“Ogni uomo può, se lo desidera, diventare lo scultore del proprio cervello” Santiago Ramon y Cajal
Nell’iniziare questa rubrica mensile per conto dell’Associazione Italiana Afasici Umbria OdV mi è sembrato opportuno richiamare alla memoria la frase scritta nel 1914 da Santiago Ramon y Cajal, dato che, a mio parere, potrebbe essere adottata come slogan da tutti coloro che si interessano di riabilitazione dei disturbi del sistema nervoso.
Erano gli anni a cavallo tra 1800 e 1900, definiti l’epoca d’oro della neurologia, periodo in cui furono per la prima volta indagate le relazioni fra cervello e comportamento. Era stato appena introdotto il metodo anatomo-clinico che aveva reso possibile correlare lo studio dei disturbi del comportamento conseguenti ad un danno del cervello con la documentazione delle alterazioni cerebrali identificabili con l’autopsia. Non erano certamente disponibili le metodiche di indagine attuali e nemmeno si aveva alcuna conoscenza dell’organizzazione funzionale delle strutture cerebrali. Ma Cajal (1852-1934) riuscì a concepire con un secolo di anticipo quei fenomeni che oggi vengono inclusi nel termine “plasticità”, la capacità del sistema nervoso di rimodellarsi continuamente. I suoi studi si basavano sull’uso della cosiddetta “reazione nera”, il metodo di colorazione scoperto da Camillo Golgi (1843-1926) per visualizzare le cellule nervose: una volta indurito il tessuto nervoso con bicromato di potassio, Golgi sostituì la tradizionale colorazione col carminio utilizzando il nitrato d’argento; in questo modo dalla struttura esaminata emergevano le singole cellule colorate perfettamente di nero. Grazie a questa reazione chimica, le cellule nervose, impregnate di cromato d'argento, rivelavano i loro precisi contorni, ben definiti fin nei minimi particolari: le illustrazioni di Cajal mostrano queste cellule e le loro ramificazioni in tutta la loro bellezza.
Golgi e Cajal furono premiati insieme con il premio Nobel nel 1906 e l’evento è rimasto famoso anche per la loro disputa che si manifestò perfino durante la cerimonia. Il dissidio era tale che Golgi, quando seppe di dover dividere il premio con chi era divenuto celebre grazie alla sua scoperta, pensò addirittura di non andare a ritirarlo. In realtà il contrasto era di natura scientifica e dovuto alla diversa interpretazione dei dati di laboratorio; Golgi sosteneva la teoria di un sistema nervoso a rete, senza interruzioni di continuità; Cajal invece riteneva che il sistema nervoso fosse composto da unità cellulari indipendenti, fisicamente separate da zone di “contatto" (che verranno poi denominate sinapsi), tesi che prenderà il nome di “teoria del neurone”.
Rispetto all’attuale esplosione delle neuroscienze, un secolo fa le conoscenze sul sistema nervoso erano proprio ai primordi. Nonostante ciò, Cajal nel suo capolavoro “Studi sulla degenerazione e rigenerazione del sistema nervoso”, che resterà la bibbia dei neurologi fino alla fine del 1900, scriveva: “Le capacità di un pianista … sono inaccessibili ad un uomo non allenato … Per capire a fondo questo fenomeno complesso è necessario ammettere, oltre al consolidamento di percorsi organici già stabiliti in precedenza, la formazione di percorsi nuovi, attraverso la ramificazione e la crescita progressiva dei dendriti e delle terminazioni nervose … Un simile sviluppo ha luogo in risposta all’esercizio, mentre si interrompe e può essere invertito nelle regioni cerebrali che non vengono utilizzate”.
Consapevole di non avere a disposizione strumenti adeguati a dimostrare questa sua idea, secondo cui le esperienze individuali (ad esempio imparare a suonare uno strumento) modellano le connessioni tra i neuroni, lasciò scritto che questo sarebbe stato il compito della “scienza del futuro”. In effetti oggi, e solo da qualche anno, sappiamo che Cajal aveva ragione e che l’apprendimento, anche in condizioni patologiche, è sempre possibile grazie al meccanismo da lui prefigurato, che rappresenta la base neurobiologica di ogni intervento riabilitativo.