Enea solleva lo scudo sulla spalla (vv.729-731)
La solenne immagine che conclude il libro VIII, con Enea che ammira le immagini dello scudo per poi alzarlo sopra la propria la spalla, sembrerebbe essere l'immagine dotata della maggior gravitas, notata anche da Servio. Non è chiara l’intenzione di Servio, nel dire che l’accostamento di Vulcano al termine parens (v. 729) non procedit (non funziona). Tuttavia, anche se è vero che il dio del fuoco non è certo il padre dell’eroe, lo scudo e le armi sono state donate ad Enea dalla madre Venere (Aen VIII, 608-614), il che giustifica l’uso di parens. È probabilmente quello che intendeva dire anche il commentatore, ma non si esclude che criticasse una presunta caratterizzazione di Vulcano come “parente acquisito”.
Al verso 730, il verbo miror è qui da intendersi col significato di ammirare e non di stupirsi, in quanto l’oggetto dell’ammirazione sono le immagini dell’ἔκφρασις, che corrispondono ad eventi futuri. Enea non si stupisce di tali immagini, in quanto è definito rerum ignarus. L’espressione umero attollere (v. 731) non risulta essere comune, dal momento che gli unici ad usarla sono Virgilio e il poeta d’età flavia Papinio Stazio. L’uso dell’espressione come atto solenne, simboleggiante una (futura) vittoria non è in ogni caso attestato in altre fonti.
Commento di Lorenzo Barzan