“Un uomo scendeva da Gerusalemme verso Gerico, quando incontrò dei briganti che gli portarono via tutto, lo presero a bastonate e se ne andarono lasciandolo mezzo morto. Per caso passò di là un sacerdote; vide l’uomo ferito, passò dall’altra parte della strada e proseguì. Anche un levita del Tempio passò per quella strada; lo vide, lo scansò e proseguì. Invece un samaritano, che era in viaggio, gli passò accanto, lo vide e ne ebbe compassione. Gli andò vicino, versò olio e vino sulle sue ferite e gliele fasciò. Poi lo caricò sul suo asino, lo portò a una locanda e fece tutto il possibile per aiutarlo. Il giorno dopo tirò fuori due monete d’argento, le diede al padrone dell’albergo e gli disse: Abbi cura di lui e se spenderai di più pagherò io quando ritorno.”
Vangelo secondo Luca (Lc10, 30-35)
Non c’è alcun dubbio che le nostre azioni ci appaiano essere il risultato di ciò che decidiamo di fare. D’altra parte, la capacità di monitorare e confrontare il risultato delle nostre scelte con intenzioni e obiettivi precedenti è considerata uno degli aspetti fondamentali del nostro modo di agire in accordo ad uno scopo predeterminato. In altre parole, siamo convinti di essere la causa di ciò che facciamo così come siamo sicuri di conoscere le motivazioni dei nostri atti. Tuttavia, numerose indagini suggeriscono che possa verificarsi una dissociazione tra il nostro comportamento e la nostra conoscenza delle ragioni che ci hanno spinto ad adottarlo.
In un famoso esperimento a 40 seminaristi è stato chiesto di compilare un questionario per valutare la personalità e le motivazioni che li avevano spinti ad entrare in seminario e studiare teologia; poi è stato loro detto di preparare una breve relazione. A questo scopo ad ognuno è stato fatto leggere un brano riguardante per alcuni la parabola del Buon Samaritano, per altri le proprie aspettative al termine degli studi.
A questo punto i seminaristi sono stati informati che, per motivi contingenti, il professore si era dovuto recare in un altro edificio, dove avrebbero dovuto raggiungerlo. Ad alcuni veniva detto che il professore li stava aspettando, ad altri che stava per andare via e ad altri ancora che era stato trattenuto da un impegno per cui avrebbero dovuto attendere qualche minuto rispetto all'orario stabilito per l’appuntamento.
Durante il percorso per raggiungere l’edificio dove erano attesi, i seminaristi (uno alla volta) incontravano una persona (in realtà complice degli sperimentatori) che fingeva di aver bisogno di aiuto: accasciato, immobile, con gli occhi chiusi e la testa reclinata, emetteva gemiti e tossiva.
Se il seminarista si fermava e si informava sull'accaduto, il collaboratore dei ricercatori si limitava a ringraziare dicendo di non aver bisogno di aiuto e di non preoccuparsi; manteneva tuttavia lo stesso atteggiamento sofferente, continuando a lamentarsi e tossire. Se comunque il seminarista insisteva nel volergli prestare soccorso, si lasciava finalmente aiutare annotando se veniva accompagnato personalmente fino ad un posto di ristoro o se veniva affidato a qualcuno che avrebbe comunque potuto provvedere ai suoi bisogni.
Sulla base del tipo di aiuto prestato, ad ogni seminarista veniva attribuito un punteggio:
0 = non si accorge che qualcuno ha bisogno di aiuto,
1 = si accorge che qualcuno ha bisogno di aiuto ma non si ferma ad aiutarlo,
2 = non si ferma ma presta aiuto indirettamente (per esempio telefona a qualcuno per informare che c’è una persona che necessita di essere aiutata),
3 = si ferma e si informa sul bisogno di aiuto,
4 = si ferma, insiste per prestare aiuto e affida la persona alle cure di qualcuno,
5 = si ferma, insiste per prestare aiuto e provvede personalmente (per esempio accompagnando la persona in un bar o al pronto soccorso).
Giunti nell'edificio dove il professore era in attesa, ogni seminarista eseguiva il compito sull'argomento preparato in base al brano che era stato letto; poi, rispondeva ad un questionario mirato a stabilire le proprie opinioni su quale comportamento sarebbe giusto adottare di fronte ad una richiesta di aiuto e infine riferiva se si fosse accorto o no dell’uomo sofferente incontrato durante il tragitto. Al termine, nel corso di un colloquio veniva svelato lo scopo dell’esperimento e venivano commentate le ragioni del comportamento che ognuno aveva effettivamente adottato.
L’indagine ha documentato che i soggetti erano stati influenzati da una sola variabile: la fretta di giungere all'appuntamento con il professore, fretta che era indotta dalle informazioni fornite dallo sperimentatore. Si sono fermati a prestare soccorso appena il 10% di coloro cui era stato detto che per riuscire a svolgere il compito era necessario sbrigarsi rispetto al 63% degli appartenenti al gruppo che sapevano di avere a disposizione un tempo sufficiente e al 45% del terzo gruppo. I tratti di personalità e le motivazioni, come rilevabili dal questionario iniziale, non avevano alcun effetto e nemmeno mostrava alcuna influenza il tipo di compito assegnato, cioè, aver letto e preparato o no il brano sul buon samaritano.
Curiosamente nell’intervista effettuata alla fine dell’esperimento tutti i partecipanti hanno dichiarato di ritenere giusto soccorrere chi ha bisogno di aiuto. Evidentemente, però, accettare una norma consapevolmente non produce necessariamente un comportamento coerente.
Le opinioni soggettive sembrano svolgere un ruolo decisamente marginale nel determinare il comportamento. E’ invece il contesto che può, il più delle volte inconsapevolmente, orientare il modo di agire: più che una mancanza di sensibilità (l’indagine è stata condotta su seminaristi che con ogni verosimiglianza in contesti diversi si sarebbero comportati in modo più aderente ai loro principi morali) può essere chiamata in causa la necessità di risolvere il conflitto tra esigenze contrastanti. Come concludono gli autori “ethics become a luxury as the speed of our daily lives increases”.
Anche i comportamenti altruistici sembrano condizionati da processi mentali che possono restare ignoti all'individuo o di cui si è solo parzialmente consapevoli.
(Testo tratto da: M. Piccirilli “Geneticamente analfabeti. Come la mente plasma il cervello”. Armando Editore, 2020)