traduzione di Luca Canali
in mezzo si potevano vedere le flotte armate di bronzo,
la battaglia d’Azio, e per Marte schierato scorgevi
ribollire tutto il Leucate, e d’oro rifulgere i flutti.
Di qui Cesare Augusto che guida in battaglia gli Italici,
coi padri e il popolo, i Penati e i grandi dei,
ritto sull’alta poppa; a lui le tempie emettono
due floride fiamme, sul capo si mostra la stella del padre.
In unaltra parte, coi venti e gli dei favorevoli, Agrippa
Che guida in piedi la flotta; a lui, superba insegna di guerra,
le tempie risplendono della corona navale rostrata.
Di là con esercito barbarico e con armi diverse Antonio,
vittorioso sui popoli dell’Aurora e sul Mar Rosso,
trascina con sé l’Egitto e le forze d’Oriente e la remota
Battra; e lo segue, infamia!, la sposa egizia.
S’avventano tutti insieme e il mare intero spumeggia,
sconvolto dal ritrarsi dei remi e dei rostri tricuspidi.
Si dirigono al largo; crederesti che navighino divelte tra i flutti
Le Cicladi, o con monti si scontrino alti monti;
su navi turrite di tale mole s’incalzano gli uomini.
Scagliano a mano stoppa ardente, e con archi fulminee
Saette; le distese di Nettuno rosseggiano di nuovo eccidi.
La regina nel mezzo chiama le schiere col patrio sistro :
e ancora non si volge a guardare alle spalle la coppia
di serpenti. E mostruose divinità d’ogni forma,
e Anubi che latra, impugnano le armi contro Nettuno,
contro Venere e Minerva. Infuria in mezzo alla lotta
marte cesellato in ferro e le sinistre Furie dall’etere;
avanza esultante la Discordia col mantello stracciato,
e la segue bellona col sanguigno flagello.
Dall’alto guardando gli eventi Apollo Aziaco tendeva
L’arco : tutti, a tale terrore, gli Egizi e gli Indi,
tutti gli Arabi, tutti volgevano le spalle i Sabei.
La stessa regina appariva nell’atto di dare
Le vele ai venti invocati, e già di allentare le funi.
Il dio del fuoco l’aveva effigiata tra gli eccidi, pallida
Della morte futura, mentre veniva sospinta dalle onde
E dallo Iapige; di faccia, dolente, il Nilo dal grande corpo
Apriva le pieghe e con tutta la veste chiamava i vinti
Nel grembo ceruleo e nel profondo dei suoi gorghi.
Ma Cesare, portato alle mura romane in triplice trionfo…
traduzione di Alessandro Fo
Nel centro flotte scorgevi in bronzo : la guerra di Azio,
e, per Marte schierato,avresti potuto vedere,
tutta Leucate Agitarsi, e d’oro rifulgere i flutti
Cesare Augusto di qua, che gli Itali guida allo scontro,
coi senatori e il popolo e coi Grandi Dei : coi Penati,
ritto sull’alta poppa; le tempie felici irradiano
dublici fiamme, e sul capo si schiude la stella paterna.
Da un'altra parte Agrippa con venti e dei favorevoli,
alto a guidare la schiera : insegna superba di guerra,
d’una corona navale rostrate le tempie gli splendono
E di là Antonio, con forze barbare e le armi più varie,
già vittorioso sui popoli dell’Aurora e del Mar Rosso,
porta con se l’Egitto e le forze e l’estrema
Battra; e lo segue (quale infamia!) una coniuge egizia.
Tutti insieme ad accorrere, e tutta a schiumar sotto i colpi
Quella sconvolta dai remi e dai rostri a tre denti.
Muovono al largo; e diresti vagare divelte le Cicaldi
Sul mare, o, gli uni con gli altri, monti e alti monti scontrarsi :
con tale mole e con poppe turrite si affrettano gli uomini.
Spargono stoppa incendiata le mani, e i dardi un volare
di ferro; i campi nettunii di strage mai vista si arrossano.
È la regina, nel mezzo, a incitare le schiere col patrio
Sistro : e ancora non scorge i due serpenti alle spalle.
Mostri di dei d’ogni genere insieme ad Anubi latrante
Contro Nettuno e contro Venere e contro Minerva
Dardi brandiscono. Infuriano nel mezzo della battaglia
Marte sbalzato nel ferro e dal cielo le Dire funeste,
e spazia piena di gaudio Discordia, con veste stracciata,
mentre la segue Bellona, con la sua frusta di sangue.
Questo scorgendo da sopra Apollo Aziaco tendeva
l’Arco : al terrore del quale l’intero Egitto e gli Indiani,
tutti gli Arabi, tutti volgevan le spalle i Sabei
e si vedeva la stessa regina che ai venti propizi
dava le vele, e che orami si affrettava a allentare le gomene-
Lei aveva incisa fra stragi, alla morte incombente già pallida,
l’Ignipotente, portata dalle onde e dal vento Iapige,
e di fronte dolente il Nilo col corpo grandioso,
e spalancava i suoi seni e con tutta la veste invitava
dent4o quel grembo ceruleo e nei flussi reconditi i vinti.
