LA VITA POETANTE
E se scoprissi d’un tratto
che la poesia
è l’angustissima strada che conduce
ad un aspetto della verità,
che ogni parola commisurata
all’equivalente di realtà del mondo
sia del suo stesso “peso specifico”,
poesia: vero dolore di vera realtà?
Allora finalmente m’incamminerei
dolente e felice nella vita poetante.
Le parole dalla pagina,
come umili perle
scenderebbero a dar vita alla vita viva,
non resterebbero lì imbalsamate
nella loro fatua luce,
testimonianze credibili ma incomplete
dell’esistenza, orpelli
di “meravigliosi”, “unici” sentimenti,
ma diverrebbero forza alta e potente
della vita più vissuta,
del gesto più profondo e inverosimile.
Vita e poesia attorcigliate
per testimoniare una parola sacrificata
gioiosa e chiara: solo allora
quando avrò perfino scordato di esserlo
forse sarò poeta.
LA TOMBA DEI GABBIANI
Nell’isola nacqui al canto
ammaestrato dal dolore della bellezza.
Erano i mattini trasportati da cigni
seguiti da cortei di colombe a ventaglio.
Mentre la luce saliva lentamente le scale
assalendo il bianco della chiesa araba
io già vigile piccolo ma vastissimo di sogni
arricchivo il mio cuore di splendore.
Un raggio saettante trafisse le rugiade.
le corolle frementi al primo vento aprirono
rosee serrande. La formica andò a far la spesa
dove prima un’ape teneva mercato.
La mia innocenza di trasparente zaffìro
s’insinuava nelle acque incontaminate:
allora il sole gettava la rete cerchiata
per imprigionare il mare, che là è bambino.
Celesti mattini quieti, sfavillìo
d’anime disfatte nelle onde!
Poi cominciavano gli angeli: a schiere
scendevano a lavarsi le ali di schiuma.
Piccolo non credevo ai miei occhi spalancati.
O l’infanzia, i suoi tremori di vento, d’aria
azzurra sino in fondo. I cieli curvi
s’aprivano di colpo se appena davo un grido.
In quelle pure tombe, dietro i verdi scogli
i gabbiani venivano a morire.
Senza forza s’accasciavano sul suolo
dopo un volo lentissimo d’addio.
Quanti ne ho sepolti alzando il velo
dell’acqua franta, con spume di sudario!
Perciò divenni fratello dei gabbiani
che da lontano venivano a morire.
Anch’io morii: un volo d’ali spente
seguì quel corpicino d’azzurro inerte,
un bianco corteo d’uccelli seppellì
la mia infanzia caduta da un balocco.
ERANO ESTATI LUNGHE
Erano estati lunghe, piegate dalle ginocchia
del tempo, scendevano maree dai cieli
vibranti di spuma d’infinito, vi crollavano
dentro giorni forti nel cozzo degli scogli
sulle spiagge – salotti dove scendeva l’eternità –
ignaro del tempo fanciullo correvo
chi mi conobbe non sa che nei pensieri
cullavo fiori ancora verdi, non sa
che il crepuscolo lo dipingevo coi miei occhi!
ERO UN’ONDA
Ovunque e sempre cerco ancora il mare
nella città dai marosi di pietra
annaspo, esiliato mostro-sirena.
Ero un onda una volta nella luce
m’innalzavo torreggiante nei cristalli
d’un’età che ai miti nulla aggiunge.
Fratello d’ogni pesce, anguilla di platino
veleggiavo verso le torride scogliere
in quel tempo felice che mi espulse.
Così, lontano, disquamato annego
perdendo ogni solare identità
nelle strade asfissianti e maligne.
Ma se nelle notti la luna mi risucchia
nei vortici beati, nelle spume
che sbocciano in perle d’innocenza
Mi risento agnello nell’ovile marino,
onda frantumata dagli arcobaleni,
biancore di sfuggente paradiso.
FINESTRA DI MARINA GRANDE
(a Pasquale)
Sulla finestra
Pasquale fumava
e dalla sigaretta
il vento rubava
quei nodi di fumo
fino al mare vicino
e i ghirigori
diventavano spuma
che il vento ghermiva
e in alto salendo
tessevano rapidi
nubi fluenti
sul cielo marino
Pasquale fumando
e pensando leggero
nel filo vanente
fumato dal fumo
nel fumo pian piano
divenendo lui cielo
TRITTICO CAPRESE
I
C’è l’isola a dirmi l’amore
frastagliato dell’onda spezzata
lampeggiando d’azzurro sullo scoglio.
