzzi con le pretese del Governo di Vienna. La risposta del cavalier Tommasi andò al di là di quanto il parroco sperava; egli promise subito il suo aiuto, assicurando un felice esito della vicenda. "Escrive don Dellafior - tanto brigò, lusingò e minacciò che in tre mesi non solo ottenne la supervisione e la direzione dei lavori della chiesa di Povo, ma s'impadronì anche dei progetti, come fossero suoi".
Il passo compiuto dal Parroco, se da una parte portava all'approvazione definitiva del progetto per la nuova chiesa del paese, dall'altro procurava a don Dellafior grattacapi a non finire. Venivano troncati per sempre i rapporti con gli ingegneri romani, liquidate le loro competenze e dei loro progetti si perdevano per sempre le tracce. Quel che è peggio Galeazzo Thun e monsignor de Montel, i due esimi benefattori sui quali molto, forse troppo, il parroco aveva contato, da quel momento lesinavano il loro appoggio. Scrive nelle sue memorie don Tomaso: "Dura condizione quella in cui si trovava il Parroco: il progetto Barluzzi perduto, lui che non ne vuole più sapere, Thun e de Montel indignati per l'invocato intervento del cav. Tommasi e la Baracca marcia... Che fare? Confidare in Dio che nella necessità non abbandona e nel nome di Dio avanti..."
Benché solo ed amareggiato, Dellafior non perdeva di vista la mèta che s'era prefissata e per la quale aveva almeno ottenuto la certezza dell'approvazione del progetto. Era il luglio del 1910 quando finalmente egli poteva mettere all'asta i lavori per la costruzione della chiesa nuova.
Di questo periodo, intenso e sfiancante, il Parroco ha lasciato una dettagliata descrizione, che di seguito sintetizziamo nei passaggi di maggior interesse. Si tenga presente che quanto ha scritto don Dellafior deve essere valutato alla luce di ciò che per lui era prioritario: restituire quanto prima al culto la nuova parrocchiale e nel contempo contenere il più possibile le spese per non indebitarsi eccessivamente.
Prevedendo che l'autoproclamatosi direttore dei lavori - l'ingegner Natale Tommasi - avrebbe avuto altro cui pensare, da prudente e saggio amministratore il parroco aveva delegato a persone di sua fiducia l'incarico di controllare giornalmente l'avanzamento dei lavori. Inizialmente questa delicata incombenza era stata affidata ad un vecchio ed esperto muratore qual'era Giovanni Furlanelli, sostituito qualche mese dopo dal più giovane Luigi Merz, che svolse quest'incarico sino alla fine dei lavori.
Capofila nella costruzione della nuova parrocchiale fu l'impresa poèra Cagol Luigi & Co., che già aveva realizzato importanti opere edili e stradali in Povo e dintorni. L'impresa edile locale si aggiudicò l'asta pur presentando un'offerta superiore dell'8% sull'importo preventivato: il contratto affidava alla ditta lavori di muratore, di carpentiere, di stuccatore e molti altri da eseguirsi in economia. La società era costituita dai fratelli Davide e Luigi Cagol "Casar" e per quei lavori ne era responsabile Cagol Illuminato. Gli operai della ditta erano ben pagati, perché si portavano a casa sei, sette corone a giornata. Con una punta di amarezza il sacerdote aggiunge che "...essi non fecero mai nulla gratuitamente, anzi pretesero paga doppia alcune volte che si dovette lavorare anche la festa". Al termine dei lavori i Cagol presentarono un conto notevolmente superiore a quello contrattato. Il ricorso ad una neutrale stima peritale diede ragione al parroco committente, ma poi si pose fine alla controversia con un accordo tra le parti che accettarono un'onorevole via di mezzo fra le reciproche esigenze.
Don Dellafior portava l'abito talare, ma quando serviva indossava con disinvoltura i panni dell'imprenditore. Lo faceva ogni volta che dava vita ad un'opera in favore della comunità dove svolgeva la sua cura d'anime e se ne potrebbero citare numerosi esempi. Uno di questi è relativo alla costruzione della chiesa e ci viene offerto dai rapporti con da ditta Dori & Baldessari. Con un ribasso del 4% sull'importo preventivato, la società s'era impegnata alla fornitura dei sassi e delle pietre per le strutture murarie dell'edificio. Ma nel nostro paese non facevano difetto i "tagliapietre", operai che lavoravano il materiale di cava per ricavarne massi squadrati per muri o case. Quale committente del grande edificio di culto, don Dellafior si sentì autorizzato ad assoldare alcuni tagliapietre poèri, affidando loro in economia gli stessi lavori appaltati alla società Dori & Baldessari, nell'intento di velocizzare le opere del cantiere. "Al Dori andò la mosca al naso - scrive il nostro parroco e con una slealtà che nessuno si aspettava, denunciò gli operai che lavoravano per la chiesa al Capitanato distrettuale". Quei tagliapietre persero il guadagno delle loro giornate e furono multati con 10 corone ciascuno. Don Tomaso si fece carico di questi "suoi" lavoratori: pagò le multe e rifuse quanto loro spettava per le giornate lavorate. Ma, e qui si vede la stoffa dell'uomo d'affari, più avanti egli trovò il modo di farsi rimborsare dall'impresa Dori & Baldessari i soldi spesi in quella circostanza.
Don Tomaso Dellafior scrive che furono una decina gli artigiani poèri che a vario titolo collaborarono alla costruzione della nuova parrocchiale. Fra costoro ricorda lo scalpellino Domenico Demattè, che predispose la scala in pietra per il piano superiore della chiesa e ancora il falegname Cirillo Vicentini che eseguì in legno di cirmolo i soffitti di alcuni locali.
Ovviamente per i lavori che comportavano grande impegno o elevata specializzazione il sacerdote fece ricorso a imprese che operavano al di là del ristretto ambito locale. Erano di Trento la ditta Enrico Nones, alla quale vennero appaltati i soffitti in legno delle tre navate; l'impresa Francesco Sparapani che da una sua cava procurò le pietre per la pavimentazione e infine Giovanni Visconti che eseguì tutti i lavori da lattoniere. Le vetrate colorate della parrocchiale arrivarono, invece, dalla Fabbrica di vetro e mosaico "Doctor Jele" di Innsbruck.
Per aprire al culto la nuova chiesa fu necessario acquistare una ventina di banchi nuovi e l'impresa che li costruì - la Vi. Da di Cavalese - fece anche due nuovi confessionali. Fu revisionato l'organo della vecchia chiesa, соstruito da mastro Prospero Foglia nel 1880, organo che venne poi sistemato sopra la porta d'entrata principale. Don Tomaso volle una nuova statua per l'altare dedicato al Cuor di Maria; in sostituzione della vecchia che aveva l'abito guasto e consumato dal tempo.
In tutto questo fervore di opere, quali erano i commenti della gente di Povo? Secondo don Dellafior, una parte di Poèri, che all'inizio del Novecento vedevano sorgere il "gran tempio in stile basilicale", si chiedeva se il loro Parroco fosse uscito di senno. Altri non se ne curavano più di tanto, pensando che qualche benefattore e persona influente avrebbe ripianato tutte le spese. Il contributo volontario e gratuito da parte dei Poèri venne prestato soprattutto nella fase di demolizione della chiesa vecchia, a fronte della quale don Dellafior non annota nessuna uscita in denaro. Numerosi furono coloro che si offrirono per trasportare, gratuitamente con i loro carri, i materiali necessari alla fabbrica. Come si è visto, la costruzione vera e propria dell'edificio di culto fu interamente opera delle varie imprese del settore e sull'aiuto offerto dai Poèri nell'edificazione della loro chiesa, don Tomaso non spende nemmeno una parola.
Con il permesso speciale del Vescovo Celestino Endrici, il 17 dicembre 1911 don Tomaso Dellafior benedisse solennemente la nuova chiesa Parrocchiale. Finalmente in essa si potevano officiare le più importanti Funzioni sacre e i fedeli potevano ripararsi dalle intemperie invernali! Alla presenza di molta gente del paese, il S. Sacramento fu portato in processione dalla Baracca alla nuova Chiesa, dove si celebrò la Messa solenne. Seguì una gran festa, il coro e i fuochi d'artificio. Alla sera la popolazione intera si riversò sotto le finestre della canonica e per il Parroco fu un'ovazione.
Passarono pochi mesi e nel giugno del 1912 don Tomaso poté scrivere con soddisfazione al Comune di Povo che tutta la Rappresentanza era "invitata per il giorno 30 giugno alla consacrazione della nuova Chiesa Parrocchiale, che verrà fatta da Sua Altezza il Principe Vescovo". II Consiglio comunale si dichiarò debitore di riconoscenza verso don Tomaso per le fatiche da lui profuse onde giungere a finanziare la costruzione della nuova chiesa e dirigerne l'esecuzione. "Se oggi Povo può vantare una Chiesa fra le maggiori della diocesi - si legge nel verbale di quella seduta del Consiglio - è solo opera sua". Per questo motivo la Giunta comunale propose che don Tomaso Dellafior venisse nominato cittadino onorario di Povo a titolo di perenne riconoscenza.
Venne preparata una pergamena, con la seguente iscrizione: "La Rappresentanza comunale di Povo, in plenaria seduta del giorno 22 giugno, interprete del sentimento della popolazione, ad unanimi voti nominò il Molto Reverendo Suo Parroco don Tomaso Dellafior dei Masi di Cavalese a cittadino onorario del Comune in grata riconoscenza delle benemerenze di lui verso il paese e verso questa Chiesa".
Finalmente il 30 giugno si poté far festa per la consacrazione della chiesa e questo è il resoconto di quella giornata riportato nel giornale "Il Trentino" del giorno 1 luglio 1912: "È con il cuore pieno di gioia che scrivo queste due righe. Miglior riuscita non si sarebbe potuta aspettare; non si verificò alcun incidente che potesse turbare la Festa; grande il concorso dai paesi vicini e dalla città. Il contorno della Chiesa era piantato a verde e così pure il percorso che dalla Chiesa si estende fino all'entrata del paese. Tre magnifici archi portavano iscrizioni di circostanza. Sua Altezza il nostro Principe Vescovo entrava verso le ore sette, omaggiato dalle Autorità locali, dalla nobiltà del paese, scortato dai pompieri ed accompagnato da una folla esultante. Non mancarono le poesie d'occasione da parte dei bambini dell'Asilo e degli scolari. La funzione incominciò subito e durò fino alle 10,30, ora in cui iniziò la S. Messa. Il discorso tenuto al popolo da Sua Altezza il Vescovo commosse profondamente; il coro si produsse durante l'Ufficio con diversi brani finemente eseguiti, nonché alla sera con il canto del "Te Deum". Taccio del pranzo che segui alla lunga ma bella funzione e dei relativi brindisi. Rilevo solo il discorso tenuto dal signor Giuseppe Frizzi, che presentò al Reverendo Parroco don Tomaso Dellafior in pergamena artistica il decreto del Comune, con il quale lo si nominava cittadino onorario, quale attestato di stima e gratitudine per i tanti sacrifici durati nella costruzione della Chiesa e dell'Asilo infantile, di cui fu l'anima. Rilevo un'altra poesia grandemente gustata da Sua Altezza il Vescovo e dagli altri invitati recitata da don Giuseppe Maurina. Alle 14 venne anche la Banda locale di Trento a rallegrare e dar vita alla Festa. Intervenne pure inaspettatamente il bravo coro di Cognola, che con gentile pensiero volle associarsi alla nostra gioia, e canto diversi cori, due specialmente sotto alla canonica, quale segno di congratulazione da parte del loro Parroco, don Giuseppe Fadanelli. Infine, per non trascurare nulla, ci fu anche un bel programma di fuochi artificiali, non come quelli di S. Vigilio - intendiamoci; e con quelli si chiuse la memoranda Festa che resterà sicuramente a lungo impressa nel cuore di coloro che v'intervennero".
Purtroppo don Dellafior poté vedere la "sua" chiesa gremita di fedeli soltanto per un paio d'anni. Lo scoppio della prima guerra mondiale dimezzò la popolazione, privandola di almeno 600 profughi e di altrettanti uomini chiamati alle armi. Quando finalmente la guerra ebbe termine, dopo quattro lunghi anni, don Tomaso morì improvvisamente nella notte di capodanno del 1919.
