C. Svetonio Tranquillo, Divus Augustus 17
M. Antonii societatem semper dubiam et incertam reconciliationibusque uariis male focilatam abrupit tandem, et quo magis degenerasse eum a ciuili more approbaret, testamentum, quod is Romae etiam de Cleopatra liberis inter heredes nuncupatis reliquerat, aperiundum recitandumque pro contione curauit. [2] remisit tamen hosti iudicato necessitudines amicosque omnes atque inter alios C. Sosium et T. Domitium tunc adhuc consules. Bononiensibus quoque publice, quod in Antoniorum clientela antiquitus erant, gratiam fecit coniurandi cum tota Italia pro partibus suis. nec multo post nauali proelio apud Actium uicit in serum dimicatione protracta, ut in naue uictor pernoctauerit. [3] ab Actio cum Samum in hiberna se recepisset, turbatus nuntiis de seditione praemia et missionem poscentium, quos ex omni numero confecta uictoria Brundisium praemiserat, repetita Italia tempestate in traiectu bis conflictatus, primo inter promunturia Peloponensi atque Aetoliae, rursus circa montes Ceraunios utrubique parte liburnicarum demersa, simul eius, in qua uehebatur, fusis armamentis et gubernaculo diffracto; nec amplius quam septem et uiginti dies, donec †ad desideria militum ordinarentur, Brundisii commoratus, Asiae Syriaeque circuitu Aegyptum petit obsessaque Alexandrea, quo Antonius cum Cleopatra confugerat, breui potitus est. [4] et Antonium quidem seras condiciones pacis temptantem ad mortem adegit uiditque mortuum. Cleopatrae, quam seruatam triumpho magno opere cupiebat, etiam psyllos admouit, qui uenenum ac uirus exugerent, quod perisse morsu aspidis putabatur. ambobus communem sepulturae honorem tribuit ac tumulum ab ipsis incohatum perfici iussit. [5] Antonium iuuenem, maiorem de duobus Fuluia genitis, simulacro Diui Iuli, ad quod post multas et irritas preces confugerat, abreptum interemit. item Caesarionem, quem ex Caesare patre Cleopatra concepisse praedicabat, retractum e fuga supplicio adfecit. reliquos Antonii reginaeque communes liberos non secus ac necessitudine iunctos sibi et conseruauit et mox pro condicione cuiusque sustinuit ac fouit.
la sua alleanza con Marco Antonio fu sempre dubbia e incerta e le loro varie riconciliazioni non furono altro che instabili accomodamenti; alla fine la ruppe e per meglio dimostrare che Antonio era venuto meno alla sua dignità di cittadino, prese l’iniziativa di aprire e far leggere davanti all’assemblea il testamento, da lui lasciato a Roma, nel quale dusegnava tra i suoi eredi anche i figli che aveva avuto da Cleopatra. Tuttavia, quando lo ebbe fatto dichiarare nemico pubblico, gli rimandò i suoi parenti e i suoi amici e tra gli altri C. Sosio e T. Domizio, che in quel momento erano ancora consoli. Nello stesso tempo dispensò ufficilamente gli abitanti di Bologna, che da secoli erano clienti deli Antonii, dal riunirsi sotto le sue peronali insegne, come tutto il resto d’Italia. Non molto dopo sconfisse Antonio sul mare, presso Azio, e la battaglia si protrasse così a lungo che, dopo la vittoria, passò la notte sulla nave. Da Azio passò a Samo per prendere possesso degli acquartieramenti invernali, ma, peroccupato della notizia che le truppe di ogni provenieza, mandate avanti da Brindisi, dopo la vittoria si sollevavano reclamando il congedo e le ricompense, ritornò in Italia; durante la traversata si trovò in mezzo a due tempeste, una tra il promontorio del Peloponneso e dell’Etolia, l’altra nei pressi dei monti Cerauni. Ciascuna di queste tempeste fece affondare una parte delle sue navi leggere, mentre quella sulla quale si trovava riportò avarie di vario genere e la rottura del timone. A Brindisi rimase solo venti giorni, il tempo necessario per sistemare tutto secondo le richieste dei soldati, poi, seguendo la costa dell’Asia e della Siria, puntò sull’Egitto, assediò Alessandria, dove Antonio si era rifugiato con Cleopatra, e in breve se ne impossesò. Antonio fece un ultimo tentativo di pace, ma Augusto lo costrinse ad accudersi e ne vide poi il cadavere. Desiderava così vivamente riservare Cleopatra al suo trionfo, che fece venire gli psilli a succhiare il veleno dalle sue vene, perchè si credeva che fosse morta per il morso di un aspide. A tutti e due concesse l’onore di una sepoltura comune e diede ordine di portare a termine il sepolcro che essi stessi avevano cominciato a costruire. Il giovane Antonio, il maggiore dei due figli di Fulvia, si era rifugiato presso la statua del divino Giulio, a lungo supplicando invano: Augusto lo fece strapparedi lì e mettere a morte. Allo stesso modo, mandò al supplizio Cesarione, che Cleopatra diceva di aver avuto da Cesare, dopo averlo fatto arretsare mentre fuggiva. Quando ai figli che Antonio aveva avuto dalla regina, li trattò come se fossero suoi parenti: risparmiò loro la vite e in segiuito, ciascuno secondo la sua condizione, li sostenne e li aiutò.
