“Tutto il comportamento, e non soltanto il discorso, è comunicazione, e tutta la comunicazione − compresi i segni del contesto interpersonale − influenza il comportamento.” Paul Watzlawick
Ovidio (43 a.C. - 17 d.C.) nelle Metamorfosi narra la vicenda di Pigmalione, un abile scultore:
“Un giorno, con arte invidiabile scolpì nel bianco avorio
una statua, infondendole tale bellezza, che nessuna donna
vivente è in grado di vantare; e s’innamorò dell’opera sua.
L’aspetto è quello di fanciulla vera, e diresti che è viva,
che potrebbe muoversi …
Pigmalione ne è incantato
e in cuore brucia di passione per quel corpo simulato.
Spesso passa la mano sulla statua per sentire
se è carne o avorio, e non vuole ammettere che sia solo avorio.
La bacia e immagina che lei lo baci, le parla, l’abbraccia,
ha l’impressione che le dita affondino nelle membra che tocca …
la vezzeggia, le porge doni …”
Pigmalione si era innamorato della statua che aveva scolpito
“E venne il giorno della festa di Venere, festa in tutta Cipro
grandissima …
Pigmalione, deposte le offerte
accanto all’altare, timidamente disse: “O dei, se è vero
che tutto potete concedere, vorrei in moglie (non osò
dire: la fanciulla d’avorio) una donna uguale alla mia d’avorio”.
Tornato a casa Pigmalione con grande sorpresa si accorse che Venere aveva acconsentito alla sua richiesta: aveva trasformato la statua in un essere umano. Pigmalione così poté sposarla e dalla loro unione, protetta da Venere che partecipò alle nozze, nacque una bellissima figlia.
A Pigmalione è ispirata anche un’opera teatrale del 1913 di George Bernard Shaw: un insegnante cerca di trasformare una ragazza, di umili origini e priva di cultura e di educazione, in una donna dai modi garbati propri dell’alta società.
Attualmente, effetto Pigmalione è definito il fenomeno per cui le aspettative che si riversano su una persona possono modificarne il comportamento.
Nel 1965, Robert Rosenthal eseguì un famoso esperimento di psicologia sociale sull’effetto dell’aspettativa degli insegnanti sul rendimento dei loro studenti. A questo scopo comunicò agli insegnanti il nome di alcuni bambini che si erano dimostrati particolarmente dotati, come risultava dai punteggi ottenuti nelle prove a cui erano stati sottoposti. Nella realtà i nomi erano stati scelti a caso. Un anno dopo i bambini selezionati come più intelligenti, sebbene fossero stati scelti casualmente senza nessun riferimento alle effettive capacità, mostrarono un notevole miglioramento del proprio rendimento scolastico al punto da essere divenuti i migliori della classe. I bambini si erano dimostrati estremamente sensibili alle aspettative, sia positive che negative, che gli insegnanti avevano su di loro. L’effetto dell’aspettativa era stato più rilevante rispetto a tutte le altre variabili considerate, come la classe frequentata, le abilità di partenza, il sesso o l’appartenenza a una minoranza. L’aspetto più significativo dell’esperimento è che una influenza così potente era stata esercitata dagli insegnanti in modo del tutto inconsapevole.
In altre parole, se gli insegnanti credono che un bambino sia meno dotato, o più dotato degli altri, lo tratteranno, anche inconsciamente, in modo diverso dal resto del gruppo; il bambino potrà interiorizzare il (pre)giudizio e comportarsi di conseguenza, cioè secondo le attese.
Anche Maria Montessori sosteneva che i docenti dovrebbero astenersi dall’etichettare l’allievo perché le loro aspettative possono condizionarne il comportamento: come nel classico fenomeno della "profezia che si autoavvera" e proprio come descritto nel mito di Pigmalione si costituisce un circolo vizioso (il bambino diventa come l'insegnante lo tratta).
