LA CASA ROMAICA: UNA TIPOLOGIA ABITATIVA PER IL FUTURO.

 

Presentiamo adesso una panoramica sulle tipologie abitative che meglio potranno adattarsi all’architettura del futuro quale abbiamo delineato nelle pagine di presentazione. In questo sezione mi concentrerò pertanto sulle caratteristiche architettoniche della tipologia abitativa che ritengo meglio rispondente alle future esigenze abitative dell’uomo: la casa romaica.

Definisco “casa romaica” (o latina o greco-romana o ancora romea) la tipologia abitativa caratteristica del Mediterraneo Europeo, l’area geografica costituita dagli stati dell’Europa meridionale bagnati dalle acque del Mare Nostro. Essa è un ambito geografico esemplificativo della continua trasformazione delle strutture antropiche: lo sviluppo storico ha prodotto sulla sua architettura un processo ininterrotto di cambiamenti e stratificazioni e addizioni e cancellazioni, in un equilibrio forte e altamente dialettico con l’ambiente circostante, in risposta al variare delle condizioni sociali ed economiche e culturali. Luogo di termini contrapposti, la Plaga Romaica ha prodotto nel tempo un’architettura che dall’un lato è espressione anonimica, cioè spontanea, di necessità primarie di occupazione del territorio e dall’altro lato è risposta culta, o progettuale, di organizzazione dello spazio. Questi concetti implicano due diverse modalità di approssimazione all’attività costruttiva, a seconda che sia governata da una razionalità fondata su valori empirici, relativi e specifici, o su connotazioni astratte, assolute e generalizzabili.

L’evoluzione da un processo di costruzione diretta e trasformazione spontanea della realtà a uno di modificazione progettata e mediata segna il passaggio da una risposta diretta al soddisfacimento di necessità primarie di vita a una elaborazione di tipo più propriamente intellettuale che risponde a logiche più evolute di organizzazione dello spazio. L’operazione progettuale comporta dunque una maggiore distanza critica dalla realtà e implica il distacco dal processo spontaneo con cui si è costruita nei secoli l’architettura romaica. Trova d’altro canto i propri gradi di legittimazione in logiche interne al progetto, laddove i dati e le esigenze proposte dalla realtà vengono distillate in processi di tipo mentale. Nella cultura moderna i processi di trasformazione architettonica si producono secondo ritmi accelerati e diversificati dovuti all’allargamento delle possibilità tecniche e a una nuova ‘coscienza’ progettuale. Non può più esistere la primitiva condizione di modificazione della realtà prodotta per fasi successive reciprocamente finite e vicendevolmente indipendenti. I cambiamenti si succedono oggi in condizioni di movimento continuo e instabile, in cui il progetto di architettura stabilisce dal principio, con i propri connotati fisici, le regole della propria trasformazione temporale. In questa condizione dialettica e in fieri la casa quale unità primaria della organizzazione territoriale è l’espressione costruttiva frutto dello stretto vincolo con il luogo e, nello stesso tempo, della continua modificazione della sua configurazione in risposta al progressivo variare delle esigenze di vita dell’uomo.

Con mezzo semplici, in economia di materiali, in diretta relazione con le condizioni fisiche del luogo e in risposta a quelle ambientali, la casa romaica è una struttura abitativa che si conforma nel contesto, con il contesto e a partire dal contesto. È definita da pochi elementi, disposti secondo semplici leggi aggregative: volumi bianchi uniti in ridotte aggregazioni edilizie; muri in pietra che si prolungano nello spazio aperto secondo forme geometriche elementari contrapposte alla varietà libera delle forme naturali; spazi chiusi come microcosmi, ombreggiati e protetti, o discretamente aperti sulla vastità del paesaggio circostante. I caratteri dell’architettura romaica risiedono dunque in risposte adeguate ma essenziali alle condizioni abitative, localizzative e ambientali del territorio. Risposte richieste e necessitate dalla conformazione fisica del luogo, dalla modellazione del terreno, dall’apertura delle visuali, dalla captazione della luce e dell’acqua, dalla risoluzione delle condizioni di accessibilità. Risposte dunque a esigenze di vivibilità per il lavoro, il riparo, la socializzazione e il necessario isolamento.

Un’architettura che ho definito spontanea per il fatto che soddisfa le condizioni primarie adeguandosi in modo ‘naturale’ alle condizioni ambientali. La casa romaica, come si è detto, prodotto di un processo spontaneo e anonimico, si avvale quasi esclusivamente di materiali costruttivi raccolti in situ o comunque (se si tratta di materiali prefabbricati, come i prodotti ceramici, le malte, o gl’infissi e la carpenteria) di manufatti che modificano prodotti del luogo. La muratura, elemento costruttivo fondamentale, è perciò, di volta in volta, a seconda delle più agevoli disponibilità, di pietra apparecchiata, di pietra a secco o legata con malta, di conglomerati, di cotto, di mattoni crudi, o in fine di terra costipata.