Amo Capri di notte, quando dopo
il tonfo d’un’auto che sfonda l’erba
della strada, vacillo nel silenzio.
E un grillo incerto ritenta il violino.
Il mare-organo tesse note di gocce
di tonfi.
Una notte è ricca
se ha stelle sgranate all’infinito
si che la terra pare lontana
come sospeso è lo sguardo. E la luna
è una bianca cavalla che tenta
il valico per le galassie.
Per qualche anno fui fidanzato
coi Faraglioni, ma la famiglia
-very high society- mi considerò pezzente:
mi rimproverava i miei affetti per i sentieri
che spezzano le campagne con bave di fiori
e l’amore che portavo a società di ginestre
agghindate e preziose (per non parlare
della cotta che presi per la Grotta…).
No. Ma di notte il mio amore rimpiango
dall’aria di Tragara quando il mare spumeggia
e corrode e abbatte fortezze
e i gabbiani sbilanciano nel vento.
II
Un sonno lungo fu la mia infanzia
su guanciali di sassi scolpiti dal mare
allora senza tempo, agnellino d’aria,
potevo ben dire d’essere leggenda!
Vedevo, come cartoni animati, nuvole
fantasmagoriche, fate fluttuanti di veli
raccontarmi dolcezze, evanescenze,
mentre nel becco, qualche uccello bianco
e blu, come un’ondata fresca,
portava il titolo “Isola d’aria”.
E i sassi raccontavano barzellette
di pietre e della collina
snobbata dalla montagnola di fronte
e come dagli spazi tutte le notti
una magica gente scendeva a cantare.
Nel mare, così chiaro da non esistere,
pesci volavano come frecce e una stella
rossa faceva da sole a un polipo
che giocava col pallone del suo inchiostro.
Un granchio sullo scoglio diceva “osanna”
a un suo dio ossuto, pregandolo di diventare
morto, uno scoglietto che riceva e offra
un the alle ondine in vacanza.
III
L’isola voglio cantare che m’ha pasciuto
di veli. Quando si addobbava un tramonto
un esercito d’ombre s’accoccolava nelle pieghe
delle montagne, e quindi la sera, con lo stemma
della luna, entrava trionfante. L’ora incerta
catapultava ogni pensiero della mente e come
una pianta stracarica di bocci e di fiori
ero azzurro e felice nel vento che rapiva.
M’arrampicavo allora su un colle che stuzzicava
un seno del cielo e osservavo:
una verde aria di piante giaceva placida
su un cuscino di mare che attutiva il
tonfo del respiro. Bellezza senza tempo
che fabbrica violacee lacrime d’ametista!
M’addormentavo così tutto sgranato, dritto
e sognante nel vortice dei precipizi
nella roccia caprese che sanguina azzurro.
Poi l’alba rossa di stupri di colombe
avanzava ondeggiando e dagli occhi
pendeva ogni filo d’erba di rugiada.
Un gregge di barchettine, un mosaico nel mare.
sono andato alla Grotta: antro di quarzo
simulacro della Sirena che in vortici
di luce e acqua impazzi d’amore. È come
se un’astronave si posasse nell’altra dimensione
dove vivono i morti felici, gli amanti.
Il grido del barcaiolo si alza, cozza
sulle pareti di cristallo roccioso, si sperde
nei sentieri degli echi, senza rimbombo.
UNA CIOCCA VIVA DI MIA MADRE MORTA…
Una ciocca viva di mia madre morta
-il marzo ingenuo di gemme cristallino
imperlava i pensieri- al cimitero
di Capri, violento di verde, colsi.
In una cassettina grigia di zinco
uno scheletro rotto con ossa gialle
era racchiusa tutta come una bimba
paurosa, in culla, a notte: sconquassata,
disordinata, il cranio sopra un piede.
Pietà! Non assillate il tam tam
del ricordo, il pensiero che l’azzurrissima
infanzia s’aggrappò a quell’ossa,
che la mia bocca si rapprese al petto
oggi per sempre immaginario:
no io non crederò più alla morte,
al muschio che ricopre le tombe.
Leggera nube di sangue mattutino
in carta di giornale i suoi capelli.
vivevano di palpiti, di soffi, la mano
affettuosa tremava nell’accarezzarli:
evanescenti avevano a sostegno solo aria
(un tempo il vento vi giocava aereo
con tenere volute celestiali).
