Delfini
L’introduzione dei “argento clari delphines” riprende probabilmente lo Scudo di Eracle ai versi 209 e sgg. “πολλοί γε μὲν ἂμ μέσον αὐτοῦ δελφῖνες τῇ καὶ τῇ ἐθύνεον ἰχθυάοντες νηχομένοις ἴκελοι: δοιὼ δ' ἀναφυσιόωντες ἀργύρεοι δελφῖνες ἐφοίβεον ἔλλοπας ἰχθῦς” ("In mezzo, numerosi delfini balzavano in cerca di pesce, come se veramente nuotassero: due delfini d'argento affioravano sbuffando per inseguire i pesci muti“ L. Magugliani).
Il mare
La descrizione del mare spumeggiante come osserva Conington nel suo commentario virgiliano, si trova “haec inter” e vi è quindi un influsso del passo del canto diciottesimo dell’Iliade (vv. 607-608) dove il fiume oceanico scorre attorno allo scudo come un confine.
Per quanto riguarda il colore del mare, il quale “spumabat caerula cano”, come sostiene Conington, Virgilio utilizza un gioco di colori tra l’oscurità del mare d’oro cupo causato dall’effetto dei flutti, che ricorda Iliade XVIII, v.548 dove viene raffigurata l’oscurità dei solchi, e il candore dell’argento. Infatti il gioco di colori di caerula cano, tra cupo e bianco, era già stato utilizzato da Ennio negli Annales con “aequora cana” e poi da Lucrezio nel De Rerum Natura (II, v.767) “vertitur in canos candenti marmore fluctus” (“si muta in bianchi flutti di candido marmo” L. Canali) riferendosi ai cambiamenti di colore del mare.