Un altro esperimento molto famoso è stato quello ideato da Jane Elliott nei giorni successivi all’assassinio di Martin Luther King nel 1968. In classe spiegò che chi aveva gli occhi blu aveva un’intelligenza e una capacità di apprendimento superiori di chi aveva gli occhi marroni. Ai bambini con gli occhi chiari concesse privilegi, quali sedere nelle prime file, doppie porzioni a pranzo, l'accesso alla nuova palestra e un tempo più lungo per la ricreazione. Portò anche dei collari chiedendo ai bambini con gli occhi chiari di metterli al collo dei loro compagni con gli occhi scuri per identificarli più facilmente. Quelli con gli occhi chiari vennero anche incoraggiati a giocare solo tra di loro, ignorando quelli con gli occhi scuri. In più, l'insegnante non permetteva agli studenti dei due gruppi di bere dalla stessa fontanella e spesso rimproverava quelli con gli occhi scuri per il modo in cui svolgevano i compiti e per come si comportavano.
In breve tempo gli appartenenti al gruppo “superiore” divennero arroganti, prepotenti nei confronti dei loro compagni “inferiori”. Inoltre, il loro rendimento scolastico migliorò. Al contrario i bambini con gli occhi scuri, inclusi coloro che prima erano i più bravi della classe, divennero timidi, si isolavano durante l'intervallo e addirittura mostravano difficoltà nel risolvere compiti anche semplici.
Successivamente furono dichiarati superiori gli allievi con gli occhi scuri e questi ultimi si comportarono in maniera molto simile a come avevano fatto precedentemente i loro compagni con gli occhi chiari.
L’esperimento, che era stato ispirato alla Elliott da una preghiera Sioux (“Oh grande spirito, trattienimi dal giudicare un uomo finché non avrò camminato nei suoi mocassini”), si attirò molte critiche e creò grande malumore ma fece molto scalpore perché suggeriva che anche differenze appositamente costruite, cioè del tutto prive di obiettività, possono influenzare profondamente il comportamento.
L’effetto Pigmalione, conosciuto anche come effetto Rosenthal, non si osserva solo in ambito scolastico, ma rappresenta un fenomeno che può manifestarsi in molti altri contesti, ad esempio in quello lavorativo nel rapporto fra capi e dipendenti oppure in quello familiare nelle relazioni fra genitori e figli.
Molto noto a questo proposito è il cosiddetto effetto Hawthorne, cioè i cambiamenti comportamentali che si verificano come conseguenza della presenza di un osservatore.
Il termine deriva dal nome dello stabilimento dove si svolse l’esperimento (a Chicago). I ricercatori erano stati invitati a studiare l’impatto delle condizioni dell’illuminazione ambientale sulla produttività. I risultati dimostrarono invece che l’effettivo aumento di produttività non era correlato alle modifiche apportate all’ambiente di lavoro, ma era dovuto alla presenza stessa dei ricercatori: essere stati scelti per l’esperimento aveva fatto sentire quei lavoratori un po’ speciali, comunque considerati e apprezzati, e questo li aveva motivati e portati a svolgere il proprio lavoro con maggiore efficacia. Il fattore decisivo era in realtà rappresentato dal miglioramento verificatosi nelle relazioni interpersonali. L'attenzione e l’interesse dimostrati dai ricercatori avevano attivato dimensioni precedentemente trascurate quali l’ascolto, il dialogo, l’interazione, la collaborazione, il senso di far parte di un progetto che andava oltre il mero contributo personale.
In altre parole, l’esperimento dimostrò l’esistenza della relazione che si costruisce fra livello di soddisfazione personale e produttività: gli individui cambiano il loro comportamento quando sono consapevoli di essere osservati, di essere valorizzati per l’attività che svolgono ed essere coinvolti nel processo produttivo. Per questo motivo l’effetto Hawthorne è divenuto un principio cardine nella gestione delle risorse umane: chi agisce in questo settore dovrebbe assumere il ruolo di mentore, come Pigmalione nei confronti della sua statua.
In definitiva, le aspettative possono condizionare la qualità delle relazioni interpersonali e ostacolare la capacità di elaborare le informazioni in modo obiettivo; ad esempio, un pregiudizio negativo può mascherare, agli occhi di chi osserva, le caratteristiche positive possedute da chi viene giudicato e, di conseguenza, portare facilmente chi è oggetto del pregiudizio ad esprimersi al di sotto del suo effettivo potenziale.
Come sosteneva già Aristotele “l’essere umano è un animale sociale”. La competenza relazionale (a sua volta connessa alla competenza comunicativa e a quella emotiva) è una delle proprietà peculiari che contraddistinguono il comportamento di ogni individuo.