L'Heritage Scientist: una nuova figura nel panorama della ricerca e della conservazione del patrimonio culturale, o un’evoluzione inevitabile della
comunità scientifica?
Il riconoscimento e la definizione del ruolo dell’Heritage Scientist come figura professionale interdisciplinare rappresentano un tema centrale nel dibattito contemporaneo, sia in ambito accademico che nel settore della ricerca applicata ai beni culturali, a livello nazionale e internazionale. L’Heritage Science è una disciplina emergente che integra competenze scientifiche (chimica, fisica, biologia) con saperi umanistici (storia dell’arte, archeologia) e conoscenze tecniche proprie della conservazione. Nonostante la crescita del settore e il riconoscimento della sua rilevanza strategica, la figura dell’Heritage Scientist non è ancora formalmente riconosciuta né dalle istituzioni accademiche né dal quadro normativo nazionale, determinando un vuoto legislativo e professionale che ne ostacola la valorizzazione e l’inquadramento. Tale lacuna limita il pieno riconoscimento di professionisti con una formazione ibrida, capaci di integrare approcci teorici e pratici attraverso metodologie scientifiche avanzate. Il ruolo dell’Heritage Scientist risulta invece cruciale, poiché rappresenta un ponte tra ambiti disciplinari diversi, accomunati dall’obiettivo della tutela, conoscenza, gestione e valorizzazione del patrimonio culturale. Il riconoscimento formale di tale figura potrebbe favorire una maggiore sinergia tra i domini scientifico e umanistico, rispondendo alla crescente complessità delle problematiche affrontate nel settore e alla necessità di competenze altamente specialistiche e trasversali. Nel contesto italiano, il vuoto normativo risulta particolarmente evidente: l’assenza di una definizione ufficiale e condivisa rende difficoltoso l’inquadramento lavorativo dell’Heritage Scientist e ne ostacola l’accesso a posizioni di lavoro, accademiche e di ricerca. Questa incertezza, riflessa anche nei bandi di finanziamento e nelle opportunità professionali, rende urgente l’elaborazione di un nuovo paradigma definitorio che possa riconoscere e qualificare pienamente la figura dell’Heritage Scientist in tutte le sue specificità.
L'utilizzo dell'AI nel campo dei beni culturali sta iniziando a cambiare il modo in cui si affrontano i problemi legati alla conservazione, alla gestione e alla valorizzazione del patrimonio culturale. Tuttavia, l'accesso facile e poco regolamentato a tecnologie avanzate solleva problematiche legate alla qualità dei dati, alla formazione dei professionisti e al loro adattamento a nuovi paradigmi operativi. Inoltre, la gestione dei dati, con l’alto impatto energetico delle operazioni legate all'AI, rischia di avere un contraltare negativo in termini di sostenibilità, contraddicendo alcuni degli obiettivi che la ricerca nel settore dei beni culturali si propone di raggiungere.
La sostenibilità è ormai un tema centrale nel dibattito contemporaneo e attraversa trasversalmente ogni ambito della società: dalla politica all’economia, dalla cultura alla ricerca scientifica. Anche nel settore dei beni culturali, tale concetto ha acquisito crescente rilevanza, ma la sua applicazione concreta rimane spesso ambigua e frammentaria. Se da un lato la transizione ecologica è un imperativo globale, dall’altro è lecito interrogarsi se le
strategie messe in campo stiano realmente producendo un cambiamento sostanziale, oppure se la sostenibilità rischi di ridursi a una narrazione retorica, incapace di tradursi in
prassi efficaci. Nel contesto del patrimonio culturale, la questione si fa ancora più complessa: i beni, tangibili e intangibili, costituiscono elementi essenziali di un ecosistema culturale più ampio, che può risultare gravemente compromesso dalla loro perdita o trasformazione. L’adozione del paradigma della sostenibilità richiede, dunque, una ridefinizione critica del concetto stesso, affinché includa anche la tutela del patrimonio come risorsa non rinnovabile. In assenza di strumenti condivisi per monitorare l’impatto delle politiche ambientali sul patrimonio e in presenza di crescenti disuguaglianze nell’allocazione delle risorse, è necessario riflettere su come garantire che la sostenibilità non resti solo un obiettivo dichiarato, ma diventi un criterio operativo, concreto e verificabile. La riflessione si intreccia inevitabilmente con le problematiche della governance, della giustizia ambientale e della pianificazione a lungo termine, evidenziando la necessità di un approccio sistemico che riconosca anche il valore culturale e sociale del patrimonio nella definizione delle priorità di intervento.
Negli ultimi anni è emersa con forza l’esigenza di rendere la ricerca scientifica più accessibile e comprensibile al grande pubblico, soprattutto nel campo dei beni culturali, dove il patrimonio studiato appartiene alla collettività. Tuttavia, la crescente pressione verso la divulgazione rischia talvolta di semplificare eccessivamente i contenuti, subordinando la profondità scientifica all’efficacia comunicativa. Questa sessione intende riflettere su come comunicare la ricerca in modo efficace, rigoroso e inclusivo, individuando buone pratiche che promuovano l’accesso consapevole al sapere e la partecipazione attiva del pubblico.
La legislazione riveste un ruolo chiave nei processi di riconoscimento, tutela, conservazione e gestione del patrimonio culturale. Questa sessione intende indagare criticamente l’efficacia e i limiti del quadro normativo attuale, tra livelli istituzionali sovrapposti, trasformazioni sociali e sfide emergenti come l’emergere di nuove professioni incompatibili con le tassonomie professionali vigenti a livello europeo e italiano, privatizzazione del settore, il disallineamento tra formazione e mercato del lavoro, la digitalizzazione, il cambiamento climatico/ la sostenibilità, l’accessibilità dei contenuti (es. diritti d’autore e immagini) e la mobilità internazionale.