Storicamente l’episodio di Manlio e le oche si svolge durante l’assedio di Roma del 390 a.C., quando i Galli Senoni, guidati da Brenno, partiti da Sena Gallica (l’attuale Senigallia), discesero nella penisola: di questo ci parlano molti storiografi greci, in particolare Diodoro Siculo (Biblioteca storica, XIV, 115-116), Polibio (Storie, II, 17-18) e Plutarco (Vita di Camillo, 27).
È una vicenda piuttosto nota: ci viene riferita principalmente da Tito Livio (Ab Urbe condita, V, 47), fonte ripresa poi da Servio nel suo Commentarius. Durante l’assedio di Roma i Galli tentarono di prendere il Campidoglio con un assalto notturno mentre le guardie erano assopite, ma vennero traditi dallo schiamazzo di alcune oche, dono alla dea Giunone. Si credette che fu Giunone stessa a mandare le oche come avvertimento dell’arrivo dei Galli; da qui deriva l’attributo, riferito a Giunone, di Moneta (“Ammonitrice”, dal verbo moneo, “ammonire”).
L’oca diventa quindi, insieme al pavone, uno degli attributi della dea e verrà successivamente considerata un animale sacro, a cui vennero riservati grandi onori. Servio (Commentarius ad Aeneidem, VIII, 652) per esempio ci dice che le oche del Campidoglio, in quanto salvatrici della patria (cfr. Lucrezio, dove l’oca viene definita “Romulidarum arcis servator”, salvatrice della rocca di Romolo), vennero ornate di porpora e portate in lettiga. Le oche diventano poi per estensione delle guardiane, del tempio di Giunone così come della casa (in Ovidio troviamo l’oca come “custodia villae”, guardiana della casa); questo anche perché l’oca, secondo Plinio (cfr. Servio, Commentarius ad Aeneidem, VIII, 652), è l’animale che maggiormente percepisce l’odore dell’uomo, addirittura più dei cani. Ne troviamo riscontro sempre nell’episodio delle oche del Campidoglio: i cani infatti, posti di guardia con le sentinelle, non si accorsero dei Galli, a differenza, appunto, delle oche, e per questa mancanza vennero inchiodati a delle croci (Servio, Commentarius ad Aeneidem, VIII, 652).
L’altro protagonista della vicenda è Marco Manlio, console nel 392 a.C.: egli salvò il Campidoglio dall’invasione dei Galli, ma questi continuarono l’assedio della città, che venne liberata soltanto con l’intervento del dictator Furio Camillo. Secondo Cassio Dione, Manlio, dopo la liberazione di Roma, entratò in conflitto con i patrizi e occupò il colle, ma venne ucciso da Camillo.
Altre fonti (Livio, Ab Urbe condita, VI, 11-20; Dionigi di Alicarnasso, Antiquitates Romanae, XIV, 4; Plutarco, Vita di Camillo, 36) dicono che Manlio, risentito per i pochi onori ricevuti in seguito allo scontro con i Galli, si schierò con la plebe, diventando tra questi molto popolare: i patrizi lo accusarono di alto tradimento, Manlio fu condannato e precipitato dalla rupe Tarpea, sul lato meridionale del Campidoglio. Tarpea era una giovane vestale, figlia di Spurio Tarpeo, custode del Campidoglio; durante la guerra tra Romani e Sabini (VIII sec. a.C.) tradì Roma aprendo le porte della rocca e consegnando il Campidoglio al re sabino Tito Tazio (cfr. Livio, Ab Urbe condita, I, 11, 6-7; Plutarco, Vita di Romolo, 17). Da qui l’usanza di gettare dalla rupe i traditori condannati a morte.
Commento di Michela Governatori