Il successore di don Dellafior fu don Vigilio Tamanini e la principale opera da lui sostenuta fu l'istituzione dell'Oratorio parrocchiale. Per quanto riguarda la chiesa possiamo dire che don Tamanini fu il promotore del suo completamento.
Il primo impegno fu rivolto alla facciata principale che, per decisione della popolazione, venne dedicata ai caduti della guerra 1914/18. A questo scopo vennero utilizzati i fondi raccolti anni prima da un "Comitato pro monumento ai caduti" che se n'era fatto promotore già dal 1921, ma che non aveva trovato un progetto convincente per la sua realizzazione.
Fu una proposta avanzata nel 1927 dalla Regia Prefettura di Trento che fece rompere gli indugi al "Comitato". Quei fondi sarebbero stati spesi, si decise in accordo con il parroco, per costruire un portale alla facciata principale della chiesa con funzione ornamentale e che nello stesso tempo sarebbe servito a imperitura memoria dei caduti di Povo. Il progetto per quest'opera faceva parte degli elaborati a completamento della nuova chiesa preparati anni prima dall'architetto ing. Natale Tommasi.
Il portale venne costruito dall'impresa trentina Augusto Ambrosi e messo in opera dal poèro Domenico Giacomoni di Sprè. Due lastre in "pietra bianca di Oltrecastello" ai lati del portale riportano 64 nominativi di poèri caduti nella prima guerra mondiale.
Fino allora all'interno la chiesa doveva apparire piuttosto spoglia nel grigiore del grande catino absidale. Don Vigilio Tamanini, prendendo spunto dalla devozione che da tempo immemorabile i suoi parrocchiani dedicavano alla Madonna del Rosario, ritenne desiderabile che la decorazione della parte più in vista della chiesa ne facesse menzione. Si rivolse quindi ad Anton Sebastian Fasal, artista che in quel periodo stava affrescando alcune chiese in Valsugana. Il Fasal rispose a don Vigilio con una prima lettera del 12 dicembre 1928, informandolo di aver appena terminato il presbiterio della chiesa di Spera e che stava finendo quello della chiesa di Strigno. In seguito il pittore assicurò il nostro parroco che si sarebbe dedicato al progetto per la decorazione della chiesa di Povo, avvertendolo che "fra poco vengo anch'io personalmente a trovarlo e mostrerò le mie idee artistiche". In gennaio venne raggiunto l'accordo sul preventivo delle spese necessarie per eseguire l'opera.
Finalmente il 15 febbraio del 1929 fu firmato il contratto, in base a cui don Tamanini affidò ad Anton Fasal l'incarico per "l'esecuzione del grande affresco nella Callotta del presbiterio della Chiesa Arcipretale di Povo, figurante il ringraziamento di S. Pio V, Sommo Pontefice dopo la battaglia di Lepanto, come da bozzetto approvato dalla Commissione diocesana di belle arti, lavoro che deve farsi nella bella stagione del 1929". L'importo stipulato per il lavoro fu di Lire seimila. Nel marzo del 1929 anche la Commissione diocesana per l'arte sacra intervenne nella vicenda, comunicando al parroco in una lettera di aver in via di massima approvato il progetto, suggerendo però alcune modificazioni riguardanti i costumi dei guerrieri, la caratterizzazione storica dell'evento e l'opportuno rilievo da dare alle figure dei santi patroni Pietro e Andrea.
Nell'autunno del 1929 il lavoro era terminato e Fasal venne pagato regolarmente, come da contratto. Egli ricevette inoltre un riconoscimento per l'ottimo risultato conseguito: il 3 ottobre la Curia autorizzò la fabbriceria della chiesa a dare all'artista un premio in denaro, in considerazione del fatto che "ha provveduto a decorare con arte la chiesa e che è stato impiegato anche oro con certa larghezza".
Nell'affresco del catino absidale, in alto, domina la ieratica ed imponente figura della Madonna in maestà, seduta sulle nubi, col Bambino sulle ginocchia, il quale tiene nella mano sinistra il rosario. Sopra queste due figure si nota la colomba dello Spirito Santo. Ai lati sono disposte le figure dei patroni della chiesa, san Pietro e sant'Andrea, e dei quattro evangelisti, affiancati dai loro simboli.
Sotto questa scena di paradiso, il pittore ha rappresentato il ringraziamento da parte dei cristiani per la vittoria ottenuta dall'armata navale cristiana contro i Turchi nella battaglia di Lepanto, che si svolse nel 1571, attribuita all'intercessione di Maria. Al centro si staglia la figura di papa Pio V, in abiti pontificali, il quale parla alla presenza ideale dei principali condottieri della battaglia e ricorda loro la protezione di Maria. Il pontefice è collocato davanti ad un altare, illuminato da alcuni ceri accesi, dietro cui si intravvede un crocifisso. A fianco del papa sono ritratti i comandanti della flotta cristiana, artefici della storica vittoria, mentre sullo sfondo sventolano le bandiere degli eserciti che hanno preso parte al conflitto. Tra questi personaggi si notano anche alcuni prelati. Nella parte inferiore, in primo piano, alcune guardie svizzere consegnano al papa la lanterna integra della nave ammiraglia cristiana; a destra un'altra guardia inginocchiata mostra i simboli della sconfitta dell'esercito nemico, mentre altri soldati conducono un gruppo di prigionieri turchi.
L'affresco, della superficie di circa 140 metri quadrati, è un complesso di diverse decine di persone. La preparazione storica fu coadiuvata da persone competenti in materia e l'Artista vi si preparò con gran cura. Per lo studio dei ritratti, dei costumi e delle bandiere egli si recò appositamente a Venezia e a Roma. Qualche manchevolezza c'è, ma il Pittore ad esse rispondeva sorridendo "... non sono un greco (non curo il dettaglio - n.d.r.), e le piccole cose scompaiono nella magnificenza e nella grandiosità dell'insieme".
Termina a questo punto questa sintetica ricerca storica sulla chiesa parrocchiale di Povo. Si ferma alla prima metà del Novecento ricordando, tuttavia, che interventi e migliorie al sacro edificio sono continuati anche nella seconda parte del secolo scorso, al fine di rendere la chiesa sempre più accogliente per i fedeli e consona ai riti religiosi. E numerosi sono stati anche gli interventi di manutenzione straordinaria all'edificio: intonacatura a nuovo di tutto l'esterno; revisione e risistemazione dei coppi sul tetto; impianti di riscaldamento e di illuminazione e così via.
Ci siamo però fermati agli anni Trenta constatando che la chiesa dei Santi Pietro e Andrea sostanzialmente si presenta ai nostri giorni così come la potevano ammirare i nostri padri e nonni più di mezzo secolo fa.
In verità le opere d'arte conservate all'interno non sono esattamente quelle di allora. Nella notte tra l'l e il 2 novembre 1978 un grave furto ha privato la chiesa di Povo di una parte importante del suo patrimonio artistico. Tre quadri del Fontebasso, Ester e Assuero, il Sacrificio di Gedeone e il Sacrificio di Manoach e della moglie, i quadri della "Via Crucis" e quello di S. Antonio da Padova vennero rubati. Così il parroco don Remo Noriller testimoniava l'accaduto: "La mattina dei Morti del 1978, aprendo la chiesa verso le sei e mezzo, assieme al sagrestano Merz Vittorio, trovammo la dolorosa sorpresa che durante la notte erano state rubate tre tele del Fontebasso, le due scene di Sacrificio e l'incontro di Ester con Assuero. (...) Le cornici invece erano disseminate per tutta la chiesa. I ladri avevano forzato la porta principale della chiesa". Solo il Sacrificio di Gedeone è stato recuperato nel 1995, purtroppo di dimensioni ridotte perché privato del paesaggio, come si può osservare dal confronto delle due immagini in questa pagina.
Del dipinto su tela, datato 1674, raffigurante "S. Antonio da Padova in adorazione del Bambino" è stata fatta una copia, utilizzando un'immagine fotografica di repertorio, dal pittore locale Achille Franceschini.
Nel 1985 Achille Franceschini ha realizzato l'attuale "Via Crucis" in 14 tele con colori acrilici ed applicazione di foglia d'oro. Il percorso, oltre che sulla composizione delle figure, si affida alla gradazione dei colori che parte dai toni caldi per arrivare all'assenza di colore nella tredicesima stazione, quella della deposizione nel sepolcro. Quest'ultima è volutamente messa in contrapposizione con l'esplosione di colore e di luce della tela che rappresenta la resurrezione del Cristo.
[Nella notte fra il 21 e il 22 novembre del 1800 la Chiesa era stata spogliata di tutta l'argenteria.]
Testi tratti da Wikipedia
Francesco Salvatore Fontebasso (Venezia, 4 ottobre 1707 – Venezia, 31 maggio 1769) è stato un pittore italiano, uno dei principali esponenti della pittura veneta nel periodo rococò.
Formatosi nella bottega di Sebastiano Ricci, nel 1728 si recò a Roma, dove dipinse La cena di Baldassarre e Adamo ed Eva. Tornato a Venezia, la sua pittura fu influenzata da quella di Giambattista Tiepolo, come testimoniano lo Sposalizio di santa Caterina e l'Adorazione dei pastori.
Intorno alla metà del Settecento intervenne nella villa oggi conosciuta come "Ca' Zenobio" nei pressi di Treviso, su commissione del proprietario di allora, l'avvocato veneziano Sebastiano Uccelli. Nel salone al primo piano, Fontebasso affrescò entro raffinati stucchi rocaille le allegorie della Giustizia, della Pace e delle Virtù; il pittore realizzò anche una serie di tele, oggi in collezioni private. Fontebasso affrontò anche l'impresa della decorazione della barchessa, ispirandosi all'esempio del Tiepolo: nella sala da ballo, entro un impianto scenico illusionistico spettacolare, sono rappresentati tre episodi di tematica storica. L'interpretazione dei soggetti non è ancora unanime. Credendo - erroneamente - che la decorazione fosse stata realizzata quando la proprietà della villa era già passata alla famiglia veneziana degli Zenobio (1779), si è voluto identificare il tema degli affreschi con l'incontro tra l'imperatore romano Aureliano e Zenobia, regina di Palmira e mitica antenata degli Zenobi. Oggi, piuttosto, si pensa che Fontebasso abbia voluto rappresentare episodi leggendari legati alla continenza di Scipione l'Africano.
Lavorò a Padova, a Treviso e a Trento, per poi recarsi a San Pietroburgo tra il 1761 ed il 1762, dove realizzò tele e affreschi per il Palazzo d'Inverno.
Tra i soggetti pittorici preferiti si trovano scene bibliche e religiose, scene mitologiche, ritratti.
Marcello Fogolino (Vicenza, 1483 / 1488 circa – dopo il 1558) è stato un pittore italiano.
Marcello Fogolino, nato probabilmente a Vicenza fra il 1483 e il 1488 da una famiglia di origine friulana, è l'artista che più a lungo operò al servizio del Principe Vescovo Bernardo Clesio. Egli contribuì, insieme al Romanino, ai fratelli Dosso Dossi e Battista Dossi, all'affermazione della pittura rinascimentale in Trentino, mettendo a frutto la sua particolare predisposizione ad assimilare rapidamente svariati linguaggi pittorici, avvicinati nel tempo a contatto con diversi artisti italiani.
La sua formazione avvenne presumibilmente presso il padre, anch'egli pittore, integrata dalla frequentazione delle migliori botteghe presenti allora nell'area veneto-friulana. Dichiara di aver operato per otto anni a Venezia, mentre nei primi anni '20 risulta essere a Pordenone dove esegue alcuni dipinti, fra cui due pale per il Duomo. Nel 1526 viene accusato, insieme al fratello Matteo, pure lui pittore, di aver assassinato un barbiere in Friuli; chiamati a presentarsi in giudizio a Udine, i due fratelli fuggono invece a Trento, venendo banditi da tutto il territorio della Repubblica Veneta. Arrivati in città nel 1527, subito si diedero da fare per ottenere un salvacondotto, concesso e più volte rinnovato dal governo veneziano in cambio di informazioni politiche.
Dopo un iniziale periodo di difficoltà a causa della mancanza di lavoro, per il Fogolino si presentò l'occasione di partecipare alla decorazione del Magno Palazzo di Bernardo Cles. Ottenuta la fiducia del cardinale, il pittore veneto, a partire dal 1531, si mise al suo servizio, affrescando dapprima alcuni fregi sul prospetto dell'edificio, in seguito la serie degli imperatori romani e gli episodi della vita di Giulio Cesare nella Camera terrena del Torrion da basso, mostrando di non essere indifferente alle suggestioni derivanti dallo stile degli altri due pittori protagonisti, Dosso e Romanino, impegnati come lui nella decorazione del palazzo.