Relativamente all’uso dei materiali, le tipologie variano soltanto marginalmente. Esistono in tutta l’area romaica costruzioni a patio che utilizzano le tecniche murarie più sofisticate che si avvalgono della plastica versatilità della terra cruda pressata in cassaforme o modellata in stampi complessi. Ciò che ne risulta è comunque un’architettura altamente funzionale e insieme razionale: funzionale per il fatto che risponde in un senso più ampio alla necessità d’uso e alle esigenze psicologiche dei suoi abitatori, razionale per il suo carattere di essenzialità e di logica organizzativa dello spazio di vita dell’uomo.

La casa romaica è, insieme, appropriazione e trasformazione dello spazio circostante, strutturazione del contesto secondo leggi razionali e geometriche, e conformazione all’ambiente dei suoi aspetti accidentali; è una struttura architettonica sempre aperta, sempre in fieri, sempre in itinere, costituita per aggregazioni successive di parti eterogenee, per stratificazioni di simboli e segni, per ampliamenti successivi; un apparato di controllo climatico e meteorologico; <<un ridotto fenomeno geografico intimamente legato alla vita dell’uomo>> come la definiva Fernando Garcìa Mercadal in “La casa mediterrànea: museo español de arte contemporáneo (Madrid, octubre-noviembre 1984)” (Ministerio de Cultura - Dirección General de Bellas Artes y Archivos, Madrid, 1984); un luogo, in fine, di dualità, in cui rileggere la inconciliabile tensione tra razionalità ed empiria, materia e spirito, regola ed eccezione, natura e artificio, ordine e cao.

Una migliore lettura esemplificativa della condizione di “necessità insediativa” che si stabilisce tra caratteri del luogo e strutture abitative che in esso si collocano la forniscono le isole del Golfo di Napoli (Capri e Ischia e Procida), che assumerò pertanto a oggetto d’indagine e caso di studio del prossimo paragrafo.

Capri e Ischia e Procida costituiscono 3 ambiti geografici caratterizzati da differenti condizioni ambientali che hanno sollecitato differenti risposte insediative, ognuna con una propria specifica tipologia di trasformazione temporale. Capri è un’isola calcarea, uno scoglio compatto, quasi un masso omogeneo appoggiato sul fondo del mare; la sua conformazione fisica definisce un ambito interno protetto, materializzato dal vuoto geometrico della Piazzetta situata al centro dell’abitato e dal patio quadrato della vicina Certosa. Ischia è in vece una isola vulcanica con una conformazione estroversa, dalla forma approssimativamente circolare, risultata dalle eruzioni vulcaniche e dominata nel centro dalla mole del monte Epomeo; la configurazione convessa del terreno, degradante verso il mare, è stata modellata nel tempo dai terrazzamenti agricoli, per consentire la sua occupazione e il suo adeguamento alle necessità di vita e di lavoro degli abitanti. Procida è in fine una isola vulcanica come Ischia ma di diversa conformazione: è costituita dagli spalti di sette crateri vulcanici, aperti e invasi dalle acque; contro queste pareti concave, corrose dalle acque e dai venti, si sono addossate nel tempo le unità abitative, con una sola facciata rivolta verso il mare sul piano della quale (elemento soggetto all’accumulazione dei segni delle successive trasformazioni) si risolve l’articolazione degli ambienti interni e si legge la complessità delle stratificazioni storiche. La “casa a patio” di Capri, la “casa a terrazza” d’Ischia e la “casa a facciata” (o “casa a schiera”) di Procida costituiscono dunque 3 diverse risposte tipologiche esemplificative di altrettali differenti condizioni di abitabilità correlate alla diversa conformazione del territorio, alla sua morfologia, ai suoi caratteri ambientali e geografici, e a una diffusa condizione di economia dei mezzi e risparmio delle risorse.

Le tipologie abitative descritte individuano 3 diverse condizioni di trasformazione architettonica in uso nella Plaga Romaica: la prima come modificazione dell’impianto di progetto mediante la sua articolazione planimetrica e icnografica e la progressiva addizione di parti posticce; la seconda come modificazione del contesto naturale e la successiva crescita per estensione dei suoi elementi, a modellare e strutturare il luogo e il territorio; la terza come modificazione di una struttura precedente  mediante la sovrapposizione e/o cancellazione degli elementi dell’abitacolo.

