Poveri a noi di Elvio Carrieri
recensione di Marta Mugnano
classe 4BL
a.s. 24-25
recensione di Marta Mugnano
classe 4BL
a.s. 24-25
“Poveri a noi” è un romanzo scritto da Elvio Carrieri che esplora temi come l’amicizia, il senso di colpa, e la redenzione.
La storia del romanzo ruota intorno alla vita di Libero Simone, un uomo di 29 anni che insegna letteratura italiana in un carcere a Bari. Il protagonista è ossessionato da un episodio traumatico avvenuto durante le scuole medie, quando il suo migliore amico Plinio subisce un violento pestaggio da parte di alcuni compagni. Questo episodio segnerà per sempre la vita di Plinio e lascerà Libero con un profondo senso di colpa per non essere intervenuto ad aiutarlo. Da quel momento in poi, il tormento e il desiderio di riparare il suo errore diventeranno il motore della vita di Libero, motivo per cui cercherà (quasi inconsapevolmente) di offrire a Plinio quella protezione che non era riuscito a garantirgli in passato. Infine, grazie a una serie di eventi, Libero riuscirà finalmente a ripagare il debito che sente di avere nei confronti dell’amico.
La narrazione è molto introspettiva e l’autore scrive in prima persona, permettendo al lettore di seguire il flusso di pensieri e dubbi del protagonista, i quali non sempre sembrano avere un filo conduttore. Infatti, la scrittura di Carrieri è anche caratterizzata da frequenti digressioni e riferimenti letterari e storici non sempre immediatamente comprensibili, il che potrebbe far apparire la lettura più lenta e bloccare lo svolgimento della trama. Nonostante ciò, la capacità dell’autore di creare un’atmosfera empatica e una descrizione vivida e dettagliata dei personaggi e delle loro esperienze rende il libro una lettura coinvolgente e memorabile: il lettore si trova completamente immerso nella storia e può facilmente immedesimarsi nei personaggi, con i quali stabilisce una profonda connessione.
recensione di Elisa Ferlisi
classe 4BL
a.s. 23-24
L’età fragile è la storia di una madre, Lucia, separata dal marito, che si ritrova nel periodo del covid a dover affrontare un ritorno inaspettato, quello della figlia Amanda, trasferitasi un anno prima da un paese vicino a Pescara a Milano per intraprendere il suo percorso universitario.
Al suo ritorno Lucia trova una figlia spenta, diversa, non riesce più a comunicare con lei e a comprendere le sue azioni, il suo atteggiamento è sospetto. Lucia crede che questa situazione sia legata a un episodio capitato mesi prima alla figlia a Milano. Amanda, in lacrime, l’aveva chiamata dopo essere stata aggredita da un gruppo di ragazzi, tuttavia, si trova ora incerta sulla completezza del suo racconto.
Tra la nostalgia di un rapporto sentimentale concluso improvvisamente con l’ex marito, di un rapporto simbiotico con la figlia e l’incapacità di allontanarsi dal padre ormai vedovo, Lucia non sa come affrontare la propria vita, condizionata anche dalla preoccupazione della gestione di un terreno di famiglia, il Dente del Lupo, che il padre aveva da anni cercato di vendere invano.
Su quel terreno, quando Lucia era giovane, due ragazze di Modena, le sorelle Vignati, scomparvero nel bosco e furono ritrovate morte, mentre la sua migliore amica Doralice, anch’essa scomparsa, venne ritrovata e divenne una sopravvissuta. Da quel momento nessuno percorse più un sentiero di quel bosco e la ferita non si chiuse mai per gli abitanti della valle. Lucia ricorda allora le conseguenze dovute al suo trauma, come l’interruzione degli studi, e comprende alla fine la situazione della figlia decisa ormai ad abbandonare l’università e ad allontanarsi da lei.