Ne rubai un ciuffo, il più bello,
fatto a boccoli, ed al custode
che m’impediva il gesto, gridai
grugnendo dal mio riso di pianto:
“di sacro c’è solo il mio amore mutilato!”.
E me ne andai con la mia ciocca rossa
perché non credo più alla morte.
AL PADRE
Caro papà che strano inviarti un
messaggio da una telescrivente di tenebre
(l’anima) io che a te non scrissi che una
cartolina, talvolta, quand’ero militare e azzurri
i vent’anni portavo negli occhi della gioventù
in divisa (con fucili e bombe nelle mani mi
sentivo più marziano e inciampavo nella tuta mimetica
troppo grande).
Mai una parola a te, né una lacrima
ci siamo confessati, tu disabituato al linguaggio,
in questo eri sanguigno uomo del sud – eri
muto ai sentimenti che travestivi di durezza:
facilmente un ceffone ti si raffigurava
come un bacio dato con la bocca paffuta, e al mattino
La sveglia alle sei, mi buttavi giù dal letto
con pizzichi e imprecazioni e graffi di giunchi,
e nel buio, sveglio ma ancora rintronato di sogni,
mi rannicchiavo aspettando il giorno.
Eri uno strano padre senza influssi borghesi nella
mente, ne proletari, i tuoi pensieri educati alla terra
al mare, erano rimasti alla rozzezza animalesca
( oh il tuo pessimismo estivo, la barca che remavi
con nello sguardo le ondate che sbattevano scogliose e
i remi come grandi braccia per abbracciare un mare che
non è stato tuo).
Mi educasti alla povertà più oscura:
le gelide tramontane con zoccoli di legno (camminavo
leggero nei vicoli perché il rumore non mi facesse
arrossire degli sguardi di quelli che portavano le scarpe)
e cappotti consunti che sempre qualcuno mi regalava e
i pochi libri che mai capisti necessari alla mia anima.
È troppo strano parlarti così semplice, io che con te
fui abituato alle fughe, all’infanzia di botte.
Ti amavo poco perché
picchiavi la mamma: dal buio balzava la fiamma
delle vostre risse: lei muta inghiottiva lacrime
mischiate a pugni, e poi esplodeva con la rossa
testa scalpitante di capelli lunghi, e ti tradiva
dopo, finalmente! Per tanti anni quest’odio
che forse non era tutto mio ti ho portato,
scansandoti.
Poi sei morto.
Nell’ospedale ti misero sullo stretto marmo dei
cadaveri, livida bestia per il vasto banchetto della morte:
la tua carne buia di marinaio s’era impallidita,
gareggiante col pallore della pietra. Allora
sì che ti rividi, vivo! Sempre avevi nella mente idee
di grattacieli, tu che avesti poco davvero, e adesso
quello che ti aspettava era un edificio capovolto.
Forse non eri fatto per essere padre, benché dal
ventre ti scoppiassero i figli, e solo adesso
so che questa colpa è di nessuno.
ELEGIA CAPRESE
Qui nell’Isola estraneo son cresciuto
come un’erba selvaggia dispersa
in un prato verde squadrato,
ben tosato: io al vento
ogni momento agitata quasi svellere
dal mondo mi sentivo.
Qui nell’Isola solo son cresciuto
con la mia ombra, soltanto ai vicoli
parlavo e nella luce abbagliante
annullavo ogni mio esistere.
Tra gli scogli il parlottare del mare
nel deserto degli inverni m’era amico
ogni pietra era viva e il mare
gli prestava la sua voce di tritone.
In ogni sentiero creavo un mio romanzo
perché solo e disperso camminavo
incontro mi venivano compagni nemici
-la mia diversità credendo mostruosa!-
E svicolavano con fulminee risa.
Non amavo nessuno e odiavo me stesso.
Amavo solo le rocce, il vento marino
le alture segrete e solitarie.
Abbracciavo gli alberi come amici
tra le dita frammenti di corteccia.
Piccola Isola, com’era disperata
la mia insularità!
Ero io la tua immaginetta di carne
sola nel mare della gente svettava
la mia testa mentre da intrusa
s’allontanava tra le altre silenziosa.
Ma un fremito segreto dentro il petto,
un’ansia di colloquio, la gioia
di sentire una mano aprirsi chiara
come una corolla al giovane sole
spalanca rugiadosa i rossi petali…
Invece qui nell’Isola, solo, estraneo
anche adesso cammino, dopo secoli
di silenzio incontro quei bambini
che giocavano a palla nella marina,
nel volto segnato riconosco quello
con cui talvolta ebbi un inizio
di fraternità, ma nemmeno adesso
che ha conosciuto la vastità del mare
l’infida cattiveria delle bufere
mi sorride, ma da intruso m’adocchia!