Sono queste 3 strategie progettuali che si confrontano innanzitutto con i caratteri fisici e ambientali del luogo in cui si collocano; anzi, da questi acquisiscono i termini di legittimazione al fare progettuale. L’interesse che desta oggi l’architettura romaica non può ridursi, infatti, alla riproposizione di connotazioni retrospettive e nostalgiche. Non è lo stile romaico che può stimolare una nuova attenzione critica ma il metodo che soggiace alla sua architettura: espressione di essenzialità di mezzi e autenticità di risposte; strumento di comprensione profonda del territorio, dei suoi caratteri fisici, delle sue condizioni climatiche e di quelle difficoltà ambientali in cui Fernand Braudel identificava le condizioni prime della specificità delle sue risposte insediative.

Nella crisi che investe il mondo contemporaneo, sottoposto alla spinta perversa della speculazione edilizia e a una domanda abitativa smodata e sempre più ampia, diversificata e sostanzialmente superflua, il Mare Nostro può fornire una possibile via d’uscita. Al di là e al di fuori delle connotazioni superficiali, formalistiche e arbitrarie con cui si è configurato in anni recenti il richiamo all’architettura romaica tradizionale, questa può fornire (ancora una volta) al mondo intero una esemplificazione (ancora una volta, la migliore) di essenzialità e rigore costruttivo unici ovvero una grande lezione di metodo, e di un metodo basato sull’aderenza alla realtà e sulla sua conoscenza profonda. Ancora una volta il Mare Nostro e la Plaga Romaica offrono al resto del mondo la possibilità d’imparare dalla sua tradizione le pratiche del risparmio e del recupero ambientale contro gli eccessi del consumismo, lo spreco delle risorse, lo sfruttamento indiscriminato del territorio, l’attitudine predatoria nei confronti delle risorse naturali, attitudine particolarmente palese (e gravemente indicativa di una mentalità arretrata e chiusa) in Cina, Africa e India, regioni da cui provengono i maggiori attentati al benessere del nostro ecosistema.

L’impiego della terra cruda come materiale da costruzione e delle tipologie abitative romaiche come metodo di insediamento dell’uomo nel territorio può dunque costituire una prospettiva aperta verso nuovi gradi di legittimazione del progetto moderno, per un approccio ai problemi costruttivi che si fondi sulla regola universamente valida della concinnitas, della adeguatezza delle risposte alle domande e delle soluzioni ai problemi, secondo i termini profondi della necessità. In questa prospettiva, il luogo (romaico, va da sè) costituisce l’elemento principale di legittimazione del progetto di architettura sostenibile basato sul rispetto dell’ambiente naturale circostante e sull’uso della terra cruda esposto nelle pagine di questo libro e il tramite per il suo radicamento al processo storico di costruzione e trasformazione della realtà odierna.

 


PROGETTO DI CASA A PATIO IN CAPRI.


Il progetto interpreta la tipologia a patio mediante un’aggregazione di volumi attorno allo spazio centrale cubico sormontato da una copertura ad impluvium. L’insieme definisce un complesso edilizio conformato come per l’aggregazione di parti sviluppatesi e cresciute in tempi successivi. La casa si sviluppa infatti intorno allo spazio centrale a patio (coperto, come detto, ad impluvium) mediante l’aggregazione di volumi edilizi indipendenti articolati per rispondere alle specifiche condizioni localizzative.

Lo schema originario a pianta quadrata é alterato dall’articolazione di alcuni elementi volumetrici per rispondere alla localizzazione panoramica dell’area di progetto, posta sul declivio del monte Tuoro, in posizione di dominio visivo sul paese e sul mare. Il progetto, infatti, si apre sul lato verso valle discoprendo lo spazio centrale e assume il panorama come elemento di fondale della casa. Questa è pensata come una ‘scatola ottica’ che permette di traguardare il panorama dai diversi ambienti, intesi come angoli visuali, in maniera sempre differenziata. Le altre parti della casa evocano la possibilità di una crescita nel tempo, per l’annessione successiva di nuovi ambienti, secondo la logica compositiva materializzata dalla geometria dello spazio centrale e dalle regole della sua occupazione perimetrale.

Il progetto si basa sulla modificazione dell’impianto tipologico stabilito aprioristicamente, che si deforma volumetricamente a contatto con il luogo. La crescita per addizione di parti e articolazione di elementi costruttivi evoca un processo di trasformazione teoricamente e teoreticamente senza fine.

Nella immagine che segue si può notare come la casa si sviluppi intorno allo spazio centrale a patio coperto ad impluvium mediante l’aggregazione di volumi edilizi indipendenti articolati per rispondere alle specifiche condizioni localizzative.