La dimensione del ricordo e la contrapposizione tra il passato e il presente della protagonista dominano le pagine di questo romanzo avvincente e inducono il lettore a collegare le vite della madre e della figlia, entrambe segnate da un evento che rimarrà loro impresso e dal quale scaturirà la convinzione che dove c’è l’uomo c’è il male. La loro vicenda porta a guardarsi dentro e a comprendere il significato della vita che non sempre va come si vorrebbe.
Ma non c’è solo questo: io ho compreso con grande chiarezza che, nonostante la parvente fragilità, le donne hanno una forza intrinseca che le porta a saper gestire sfide fisiche, morali ed emotive. Non che non lo sapessi già…!
recensione di Isabella Patetta
classe 4BL
a.s. 23-24
Al di là del titolo, questa storia è estremamente umana poiché racchiude uno dei nuclei principali della vita degli esseri umani: la fugacità del tempo che provoca malinconia e rimorsi, ma che insegna che ciò su cui possiamo contare è il presente. Il romanzo si apre con la descrizione di un luogo deserto, freddo, in cui non c’è traccia di esseri umani. Il protagonista è Mauro Barbie, di professione storico, che si ritrova in Germania a studiare presso un lago ghiacciato. Mauro ha sempre avuto un carattere difficile, non è mai riuscito a risolvere le sue difficoltà relazionali e questo viaggio in Germania lo porterà a distaccarsi dal suo passato, dai suoi amici e dai suoi studenti, ma lo porterà anche a riflettere sulle sue precedenti esperienze.
In effetti, pare proprio che il nostro inconscio rielabori il passato come più gli piace, la mente gioca con la memoria e su che cosa rimane agli altri di noi. Il presente si alterna ai ricordi e può essere un presente vuoto e freddo, proprio come il lago ghiacciato; il lago potrebbe essere la metafora della vita di Mauro, o forse, per meglio dire, la metafora della vita degli uomini e del loro passato. Una volta immersi in esso, questi entrano in una bolla di nostalgia e sofferenza. La lettura del romanzo sembra farci capire quanto sia incredibile come gli uomini, certamente differenti l’uno dall’altro, ricadano spesso negli stessi errori; come siano tutti sommersi dalla superficialità ed indifferenza verso il prossimo. Tornando a riflettere sul titolo del romanzo, sembra che Di Paolo abbia voluto scrivere un racconto senza umani, che si distacchi dalla realtà rappresentata in tutti i libri scritti nella storia; ma è inevitabile che anche solo un semplice paesaggio naturalistico riporti sempre l’uomo all’interno della scena. Ci fa capire quindi che è proprio impossibile per l’uomo estraniarsi dal mondo.
recensione di Marta Mugnano
classe 3BL
a.s. 23-24
Il titolo del romanzo rimanda a un concetto che viene spesso menzionato all’interno del libro: ci sono cose dolorose e che ci fanno star male, che nascondiamo in una “diga” nella nostra testa. Sono cose che non vogliamo dire a nessuno, non vogliamo nemmeno pensarle, ma vogliamo solo che non siano mai esistite. E se non le nominiamo, non esistono. In “Cose che non si raccontano” Antonella Lattanzi racconta una dolorosa esperienza, per lei difficile da ricordare. Dopo due aborti volontari a vent’anni, Antonella, raggiunti i quaranta, si sente finalmente pronta ad assumere la responsabilità di avere un figlio con il suo compagno Andrea, ma questo desiderio sarà difficile da avverare. Scrivendo, Antonella ripercorre le sue scelte passate che l’hanno portata a rimandare così tanto la decisione di avere un figlio, e le condanna come una disgrazia (“La paura di non essere più in grado di fare il mio lavoro. La paura di non saper nascondere chi sono davvero. Ogni ragione che ho avuto in tutti questi anni per non mettere al mondo un figlio, io la maledico”). L’autrice parla del suo rapporto con l’ “essere madre” e dello sconforto causato da questa tortuosa gravidanza, in relazione con il suo lavoro, le sue ambizioni, e le sue responsabilità. È una storia molto diretta, piena di sangue, lacrime, ed esitazioni, che ti travolge con la spontaneità e la franchezza con la quale viene raccontata un’esperienza tanto straziante, che accomuna così tante donne. Antonella esprime i suoi sensi di colpa e i suoi dubbi, ma anche la sua rabbia verso il mondo, senza alcun filtro e senza alcuna pietà per nessuno, nemmeno per se stessa. Attraverso le sue parole io mi sono immedesimata in tutto ciò che lei ha passato. Mi ha messo davanti a una realtà che, nonostante mi fosse già vicina, non avevo mai percepito da un punto di vista tanto brutale e spietato. Il tema dell’aborto è trattato in modo che chiunque, anche chi non l’ha mai vissuto in prima persona, possa trarre dalla crudezza delle sue parole il tormento che causa all’interno della donna: le conseguenze psicologiche, i pensieri irrefrenabili, i comportamenti e le decisioni prese, che dall’esterno potrebbero sembrare irrazionali e impulsivi, ma il romanzo permette di addentrarsi nella mente dell’autrice, e di comprendere a pieno lo smarrimento provato in quel momento delicato della sua vita.