L'attività per conto del Principe Vescovo, tuttavia, non si limitò ai lavori al Castello del Buonconsiglio, ma lo vide presente, almeno fino al 1535-1536, nelle proprietà vescovili anche in centri più periferici, come Castel Selva presso Levico, il Palazzo di Cavalese, Castel Cles, il Palazzo assessorile di Cles e Castel Toblino nelle omonime località.
Per quanto riguarda l'opera di Fogolino a Trento, un suo intervento sicuro c'è stato per gli affreschi di Palazzo Sardagna[1] e per parte della facciata della cosiddetta Casa Rella, in piazza Duomo. Intensa fu anche la produzione di dipinti a tema sacro; in questo giro d'anni, infatti, realizzò pale d'altare sia per chiese cittadine (Duomo e San Marco), sia per località limitrofe (Sardagna, Povo, Caneve, Calavino). Dai documenti sappiamo che il soggiorno fogoliniano a Trento fu spesso inframmezzato da viaggi in Friuli.
Nel 1547 si recò ad Ascoli Piceno dove decora un salone al piano nobile di un'ala del palazzo vescovile con un ciclo tratto dalle Storie di Mosè. Il committente, il vescovo Filos Roverella, che aveva probabilmente conosciuto il pittore a Trento durante i lavori conciliari, lo convocò ad Ascoli per la decorazione del salone di rappresentanza dell'ala del palazzo da egli stesso fatta edificare. Il ciclo si caratterizza per alcuni interessanti spunti narrativi ed una vivacità cromatica, elemento dovuto anche al fatto che la decorazione è rimasta occultata per quasi due secoli fino alla sua riscoperta nel 1961.
Di nuovo a Trento negli anni '40, il Fogolino portò a termine per il nuovo Principe Vescovo, Cristoforo Madruzzo, la decorazione della sua villa suburbana appena edificata, il Palazzo delle Albere, mentre nel 1548 affrescò a Bressanone la cappella del palazzo vescovile, in seguito distrutta. A lui sono attribuiti gli affreschi di due sale in Palazzo Sardagna, già sede, sino al 2013, del Museo tridentino di scienze naturali.
Nel 1558 in una lettera spedita a Trento da Innsbruck si chiedevano notizie sul suo conto, in previsione di un incarico concernente la decorazione della residenza imperiale di quella città. È l'ultimo documento che riguarda il Fogolino che, tuttavia, non si sa se a quella data fosse ancora in vita.
Anton Sebastian Fasal (Vienna, 1899 – 1943) è stato un pittore austriaco che ha lavorato a lungo in Italia, in particolare in Trentino.
Anton Sebastian Fasal è stato un artista austriaco nato a Vienna[1] nel 1899 e che lavorò negli anni venti e trenta in Trentino, in particolare in Valsugana, dove, nella chiesa di San Giuseppe di Samone, realizzò il suo più significativo ciclo di affreschi.[2]
Da accademico, mentre nel 1938 si trovava a Bressanone, accolse nella sua bottega ed iniziò all'attività pittorica il giovane Karl Plattner.
Giovanni Battista Lampi, detto il Vecchio (Romeno, 31 dicembre 1751 – Vienna, 11 febbraio 1830), è stato un pittore italiano.
Nacque il 31 dicembre 1751 a Romeno, nell'allora principato vescovile trentino. Ultimo dei quattordici figli di Mattia Lampi, anch'egli pittore originario della Val Pusteria, imparò i primi rudimenti della pittura dal padre e dal cugino Pietro Antonio Lorenzoni, che seguì a Salisburgo nel 1768 per due anni dove seguì i pittori Franz Xaver König (1711-1782), ritrattista della locale corte e Franz Nikolaus Streicher (1736/38-1811). A vent'anni tornò a Romeno, per poi spostarsi nel 1772 a Verona dove ebbe contatti con gli allievi di Giambettino Cignaroli e fu allievo di Francesco Lorenzi. Dipinse ritratti e pale a Trento, nel suo studio sito nel palazzo Travaglia (oggi de Maffei, in Via Rodolfo Belenzani). Nel 1779 soggiornò a Rovereto, dove realizzò i ritratti delle famiglie locali Festi e Lodron. Di questo periodo è uno dei suoi capolavori: il ritratto del vescovo di Nepi e Sutri Girolamo Luigi Crivelli. La morte del padre, nel 1780, spinse il pittore a spostarsi a Innsbruck.[1][2]
Si trasferì quindi in Austria, dove nel 1781 eseguì il ritratto dell'arciduchessa Maria Elisabetta d'Asburgo-Lorena, sorella di Giuseppe II, che lo fece entrare nelle grazie della corte. Fu così chiamato a Klagenfurt dall'arciduchessa Maria Anna d'Asburgo-Lorena, per giungere infine a Vienna nel 1783. Pochi anni dopo, divenuto oramai uno dei pittori più in vista della capitale, Giuseppe II lo nominò professore all'Accademia.
Oramai famoso, venne chiamato anche alle corti di Stanisław Poniatowski e di Caterina II. Lampi arrivò a San Pietroburgo nel 1791, su invito del segretario di Caterina II, il generale Vasilij Popov, che aveva avuto modo di conoscerlo ed apprezzarlo a Varsavia. La protezione della grande Caterina, da lui ritratta più volte, procurò al maestro molti importanti incarichi, tanto che in Russia si trattenne per più di sei anni, fino alla morte dell'imperatrice. Durante la sua permanenza in Russia dipinse una serie di tele, unanimemente considerate tra i capolavori della ritrattistica europea di fine secolo.
Rientrato a Vienna, fu nominato Cavaliere dell'Impero e gli fu conferito un titolo nobiliare. All'ultimo periodo, trascorso a Vienna, appartengono ritratti ufficiali (A. Canova, 1806, Vienna, Österreichische Galerie), ma anche immagini più intense, legate all'ambiente familiare (G. Battista Lampi junior con il nipote, Innsbruck, Museo Ferdinandeum). Con l'Autoritratto del 1828 (Vienna, Österreichische Galerie) termina la sua fortunata attività artistica che fa di Lampi il più importante ed acuto ritrattista neoclassico. I suoi dipinti sono caratterizzati dall'espressività dei volti, dalla luminosità dei tratti, dallo splendore degli abiti e dalla minuzia dei dettagli e morbidezza cromatica. Ritrasse i personaggi più importanti della sua epoca, come la zarina Caterina II di Russia, gli imperatori d'Austria Giuseppe II e Francesco II, l'arciduchessa Maria Anna, il conte Stanisław Potocki, il barone Giovanni Alessandro Brambilla di Carpiano, il conte Giulio Renato Litta, lo scultore Antonio Canova, la principessa Julia Lubomirska e Amalia Potocka con la figlia. Nel 1828 donò all'imperatore la sua ultima opera, l'Autoritratto al cavalletto, ora conservato alla Galleria del Castello del Belvedere di Vienna. Morì a Vienna l'11 febbraio 1830. La sua eredità artistica fu raccolta dai due figli: Giovanni Battista junior (Trento, 1775 – Vienna, 1837) e Francesco (Klagenfurt, 1782 – Varsavia, 1852). La sua tomba è ancora presente al Zentralfriedhof di Vienna.
Suoi dipinti sono conservati in molti musei, tra questi: Kunsthistorisches Museum, Museo Castello del Belvedere - Vienna; Galleria Palatina ed Appartamenti Reali (Palazzo Pitti) - Firenze; Museo del Louvre - Parigi; Museo dell'Ermitage - San Pietroburgo; National Gallery of Denmark - Copenaghen; National Gallery of Scotland - Edimburgo; Museo Nazionale - Varsavia; Museo Castello del Buonconsiglio - Trento; Museo di belle arti - Budapest; Galleria civica - Bolzano; The Morgan Library & Museum - New York; Ferdinandeum - Innsbruck; Deutsches Historisches Museum - Berlino.
Questo testo è in parte desueto.
La parrocchiale, a Pantè, dei Santi Pietro e Andrea, ricordata nel 1131, fu riedificata nel 1910 accanto al vecchio campanile e alla vecchia abside gotica (magazzino della sacristia) che reca tracce di affreschi (Crocifissione). Il portale laterale ha pronao rinascimentale ed Ecce Homo gotico nella lunetta. Il portale in neo-rinascimento è dedicato ai caduti del 1914-18. L'interno è a tre navate con soffitto ligneo.
Sulle pareti sei quadri di soggetto biblico di Francesco Fontebasso (1759). [Alcune di queste tele sono state rubate, le rimanenti sono ora al Museo Diocesano.]
Nel presbiterio, a sinistra, bella tela dei Santi Andrea e Pietro di Marcello Fogolino. Anche la lunetta è del noto pittore del secolo XVI. A destra Natività, altorilievo in legno di Josef Moroder (St Ulrich/Ortisei 1883 - ~1956), uno dei figli del più famoso Josef Theodor Moroder-Lusenberg . L'abside è interamente affrescata dal tedesco Antonio Fasal.
Nella sacristia ritratto del parroco Gabriele Gabrielli di G. B. Lampi (1779). [Quest'ultima opera, che vediamo qui di seguito, in un'immagine tratta da Pievani e parroci della chiesa dei Santi Pietro e Andrea, si trova ora al Museo Diocesano.]
Quel che segue è lo sbobinamento, per così dire, di alcuni appunti che ho preso in occasione della consultazione della imponente tesi [Zottele] alla BUC il 22 e il 25 agosto , e il 17 settembre 2025. Mi sono concentrato sulle 29 schede relative agli arredi della Chiesa.
Le opere più rilevanti nella Chiesa sono
l'affresco tardo quattrocentesco nell'abside della Chiesa antica, rappresentante "Dio Padre, Cristo Crocifisso, la Madonna e Simonino"
la pala del Fogolino (~1537), oggi sulla parete N del presbiterio, rappresentante "Madonna con il Bambino e i Santi Pietro e Andrea"
Poi ci sarebbero state le sei tele di Fontebasso, dunque del secolo XVIII. Purtroppo tre di queste furono rubate, insieme a un "Sant'Antonio da Padova con il Bambino" (1674), e a tutte le 14 stazioni della Via Crucis (XVIII secolo). Le tre tele rimaste del Fontebasso, più una quarta ritrovata mutilata del paesaggio, si trovano ora al Museo Diocesano Trentino.
Ho riordinato la numerazione delle schede, raggruppando opere contigue. La scheda 28 bis è mia.
Fontebasso arrivò a Trento una prima volta nel marzo del 1736, chiamato dalla Confraternita dell'Annunziata. Le tele di Povo sono probabilmente di questo periodo. Tornò a Trento nel 1759, dopo aver acquisito grande fama a Venezia. Una delle opere (poi rubata), "Ester e Assuero", è ripresa da un'opera di Sebastiano Ricci (1733), tant'è che originariamente anche questa era attribuita a Ricci o a suo nipote Marco.
[Per Fontebasso, si veda anche l'articolo
Le tele rappresentavano
Salomone e la Regina di Saba
il Sacrificio di Gedeone (RR)
il Sacrificio di Manoach e della moglie (R)
adorazione dei pastori
resurrezione di Cristo
Quelle rubate sono indicate con (R). Quella indicata con (RR) fu prima rubata e poi ritrovata, sia pure mutila del paesaggio.
Salomone e la Regina di Saba
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Resurrezione di Cristo
da Wikipedia, di Sailko, Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale
Adorazione dei pastori
da Wikimedia Commons, di Sailko, Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale
Il sacrificio di Gedeone (con integrazione in bianco e nero delle parti tagliate)
da Wikipedia, di Sailko, Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale
Iscrizioni, molto rovinate, sul bordo inferiore "[...ona] a fato fare queste/[dev]ocone", sul libro in mano alla Madonna "[...]/[...]opu II".