Tito Livio, Ab urbe condita, frammenti 133/134
Caesar in Illyrico Dalmatas domuit. cum M. Antonius ob amorem Cleopatrae, ex qua duos filios habebat, Philadelphum et Alexandrum, neque in urbem venire vellet neque finito Illviratus tempore inperium deponere bellumque moliretur, quod urbi et Italiae inferret, ingentibus tam navalibus quam terrestribus copiis ob hoc contractis remissoque Octaviae sorori Caesaris repudio, Caesar in Epirum cum exercitu traiecit. pugnae deinde navales et proelia equestria secunda Caesaris referuntur.
M. Antonius ad Actium classe victus Alexandriam profugit; obsessusque a Caesare in ultima desperatione rerum, praecipue occisae Cleopatrae falso rumore impulsus se ipse interfecit. Caesar Alexandria in potestatem redacta, Cleopatra, ne in arbitrium victoris veniret, voluntaria morte defuncta, in urbem eversus tres triumphos egit, unum ex Illyrico, alterum ex Actiaca victoria, tertium de Cleopatra, imposito fine civilibus bellis altero et vicesimo anno. M. Lepidus Lepidi, qui triumvir fuerat, filius, coniuratione adversus Caesarem facta bellum moliens oppressus et occisus est.
Cesare nell’Illirico assoggettò i Dalmati. Intanto Marco Antinio, a causa di quell’amorazzo di Cleopatra, da cui aveva avuti due figli (Filadelfo e Alessandro), né voleva più tornare a Roma, né deporre il comando, essendo già scaduto il tempo de triumvirato; anzi, pensando di voler portare la guerra a Roma ed all’Italia, aveva radunato inegnti truppe di terra e di mare, ed intimato anche il ripudio ad Ottavia sorella di Cesare. Per questi motivi, Cesare passò con l’esercito nell’Epiro. Si riferiscono poi i combattimenti navali ed equestri sostenuti da Cesare con prospero successo.
Marco Antonio, vinto in battaglia navale presso Azio, scappò in Alessandria e assediatovi da Cesare, eprsa ogni speranza, spinto soprattutto dalla falsa voce che Cleopatra fosse morta, si uccise di propria mano. Cesare-avuta in potere Alessandria, e Cleopatra morta di sua volontà per non cadere preda del vincitore- fece ritorno a Roma, dove celebrò tre trionfi, uno dell’Illirico, un altro della vittoria d’Azio, il terzo di Cleopatra, ponendo fine dopo ventuno anni alle guerre civili. M. Lepido (filgio di quel Lepido, che fu già triumviro), avendo cospirato contro Cesare e tramando al guerra, fu preso e fatto morire.
Caesar Augustus, Res Gestae Divi Augusti 23/25
Navalis proeli spectaclum populo dedi trans Tiberim in quo loco nunc nemus est Caesarum, cavato solo in longitudinem mille et octingentos pedes, in latitudinem mille et ducenti, in quo triginta rostratae naves triremes aut biremes, plures autem minores inter se conflixerunt; quibus in classibus pugnaverunt praeter remiges millia hominum tria circiter.