recensione di Emily Tabacco
classe 4BL
a.s. 23-24
“Romanzo senza umani” di Paolo di Paolo tratta il complesso tema della memoria. Approfondisce in particolare lo scombussolamento che essa causa nella bizzarra mente del protagonista; Mauro. Questo romanzo presenta al suo centro uno storico assorto nei suoi pensieri, i quali non sembrano giungere a una fine in alcun modo. La stranezza che distingue questo personaggio dai suoi coetanei è proprio l’attenzione che pone nei confronti di ciò che ha vissuto. Infatti, a differenza loro, egli ricorda precisamente ogni interazione che ha avuto durante il corso della sua vita.
Paolo di Paolo si sofferma sulla tematica delle percezioni che conserviamo nella nostra mente relative a ogni persona che entra nella nostra vita. Vediamo il protagonista tentare di ricucire legami spezzati e fare pace con questioni in sospeso, impegnandosi a superare una sfida apparentemente insormontabile; l’intento di Mauro è proprio di provare a riemergere dal passato, col fine di riconnettersi al presente.
Il romanzo è ambientato nella mente complessa dello storico, il quale si trova in Germania, sulle sponde di un lago ghiacciato nell’ostile periodo invernale. Questo luogo suggestivo lo porta a riflettere attentamente su se’ stesso e su ciò che ha vissuto nei suoi trenta anni di vita. Mauro realizza di essersi perso nel passato
L’attenzione posta nella scelta del lessico rimanda immediatamente al lettore immagini ben precise dell’attimo descritto. Inoltre, la mente di Mauro rispecchia perfettamente la vastità di paranoie e pensieri asfissianti che ci affliggono nel nostro quotidiano.
Infine, “Romanzo senza umani” è imprevedibile. Permette a chi legge di immergersi in una profonda riflessione sulla propria persona e allo stesso tempo di rispecchiarsi nello smarrimento del protagonista. Spesso ci troviamo bloccati a rimuginare su scelte passate, rischiando di perdere il presente e questo testo fa sentire compreso chiunque si trovi in una simile situazione di stallo.
recensione di Fabian Atzei
classe 4EL
a.s. 22-23
Un racconto, o meglio, i resti di ciò che prima era un racconto: "Una Minima Infelicità" si priva di sé stesso per descrivere la vita dell'eterna Annetta, mai cambiata col passare degli anni trascorsi di fianco alla madre e alla domestica, figure ben più influenti del quasi impercettibile padre.
Piuttosto che utilizzare la "geniale dialettica" Carmen Verdi la cancella dal suo libro per darci la descrizione di una vita vista attraverso gli occhi di una minuta, pure nel nome, giovane incapace di vederla se non nelle sue infelicità, e che quando le sente venire meno si sente forzata a crearle. Le uniche cose che Annetta si permette di aggiungere alla sua vita sono privazioni: nata nella miseria, essa diventa eventualmente la sua normalità cancellando gioia e sofferenza, superflue aggiunte ad una storia che desidera esistere a modo suo, ed essere vista a modo suo.