Risale alla prima metà del XVI secolo. Fu forse coperto per qualche tempo dall'ancona di Fogolino con Pietro e Andrea, che forse era fissata alla piastra metallica che ancora si vede. Il culto di Simonino (morto nel 1475) fu fortemente promosso dal Principe Vescovo Giovanni Hinderbach, che regnò dal 1465 al 1486. La rappresentazione del Simonino si trova a Povo forse per imitazione, promosso da un donatore, di quella che c'è nell'omonima Chiesa di San Pietro (e Paolo) a Trento. È opera di un artista locale assai modesto, come si vede dalle fisionomie, dai panneggi che infagottano i personaggi, e dalla insicurezza nella resa della profondità. Inoltre il Simonino (che porta i suoi usuali attributi, fra cui il coltello e la ciotola col suo sangue, e varie ferite sanguinanti sul corpo) non sembra proprio un bambino, massiccio e tozzo com'è. Nella rappresentazione, Dio Padre sorregge la Croce con il Figlio.
[sotto all'affresco precedente c'è anche questo, che dovrebbe rappresentare San PIetro e Sant'Andrea]
Si trova nella lunetta del portale settentrionale, risale al XV secolo, attribuita a un lapicida di ambito veneto. È l'unico esempio di "Imago Pietatis" lapidea del '400 trentino.
Si trova nel protiro della facciata N. È opera di inizio XVI secolo, di un lapicida di ambito lombardo o veneto.
Si trova nel protiro della facciata N. Come il precedente, è opera di inizio XVI secolo, di un lapicida di ambito lombardo o veneto.
Si trova sulla facciata N. È l'opera più antica nella Chiesa, opera di un lapicida di ambito trentino del XV secolo. Fra gli esempi simili, c'è quello del 1480 a Bleggio Superiore.
Si trova sulla parete N del presbiterio. È opera del Fogolino ~1537. I Santi presentano i classici attributi, la croce Andrea, le chiavi e il libro Pietro.
Altra opera di Fogolino, sempre ~1537, sempre sulla parte N del presbiterio. Sul libro si legge "EGO/SUM/LUX/MUNDI".
Accoglie i due dipinti del Fogolino di cui alla scheda 7 e alla scheda 8.
Si trova sul lato N del presbiterio, è stata realizzata da un lapicida di ambito castionese nella seconda metà del XVIII secolo.
Fa parte della trasformazione del presbiterio del XVII secolo, con l'intento di avvicinare l'altare maggiore alla vista dei fedeli. La pala di Fogolino, che originariamente era sull'altare, è stata ridimensionata per inserirla nell'ancona, come si vede dal taglio della sommità dell'arco dorato, e nella lunetta dalla testa dell'angelo di sinistra e dal libro.
Come si vede dal logo, la prospettiva frontale è stata realizzata da Google Gemini.
Dettaglio della pala, da Ordine e Bizzarria. Il Rinascimento di Marcello Fogolino
Si trova sul lato N del presbiterio. Risale al XVIII secolo, è opera di un lapicida di ambito trentino.
Si trova sul lato N del presbiterio. In ferro battuto e legno di conifera, risale al XVI e XVIII secolo, è opera di un artigiano di ambito trentino.
Si trova sulla parete della navata S, vicino all'ingresso., risale alla seconda metà del XVII secolo, è opera di un lapicida di ambito trentino. Il modello della testa potrebbe essere ripreso da conci in chiave, quali quelli che si trovano a Villa Mersi, o a Palazzo Bortolazzi (forse più noto come Palazzo Larcher - Fogazzaro) in via del Simonino.
[La foggia della bocca del personaggio fa pensare che l'acquasantiera sia un riadattamento di una più antica fontana. Un esempio simile è quello della base del fonte battesimale della Chiesa di San Sabino a Seregnano]
Si trova sulla parete S della chiesa antica. Reca la scritta "OLEUM SANCTUM/INFIRMORUM".
Reca la scritta "CASSA DELLE/ANIME". Si trova nel deposito sopra la sacrestia, sul lato S. Opera della seconda metà del XVIII secolo di un artigiano trentino.
Nel presbiterio, seconda metà del XVIII secolo. Base mistilinea e modanata. Decorata da una cartella, inserita in una cornice mistilinea e modanata, culminante con una doppia voluta, e due specchiature alte e strette. Le parti angolari sono decorate con modiglioni. Il pannello inferiore è un elemento moderno di raccordo.
Datati 1792, rappresentano un bel lavoro, con una raffinata esecuzione delle volute decorate e delle rosette applicate in cima alle lesene. Sono opera di un "Maestro Tisler", dove "Tisler"sta per "Tischler", cioè artista/artigiano del legno.
Con balaustra, fu costruita nel 1793 per ospitare un organo usato acquisito da Roncegno. Presenta un profilo mistilineo. Alle estremità due pilastrini decorati con foglie d'acanto. Altri due pilastrini sono decorati con erme angeliche (a un angioletto manca un'ala).
Opera di un artigiano di ambito trentino.
Risale alla seconda metà del XVIII secolo, è opera di un artista di ambito castionese, probabilmente di una delle due famiglie più rappresentative, i Benedetti o i Sartori. (Castione, una frazione di Brentonico, ha una lunga tradizione lapicida, anche per le sue Cave.) Fra i marmi impiegati ci sono il mischio della Valcaregna, l'ammonito bianco, il nero di Ragoli, il giallo di Castione, più un po' di stucco.
Occupa tutta la larghezza del presbiterio. Due porte laterali, che conducono all'ambone, sono sormontate da un timpano ondulato spezzato. La cornice inferiore è rettilinea e modanata, rientrante ai lati. L'antependio è decorato da una grande specchiatura esagonale in marmo giallo di Castione, affiancata da altre mistilinee in marmi policromi, profilate in nero. Il tabernacolo presneta volute e angioletti con cornucopie. L'imponente ciborio, a pianta mistilinea, poggia su un alto basamento modanato.
Fra le opere simili c'è l'altare di San Pietro a Trento.
[Secondo la voce Treccani per Teodoro Benedetti, fu quest'ultimo che "[nel] 1727 eseguì l'elegante inquadratura marmorea dell'altar maggiore della parrocchiale di Povo."]
Si trova nella navata S, risale alla prima metà del XVIII secolo, proviene dalla Chiesa di San Carlo a Rovereto. È opera di Stefano Paina (Castione, 1713), che lavora fra l'altro anche per la Chiesa di Sant'Anna a Borgo Valsugana, e sempre a Borgo ha contribuito al campanile della Chiesa della Natività di Maria..
La cornice inferiore è rettilinea a modanata, avanzata ai lati. L'antependio è decorato da tre specchiature in marmi policromi, una grande centrale e due più strette sui pilastrini laterali. Al centro cartella campita di breccia viola profilata di nero, con una cornice di marmo bianco decorata a trapano con riccioli e foglie d'acanto. I plinti sono arricchiti con doppie volute con elementi vegetali.
Sopra la mensa doppia mensola mistilinea lavorata a commesso (= intarsio), è convessa ai lati. La parte superiore è vivacizzata ai lati dal gioco di volute e foglie d'acanto, che alternano concavo e convesso, creando giochi di luce ed ombre.
La cimasa ha una centinatura rientrante, coronata da un fastigio vegetale.
Si trova nell'altare laterale, lato S della navata (Scheda 19). Risale al 1913. Reca l'iscrizione "Ferdinando Stuflesser/Bildhauer und Altarbauer/St Ulrich - Gardena Tirol (Italia)". L'artista visse fra il 1885 e il 1926.
Analogo al 19/22, navata N. Presenta una statua del "Sacro Cuore di Gesù".
Si trova in alto sulla parete S del presbiterio.
Firmata "J. Moroder jun/GRODEN". Altorilievo in legno di Josef Moroder (St Ulrich/Ortisei 1883 - ~1956), uno dei figli del più famoso Josef Theodor Moroder-Lusenberg .
Reca la dedica "GIUSEPPE/E MARIA/DALLA PORTA/DONA/MCMXII".
Come si vede dal logo, la prospettiva frontale è stata realizzata da Google Gemini.
Si trova sul lato N della navata, accanto all'ingresso principale. È opera del 1914 di Francesco Viola da Cavalese.
La parte centrale ricorda l'ingresso di una Chiesa. Poggia su due pilastrini a fascio, decorati con capitelli a volute, fra cui si apre un arco a tutto sesto polilobato. Coronato da un timpano, sormontato da palmette e da una croce.
Si trova nella navata N, vicino all'altare laterale. Opera del 1607 (datata) di un lapicida di ambito trentino, in pietra di ammonitica rossa.
Si trova a sinistra dell'ingresso principale, sul lato N della navata, accanto al fonte battesimale. È opera di inizio del XX secolo di intagliatore di ambito trentino.
I due plinti dell'alto basamento sono decorati con una coppia di foglie cuoriformi, collocate fra elementi vegetali. Al centro una specchiatura quadrata. Sopra i plinti due colonne lisce, con capitelli decorati a volute. Al centro dipinto "Battesimo di Cristo". Nel timpano lo Spirito Santo in forma di colomba, e in cima Dio Padre, conchiglia, croce.
La facciata principale è del 1929, il progetto è di Natale Tommasi, la realizzazione della ditta Augusto Ambrosi.
"Madonna con Bambino e attributi di Pietro e Andrea". reca le iscrizioni "PER MARIAM/AD JESUM/S. PIETRO/S. ANDREA". e "AI SUOI CARI CADUTI - VITTIME INNOCENTI - DELL'IMMANE / GUERRA 1914-1918 - QUESTO PORTALE POVO - D. D. D.".
Qui "D. D. D." dovrebbe stare per Dono Dedit Dedicavit: "Diede e dedicò in dono".
Opera datata 1929, è un dipinto murale di Anton Sebastian Fasal, ritrae il "Ringraziamento alla Madonna del Rosario per la vittoria di Lepanto".
Un colomba con i due Santi aleggia sopra la Madonna col Bambino che regge un rosario. Ai lati i Santi Pietro e Andrea e i Quattro Evangelisti. Più sotto il Papa Pio V. con i comandanti della flotta cristiana e prelati, circondati da bandiere degli eserciti partecipanti. Ancora più in basso, guardie pontificie consegnano al Papa la lanterna integra della nave ammiraglia cristiana. A destra un'altra guardia inginocchiata mostra i simboli della sconfitta del nemico, e altri soldati conducono prigionieri turchi.
Fasal ha lavorato in lungo e in largo nel Trentino, con l'aiuto di Marco Bertoldi e Karl Plattner. Fra gli altri interventi, quello a San Marco a Trento.
Nel contratto originale (per lire settemilacinquecento, con acconto di mille), stipulato fra il parroco don Luigi Demattè e Anton Fasal il 24 settembre 1939, Fasal avrebbe dovuto dipingere temi del Rosario, secondo lo schema seguente.
"In cornu Evangelii" (cioè sul lato sinistro del presbiterio visto dall'assemblea, quello dove il diacono o l'officiante leggono il brano del Vangelo durante la Messa - in questo caso la parete N, ma è la cosa più comune dato che l'altare è spesso rivolto a E)
la Risurrezione di Cristo nella parte superiore
nella parte inferiore, attorno alla pala del Fogolino, i cinque misteri dolorosi
L'agonia di Gesù nell'Orto degli Ulivi.
La flagellazione di Gesù alla colonna.
L'incoronazione di spine.
Gesù sale al Calvario, carico della croce.
La crocifissione e la morte di Gesù.
Questi furono effettivamente realizzati, e sono ritratti nelle schede 28 e 28 bis qui di seguito.
"In cornu Epistolae" (cioè sul lato destro del presbiterio visto dall'assemblea, quello dove il diacono o l'officiante leggono il primo brano e l'Epistola durante la Messa - in questo caso la parete S, ma è la cosa più comune dato che l'altare è spesso rivolto a E)
l'Annunciazione in alto
quattro angeli due dei quali recanti gli strumenti della Passione (Arma Christi: Chiodi, Lancia, Corona di Spine, Canna, Spugna, Colonna della Flagellazione, Flagello, Dadi, Gallo, Scala, Martello e Tenaglie, Sacchetto di monete, Titolo della Croce - INRI) e due recanti simboli Eucaristici. Questi dovevano essere collocati ai lati della trifora, ma non furono mai realizzati.
furono invece realizzati una Madonna e San Giovanni, ma il parroco li considerava dei "riempitivi" in attesa di completare il progetto originale basato sul Rosario, da cui questi deviavano
La trifora sulla parete S del presbiterio
Nel progetto originale, abbandonato lungo la via, "in cornu Epistolae" dovevano essere rappresentati i cinque misteri gaudiosi, ma ne fu realizzato solo il primo
L'Annunciazione: L'angelo Gabriele annuncia a Maria che diventerà la madre di Gesù.
