Addestrare il cervello:
il ruolo del training musicale
il ruolo del training musicale
“Ogni uomo nasce come molti uomini e muore come uno soltanto.” Martin Heidegger
Uno degli esempi più eclatanti di come l’organizzazione anatomo-funzionale del cervello rispecchi la storia individuale è fornito dagli studi degli effetti del training musicale, effetti che risultano evidenti semplicemente confrontando i musicisti con i soggetti di controllo non musicisti, utilizzando le metodiche di indagine funzionale, oggi disponibili.
Una delle prime e più note indagini sull’argomento è stata condotta sui violinisti: la rappresentazione corticale della regione sensomotoria delle dita della mano sinistra nei violinisti risulta significativamente più ampia rispetto ai soggetti di controllo; verosimilmente questo reperto può essere attribuito all’uso peculiare che della mano sinistra fa chi suona il violino. Gli studi successivi hanno poi documentato che effettivamente l’organizzazione cerebrale dei musicisti differisce in modo significativo da quella dei non musicisti. E’ importante sottolineare che le differenze riscontrate non sono casuali ma specificamente correlate ad alcune variabili individuali come il tipo di strumento utilizzato (ad esempio, la rappresentazione delle regioni sensomotorie è diversa tra chi suona il violino e chi suona il pianoforte), l’età d’inizio (con una soglia individuabile intorno ai sette anni di età) o il tipo e l’intensità del training (che distingue i professionisti da chi suona soltanto per diletto). In altri termini, le variazioni interindividuali correlano con il tipo ed il grado di competenza musicale acquisita.
I risultati di queste indagini suggeriscono fortemente un ruolo dell’esercizio musicale nel determinare le modificazioni osservate. Resta aperta, tuttavia, la questione delle relazioni di causa-effetto: le variazioni osservate potrebbero infatti non dipendere dalla pratica musicale ma essere l’indice di una predisposizione geneticamente determinata. Da questo punto di vista informazioni più convincenti possono derivare solo da indagini di tipo longitudinale, in cui possono essere verificate le differenze nel funzionamento cerebrale prima e dopo l’apprendimento. In una ricerca affascinante, poi ampiamente replicata, a soggetti adulti privi di qualunque conoscenza musicale è stato insegnato a suonare un breve brano al pianoforte; si è così potuto documentare che - prima del training, come di regola, ascoltare un brano musicale attiva la regione acustica e suonare lo strumento attiva la regione sensomotoria; - dopo il training invece, ascoltare un brano attiva la regione acustica ma insieme quella sensomotoria mentre suonare lo strumento attiva la regione sensomotoria ma anche quella acustica. In pratica, grazie all’esercizio e all’apprendimento, le due reti neuronali, acustica e motoria, prima indipendenti, hanno iniziato a funzionare in modo integrato al punto da poter affermare che, almeno a livello cerebrale, per un musicista ascoltare musica equivale a suonarla e viceversa. La connessione fra regioni acustiche e regioni motorie è comunque una peculiarità nota dell’esperienza musicale: ascoltare un brano musicale attiva molto facilmente il movimento; ne sono esempi il tapping con il piede, lo schiocco con le dita delle mani e, come massima espressione, la danza. È comunque incredibile osservare come, quando si ascolta un brano musicale, anche se si rimane perfettamente immobili, le strutture cerebrali deputate al movimento si attivino: come scrive Levitin, se il corpo non può danzare, lo fa il cervello, e, come scrive Nietzsche, ascoltiamo la musica con i muscoli.
Ancora più sorprendente è quanto avviene in età evolutiva: due gruppi di bambini di sei anni di età sono stati seguiti per un periodo di circa due anni, uno con e uno senza training musicale; il gruppo sottoposto al training ha presentato uno sviluppo straordinariamente marcato delle fibre di connessione sia intraemisferiche (come il fascicolo arcuato) che interemisferiche (come il corpo calloso). Le differenze dovute alla pratica musicale non riguardano quindi soltanto la sostanza grigia, ma anche e soprattutto la sostanza bianca, cioè le fibre nervose di connessione. L’apprendimento musicale modifica significativamente la connettività tra le reti neuronali: il connettoma dei musicisti differisce significativamente da quello dei soggetti di controllo non musicisti; le loro reti neuronali si organizzano in base al tipo e al grado di expertise individuale.
La musica plasma la materia cerebrale al punto che il funzionamento cerebrale viene modificato in modo massivo; ad esempio, di regola, leggere comporta l’attivazione di un’area specifica nell’emisfero sinistro situata a livello occipito–temporale; nei musicisti che hanno imparato a leggere la notazione musicale invece la lettura, sia di lettere che di note musicali, attiva anche l’area omologa controlaterale nell’emisfero destro; studiare musica sembra modificare addirittura i meccanismi neuronali alla base della lettura di parole. Il training musicale è un fattore di plasticità cerebrale così potente da essere stato considerato una “tecnologia trasformativa della mente”.
Dato per acquisito che il training musicale influenza l’organizzazione cerebrale, in particolare formando una connessione più robusta tra le diverse strutture cerebrali e quindi assicurando una migliore integrazione funzionale, diventa legittimo chiedersi se tali modificazioni abbiano effetti limitati al dominio settoriale addestrato (quali una migliore capacità discriminativa delle caratteristiche dei suoni o una maggiore abilità nei movimenti fini delle dita) oppure determinino conseguenze più diffuse sulle funzioni cognitive e sul comportamento. Da questo punto di vista, oltre alle indagini che attribuiscono al training musicale il potere di mantenere lo stato di salute, il benessere psicofisico e un tono dell’umore equilibrato, sufficientemente convincenti appaiono i dati relativi al miglioramento delle abilità verbali, in particolare consapevolezza fonologica, fluenza, comprensione in contesti rumorosi, pronuncia di lingue straniere, memoria verbale. Meno concordi sono i dati della letteratura sulle abilità di calcolo e sull’elaborazione di dati visuospaziali, come suggerito dal cosiddetto “effetto Mozart”. Una influenza positiva è stata anche suggerita sulla competenza sociale, con riferimento in particolare alle caratteristiche prosociali di empatia e cooperazione. Soprattutto suonare insieme ad altri incoraggerebbe la capacità di interagire e la comprensione delle regole e del loro significato sociale così come insegnerebbe ad evitare comportamenti violenti o aggressivi, ad assumere l’obiettivo comune come se fosse il proprio e così via. In questa ottica appare coerente l’affermazione secondo cui “La musica merita di essere la seconda lingua obbligatoria in tutte le scuole del mondo”.
L’interpretazione di questi dati non è univoca ma va tenuto presente che la performance musicale obbliga ad una integrazione multisensoriale e sensomotoria che verosimilmente può giustificare l’influenza positiva anche su attività non direttamente legate alle competenze richieste per suonare uno specifico strumento. In effetti la musica coinvolge il sistema nervoso nella sua globalità, attivandone non solo le funzioni cognitive ed esecutive ma anche le reti deputate ai sistemi emotivo e motivazionale.
Di grande rilevanza appaiono poi gli studi sull’efficacia protettiva del training musicale nei confronti delle manifestazioni neurodegenerative tipiche all’invecchiamento, fenomeno definito “effetto Vivaldi”. Infine, di assoluto rilievo appaiono le documentazioni sulla influenza positiva della musicoterapia nell’instaurare efficienti meccanismi di compenso in caso di danno o disfunzione cerebrale.