Mare pacavi a praedonibus. Eo bello servorum qui fugerant a dominis suis et arma contra rem publicam ceperant triginta fere millia capta dominis ad supplicium sumendum tradidi. Iuravit in mea verba tota Italia sponte sua, et me belli quo vici ad Actium ducem depoposcit; iuraverunt in eadem verba provinciae Galliae, Hispaniae, Africa, Sicilia, Sardinia. Qui sub signis meis tum militaverint fuerunt senatores plures quam DCC, in iis qui vel antea vel postea consules facti sunt ad eum diem quo scripta sunt haec LXXXIII, sacerdotes circiter CLXX.
Allestii per il popolo uno spettacolo di battaglia navale al di là del Tevere, nel luogo in cui ora c’è il bosco dei Cesari, dopo aver scavato il terreno per una lunghezza di 1.800 piedi e una lunghezza di 1.200 piedi. In questo spettacolo combatterono fra loro 30 navi triremi o biremi e numerose altre navi di stazza minore, in queste battaglie navali combatterono circa 3 mila uomini escludendo i rematori.
Stabilii la pace nel mare (Mediterraneo) liberandolo dai pirati. In quella guerra presi circa 30 mila schavi che erano fuggiti dai loro padroni avevano impuganato le armi contro lo Stato e li riconsegnai ai padroni perchè gli infliggessero la pena che gli spettava. Tutta l’Italia giurò di sua iniziativa nelle mie parole e rivendicò me come suo comandante della guerra che vinsi presso Azio. Giurarono sulle stesse parole le provincie delle Gallie, Spagne, Africa, Sicilia, Sardegna. I senatori che militarono sotto le mie insegne furono più di 700, e tra essi quanti, o prima o dopo, fino al giorno in cui furono scritte queste parole, furono eletti consoli 83 e 170 furono eletti sacerdoti.
Orazio, Carmen I 37
Nunc est bibendum, nunc pede libero
pulsanda tellus; nunc Saliaribus
ornare puluinar deorum
tempus erat dapibus, sodales.
antehac nefas depromere Caecubum
cellis auitis, dum Capitolio
regina dementis ruinas,
funus et imperio parabat
contaminato cum grege turpium
morbo uirorum quidlibet inpotens
sperare fortunaque dulci
ebria. sed minuit furorem
uix una sospes nauis ab ignibus
mentemque lymphatam Mareotico
redegit in ueros timores
Caesar ab Italia uolantem
remis adurgens, accipiter uelut
mollis columbas aut leporem citus
uenator in campis niualis
Haemoniae, daret ut catenis
fatale monstrum. quae generosius
perire quaerens nec muliebriter
expauit ensem nec latentis
classe cita reparauit oras.
ausa et iacentem uisere regiam
uoltu sereno, fortis et asperas
tractare serpentes, ut atrum
corpore conbiberet uenenum,
deliberata morte ferocior;
saeuis Liburnis scilicet inuidens
priuata deduci superbo,
non humilis mulier, triumpho.
Questa è l’ora di bere,
battere il suolo senza ceppi al piede,
fratelli; d’onorare nel triclinio
gli Dèi con le vivande più sontuose:
prima, versare il cecubo degli avi
fu sacrilegio mentre la Regina
tramava al Campidoglio distruzioni
di brutto sogno e la morte all’Impero,
con una mandra contagiata d’uomini
impuri: smisurati
piani, nella lusinga della sorte,
nella follia. Ma spense la demenza
l’unica nave salva tra gl’incendi.
E il Cesare portò nella mente ebra
di vino mareotico realtà
e terrore, spiccandosi d’Italia
ad inseguire il volo dei remeggi,
sparviero dietro morbide colombe,
cacciatore sui campi e sulle nevi
di Tessaglia, per mettere in catene
il prodigio del Fato. E lei cercò
una morte più nobile. Non fu
donna. La spada non la spaventò.
Non riparò con la veloce flotta
tra rive ignote. Osò guardare
serena in viso la reggia abbattuta,
senza timore maneggiò atroci
serpenti, per intridersi di neri
veleni. Scelta la morte, divenne
più fiera. E si rubò alle crudeli
liburne, al più superbo dei trionfi:
non più regina, donna nella gloria.