Pubblichiamo il testo vincitore alle Olimpiadi della Filosofia.
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attività didattiche
La scelta è individuale
La presenza di uno spazio aperto per esercitare la democrazia è di fondamentale importanza perché in una comunità libera e aperta la condivisione del proprio pensiero può avvenire con maggiore facilità. Questo sistema di governo nasce in Grecia, un luogo nel quale veniva attribuita grande importanza allo spazio sociale e di pubblico scambio. Il rischio che può presentarsi in uno spazio in cui ognuno è libero di esprimere sé stesso è che si consolidino figure più istruite e abili nella retorica, come i sofisti ateniesi del IV e del V secolo. Tramite abili orazioni, queste figure manovravano la vita politica e sociale a loro favore, sfruttando la propria capacità di affascinare i cittadini e riducendo, dunque, la democrazia a una competizione tra membri di un'élite, come suggerito dal filosofo Joseph Schumpeter.
“La democrazia è la forma di governo in cui la sovranità risiede nel popolo, che la esercita per mezzo delle persone o degli organi che eleggono per rappresentarlo”: così il dizionario definisce la parola “democrazia”. Punto focale di questa definizione è la parola “eleggere”, ovvero scegliere: la possibilità e la responsabilità di prendere una decisione restano in mano al cittadino; ma è compito dello Stato educare il cittadino alla consapevolezza di tale presa di posizione, non indirizzandolo verso un certo risultato, ma fornendogli gli strumenti necessari a compiere una scelta ponderata e ragionata. Ed è così che anche le più lunghe e articolate orazioni possono essere comprese ed eventualmente criticate o appoggiate.
Lo spazio libero e l’importanza della parità
Il filosofo Jürgen Habermas propone un modello di democrazia deliberativa, in cui le decisioni ritenute legittime sono quelle che nascono da un dialogo pubblico e libero: reputo, infatti, che il cittadino possa esprimersi liberamente solo tramite uno spazio pubblico non manipolato. Questa filosofia nasce in Grecia grazie alla possibilità di libera espressione che, all’epoca, non era possibile altrove.
L’importanza della collettività resta però centrale: non bisogna anteporre il bene del singolo allo Stato, scadendo in una libertà negativa di non interferenza totale, poiché ciò rischierebbe di lasciar soli i più deboli, senza supporto economico o materiale. Ritengo dunque che l’uguaglianza di condizioni sia necessaria e che le “diseguaglianze” siano ammesse solo se hanno la funzione di migliorare la situazione dei più svantaggiati, come ad esempio la tassazione in base al reddito. Dare pari opportunità ad ognuno non significa unicamente offrire le stesse cose a tutti, ma calibrare il modello in base alle preesistenti differenze per permettere alla totalità di giungere al benessere finale; la giustizia redistributiva permette quindi al cittadino di essere realmente libero, garantendogli condizioni economiche dignitose che gli consentano di vivere bene. L’articolo 3, comma 1, della Costituzione italiana recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, è dunque necessario che lo Stato garantisca ciò.
Il conformista è colui che di solito sta sempre dalla parte giusta
Va però contemplato il rischio al quale facevo riferimento: la possibilità che tramite una libertà di parola non vincolata da alcun principio, se non quello individuale, si esaltino figure abili nel parlare e in grado di guidare le masse con maestria, portando una maggioranza a governare in modo tirannico e dando sfogo ad altre figure che, per omologarsi alle opinioni vincenti, accettano tutto ciò che gli viene proposto senza analizzarlo con spirito critico, adeguandosi in modo passivo. Ciò trasformerebbe la democrazia in un gioco di abilità finalizzato a far aderire più persone possibili alla propria idea, talvolta anche attraverso promesse vacue utili a racimolare un voto in più alle elezioni.
Inoltre, c’è chi definirebbe l’uso di tasse redistributive quasi una forma di “lavoro forzato” che toglie il merito individuale a coloro che hanno acquisito qualcosa tramite il proprio sforzo, affermando quindi che l’aspetto più importante nella giustizia di uno Stato non sia il risultato, ma il processo con cui si arriva ad esso. Quest’ultima posizione, però, deriva, a mio avviso, da uno status privilegiato rispetto alle condizioni economiche e culturali dell’individuo. Nella Teoria della giustizia del 1971, John Rawls propone il metodo del “velo di ignoranza”: esso consiste nello stabilire le regole per il governo cittadino prescindendo dalle proprie condizioni, potendo così rientrare tanto nella categoria più abbiente quanto in quella con più difficoltà economiche. A mio avviso, poiché le proprie condizioni possono sempre variare, ciò aiuta a sviluppare l’idea che non bisogna fossilizzarsi su caratteri che beneficiano solo una parte ristretta della popolazione.
Per quanto riguarda, invece, quel che concerne la figura dell’individuo che si esprime in uno spazio pubblico, trasportando le masse o facendosi trasportare da esse, va messo in luce il ruolo fondamentale che l’educazione alla consapevolezza può svolgere: il potere che ha la classe dirigente è infatti determinato anche dall’appoggio che essa riceve dai cittadini; quando lo Stato non adempie al dovere di educare i cittadini, è compito dell’individuo — e in particolar modo di chi i mezzi li ha fin dal principio — di studiare, leggere e informarsi, cosicché ciascuno possa maturare la propria idea e comprendere ciò che gli viene proposto. Perché l’indifferenza di fronte agli eventi non è un vanto, ma un segno di ignoranza: “L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita”, diceva Antonio Gramsci.
L’uomo guida la democrazia
Per concludere, penso che il destino della democrazia dipenda anche dai valori morali dei cittadini: il potere che dovremmo ritenere legittimo è quello che esprime la volontà generale, e affinché esso non rischi di infrangere i diritti che sanciscono la libertà dell’individuo, bisogna che l’uomo abbia dei valori ben delineati. Trovo, tuttavia, doverosa una parentesi sul carattere dell’uomo e su come a lungo si sia dibattuto — e si continui a dibattere — sull’esistenza di caratteri universali che ne delimitano il pensiero e il comportamento: da Platone, con la teoria delle Idee, fino a Golding, che nel suo Signore delle mosche definiva l’uomo come un essere nato senza principi morali, plasmato dalla società in cui si trova — all’opposto, cioè, di quanto invece sostenuto da Rousseau, il quale riteneva l’uomo un essere corrotto dall’ambiente circostante. Io penso che l’uomo, in quanto animale storico, maturi dei valori grazie a una coscienza che si sviluppa nel tempo, e penso che siano proprio questi valori, sostenuti dallo studio e dalla riflessione, a dover guidare con consapevolezza la società democratica. Se esercitati con la giusta consapevolezza, il diritto a una vita pubblica e l’accesso a un luogo condiviso per esprimere se stessi sono di grande importanza sia per la comunità che per il singolo.