Effetto Google
“Mi sbaglierò ma fra qualche millennio l'umanità - come ha perso l'olfatto antico degli ominidi - avrà perso il senso del ricordare”.
Gesualdo Bufalino
Il comportamento dell’essere umano ha una caratteristica paradossale: modifica il proprio ambiente di vita al punto da doversi continuamente riadattare ai cambiamenti che induce. Così l’introduzione delle tecnologie digitali ed il loro uso massivo e indiscriminato hanno modificato radicalmente la condotta di chi le utilizza e molti ricercatori si sono chiesti se gli adattamenti cognitivi necessari per vivere in un mondo digitale siano favorevoli o al contrario rischiosi per la sopravvivenza.
Uno dei fenomeni più noti connessi all’utilizzo degli strumenti digitali è rappresentato dal cosiddetto “effetto Google”.
In una indagine divenuta molto famosa ad alcuni volontari è stato chiesto di scrivere su un computer 40 nozioni facili da ricordare (per esempio: “L'occhio di uno struzzo è più grande del suo cervello”). A metà dei soggetti veniva detto che il loro lavoro sarebbe stato salvato sul computer; all'altra metà invece che sarebbe stato cancellato. Inoltre, a una metà dei soggetti di ciascun gruppo è stato chiesto in modo esplicito di ricordare l'informazione (che venisse salvata o no dal computer); all’altra metà non veniva invece data alcuna consegna. Però poi a tutti veniva chiesto di riferire il maggior numero possibile delle nozioni che avevano scritto.
Il risultato è stato inequivocabile: le informazioni salvate sul computer sono state rievocate significativamente meno rispetto a quelle non salvate; in altre parole, la consapevolezza di poter accedere successivamente alle informazioni si accompagnava alla loro rapida dimenticanza. Inaspettatamente poi la prestazione dei soggetti esaminati non è stata influenzata dalla consegna di tener a mente le informazioni ricevute; semplicemente, nei confronti delle informazioni salvate in una memoria esterna non veniva compiuto alcuno sforzo di memorizzazione.
Quando salviamo un’informazione su uno strumento digitale non ci preoccupiamo di tenerla a mente; è questo l’”effetto Google”: secondo una ricerca del Kasperky Lab, condotta nel 2016 su più di 6000 persone in Europa, India e Sati Uniti, il 90% degli utenti di internet mostra questo effetto: oltre il 70% non conosce il numero di telefono dei figli e il 49% quello del partner.
Viene definita invece “amnesia digitale” la tendenza a non memorizzare informazioni che sappiamo essere disponibili sui motori di ricerca. Ovviamente si tratta di fenomeni strettamente connessi e spesso i due termini “effetto Google” e “amnesia digitale” vengono considerati sinonimi.
Abituati ad ottenere le risposte senza sforzo su Google, non ci accorgiamo di non utilizzare più la nostra memoria personale.
Anche la memoria visiva subisce lo stesso effetto: in uno studio condotto tra partecipanti ad una visita in un museo, coloro che avevano fatto uso di smartphone per fotografare in maniera sistematica le opere d’arte, erano poi meno capaci di descriverle rispetto a chi aveva osservato le opere senza fotografarle.
Le implicazioni teoriche e pratiche dell’uso delle tecnologie digitali investono qualunque aspetto della vita quotidiana. Le maggiori preoccupazioni riguardano ovviamente l’età evolutiva e in particolare la generazione di chi non ha mai avuto a disposizione tecnologie diverse da quelle digitali. Il problema è che gli strumenti digitali evitano gran parte del lavoro e della fatica mentale. E’ evidente quindi il rischio legato al non uso dei propri meccanismi di apprendimento, come già discusso a proposito delle modalità di funzionamento della neuroplasticità (regola cosiddetta del “se non lo usi, lo perdi” - “use it or lose it”).
Tuttavia, secondo quanti sono entusiasti delle opportunità fornite dall’era digitale, il meccanismo adattivo potrebbe non essere diverso da quanto già osservato ripetutamente nel corso dell’evoluzione: si tratterebbe di una forma di memoria transazionale. E’ un comportamento usuale utilizzare la memoria condividendola tra i membri della comunità, ognuno dei quali ne possiede una parte: chi era il protagonista del film Casablanca? Se non lo ricordiamo, lo chiediamo al nostro amico appassionato di cinema; come fare la torta di Pasqua? Chiediamo consiglio all’amica di nostra madre. Allo stesso modo, utilizziamo Internet come se fosse un partner umano di memoria distribuita e condivisa.
Il fatto di rivolgersi a un conoscente (o a un libro) per cercare un dato o una citazione mette in evidenza quanto siamo abituati a dipendere da fonti di informazioni esterne. Però, Internet è un tipo di partner diverso da quelli con cui abbiamo a che fare di solito: per chiedere informazioni agli amici bisogna rintracciarli, sperare che sappiano la risposta e aspettare mentre cercano nella propria memoria. Internet invece è sempre presente e attiva; è sempre aggiornata e non soggetta a distorsioni; e sa praticamente tutto: la quantità di informazioni cui può accedere è enormemente più elevata di quella che può essere memorizzata da una persona (o perfino da un intero gruppo).
L’efficienza di Internet è sbalorditiva e la facilità con cui consente di ottenere informazioni induce inevitabilmente ad utilizzarla senza esitazioni: spesso si fa prima a trovare un’informazione su Internet che nella nostra memoria. Ad esempio, esaminando la velocità con cui si ricorre ad Internet per cercare di rispondere ad una domanda, è stato documentato che di fronte a una richiesta di informazioni che ci sono sconosciute, il primo impulso è rivolgersi direttamente a quanto è reperibile online. Lo stesso comportamento viene però sempre più spesso adottato anche di fronte a domande su fatti banali.
In modo automatico, non consapevole, consideriamo ormai Internet come una sorta di estensione della nostra memoria. Infatti, chi per rispondere ad un quesito utilizza l’assistenza degli strumenti digitali ritiene il proprio funzionamento cognitivo migliore di chi invece per rispondere non ha utilizzato alcuno strumento digitale. Si tratta di una illusione legata all’idea, non consapevole, che Internet non sia una fonte esterna ma faccia parte dei propri strumenti cognitivi: è proprio come se le risposte fossero dovute alle proprie capacità mentali piuttosto che ad Internet. Apparentemente Internet viene incorporato nel proprio sistema di memoria.
Così, la distinzione tra interno ed esterno - ciò che si trova nella nostra mente rispetto a ciò che sa un amico - cambia in modo radicale quando il confidente è Internet. Un possibile risvolto positivo dell’effetto Google viene comunque indicato nel fatto che le enormi risorse necessarie per la memorizzazione, una volta liberate, potrebbero essere impiegate per ottimizzare il funzionamento cognitivo.
Al momento non ci sono dati sufficienti per schierarsi con gli entusiasti o con i detrattori; tuttavia, sarebbe opportuno mantenere un giudizio critico e riflettere sulle parole con cui Daniel Wegner ha concluso una delle indagini descritte:
“l'impatto psicologico di una suddivisione paritaria dei nostri ricordi tra Internet e la nostra materia grigia suggerisce l'emergere di un paradosso. L'”era dell'informazione” sembra avere prodotto una generazione di persone convinte di saperne più che mai, mentre la loro dipendenza da Google indica che forse conoscono il mondo sempre meno”.