Brain online
“La civiltà sta producendo macchine che si comportano come uomini e uomini che si comportano come macchine”.
Erich Fromm
Amnesia digitale ed effetto Google sono solo un esempio dei cambiamenti che l’uso pervasivo degli strumenti digitali può indurre sul funzionamento cognitivo. Sono numerose ormai le indagini che documentano una influenza negativa delle attuali tecnologie su processi mentali quali l’orientamento nello spazio (effetto navigatore), la scrittura a mano e la motricità fine (effetto tastiera), il calcolo mentale (effetto calcolatrice). Il problema è che gli strumenti digitali da una parte evitano gran parte del lavoro e della fatica mentale e dall’altro sollecitano risposte veloci e automatiche. In questo modo essi possono comportare conseguenze equivalenti a quelle provocate dal disuso secondo il principio del “se non lo usi, lo perdi”.
Particolarmente allarmanti appaiono gli effetti sui processi attentivi e sulla sfera emotiva e relazionale.
Leggere un contenuto digitale è diverso da leggere un testo scritto. L’immagine digitale, più che letta, viene scansionata. Gli studi eseguiti utilizzando il tracciamento dei movimenti oculari hanno individuato diversi pattern di scansione, di cui il più noto è il cosiddetto “modello F”. Gli occhi scorrono lungo il margine sinistro: il primo movimento è orizzontale nella parte superiore della pagina (a questo corrisponde la barra superiore della lettera F); poi si spostano in basso ed eseguono un altro movimento orizzontale di lunghezza più breve rispetto al primo (barra inferiore della F) e infine scendono verso il basso seguendo il margine sinistro (barra verticale della F). In pratica, le aree scansionate sono le prime righe di testo e le prime parole a sinistra di ogni riga. Solo al termine della scansione il soggetto decide se il contenuto può essere o no interessante e quindi se vale la pena di soffermarsi nella lettura.
Questa modalità porta però ad un incessante “scroll” delle pagine, cioè, porta a scorrere le informazioni in modo veloce alla ricerca di qualche contenuto interessante. Inevitabilmente, lo scorrimento veloce verticale comporta una sovrastimolazione, un “overload (sovraccarico) cognitivo”: il bombardamento continuo di notifiche, messaggi ecc. induce una modalità di elaborazione superficiale, riduce la capacità di concentrazione e disabitua ad attività che richiedono impegno e pazienza.
Viene descritto come “effetto PopCorn” la sensazione di affaticamento, facile distraibilità e stato di allerta prolungata prodotti dalla tendenza ad effettuare uno “shift” assai rapido e superficiale da un pensiero all’altro, in modo caotico e disordinato (proprio come i popcorn saltellanti in cottura). A questo proposito è stato coniato il termine “brain rot”, dichiarato parola dell’anno nel 2024; il neologismo indica il deterioramento delle abilità cognitive e la condizione mentale di chi trascorre gran parte del proprio tempo nello scrolling passivo di video e pagine web, di cui la maggioranza risultano essere di bassa qualità e scarso interesse.
Quando giunge il bip di un messaggio sul cellulare, difficilmente si riesce a non interrompere ciò che si sta facendo, qualunque sia la sua importanza: iconica e paradigmatica, a questo proposito, è la scena di Carlo Verdone (Raniero) che risponde al telefono (“no, non mi disturba affatto”) mentre sta conducendo all’altare Veronica Pivetti (Fosca) nel film Viaggi di nozze.
Il “phubbing” (termine nato dalla fusione tra "phone" e "snubbing", in italiano snobbare, ignorare) indica l'atteggiamento (scortese ed irritante) di chi controlla di continuo lo smartphone, isolandosi e trascurando la persona con cui sta interagendo. Un ulteriore fenomeno è rappresentato dalla “sindrome da vibrazione fantasma”, chiamata anche "ringxiety" (termine che nasce dall'unione tra i termini inglesi "ring" e "anxiety"), che indica il comportamento di chi crede di avvertire, con grande frequenza, notifiche inesistenti provenienti dal proprio cellulare.
Così si intravede il continuum fra disturbi cognitivi e disturbi comportamentali, con vissuti di ansia e problematiche relazionali. Le conseguenze sul benessere psicofisico sono ovvie. Alcuni comportamenti problematici correlati alla digitalizzazione della vita quotidiana (“Problematic Internet Use”) sono stati oggetto di studi sistematici.
“FOMO” (Fear Of Missing Out) è quel tipo di ansia che spinge al controllo compulsivo dei dispositivi per rimanere sempre connessi e aggiornati e sentirsi parte di un gruppo o di un evento; è il termine che indica la paura di essere esclusi e che corrisponde al timore di perdere o non partecipare ad esperienze piacevoli e gratificanti che altri stanno vivendo. È così che la vita personale, come quella altrui, è costantemente in vetrina, scrutata, priva di segreti e di intimità. [Come antitesi è stata creata anche la parola “JOMO” (Joy Of Missing Out), cioè la gioia di perdersi qualcosa].