"Una Minima Infelicità" è un romanzo scorrevole e tetro, capace di trattenere il lettore nella sua attesa attesa di una salvezza (o un'ulteriore discesa) che non arriverà mai, mostrandoci come Carmen Verde sia stata in grado di perfezionare l'arte della privazione sia nello scritto che nei contenuti fin dalla sua primissima opera letteraria.
recensione di Rebecca Castellamare
classe 3CL
a.s. 22-23
“È tutto davvero perfetto, dirà la story a corredo. È proprio come nelle immagini.”
Non sempre le immagini sono fedeli alla realtà: da Instagram può sembrare tutto perfetto,
dall’ambiente domestico a quello lavorativo, dando l’impressione di avere una vita tranquilla
e senza problemi, quella che tutti sognano, ma il più delle volte non è così, e Anna e Tom lo
sanno bene. Dopo una primo periodo passato nel migliore dei modi, iniziano a sentirsi
insoddisfatti e in trappola in quella città che li aveva accolti così calorosamente, e pian piano
le loro certezze si sgretolano, comprendendo di aver bisogno di nuovi stimoli.
Gli infiniti dettagli nella descrizione della casa mi hanno fatto sentire come se mi trovassi
proprio nel lì e credo che se ne potrebbe disegnare una piantina completa: non avrei
difficoltà a tracciare i contorni delle lampade di design, le pile di panni accatastate e di
arretrati di Monocle e del New Yorker ovunque o le numerose piantine che decorano
l’appartamento, come il ficus benjamina, i filodendri dai fusti lanuginosi e le euforbie giganti.
Ho capito il senso di questa precisissima descrizione, che inizialmente mi stava annoiando,
solo continuando la lettura: non si trattava solamente di un lungo elenco, ma di immagini
perfette, esattamente come quelle che scorriamo a ogni ora del giorno davanti ai nostri occhi
aprendo i social media. Questa storia rappresenta quindi anche un quadro perfetto della
società moderna dominata dall’apparenza, in cui condividere è più importante di vivere
davvero, creando un mondo parallelo che porta alla sovrapposizione di realtà e finzione, che
si fondono totalmente e ci confondono. Tutto deve essere come viene rappresentato in
quelle immagini, ricche di filtri, valorizzate dalle visualizzazioni e dal numero di like. Porta a
una nuova forma di narrazione, quella oggi dominante, che spesso non è altro che finzione,
un tentativo di insinuarci in vite che non ci appartengono. Latronico ci propone questo
romanzo, che altro non è se non il ritratto di una generazione che si ritrova ormai a oscillare
costantemente fra la ricerca del nuovo e quella di una via per fuggire, arrivando a mostrarsi
per ciò che è: perfettamente imperfetta.
recensione di Rebecca Castellamare
classe 3CL
a.s. 22-23
“Quando volo di notte penso: Veloce, veloce... Rubare la notte.”
La Petri con questo romanzo, ci accompagna nella vita di Antoine de Saint-Exupery, scrittore del
“Piccolo Principe”, cercando in tutti i modi di farci comprendere chi fosse realmente Tonio partendo
dai momenti più gioiosi della sua esistenza, ovvero quelli dell’infanzia, accompagnati dalla figura
pilastro della madre. Il bambino infatti, ne è innamorato e i due hanno un rapporto talmente forte
da non consentirgli di crescere e di amare e il soprannome datogli da lei, Re Sole, lo accompagnerà
lungo tutto il corso della sua vita. Nelle innumerevoli amanti che incontrerà nel corso della sua
maggiore età, Tonio cercherà sempre la madre, anche se sposerà una donna totalmente opposta, la
sua luna Consuelo, con la quale avrà un rapporto indissolubile. In ogni donna cercava la tenerezza,
come se in ogni donna tentasse di cercare la perfezione materna, che ovviamente non riusciva a
trovare mai in nessuna, e ciò ha fatto di lui un uomo infelice, sempre alla ricerca, un uomo che in
fondo non ride mai davvero. Tonio è un aviatore, tra le nuvole scrive, sa che è quello il suo posto
felice, tra le nuvole e volando sparirà per sempre, tra le nuvole dove non si sa cosa sia accaduto, se
sia stato abbattuto o semplicemente si sia lasciato morire nel modo più bello per lui: volando.