La Visitazione: Maria visita sua cugina Elisabetta, anch'ella in attesa.
La Nascita di Gesù: Gesù nasce nella grotta di Betlemme.
La Presentazione di Gesù al Tempio: Maria e Giuseppe presentano Gesù al Tempio, dove incontrano Simeone e Anna.
Il Ritrovamento di Gesù nel Tempio: Maria e Giuseppe ritrovano Gesù nel Tempio mentre discute con i dottori della Legge.
"In cornu Evangelii" , nella parte alta, dovevano trovare posto i cinque misteri gloriosi, ma fu realizzato solo il primo
La Risurrezione di Gesù: Gesù risorge dal sepolcro il terzo giorno.
L'Ascensione di Gesù al cielo: Gesù sale al cielo, quaranta giorni dopo la sua Risurrezione.
La Discesa dello Spirito Santo: Lo Spirito Santo scende sugli Apostoli e su Maria nel giorno di Pentecoste.
L'Assunzione di Maria in cielo: Maria viene assunta in cielo in anima e corpo.
L'Incoronazione di Maria: Maria viene incoronata Regina del cielo e della terra.
La tempera, che rappresenta il primo mistero doloroso, si trova sulla parete N del presbiterio. Opera di fine 1939/ inizio 1940 di Fasal.
Realizzate da Anton Fasal nel 1939/40.
Secondo mistero doloroso: La flagellazione di Gesù alla colonna
Terzo mistero doloroso: L'incoronazione di spine.
Quarto mistero doloroso: Gesù sale al Calvario, carico della croce
Quinto mistero doloroso: La crocifissione e la morte di Gesù
Primo mistero glorioso: Risurrezione di Cristo (parte alta della parete N del presbiterio)
Primo mistero gaudioso: Annunciazione (parte alta della parete S del presbiterio)
Madonna (parete S del presbiterio)
San Giovanni (parete S del presbiterio)
Opera del 1921 di G. Fozzer, si trova subito dopo l'ingresso principale, sulla parete della navata S.
Come si vede dal logo, la foto è stata rielaborata da Google Gemini.
Vi si legge:
ALLA VENERATA MEMORIA DI
DON TOMASO DELLAFIOR
DAI MASI DI CAVALESE
MORTO ADDİ I GENNAIO MCMXIX
CITTADINO INTEMERATO
RICCO DI PATRIA CARITÀ
SACERDOTE PIO E FEDELE
PER VENTIDUE ANNI QUI PARROCO
ZELANTE E PRUDENTE
NELLA CURA DELLE ANIME
E NELLA PREDICAZIONE DELL' EVANGELO
ASSIDUO E FORTE
CHE
QUESTO TEMPIO E L'ASILO INFANTILE
TRA MOLTEPLICI DIFFICOLTA
COLL'AIUTO DEI BUONI
E COLL'OBOLO DEI FEDELI
ERESSE DALLE FONDAMENTA
IL COMUNE DI POVO
PERENNEMENTE GRATO
POSE
ER. XV. V. MCMXXI
Secondo la pagina di BeWeb (Beni ecclesiastici in WEB) , il campanile "in muratura intonacata, con conci angolari a vista e copertura a cipolla" è settecentesco.
La copertura a cipolla è ~1815.
La chiesa parrocchiale si trova nella frazione di Pantè, al centro di una vasta piazza, con orientamento a sud-est. L'edificio di impianto basilicale fu realizzato nel 1910, su progetto di Giulio Barluzzi e sotto la direzione di Natale Tommasi. La monumentale chiesa sostituì una struttura più antica della quale si conservano l'abside, il campanile, il protiro ed il portale. La facciata a salienti, suddivisa in due ordini, è caratterizzata da un imponente portale collocato al termine di una scalinata; alla sommità frontone triangolare. Il campanile in muratura intonacata, con conci angolari a vista e copertura a cipolla, si erge sul lato nord-orientale. L'interno si articola in tre navate di cui quella centrale è preceduta da un ingresso rettangolare e conclusa da un presbiterio sopraelevato su alcuni gradini, con abside semicircolare dipinta.
Preesistenze
Campanile settecentesco; abside posta sul lato nord-est; portale e protiro.
Pianta
Pianta rettangolare ad asse maggiore longitudinale, suddivisa in tre navate: quelle laterali terminano in absidiole semicircolari, mentre quella centrale in un presbiterio rettangolare concluso da abside semicircolare.
Facciata
Facciata a salienti con avancorpo. Nel settore centrale due ordini intervallati da cornicioni plurimodanati: in quello inferiore zoccolo sul quale si apre un ampio portale con colonne laterali e lunetta figurata sommitale; intorno ripartizione geometrica tramite cornici in rilievo; in quello superiore quattro paraste con capitello corinzio, cui corrispondono in alto ed in basso metope crociate e mensole fogliate; al centro finestra circolare. Settori laterali segnati da cornici in rilievo descriventi motivi geometrici centrati da finestra lunettata; alla sommità semifrontone triangolare.
Prospetti
Fiancata nord-orientale segnata dai volumi in aggetto dell'antica abside del precedente edificio alla quale è collegata il campanile; la parete riprende la suddivisione interna delle campate attraverso cornici in rilievo: al centro di ciascun settore finestra lunettata e ripartizione in tre porzioni; in corrispondenza dell'ingresso laterale protiro. Sulla fiancata sud-orientale si ripete la ripartizione di quella opposta: l'ingresso laterale è in questo caso preceduto da una scalinata; in aggetto il volume della sacrestia dotato di una facciata desinente in un frontone triangolare con finestra lunettata centrale e portale architravato raggiungibile tramite scalinata. Il lato sud est presenta una piccola abside che affianca quella principale.
Campanile
Struttura in muratura di pietrame intonacata; pietre angolari a vista. Fusto su base quadrata alla cui sommità svettano due piani destinati alle campane con quattro aperture ad arco tutto sesto, ciascuno. Copertura a cipolla rivestita da lamiera.
Struttura
Strutture portanti verticali: muratura di pietrame intonacata e tinteggiata all'esterno e all'interno; strutture di orizzontamento: soffitto ligneo sulle navate e sul presbiterio; volta a crociera all'ingresso e catino absidale.
Coperture
Tetto a doppia falda ricoperto da coppi in laterizio sulla navata centrale; tetto a una falda sulle navate laterali; tetto a padiglione sulle absidi.
Interni
Tre navate ripartite da arcate a pieno sesto poggianti su pilastri conclusi da capitelli stilizzati; nella navata centrale si aprono cinque finestre centinate al di sopra di un cornicione marcapiano. Le navate laterali dotate di cinque finestre lunettate, sovrastanti un cornicione, sono concluse da pareti di fondo rettilinee (le due absidiole visibili all'esterno sono usate come deposito; quella di sinistra corrispondente all'antica abside del precedente edificio ha pianta poligonale, copertura a volta a ombrello e due finestre archiacute). La navata centrale è preceduta da un ingresso a pianta rettangolare aperto da un arco di tipo onorario, sovrastato dalla cantoria. Il presbiterio, con arco santo, è sopraelevato su tre gradini; sulle pareti perimetrali si aprono due portali architravati, due finestre centinate e solo sul lato sud-orientale una trifora in stucco. Abside semicircolare dipinta.
Pavimenti e pavimentazioni
Quadrotte bicolori ortogonali nella navata; quadrotte bicolori poste a corsi obliqui alternati a piastrelle di pietra ottagonali nel presbiterio.
Elementi decorativi
Dipinti murali nel presbiterio e nel catino absidale.
1131 (menzione carattere generale)
La chiesa è menzionata nel 1131, all'interno dell'atto di accusa di simonia nei confronti del principe vescovo di Trento Altemanno.
XIV (menzione carattere generale)
La chiesa di Povo è nominata dai primi anni del XIV secolo come sede pievana, dedicata al solo San Pietro.
XVI (ampliamento facciata)
La facciata fu adornata di un protiro nel XVI secolo.
1819 (sopraelevazione campanile)
Nel 1819 circa fu riedificato o più probabilmente sopraelevato il campanile, che venne dotato di una copertura a cipolla.
1877 ‐ 1884 (rifacimenti tetto)
Tra il 1877 ed il 1884 venne rifatto il tetto, messa in sicurezza la volta centrale e tinteggiate le pareti interne ed esterne.
1904 (consolidamento volta)
Nel 1904 si rese necessario un intervento di consolidamento della volta con l'aggiunta di una capriata lignea.
1904 (formazione commissione carattere generale)
Nel 1904 fu organizzata una "Commissione per la Chiesa" che aveva lo scopo di elaborare un piano d'azione per la riedificazione della chiesa parrocchiale ormai pericolante.
1905 (progetto carattere generale)
Nel 1905 fu realizzato un progetto per la nuova chiesa dall'ingegnere Giulio Barluzzi di Roma, che fu approvato dalla commissione locale e spedito a Vienna per ottenere il via libera ai lavori. Da Vienna furono fatte le seguenti richieste: che venissero salvaguardati il portale e il protiro della facciata, la facciata stessa, il presbiterio con l'abside ed il campanile.
1907/12/26 (chiusura al culto intero bene)
Il 26 dicembre 1907 la chiesa fu chiusa al culto per un crollo avvenuto al di sopra delle volte.
1908 ‐ 1910 (demolizione intero bene)
Nel 1908 si principiò la demolizione della chiesa, in attesa dell'approvazione ufficiale da Vienna (erano state accettate tutte le condizioni ad eccezione del mantenimento della facciata, ritenuto impraticabile). Venne eretta una chiesa lignea provvisoria. Fino al 1910 il procedimento burocratico rimase in sospeso, fino all'intervento di un ingegnere locale Natale Tommasi, che in cambio ottenne la direzione dei lavori e la supervisione dei progetti, con la conseguente stizzita uscita di scena da parte del Barluzza.
1910 (riedificazione intero bene)
La nuova chiesa parrocchiale fu riedificata nel 1910; furono mantenuti del precedente edificio: l'abside gotica (ora deposito che affianca la nuova navata), il campanile, il portale maggiore e il pronao (sul lato settentrionale).
1911/12/17 (benedizione carattere generale)
La nuova chiesa fu benedetta il 17 dicembre 1911.
1912/06/30 (consacrazione carattere generale)
La nuova chiesa fu consacrata il 30 giugno 1912.
1929 (decorazione abside)
Nel 1929 il pittore Sebastian Anton Fasal eseguì il grande dipinto murale dell'abside.
1940 (decorazione presbiterio)
Nel 1940 il pittore Sebastian Anton Fasal realizzò i dipinti murali del presbiterio.
1982 (restauro intero bene)
Nel 1982 l'edificio fu interamente restaurato.
PDF con notizie ed immagini da [Cainelli] (la didascalia di ogni immagine viene dopo l'immagine stessa), e il testo scansionato (mancano le note).
Povo è oggi, e precisamente dal 1926, una frazione del comune di Trento e si distende in maniera ampia sulla collina alla sinistra dell'Adige, a fianco della città, ad una altitudine che va dai m. 398 di Pantè ai m. 481 di Oltrecastello¹, sulle pendici del monte Celva (m. 999) e del monte Chegul, percorso dal torrente Salè e dal tratto finale del più imponente torrente Fersina che tanti problemi diede nel tempo.
Sede di insediamenti preistorici e poi romani, è ricordato dal Ghetta come arimannia longobarda: "I più antichi documenti trentini che, come è noto, non risalgono oltre il Mille, per il periodo precedente a tale data, possono offrire soltanto degli elementi residuali, che ci fanno intravvedere come era organizzato il ducato di Trento dai Longobardi... Nei documenti trentini del XII e XIII secolo troviamo ricordate le arimannie in varie zone del Trentino, specialmente nei punti chiave attorno alla città di Trento: a Povo, a Vigolo Vattaro, a Sopramonte, a Civezzano a custodia dei valichi di accesso alla città"2.
Questo a dimostrare che la posizione felice di Povo era apprezzata appunto fin dai primi secoli sia per il clima, sia per la collocazione strategica che le fa dominare la città.
Il primo documento che testimonia l'esistenza della chiesa di Povo, non si sa se come parrocchia o semplice curazia, risale al 1151. Si tratta di un canone del decreto di Graziano, come riportato da molti storici locali dei secoli passati, tra cui il Barbacovi³, ma soprattutto il Tovazzi. Egli ci presenta per esteso l'accusa di simonia contro il vescovo Altemanno che, a detta degli accusatori, nel 1131 "Ecclesiam Sancti Petri de Pado Presbytero Paolo dederit pro quatuor modiis frumenti, quos ab eiusdem Ecclesiae laicis acceperit"4.