Strettamente connesso è il fenomeno rappresentato dalla “Nomofobia” (No Mobile Fobia: No.Mo.Fobia), cioè la paura di rimanere privi di connessione e restare isolati. Per evitare questa forma di ansia (zone prive di copertura, batteria scarica, smarrimento, furto …) chi soffre di nomofobia mette in pratica comportamenti compulsivi come controllare frequentemente il credito e portare sempre con sé un caricabatterie portatile (Power-Bank).
Generazione “look down” è chiamata quella dei giovani il cui Il tratto distintivo è il capo chino sullo schermo del cellulare, cioè che vivono con lo sguardo fisso verso il basso sui loro smartphone, iperconnessi al mondo virtuale ma disconnessi dalla realtà circostante.
Tutti questi comportamenti possono essere considerati indice di una vera e propria dipendenza. Si può parlare di dipendenza quando la maggior parte del tempo e delle energie vengono spesi nell’utilizzo della rete, generando disfunzioni a livello personale, relazionale, scolastico, familiare, affettivo, con fenomeni analoghi alle dipendenze da sostanze, come tolleranza, craving e assuefazione. Criteri per l’identificazione della dipendenza (non ancora inserita nell’ambito dei disturbi mentali secondo il DSM V, in quanto si ritengono necessari ulteriori studi scientifici) possono essere considerati:
. il bisogno di trascorrere in rete un tempo sempre maggiore e di connettersi sempre più spesso per ottenere soddisfazione;
. la marcata riduzione dell’interesse per ogni altra attività che non riguardi l’uso di Internet;
. la comparsa di sintomi di astinenza come umore disforico, ansia, agitazione, irritabilità;
. l’incapacità di interrompere o tenere sotto controllo l’utilizzo di Internet;
. l’uso di Internet per alleviare l’ansia o altri sentimenti negativi;
. l’insorgenza di pensieri ossessivi se l’uso di Internet viene ridotto, interrotto o impedito;
. l’uso persistente di Internet nonostante la consapevolezza di aver sviluppato comportamenti patologici che hanno delle ricadute nell’ambito sociale, psicologico e fisico.
Attualmente sono state riconosciute diverse tipologie di dipendenza da Internet (in inglese “Internet Addiction Disorder”, IAD):
- dipendenza dalle relazioni virtuali (Cyber Relational Addiction), caratterizzata da un’eccessiva tendenza ad instaurare rapporti d’amicizia o amorosi con persone conosciute in rete, relazioni online che diventano rapidamente più importanti dei rapporti reali con i familiari e gli amici;
- sovraccarico cognitivo (Information Overload), caratterizzato da una ricerca ossessiva di informazioni che occupa sempre maggiori quantità di tempo;
- dipendenza dal sesso virtuale (Cyber Sex Addiction), caratterizzata da un uso compulsivo di siti dedicati alla pornografia e al sesso virtuale;
- dipendenza da giochi (Computer Addiction), caratterizzato dalla tendenza al coinvolgimento eccessivo in giochi virtuali che non necessariamente richiedono una connessione;
- comportamento compulsivo (Net Compulsion), caratterizzato da coinvolgimento eccessivo e comportamenti compulsivi collegati a varie attività online (che cioè richiedono una connessione stabile, in cui il soggetto può anche costruirsi un’identità fittizia) quali il gioco d’azzardo, lo shopping o i giochi di ruolo. In particolare, l’Internet Gaming Disorder è l’unica dipendenza già riconosciuta dall’OMS ed equiparata al disturbo da gioco d’azzardo (ludopatia).
Ad una dipendenza da Internet (ma non solo) può essere fatta risalire anche la sindrome “Hikikomori”, termine giapponese che descrive un fenomeno di estremo ritiro sociale e auto-reclusione volontaria in casa per periodi prolungati (almeno sei mesi). I soggetti iniziano ad abbandonare le proprie attività quotidiane e spendono tutto il loro tempo online. L'auto-reclusione in casa (che così da rifugio si trasforma in prigione) può arrivare al punto di evitare persino la luce del sole (ad esempio sigillando le finestre).
In definitiva, vivere la dimensione digitale come reale può generare conseguenze dannose così numerose da aver indotto alcuni ricercatori a coniare il termine di “demenza digitale”. Ad esempio, Manfred Spitzer scrive:
I media digitali fanno ingrassare, rendono stupidi, aggressivi, soli, malati e infelici. Limitatene l’uso.