Riconosco nei volti l’antica fanciullezza
ma un silenzio d’abisso rimane: albero
che potendo diventare agile palma
s’è rattrappito in moncone di tronco!
Uno sterpo con rade foglie
è la mia vita qui, estraneo
e deriso dagli isolani
ma un sorriso
radioso discende dalle volte
delle grotte segrete, dal fogliame
mi sorride ammiccante un vecchio fauno,
del mare conosco la storia d’ogni pesce,
d’ogni sirena tramutata in scoglio,
m’abbracciano gli oleandri le querce materne,
le nubi come gialle mongolfiere.
Resto sereno tra gli eterni miti
e mentre sono vivi i sassi, i vicoli
le piazze, il maestrale sulle scogliere,
fantasmi itineranti sono gli uomini!
A UNA POESIA ANTICA DIMENTICATA
Rimarrai lì, nuda
scheletrita e sola
nel ghiaccio del foglio bianco,
chiusa nel libro come in una cripta
e solo quando uno sguardo
come un raggio caldo
si poserà su te,
se hai ancora un microbo
di vita, resusciterai:
dal tuo cartiglio tortuoso
rispunteranno steli, e tra
le foglie turgide
risplenderanno tulipani di bellezza.
Perché di quella vita
che si bruciò quando ti scrisse
solo cenere è rimasta;
di quel nome celebre che ti vergò
nemmeno è rimasto un ricordo scarno,
e i critici tronfi, gli amici adulanti
che ti definirono “sublime”
anch’essi sono polvere
nel novero dei più.
Stai là, inerte, chiusa e cieca
ma se vi fu forza, amore,
dolore trasfigurato in gioia
in quel momento remoto che nascesti,
solo allora rifiorirai
viva ed eterna,
Poesia.
NATALE CON I CANI
Natale ha per me il senso dell’infanzia
Scugnizza randagia alle marine:
addobbavo di tristezza alberi, con lucide
tra le foglie povere lacrime.
Guardavo col naso rosso per le pigiature
Nelle vetrine affannati balocchi,
cagnolini di stoffa, rossi trenini
che partivano dalle stazioni delle favole
sfrecciando con un’amarezza di colori
nel tunnel grigio del mio cuore bimbo.
Una sera, era già tardi
Mi lasciarono solo tra le barche
I ragazzini: era festa dai loro,
pensavo al Natale di mia madre sotto
la fredda croce, al mio più freddo ancora
nella piazza sola.
Furono allora miei balocchi due cani
Correnti all’impazzata sui rimasugli.
DIECI MILIARDI DI ANNI
(a Stephen Hawking)
Oh vieni anche tu
in questo incredibile mondo
di dieci miliardi di anni!...
Laggiù, nel caleidoscopio di epoche,
potrai diventare di colpo
un birbante monello e il dinosauro
un imberbe agnellino dalla tenera pelle,
le gigantesche piramidi ringiovaniranno
a vista d’occhio e la terribile sfinge
sarà un giocattolo senza più
mistero.
E noi sempre più piccoli e goffi
giocheremo con computers di cristalli blù
ad antiche equazioni einsteiniane.
Oh vieni anche tu in questo incredibile
mondo di dieci miliardi di anni,
si ricomporranno i cocci delle tazzine di Sèvres
riemergeranno dal fondo i giardini pensili
di Babilonia, si misceleranno passato e
futuro e
i buchi neri vorticheranno
come livide trottole
per ingoiarci
in un universo roteante e illeggibile
COME IL PUGNO CHIUSO DI DIO
A PASOLINI
Non posso pensare al tuo corpo
alla deriva della notte
all’idroscalo.
Adesso che il tuo nome
è rullato in milioni e milioni di rotative
il tuo volto insanguinato anche dall’inchiostro
che ha ripetuto a lave il tuo martirio
io non ho letto i giornali,
ho riletto solo il giornale dai fogli
bianchissimi luminosissimi
i tuoi versi d’oro e miseria.
Uscivi come una talpa dal tuo buco caldo
tu che odiavi il “ vivere bene “
per schiacciare i vicoli dei cuori.