La cosa fece uno scalpore tale da giungere persino alle orecchie dell'allora Papa Innocenzo II. Ci fu un processo ed alla fine il vescovo fu sciolto dall'accusa, perchè "idem Episcopus supra Sancta Evangelia primum iurabit, quod pro Ecclesia Sancti Petri de Pado Presbytero Paulo danda, neque ipse per se, vel persummisam personam, neque alius pro eo se sciente pretium receperit"s.
Altre notizie di Povo nel XIII secolo le abbiamo grazie allo studio fatto da Seneca, che ci dimostra come gli affitti di Povo, Graffiano e Gabiolo denunciavano in queste località, una grande varietà di produzione.
Per quanto riguarda i cereali, si coltivavano la siligo", il frumento, il sorgo e la biada; notevole era pure la produzione di vini "albi colati".
Già a partire dal XIV secolo, Povo, così come i paesi nei dintorni della città e la stessa Trento, pur avendo una certa autonomia decisionale, per quanto riguardava la vita comunitaria, dipendeva dal Principe Vescovo sia per la giurisdizione civile, sia per quella criminale, sia per quella speciale.
Nel 1440 Povo partecipa, con le Ville circostanti la città, ad una lite contro Trento a causa di una ingiusta spartizione delle spese di difesa.
La situazione fu affrontata e risolta dal Vescovo Alessandro, che impose alle comunità esterne quanto segue: "Esse debeant perpetuo obbligati pro defensione nostra et Ecclesiae nostre Tridentine status, ad dandum, praestandum et contribuendum Nobis et successoribus Nostris toties quoties fuerit opportunum et espedientes, de tribus peditibus armatis sive stipendiariis duos".
Ordinò inoltre che a tutte le spese di fortificazione e difesa della città, generalmente a tutte le spese belliche e pubbliche, le comunità esteriori dovessero contribuire per due terzi.
Vedremo che l'aggravio fiscale della città sui paesi limitrofi sarà una costante anche dei secoli posteriori.
Veniamo ora al Concilio di Trento (1545-1563), che rappresentò un momento di floridezza. "Non solo nella città, ma anche nei dintorni sorsero molte nuove ville, perché i Padri del Concilio potessero temperare, durante i mesi caldi, l'arsura della città e respirare l'aria salubre della montagna. Povo, Villazzano, Pergine in special modo ne uscirono ingranditi"".
Giustamente il Corsini dice che, se il Concilio ebbe da noi la sua sede geografica, le radici di una necessità spirituale e sociale non nascono da situazioni ideali locali e che anzi Trento fu scelta proprio perché città geograficamente, politicamente e spiritualmente neutra.
Ciò non toglie però, che questi anni diedero a luoghi, che prima e dopo appartennero e apparterranno alla piccola storia, il loro momento di gloria.
Ricordiamo che a Povo c'era la villa estiva del Cardinale Gian Maria Del Monte, poi Papa Giulio III, purtroppo distrutta; come non esiste più neppure la sontuosa architettura marmorea, edificata intorno alla sorgente, già prediletta dal Cardinal Del Monte nelle sue passeggiate sopra Povo e intitolata dal Madruzzo "la fonte Giulia" ad attestare la devozione al Pontefice¹¹.
È proprio alla fine di questo secolo e precisamente al 1590, che risale la prima Carta di Regola che è giunta fino a noi su una pergamena di notevoli dimensioni e oggi conservata, dopo un adeguato restauro, nella delegazione comunale di Povo, insieme ad altre pergamene del '500-'600.
II XVII secolo ci ha lasciato alcuni documenti che, se studiati, permetterebbero di ricavare interessanti risultati.
L'immagine che i documenti dell'archivio comunale ci danno di Povo lungo tutto il corso del '700 e nei primi anni dell'800 è abbastanza uniforme.
È una comunità non florida, anzi con perenni problemi finanziari e conseguenti richieste di clemenza al Principe Vescovo.
Vi erano numerose ville nobiliari per la residenza estiva, secondo quanto stabilito da Filippo Knipschild, nel suo "Tractatus de nobilitate" del 1657, che prevedeva per un vero nobile il possesso di due case "alterum scilicet in urbe tempore hiemis, et alterum ruri tempore aestivo"12.
La presenza dei nobili doveva avere, dal punto di vista economico, una notevole importanza, come ci ricorda la disputa per la locazione del macello che vedremo più avanti.
Il resto della popolazione era composto in prevalenza da coloni con notevoli problemi economici, in balia, come tutti i contadini del tempo, dei capricci del clima, ma anche di una amministrazione arretrata e sempre più confusa, che finirà per diventare caotica nell'ultimo ventennio del secolo per l'ibrida mescolanza di ordinamenti vecchi e nuovi13.
Ma cosa era realmente Povo nel XVIII secolo? Non era un unico paese, bensi una Magnifica Comunità composta da sei Ville: Pantè, Salè, Sprè, Gabiolo, Villazzano e Oltrecastello, che abbiamo visualizzato su una carta geografica del 1778, dove purtroppo non sono presenti tutti i nomi.
Ci è però piaciuto inserire questa carta invece di quella dell'Anich, più particolareggiata, anche e soprattutto per la polemica che si è svolta intorno ad essa.
Fu commissionata e fatta realizzare dall'ultimo e tanto criticato Principe Vescovo di Trento, con la scritta "TYROLIS MERIDIONALIS EPISCOPATUM ET PRINCIPATUM TRIDENTINUM CONTINENS". Questa definizione suscitò grande scalpore e, alle proteste del Capitolo che rivendicava l'autonomia del Principato, sua Eminenza rispose che la geografia non è un'opinione, e che, fino a prova contraria, il Principato di Trento era nel Tirolo14, mettendo così fine ad ogni discussione.
La Magnifica Comunità apparteneva al territorio giurisdizionale della Podesteria di Trento, dipendeva cioè direttamente dalla città sia per gli affari criminali, sia per quelli civili.
Per quanto riguarda la vita comune, la comunità era regolata da una Carta di Regola approvata di volta in volta dal Vescovo in carica. Tale usanza delle Regole sembra che a Povo risalga sino al XIII secolo.
La fonte principale povense nel Settecento era l'agricoltura, in cui la produzione vinicola aveva una notevole importanza.
Ciò che dava respiro alle singole famiglie contadine erano le fratte, ovverosia dei pezzi di terra del comune, preferibilmente sulle pendici della montagna soprastante, disboscate e poi coltivate in modo tale da fornire il fabbisogno familiare.
Parlando della moralità della comunità, essa era salvaguardata dal parroco, ma anche dalla stessa Regola, soprattutto dopo l'aggiunta operata nel 1711 dal Ve-scovo conte di Spaur, di 17 nuovi articoli riguardanti l'economia e l'ordine costitutivo e morale.
Leggiamo insieme gli articoli 14) e 15):
"14° Che niuno Bettoliere, Oste o altra persona che habiti in qualonque Villa di detta Comunità in alcun tempo dell'anno ardisca dar tratenimento a qual si sia figliolo di famiglia, nè da questi comperare cosa veruna, nè fidarsi in credenza o prestargli commodità di giocare in tempo di note, nè di giorno, con svani-mento d'essi e danno delle famiglie sotto pena di perdere non solo il loro credito, ma etiandio di lire venticinque.
15°Che istessamente niun Bettoliere, Oste o altra persona ardisca dar alloggio nè di giorno nè di notte a qualonque donna scandalosa o di cativa voce e fame sotto pena di lire trenta "16
Villazzano, oltre ad essere una curazia dipendente dalla parrocchia della cattedrale, e quindi entità ecclesiastica autonoma dalla chiesa di Povo, mantiene sempre, all'interno della comunità, una certa distanza dalle altre Ville, forse anche facilitata dalla posizione geografica che la vede abbastanza isolata e lontana; si parla sempre di distanze relative, intorno all'ordine di 1-2 chilometri.
La dimostrazione l'abbiamo quando, trattandosi di trovare fondi per riparare una strada, cosiddetta "delle Pontare", gli abitanti di Villazzano non vogliono pagare il contributo "sul fondamento che li suoi vicini ed abitanti non praticano ordinariamente esse Pontare", mettendo così a repentaglio la realizzazione di "un'opera, che ha per oggetto il Bene, ed Utilità di tutto il rimanente Corpo Comunale"17 ant
Doveva comunque essere vero anche il contrario e cioè che il comune di Povo amava prendere decisioni a prescindere dalle altre Ville, come ci dimostra questa lamentela del "columello di Villazzano al Principe Vescovo "se più oltre dovesse praticarsi la libertà pretesa dalli rappresentanti della comunità di Povo di poter dispoticamente e indipendentemente dagli rappresentanti degli altri columelli, che formano l'intero corpo della Comunità, vendere et alienare nelle oc-casioni di bisogno i beni comunali" 18.
L'unione con questa Villa durerà fino al 1863, quando Villazzano diventerà comune.
È qui il luogo adatto per ricordare che i nomi delle Ville, diventate località, sono presenti a tutt'oggi, ma che le esigenze della moderna urbanistica hanno portato alla nascita di nomi di strade prima inesistenti, poiché l'espansione dell'agglomerato ha reso insufficiente il solo uso, che ormai durava da secoli, del numero civico.
Speriamo che questo non porti a dimenticare che l'origine dell'attuale Povo è nella passata Magnifica Comunità, che tanto orgogliosa andava della propria autonomia, seppur parziale, da Trento, da avere come suo simbolo un leone rampante a significare orgoglio e indomita fierezza.
Difficile infine è poter definire, o anche solo immaginare, come i mutamenti, o meglio, gli sconvolgimenti politico-culturali del XVIII secolo cambiarono la piccola realtà da noi esaminata.
Ma cosa potevano interessare le teorie illuministe, che tanta risonanza avevano allora nelle grandi città europee, a quei poveri contadini che spesso non sapeva-no nemmeno leggere e scrivere, dal momento che per loro la cosa più importante era il modo di trovare il cibo da mettere in tavola?
Certo il riformismo di Maria Teresa e soprattutto il Giuseppismo hanno influito anche sulla nostra regione, ma quello di cui la gente si accorse, non fu nè il per-chè, nè il come i mutamenti avvennero, ma solo la constatazione di leggi diverse cui obbedire e, nella maggior parte dei casi, nuove tasse da pagare.
Anche il grande Napoleone passando per Trento lasciò tracce del suo passaggio, la stessa comunità povense ne ebbe, come vedremo più avanti, ma furono solo segni di rovina, distruzione che ebbero come conseguenza più grave debiti e povertà.
Fu proprio a questi sconosciuti protagonisti della storia che toccò ricostruire quello che i grandi uomini, con la loro sete di gloria, avevano distrutto.
c. Un po' di toponomastica
La prima domanda che nasce spontanea a chi si appresta ad uno studio, anche superficiale, di Povo è il perchè di questo nome. Non esiste infatti nulla, ai nostri, giorni, nè fiume, nè monte, nè località particolare che giustifichi la scelta di questo nome per tutta la comunità.
Ma cercare di saperne di più vuol dire perdersi nei meandri del passato, in una storia piena di si dice, di forse e di chissà. Sembra che nel medioevo ci fosse sul Dos di Sant'Agata un castello di proprietà dei nobili Pao che, a detta del Tovazzi, annotano tra i propri discendenti addirittura il celebre patriarca di Aquileia dal 1130 al 1162 Pellegrino.
Anzi lo stesso sostiene che "inter antiquores Familias Cives Tridentinas in Albo Civium comparet la famiglia di Paho estinta "20.
Purtroppo però del castello non c'è più nulla, sul dosso non è rimasta che la chiesa di Sant'Agata, molto antica, la cui pianta quadrata, fatto architettonicamente originale, ha fatto nascere l'ipotesi che possa essere sorta sulle fondamenta della torre del castello.
Un'altra traccia che permane anche oggi dell'esistenza del castello, sta proprio nel nome di una delle sei Ville facenti parte della Magnifica Comunità, che si trova proprio dietro il colle: Oltrecastello. Di più preciso non si sa altro.
Ma cosa vuol dire esattamente Povo? Anche sul significato ci sono diverse ipotesi che il Giacomoni riassume in maniera efficace, così come per i nomi delle altre cinque Ville.