E, col triplo trionfo, le mura romane varcando,
Cesare consacrava gli dei di Italia…..
traduzione di Rosa Calzecchi Onesti
In mezzo, flotte armate di bronzo, l’Aziaca battaglia
Si poteva vedere, e sotto le belliche schiere scorgevi
Spumeggiar tutto il Leucate, splendere d’oro le onde.
Cesare Augusto di qui, gli Itali in guerra guidando,
coi padri, col popolo, con i penati e i gran dei,
ritto sull’alta poppa : e due fiamme le tempie
fortunate lampeggiano, appare sul capo la stella paterna.
A fianco Agrippa, con venti, con dei favorevoli,
arduo guidando la flotta : supremo onore di guerra ,
il capo della corona rostrata navale gli splende.
Ma di là Antonio, con truppe barbariche ed armi sgargianti,
vittorioso sui popoli dell’Aurora e Mar Rosso,
l’Egitto e le forze d’Oriente con se, e i lontanissimi
Battrii trascina : lo segue (empia audacia) la sposa egiziana.
Insieme tutti precipitano, e tutte sconvolte spumeggiano
Dai manovrati remi e dai rostri tridenti le acque.
Al largo son volti, e tu credi che vadan divelte pel mare
Le Cicladi, o che monti alti incontro a monti si muovano,
con sì gran mole di navi turrite si incalzano gli uomini.
Stoppa incendiata a piene mani, e ferro e proiettili
Lanciano, di nuova strage le piane marine rosseggiano.
La regina, nel mezzo, chiama col patrio sinistro le schiere,
né ancora si volta a guardare alle spalle i due serpi,
Mostri e dei d’ogni dove, e Anubi, che latra,
contro Nettuno e Venere e contro Minerva
impugnano l’armi. Infuria tra la battaglia Marte,
fuso in ferro, e le Dire malaugurose dall’etere;
e avanza, e tripudia Discordia, stracciato il mantello,
e Bellona la segue, armata di sanguinoso flagello.
Ma Apollo d’Azio, questo vedendo , l’arco tendeva
Dall’alto : a tale terrore, gli Indi tutti e gli Egizi,
tutti gli Arabi, tutti volgevan le spalle i Sabei.
Perfin la regina vedevi, che ai venti invocati
dava le vele e ormai mollava le scotte.
Lei, fra le stragi, pallida della morte futura
Fece l’Ignipotente : Iapige ed onde la traggono;
là in faccia, col suo gran corpo, il Nilo angosciato,
che apriva le pieghe, chiamava con tutta la veste
nel grembo ceruleo, nei bracci ricchi di anfratti, quei vinti.
Ma Cesare, con tre trionfi salendo alle rocche….
traduzione personale
Al centro si scorgevano bronzee flotte, le guerre (lett. la guerra) di Azio e, preparato Marte, avresti visto tutta Leucate agitarsi ed effondere flutti d’oro.
Qui Cesare Augusto, che conduce gli Itali ai combattimenti, con i senatori e il popolo, con i Penati e con i Grandi Dei, stante nell’alta poppa, le cui tempie felici brillano di una duplice fiamma e sul capo si schiude la stella paterna.
Da un’altra parte Agrippa con i venti e con gli dei favorevoli, che guida alto la schiera, a cui, insegna superba di guerra, le tempie ornate dei rostri della corona navale risplendono.
Lì Antonio, con forza barbara e armi varie, vittorioso sui popoli dell’Aurora e sul Mar Rosso, porta con sé l’Egitto e le forze d’Oriente e l’estrema Battra, e lo segue (oh infamia!) la coniuge egizia.
Tutti insieme a precipitarsi e tutta a schiumare sotto i colpi la distesa (di acqua) sconvolta dai remi e dai rostri a tre denti.
Si dirigono a largo; crederesti vagare divelte le Cicladi o monti e alti monti scontrarsi, con così grande mole e con turrite poppe gli uomini si affrontano. Stoppe infiammate sono sparse dalle mani e un rapido dardo dalle armi, i campi di Nettuno di una nuova strage si arrossano.
In mezzo la regina incita le schiere col patrio sistro e ancora non vede i due serpenti alle spalle.
Mostri di dei di ogni genere e Anubi latrante contro nettuno e Venere e contro minerva scagliano dardi, infuriano in mezzo alla battaglia Marte cesellato nel ferro e dal cielo le funeste Dire e spazia gaudente Discordia, con una veste stracciata, segue questa Bellona con la sua frusta sanguinea.
Scorgendo queste cose, da sopra Apollo Aziaco tendeva l’arco: dinanzi a tale terrore tutti gli Egizi e gli Indiani, tutti gli Arabi, tutti i Sabei volgevano le spalle.
La stessa regina sembrava dare vele ai venti propizi e ormai lasciare andare le funi allentate.
Lei fra stragi, alla morte incombente già pallida, aveva incisa l’Ignipotente, trasportata dalle onde e dal vento Iapige, e di fronte il Nilo dal corpo grandioso, dolente, che spalancava i seni e che invitava con tutta la veste nel grembo ceruleo e nei nascondigli della corrente i vinti.
Ma Cesare, giungendo con triplo trionfo alle mura romane,…