Non posso pensare ai tuoi zigomi stravolti
allo stordimento prima lieve
e poi al rombo dell’auto e le ruote
valicanti rabbiose la montagna azzurra della tua testa,
lo scricchiolio dei massi cerebrali che catapultavi
su tutti, per la verità, e rimanevi
più solo con te solo e forse
anche da te stesso lontano.
Adesso la tua carne grigia è
ballatoio di vermi
balaustra di marcio
osservatorio di maleodore
miscuglio di putrescenza assoluta
nelle tue fibre spaccate
urlano accecati i sensi disfatti
gridano nel buio le cellule
sulla tua dissoluzione imperiale
di poeta.
Dopo tanto chiasso sei tornato nel silenzio
che più amavi, ricammini notturno nei vicoli
delle tue borgate, ogni portone è una nicchia
che riflette per un attimo la tua figura sfuggente.
E chi dirà più Roma
puttanesca e crudele?
chi canterà come te
la gagliardia dei sessi nell’orgasmo?
nessuno inseguirà più questa carne
umana dietro l’ombra della sua
sfortuna.
Verranno altri poeti
asessuati colle grandi ali
a ridere nelle facce di bambini
una pena diversa da questi spalti di sangue
ma tu sei precipitato
nella gola d’argento dove cadono
i poeti veri: là misteriosi venti
che spostano astri in nuove rotazioni
ripetono sillabe misconosciute:
Lorca, Hernandez, Pasolini…
ROS’ARIA
Chi ti pose accanto al mio cuore
di poeta ventoso e notturno?
Ti sono
grato per la tua brezza fiorita.
Sei Ros’aria: una rosa che fiorisce
dall’aria lo splendore e la purezza.
Quando sono lontano, ti scruto:
ti leggo nell’anima terrori di giorni:
avrò rounds nei rings del tempo,
lotterò contro ogni frustata di ruga.
Dal tuo sguardo limpido traspare
Ogni orizzonte di anni di cieli.
Ogni battito di ciglia è un’ondata
Che si frena sulla mia spiaggia aperta.
LO SGUARDO DI ROSARIA
Rosaria
è così chiara
divenendo d’aria
racconta
nei pensieri
non d’una vita
d’ieri
ma d’una leggendaria
che nel dolore
muta e varia
e si tramuta
festosa
in cielo.
S’intravvede
trasparente
in un lontano velo
il suo sguardo
che mi sorride
e sussurrando
ancora mi rivela
“ti voglio bene”. ( Roma, 2012)
SPIAGGETTA DEL CIRCEO
Là, in un angoletto del Circeo
dopo Punta Rossa,
nella radura vergine,
tra scogli aguzzi e irti,
c’è d’improvviso una spiaggetta
nascosta ad ogni sguardo:
una pozza d’acqua limpida
che da azzurra si fa verde e blu.
In quella nicchia d’acqua
c’è tutta la nostalgia
di una spiaggetta d’isola
dove nuotavo beato.
VERSAMI UN’ONDA
Quando mi sveglio all’alba un senso oscuro
di disagio mi coglie nel deserto del letto
quasi un timore del giorno che verrà.
Ma leggeri
Sugli alberi già borbottano gli uccelli, la luce
timida s’insinua e di più m’adagio
nelle lenzuola che s’avvinghiano come ondate
sul mio corpo sconosciuto.
Tu dove sei?
Nel sonno forse sei ancora sperduto,
sogni il mare sconfinato, la luce forte
che dagli scogli dardeggia sulle spume.
Dal mio letto ti mando messaggi, solo onde
di pensieri per contrastare le tue ondate marine
e chissà se qualcosa ti giunge di questo male
che mi pesa sugli occhi, che mi morde la gola
come un grido muto: ti amo e resti lontano,
viviamo in due deserti paralleli: il mio bianco,
il tuo immerso nell’azzurrità marina.
Versami un’onda sul corpo che brucia
arso da mille sali, bevuto da cento soli!
OH IL RICORDO DI QUEI GIORNI D’ORO…
Oh il ricordo di quei giorni d’oro
il sole che saliva sulle vette del mondo
io che scendevo gli oscuri itinerari,
la luce che filtrava nel verde
spumando nelle vene della gioventù
che acqua di cristallo sprizzava nei pensieri!
Il sapersi fugace nell’eternità
eppure beato della giovinezza,
conoscere i mattini prima delle albe
e la notte regina dei sospiri.
Piangere era la gioia di possedersi
in un dolore che fu allegria del dramma:
la prima prova dell’eroe solare.