Povo si richiamerebbe a palude come il fiume Po e il nome di altri torrenti. Ma l'uso dialettale odierno di "Poo" sembrerebbe invece confermare la possibilità, avvallata anche dal Lorenzi, di una probabile derivazione dal latino pagus, che significa villaggio. Spiegazione accettabile soprattutto se la si pensa riferita al nome di una comunità di sei Ville.
Riportiamo infine, come terza ipotesi, il testo integrale di una nota del Tovazzi riguardante questo argomento: "In Lusitania est pagus dictus Povos. In Gallia vero sunt plures urbes dictae Puy, latine Podium, quod quidem nomen significat Collem, seu Montem. Etiam nostrum Povo est in Colle, ac proinde dici recte posset Podium.
Il significato di Villazzano è abbastanza chiaro ed è "villaggio".
Non altrettanto si può dire per quello di Sprè. Difficile da accettare la spiegazione voluta dalla tradizione che lo farebbe derivare da "spredare", cioè spietrare, anche se ancor oggi gli Spredani si vantano di aver diroccato il castello dei conti Pao, non potendone più delle vessazioni feudali.
Per Pantè abbiamo due ipotesi plausibili: o da panictetu, cioè campo di panico, che è una specie di grano, o da pantanum, cioè palude, fatto comprensibile se pensiamo che per questa zona passa il torrente Salè, che nei secoli diede non pochi problemi.
La Villa omonima al torrente Salè ha invece come origine del nome un toponimo botanico: deriva cioè dalla pianticella o cespuglione di salice che cresce lungo i corsi d'acqua.
Passiamo infine a Gabiolo: a detta del Giacomoni deriverebbe da gabbia, che è espressione venatoria e si scriverebbe con una b, perchè il corrispondente latino è cavea.
Ci rendiamo conto che tali etimologie possono apparire a volte forzature, ma le abbiamo riportate a testimonianza di studi precedentemente fatti e, per talune, in ricordo della tradizione.
Da [Cainelli] (la didascalia di ogni immagine viene dopo l'immagine stessa)
Parte a sè, all'interno della Magnifica Comunità di Povo, dal punto di vista religioso e non politico¹, era rappresentata da Villazzano, o più propriamente dalla curazia di San Bartolomeo, che spettava al Capitolo della Cattedrale ed era annessa alla stessa parrocchia. Ecco come il Tovazzi ci determina i confini di questa curazia: "Ab Oriente Padanos, a Meridie Viculanos, ac Mattarellenses, ab Occasu Athesim fluvium, et ab Aquilone Cives Tridentinos"2. Vicino alla chiesa di San Bartolomeo c'era nel '700 una sola casa che però era di pertinenza del Seminario Vescovile di Trento.
Il curato era solito abitare in una casa della vicina Villazzano, dove c'era un'altra chiesa dedicata a Santo Stefano Protomartire e medesima sorte toccava al sacrestano.
Pare che la chiesa di San Bartolomeo sia stata eretta nel 1183, comunque questo è l'anno in cui per la prima volta è menzionata; venne poi ristrutturata nel 1646. All'interno vi erano quattro altari, su due dei quali si diceva che nel 1550 vi avessero celebrato messa alcuni Padri Conciliari.
Non avendo quest'ultima fonte battesimale, i nuovi nati per essere battezzati venivano portati nella chiesa Cattedrale di Trento. C'era invece vicino il cimitero e il campanile della chiesa aveva due campane.
Per quanto riguarda i predicatori nei momenti liturgici più importanti, per la Quaresima si ascoltavano gli stessi che predicavano a Povo e a Mattarello, mentre per l'Avvento venivano chiamati dei frati Francescani.
Vi erano presenti due Confraternite: quella del Santissimo Sacramento e quella del Rosario della Beata Vergine Maria.
Alla elezione del curato provvedeva il Capitolo della Cattedrale e per questo egli era chiamato "curato capitolare". Vicino a Villazzano, sulla cima del monte Casteller, c'era la vecchia chiesa di San Rocco e l'Eremitario"; parlando delle processioni vedremo che questa era meta di pellegrinaggio nel giorno dedicato al Santo omonimo.
Vi erano poi, fenomeno diffuso anche a Povo, all'interno dei confini della curazia, molte chiese o, per dirla col Tovazzi, "Ecclesiolae" o cappelle di nobili di Trento.
1 confini della parrocchia erano ad oriente con l'arcipresbiterato di Pergine, tramite il distretto di Roncogno, a mezzogiorno con la curazia di San Bartolomeo, a occidente parte con la chiesa di Santa Maria Maddalena, parte con la Cattedrale, a nord col torrente Fersina.
Di essa il Tovazzi dice: "Tempore aestivo dici potest Arcadia Civium Tridentinorum".
Comprendeva al suo interno le Ville della Magnifica Comunità, esclusa Villazzano, ciascuna con una sua chiesa, ma la parrocchiale era quella di Pantè, dedicata a San Pietro e Sant'Andrea; vi erano anche qui molte chiese private. Erano presenti due Confraternite: quella del Santissimo Sacramento eretta nel 1687 e quella del Santissimo Rosario le cui rendite erano amministrate dai sindaci alla presenza del parroco. A questo proposito ricordiamo una donazione del Vescovo alla Confraternita del Santissimo Rosario di 400 fiorini "acciò il frutto di tal capitale sij impiegato nell'istruire li fanciulli nella dottrina cristiana"4.
Prima di affrontare il discorso sul clero secolare, dobbiamo premettere che a Povo nel XVIII secolo non esistevano monasteri.
II Tovazzi ci fa una presentazione dettagliata della vita e morte dei vari parroci che si susseguirono nella conduzione della parrocchia nel corso del '7005.
Domenico Prenèr dal 1686 al 1719.
Anonimo Chiusole fu parroco solo nel 1723.
Giacomo Antonio Furlani, parroco dal 1724 al 1767, si fece cambiare cognome in Sartori, perchè "fur" in latino significa ladro e trovava disonorevole avere un cognome così equivoco.
Giovanni Pietro Facchini resse la chiesa dal 1767 al 1776.
Di lui sappiamo che, nel giro di soli dieci mesi, ricevette l'ordinazione sacerdotale. Andò come pellegrino a Roma nel 1775 e nello stesso anno ritornò a Povo; morì l'anno seguente a causa di una febbre acuta e fu sepolto nel cimitero di Povo.
Gabriele Antonio Gabrielli, il cui ritratto ad olio è conservato ancora in ottimo stato nell'odierna canonica, fu parroco dal 1776 al 1783. Anche lui mori a Povo nel mese di gennaio e il Tovazzi ci dice addirittura che due giorni dopo la sua morte, il giorno del funerale, nevicava, e così i frati Francescani non poterono cantargli la messa.
Francesco Antonio Sizzo, parroco dal 1783 al 1795, apportò alcune modifiche nella chiesa parrocchiale di Pantè, tra le quali lo spostamento di due altari e, nel 1792, l'installazione nella stessa chiesa di un organo che cominciò a suonare proprio quando lui si ammalò; morì tre anni dopo a Telve.
Domenico Giuseppe Ricci, parroco dal 1795 al 1835.
Le due visite pastorali del 1708 e del 1769 ci permettono uno sguardo, seppur limitato, sugli altri preti presenti nella parrocchia e anche sulle abitudini dei parroci, almeno per quanto riguarda Domenico Prenèr.
Sappiamo che quest'ultimo usava confessare i fedeli personalmente e che solo se non ci riusciva a causa dell'eccessivo numero dei penitenti, si rivolgeva al primissario o ad altri preti. Non era solito assentarsi di notte, salvo per viaggi lunghi, per fare i quali comunque chiedeva sempre il permesso al Reverendissimo Officio Supplente.
L'Eucarestia "ordinariamente si rinova due volte al mese, ma anche più per la frequenza dei devoti che si comunicano"".
Negli Atti Visitali del 17697 abbiamo invece una presentazione e un giudizio morale su tutti i preti che aiutavano il parroco, don Pietro Facchini.
Il primissario era Gregorio Zanella di 52 anni, era ritenuto un buon prete e per di più l'inverno si prendeva l'onere di insegnare ai bambini a leggere e a scrivere.
Pietro Sartori di 39 anni, abitava a Povo con i domestici, ma le feste di precetto andava a celebrare messa a Villazzano. Considerato un buon prete, era visto come esempio da portare agli altri.
Francesco Pegoretti, 75 anni, nonostante l'età era un valido aiuto nella celebrazione delle funzioni, talvolta però mancava a causa degli acciacchi degli anni.
Antonio Giacomoni, 23 anni, era un ottimo prete e studiava teologia morale e diritto canonico a Trento.
Tra tanti buoni preti non poteva mancare una pecora nera, si chiamava Gaspare Poda, di anni 57, celebrava di rado e praticava poco la dottrina cristiana. A causa dei suoi dubbi costumi era malvisto dagli altri preti.
Certo i documenti si sono rivelati abbastanza avari di notizie, ma forse siamo riusciti egualmente a farci un'idea, seppur vaga e frammentaria, del clero di Povo in quel periodo.
Dal catasto comunale del 1791 sappiamo che di proprietà della canonica e quindi di usufrutto del parroco, erano una casa, un orto con terra di buona qualità grande 140 pertiche per il valore di 70 fiorini "libero e franco", cioè senza alcuna decima da pagare, una arativa vignata di buona qualità di 136 pertiche per un valore di 54 fiorini "libera e franca" e infine una arativa vignata di buona qualità grande 900 pertiche e valutata 375 fiorini, che era di spettanza del primissario e doveva la decima del grano e del graspato sia alla Mensa Vescovile, sia al Capitolo, sia al parrocos.
Parlando di decime abbiamo il documento di una polemica tra il Sommo Scolastico e il parroco. Quest'ultimo diceva di non poter pagare tutto l'importo richiesto a causa della scarsezza del raccolto, dovuto alla siccità di quell'anno. Interessante è, alla fine, una minuta distinta del raccolto del 1785.
"Graspato Cassa 9 Brenta 5 a Ragnesi 16 la Brenta fanno Fiorini 19,1, sicché in tutto Fiorini 188,4.
Frumento Stai 56,42 di livello a Ragnesi 7,6 = Fiorini 87. Orzo Stara 9 a Ragnesi 5 Fiorini 9 Totale finale 284,8 Fiorini.
Male spese a raccogliere e battere il grano Fior. 15
a raccogliere graspato e condurlo Fior. 10
a governare le viti Fior. 2
in tutto Fior. 27"
Resta quindi un totale di entrata di Fior. 257,4. "Ma le spese sono molte, onde ecco, che io non ho il necessario per vivere"". E grazie a questi dati quell'anno il parroco non pagò le decime.
Parlando delle chiese nella parrocchia di Povo nel XVIII secolo, non possiamo non premettere che poco o niente si sa sulle molte cappelle o oratori privati, molti dei quali non ci sono più o, sconsacrati, sono adibiti ad altre funzioni. Per questo noi prenderemo in considerazione solo quelle chiese di cui siamo riusciti ad avere qualche notizia, tralasciando di citare, pur non ignorandone l'esistenza, le altre.
La chiesa di San Pietro e Sant'Andrea è a Pantè, era ed è la parrocchiale. Esisteva nel 1131, come testimoniato nella già menzionata polemica di presunta simonia del Vescovo Altemanno, ma a quel tempo la chiesa era conosciuta solo col nome di San Pietro e questo in tutti i documenti fino al XIV-XV secolo. Da allora in poi si comincia a trovare scritto "Ecclesia Sancti Petri et Andrea Pahi", ma non sappiamo nè il momento preciso in cui ciò avvenne, nè il perchè.
Nel 1784 sappiamo dal Tovazzi che la chiesa era larga 16 dei suoi passi e lunga, fino al cancello, 34 passi. Se calcoliamo la lunghezza di un passo secondo i valori indicatici dal Monteleonell e cioè m. 1,67, avremo che la chiesa era larga m. 26,72 e lunga, compreso il sagrato antistante, metri 56,78. Ma tali dimensioni, se confrontate con i resti di tale chiesa, risultano abbastanza inverosimili. È più probabile quindi che la misura si riferisse ad un suo passo, cioè 1 metro circa.
Vi erano cinque altari, di cui il più importante era di pietra, tuttavia non sappiamo a chi fossero dedicati; è comunque presumibile che ve ne fosse uno per ciascuno dei due santi patroni.