Forse il Piccolo Principe non è altro che il Re Sole divenuto principe, e forse non è altro se non la più vera autobiografia che Tonio ci potesse fornire.
recensione di Alice Ferrarotto
classe 4CL
a.s. 22-23
Questo romanzo ha deluso le mie aspettative.
Leggendo le trame dei vari concorrenti mi ero interessata a Tornare dal Bosco, grazie all'apparente mistero di una bambina morta suicida che mi aveva incuriosito. Purtroppo l'autrice non ha creato un atmosfera di suspense, di mistero o tensione per il lettore. Infatti fin dai primi capitoli siamo già a conoscenza sia della morte di Giovanna che della scomparsa dell'insegnante Silvia. I personaggi principali non erano definiti: tante parentesi aperte e mai chiuse come per esempio il tradimento di Lea, completamente fuori luogo e irrilevante ai fini dell'intreccio.
Martino e Giulia sono gli unici personaggi più stimolanti, però non credibili essendo bambini di circa dieci anni che trattano temi profondi come la morte o descrivono tecniche artistiche con una precisione inverosimile.
La stato dell'insegnante in quanto essere inerte mi ha sinceramente annoiato, i suoi pensieri erano vuoti ed essendo una persona mentalmente sana non avrebbe dovuto avere questa reazione.
Il personaggio che ho compreso meno è la suora Annangela: non ha un ruolo stabilito, quando porta con se i fratelli di giulia in macchina non si capisce lo scopo di questa azione. Inoltre non si riesce ad intendere il motivo del bullismo nei confronti di Martino: i ragazzi che lo prendevano in giro erano poco più grandi, ma vengono sorpesi dal bambino in una situazione molto esplicita oserei dire non completamente necessaria ed esagerata.
In conclusione purtroppo non ho apprezzato quasi nulla di questo romanzo nonostante il linguaggio e la scrittura fossero semplici e scorrevoli.
recensione di Han Ting Ruan
classe 3BL
a.s. 22-23
Questo libro mi ha stupito. Inizio con questa frase perché è la verità. Non pensavo che esso potesse coinvolgermi così tanto, ma la storia e i personaggi mi hanno catturata completamente già dalla prima pagina, dove Rosella Posterino ci presenta uno dei protagonisti, Omar un bambino di dieci anni, con la madre, descrivendo il loro affetto con diverse azioni. Purtroppo tutto questo finisce velocemente com’è iniziato. La madre non c’è più e non si sa se sia ancora viva; Omar adesso si trova in un orfanotrofio a Sarajevo col fratello, Senadin, mentre è in corso una guerra tra Serbia e Bosnia Erzegovina e sono continuamente assediati dalle milizie serbe.
Tuttavia Omar non ha mai superato la perdita improvvisa della madre, che sarà un grande impatto per il ragazzo nel corso della storia, e spera ancora che un giorno lei ritorni per tornare insieme a casa. Durante il suo soggiorno in orfanotrofio Omar fa amicizia con Nada, una ragazza riservata e silenziosa, che parla solo col fratello, Ivo. La loro amicizia sarà un punto focale della storia, insieme anche a quella con Danilo, un ragazzo più grande di loro che non è orfano, ma ha subito comunque le conseguenze della guerra.
