Lo scudo di Enea viene esposto da Virgilio per mezzo di una lunga ekphrasis che copre i versi finali del libro ottavo dell’Eneide (626-731). La bellezza dell’opera ha un’origine divina (l’artefice è infatti il dio Vulcano) e la sua tessitura viene definita “non descrivibile” (non enarrabile textum, verso 625) per la fattura meravigliosa. La struttura dello scudo si basa sull’assemblamento di sette piastre di acciaio circolari, di grandezza decrescente, sulle quali vengono istoriati alcuni simbolici avvenimenti riguardanti la futura storia di Roma. Il bordo esterno è diviso in sette settori dove sono rappresentate le vicende della Città a partire da Romolo e Remo allattati dalla Lupa, a cui seguono il Ratto delle Sabine, il supplizio di Mezio Fufezio, l’eroismo di Orazio Coclite e Clelia contro l’assedio di Porsenna, i Galli di Brenno, i Luperci e i Salii, e infine il Tartaro e i Campi Elisi. Vi è poi una fascia circolare dove sono raffigurati dei delfini argentei che nuotano solcando le alte onde di un mare mosso. Il centro è suddiviso in due sezioni che riportano le scene relative alla battaglia di Azio e al trionfo di Ottaviano.
L’insieme degli episodi scelti dal poeta ha però un fine principale: l’esaltazione del principato augusteo. Ciò è deducibile dalle stesse parole del poeta “là sopra il popolo intero a venire dalla stirpe di Ascanio” (versi 628-629), probabilmente intente a lasciare un messaggio omesso.
Commento di Emma Gaspardo