Nella parrocchiale doveva essere celebrata la messa festiva a cui tutto il popolo doveva intervenire "per udire li obblighi che corrono". Questo implicava che nessun altra chiesa nè pubblica nè privata doveva avere una celebrazione antecedente a quella di Pantè, "eccezion fatta per la Cappella della Madonna della Corona, ove però la messa sarà fatta senza suonare la campana, per aumentare la divozione già introdotta verso la Santissima Vergine" 12. Nello scegliere l'orario della messa festiva si doveva comunque essere particolarmente attenti alle esigenze dei parrocchiani.
Nel 1792 vi fu installato l'organo, ma il fatto suscitò alcuni problemi. Si sparse infatti la voce che gli uomini "in tempo di messa cantata e dei vesperi, si fanno lecito d'andare sull'organo, ed ivi, girando l'occhio per tutta la chiesa fanno la critica sulle donne ch'entrano con motteggi scandalosi, in maniera che servono da distrazione ai buoni fedeli in tempo delle sacre funzioni". Si stabili quindi che "a riserva dell'organista e chi leva i mantici, nessuno ardisca d'andare sull'organo, ed ivi trattenersi sotto pena di Ragnesi 5 per cadauno contrafaciente. E affinchè tutti lo sappiano, che sia detto dall'altare durante la messa festiva e che i Padri di famiglia siano obbligati per i figli, ed i padroni per i famigli"13.
Nel 1800 la chiesa "fu spogliata interamente dell'argenteria"14, e tre anni più tardi non si erano ancora trovati nè i ladri, nè tanto meno la refurtiva. Poiché le uniche entrate della chiesa erano rappresentate dalle elemosine, non si riusciva in alcun modo ad affrontare quella spesa straordinaria. Si decise allora di spogliare quattro capitelli del Santissimo Rosario, arrivando cosi alla somma di quasi 300 ragnesi per ricomperare gli accessori "acciò possia suplire in onore e gloria dell'Altissimo Iddio'15.
Questa chiesa fu demolita parzialmente nel 1908 perché pericolante e inagibile, e ricostruita venne consacrata nel Natale del 1912. Questa chiesa presentava le strutture architettoniche che vediamo attualmente.
Testo e immagini da [Bernabè]:
Le incertezze e le discordanze sui nomi e sul numero dei caduti, si spiegano ripercorrendo la storia della costruzione nel nostro paese del "Monumento ai Caduti della Guerra 1914-1918". Se ne fece promotore nel 1921 il Circolo operaio poèro, che organizzò una festa finalizzata alla raccolta di fondi per questo scopo. Nel frattempo era stata costituita un'apposita Commissione, che venne chiamata "Comitato pro Monumento ai Caduti in guerra", incaricata di seguire l'iniziativa. Era presieduta dal Sindaco (prima Vittorio Merz e poi Carlo Pompeati) e integrata da altri Consiglieri comunali. Ne faceva parte il signor Amilcare Lorenzi, Presidente del Circolo Operaio. I membri più attivi furono il maestro muratore Italo Mattivi, che del Comitato era il cassiere, e Domenico Giacomoni di Sprè, che ci lavorò come impresario edile.
Nel 1922 fu contattato l'architetto Ettore Sottsass (1892-1953), che presentò un bozzetto, peraltro ritenuto dal Comitato "troppo semplice e poco alto". L'architetto lo modificò e, poco dopo, elaborò un nuovo disegno del monumento, da collocare nei giardinetti a fianco della chiesa parrocchiale.
La proposta fu respinta dalla Regia Prefettura, poiché il monumento non sorgeva all'interno del cimitero, come richiesto dalle circolari ministeriali. A questo punto il Comitato pro caduti decise di prendersi una pausa di riflessione, e per cinque anni non se ne parlò più. Ci si mosse quando nel 1927, la medesima Regia Prefettura, avanzò la proposta di devolvere a favore di Opere assistenziali gli importi raccolti per onorare i caduti della Grande Guerra.
Solo allora il Comitato pro-monumento ai caduti ricordò l'utilità di completare la facciata della chiesa parrocchiale, secondo il progetto a suo tempo elaborato dall'ingegner Natale Tommasi. In questo modo il portale sarebbe diventato anche / Monumento ai caduti, e si sarebbe utilizzata allo scopo la somma di circa 8,000 lire, depositata presso la Cassa Rurale.
Il portale della chiesa parrocchiale, così com'è oggi, fu realizzato nell'estate del 1929 dall'impresa trentina Augusto Ambrosi "in pietra da taglio e pietra artificiale" e messe in opera dal poèro Domenico Giacomoni. Ai lati due targhe "in pietra bianca di Oltrecastello" recano i nomi dei caduti. Essi sono, come testualmente scrive il verbale del Comitato, "i morti appartenenti al Comune di Povo caduti durante il periodo bellico, cioè il nome dei deceduti durante il servizio militare prestato nella guerra 1914-1918".
Poiché già allora - era l'anno 1929 - si approvò un elenco principale dei caduti ed un secondo elenco suppletivo, e si esclusero possibili omissioni e cambiamenti, il Comitato decise che le lapidi dovevano avere lo spazio per aggiungere eventuali altri nomi.
Testo e foto dal sito Pietre della Memoria:
"Il portale della Chiesa parrocchiale di San Pietro e Sant’Andrea di Povo è dedicato ai Caduti della Grande Guerra. E’ decorato con un affresco della “Madonna con bambino” al di sotto del quale è posta la scritta dedicatoria.
Ai lati del portale sono state poste due lastre con i nomi dei soldati morti durante la Grande Guerra."
Si trova nel piccolo parco sul lato N della Chiesa.
"Il monumento [di Eraldo Fozzer (1951)] presenta una struttura in pietra di forma ondulata, nella parte anteriore si trova una statua in bronzo raffigurante una donna che sostiene un uomo inginocchiato ai suoi piedi, entrambi sono rivolti nella medesima direzione; a sinistra della statua è presente una lanterna in bronzo. Su questo lato è presente la scritta dedicatoria. Sul lato opposto invece si trova la lista di caduti e dispersi delle due Guerre Mondiali."
Il sito sketchfab ne ha anche una versione 3D del monumento. Ci si può girare attorno, e si può zoomare per leggere i nomi.
Sulla strada che dalla Chiesa di Povo scende a Villa Gherta a Pantè di Povo in Via della Cascata 6 si trova un'edicola con la copia di una statua di San Giovanni Nepomuceno, dovuta a Antonio Giongo. L'originale, che era stato oggetto di vandalismi, è custodito a Torre Vanga.
[Ringrazio Roberto Pancheri, che come si evince dalla bibliografia qui sotto riportata ha studiato approfonditamente quest'opera, per avermela indicata e per avermi fornito il materiale qui di seguito riportato]
Testo di Luciana Giacomelli e Alberto Groff
ANTONIO GIONGO (LAVARONE 1730 CA. TRENTO 1798)
San Giovanni Nepomuceno
cm 197
1778
in basso, a destra: "ANT, GIONGO FACIEBAT"
dall'edicola di Pantè di Povo in Via della Cascata 6
donazione, determinazione n. 415 del 19 dicembre 2012
inv. n. 544691
La scelta di raffigurare san Giovanni Nepomuceno, riconoscibile dall'abbigliamento canonicale [inclusa la berretta da canonico nella mano destra] e dal Crocifisso stretto al petto [e dalla corona a cinque stelle, a rappresentare la parola TACUI, cioè non violai il segreto confessionale], non è casuale, considerato che la contigua strada porta nella direzione della cascata di Ponte Alto. Il santo, infatti, nato in Boemia e divenuto vicario generale dell'arcivescovo praghese Giovanni di Jenštejn durante il regno di Venceslao IV, per ordine di quest'ultimo, essendosi opposto a un grave atto di ingerenza negli affari ecclesiastici, venne torturato e infine gettato nel fiume Moldava nella notte tra il 20 e il 21 marzo 1393.
L'edicola con la copia [ho rimosso la grata antistante con Google Gemini]
Canonizzato nel 1729 da papa Benedetto XIII, divenne oggetto di devozione come protettore contro gli annegamenti e le inondazioni, nonché santo collegato all'inviolabilità del segreto della confessione sacramentale, dal momento che, secondo una tradizione agiografica parallela alla prima, egli si era rifiutato di svelare quanto confessatogli dalla regina Giovanna di Baviera, moglie del re Venceslao. Nel corso del XVIII il suo culto si diffuse in tutta Europa e le sculture che lo ritraggono trovano posto privilegiato in prossimità di ponti o di guado di corsi d'acqua, come nel caso delle pregevoli statue settecentesche di S. Michele all'Adige, di Riva del Garda, di Isera, oltre che di quella che orna la fontanella di via S. Marco di Trento, strada solitamente interessata nei secoli scorsi da distruttive esondazioni, mentre proprio a ridosso della canonizzazione del santo venne eretta nel 1732 la chiesetta a lui dedicata nella frazione di Peniola, presso Moena, decorata con propri dipinti su tela dallo stesso pio committente, il pittore Martino Gabrielli.
Scomparsa la prima opera documentata di Antonio Giongo, ossia una fontana realizzata per la comunità di Salorno (1776), la statua di san Giovanni Nepomuceno, unica tra le opere conosciute dell'artista ad essere firmata, costituisce una tappa importante all'interno della produzione di Antonio Giongo, la cui ricostruzione biografica e critica dobbiamo agli studi di Roberto Pancheri che ne ha definitivamente circostanziato l'attività a lungo confusa con quella del più noto Francesco Antonio (2003 e 2005). In questa occasione l'artista, che dovette essere praticamente un autodidatta, dimostra di saper ben lavorare la pietra nella resa dei panneggi, così come si dimostra abile scultore nella fattura del Crocifisso abbracciato dal santo, forse l'episodio meglio riuscito dell'intera composizione.
Il volto appare irrigidito e piuttosto stereotipato nei lineamenti, la cui esecuzione ha caratteri che definiscono tutte le sue opere dal busto di Giovanni Filippo Crosina de Manburg in S. Bernardino a Trento (1762 post quem) a quello di papa Pio VI nel presbiterio di S. Maria Maggiore (1785), ai profili di Pietro Vigilio Thun e di Pio VI per Palazzo Tabarelli de Fatis a Trento (1791-1792) fino a quelli, in gesso, della sala consiliare del vecchio municipio cittadino della metà degli anni Novanta, riproposizione in chiave neocinquecentesca di ritratti di papi e imperatori (N. Artini, Antonio Giongo: le commissioni consolari e l'intervento a palazzo Tabarelli a Trento (1780 1796), in I Giongo di Lavarone: botteghe e cantieri del Settecento in Trentino, Atti del Convegno di studi (Lavarone, 1 ottobre 2004) a cura di M. Bertoldi - L. Giacomelli R. Pancheri, Trento 2005 ["Beni Artistici e Storici. Quaderni", 10], pp. 140-153).
Originale a Torre Vanga (foto tratta dall'articolo citato)
Proprio in quest'ultimo cantiere, le esili e raffinate candelabre, i fregi vegetali, le ghirlande in stucco mostrano come il linguaggio dell'artista si esprimesse al meglio, e nei modi più aggiornati, nel campo della decorazione dove emerge la sua capacità nella resa dei dettagli di cui aveva già dato prova scolpendo il piccolo Crocifisso del san Giovanni Nepomuceno donato alla comunità trentina.
Bibliografia:
R. Pancheri, Antonio Giongo, in Scultura in Trentino. Il Seicento e il Settecento a cura di A. Bacchi - L. Giacomelli, Trento 2003, II, pp. 148-151;
R. Pancheri, Antonio Giongo "egregio scultore in Trento" (con notizie sul pittore Antonio Pomarolli), in I Giongo di Lavarone: botteghe e cantieri del Settecento in Trentino, Atti del Convegno di studi (Lavarone, 1 ottobre 2004) a cura di M. Bertoldi - L. Giacomelli - R. Pancheri, Trento 2005 ("Beni Artistici e Storici Quaderni", 10), pp. 126-139.
Intervento di restauro a cura della Soprintendenza per i Beni Storico-artistici, librari e archivistici:
direttore lavori L. Dal Prà
restauro di Francesco e Tiziano Nerobutto, 2013.
[Antonio Giongo è famoso soprattutto per il suo contributo alla Fontana del Nettuno a Piazza Duomo a Trento, realizzata fra il 1767 e il 1769.]