Rosario Livatino venne ucciso il 21/09/1990 ad Agrigento, più precisamente sulla Strada Statale 640 Caltanissetta-Agrigento, mentre si stava recando in tribunale senza scorta. Gli assassini furono dei sicari della "Stidda" agrigentina, organizzazione mafiosa all'epoca in nettà rivalità con "Cosa Nostra".
Egli si trovava a bordo della sua vettura, una vecchia Ford Fiesta, quando fu speronato dall'auto dei killer. Dopo aver tentato disperatamente una fuga a piedi, fu raggiunto dopo pochi metri e freddato a colpi di pistola dagli stessi sicari.
Le prime persone a giungere sul luogo del delitto furono Salvatore Bisulca, presidente del tribunale di Agrigento, il procuratore Giuseppe Vaiola e i suoi ex colleghi Roberto Saieva e Fabio Salamone, oltre ai procuratori Giovanni Falcone, Elio Spallitta e Paolo Borsellino.
Nei giorni successivi all'accaduto, Roberto Saieva e Fabio Salamone denunciarono l'accaduto, ritenendo non ideali le condizioni in cui dovevano lavorare i magistrati impegnati nelle operazioni anti-mafia; inoltre, i rappresentanti di tutte le Procure siciliane minacciarono le dimissioni di massa proprio nella giornata dedicata al ricordo di Livatino.
Questo video racconta nel dettaglio la storia di Piero Nava, testimone dell'omicidio del giudice Livatino.
Egli testimoniò subito alla polizia l'accaduto e le sue dichiarazioni furono fondamentali per individuare gli esecutori di questo delitto.
A causa di questa testimonianza, Piero Nava perse subito il suo lavoro per mano della mafia e la sua vita, inevitabilmente, cambiò radicalmente.
Dopo circa due settimane dal delitto, la Polizia riuscì a individuare i responsabili, con l'arresto nei pressi della città tedesca "Colonia" di Paolo Amico e Domenico Pace, esponenti della "Stidda" residenti in Germania.
Nel 1991 vi fu il processo "Livatino uno", ma nel frattempo giunsero ulteriori dichiarazioni sull'accaduto da parte di Gioacchino Schembri, il quale iniziò a collaborare con il giudice Borsellino, accusando Amico e Pace del delitto (i due hanno ottenuto l'ergastolo) e fornendo i nomi degli altri responsabili,ovvero Gaetano Puzzangaro, Giovanni Avarello e Giuseppe Croce Benvenuto, arrestati con il processo "Livatino Bis" nel 1993.
Nel 1997 iniziò il terzo e ultimo processo ("Livatino ter"), nato dopo le dichiarazioni di Giuseppe Croce Benvenuto e Giovanni Calafato, i quali confessarono di aver partecipato all'accaduto; gli imputati erano Antonio Gallea, Salvatore Calafato (fratello di Giovanni), Salvatore Parla e Giuseppe Montanti, capi delle Stidda di Canicattì e Palma di Montechiaro.
Nel 1998 Antonio Gallea venne condannato all'ergastolo, Salvatore Calafato a ventiquattro anni di reclusione e i collaboratori Croce Benvenuto e Calafato vennero condannati rispettivamente a diciotto e sedici anni di carcere; Parla e Montanti, invece, vennero assolti.