“Mi limitavo ad amare te” è un romanzo di formazione che tratta di separazioni, sradicamenti, allontanamenti e ricongiungimenti, accompagnati da temi come amicizia e amore, con un pizzico assai grande anche di dolore. Esso mi ha colpito profondamente, poiché trasporta il lettore nelle vite dei vari protagonisti e fa vedere la guerra di Sarajevo con gli occhi di bambini e ragazzi, vittime di questa guerra che ha lasciato in loro un segno indelebile. Questo è un aspetto che ho adorato, perché è stato molto interessante vedere lo sviluppo dei personaggi e di come la guerra, la separazione e le amicizie abbiano avuto impatto sulle loro vite, specialmente dopo che si sono allontanati tra di loro, percorrendo ognuno una strada diversa.
Questa storia, non parla solo della guerra, ma piuttosto dei legami tra i protagonisti, di come reagiscono nelle varie situazioni e come crescono nel corso del racconto.
recensione di Adel Kustan
classe 3BL
a.s. 22-23
Il dolore di una madre non può essere trascritto, ma solamente percepito con la propria anima. Questo libro dimostra come noi umani siamo costretti a vivere nella speranza che divora la realtà crudele, che noi non riusciamo a vedere. La madre ha dovuto fare sacrifici enormi, nell’attesa di un possibile miracolo, vivendo inquieta di non poter stare accanto alla figlia che non sarà in grado di sopravvivere stando sola al mondo. La disabilità oramai nella società non è altro che un ostacolo, un difetto, una maledizione che la vita ha dato ai miserabili genitori. E la madre, Ada D’Adamo, ha avuto un grande coraggio nel trasmettere forza a tutte le madri che ne hanno infinitamente bisogno, che sentono cadere le proprie braccia nello stare accanto ai propri figli, conoscendo il loro destino, conoscendo la società che forse in futuro non potrà accettarli fino in fondo. Sanno quanta cattiveria nutra il mondo che probabilmente distruggerà le anime solari dei loro bambini incolpevoli, credendo che le persone apriranno le braccia accogliendoli in un affettuoso abbraccio.
La storia di D’Adamo e della piccola Daria è travolgente, lascia senza fiato, ti porta a riflettere e incide nel cuore un segno indelebile. Nemmeno l’uomo più insensibile al mondo riuscirà a trattenere le proprie lacrime.
La vita trascorsa in ospedale, fra esami e giudizi dei medici indifferenti. Una madre che passa gran parte della sua vita dedicandola solo alla figlia disabile, il dolore interiore che prova la donna è disarmante, non si riesce a descrivere a parole, né scrivendo, né a voce. Come dice l’autrice stessa nel libro a sua figlia ‘Non tutti hanno la forza fisica, gli strumenti psicologici, i mezzi economici, la cultura che ci vuole per combattere contro la burocrazia implacabile, contro la crudeltà di certi medici e l’inciviltà imperante, la stanchezza e, infine contro sé stessi e la propria inadeguatezza. E che vita conduci tu quante sofferenze ti aspettano chi può decidere se una vita vale la pena di essere vissuta. ‘
Tante domande della madre, alle quali nessuno ha dato una risposta certa. Questo libro è un monologo intimo e profondo che la madre dedica alla propria bambina, prima di andarsene per sempre dopo aver saputo della sua malattia mortale che le impedirà di starle vicino. E, infine, lascia una grande testimonianza a noi lettori, di una madre che ha sempre lottato per amore puro verso sua figlia fragile e unica in suo genere. Questo non è un libro ma è un grido di dolore atroce che nessuno riuscirà a comprendere prima di averlo vissuto.
recensione di Annika Puzio
classe 4CL
a.s. 22-23
“Ma non era finita la tua pagina, Lucia, e adesso scrivi, con le mani mie, la vita che hai già scritto
col tuo sangue in me.”
Una donna forte e coraggiosa, che ha perso però le speranze. Una donna che voleva solamente
vivere, ma che non ha potuto farlo a causa della società in cui viveva. Una donna piena di
vitalità, che non ha trovato altra soluzione che quella di suicidarsi, per permettere alla figlia di
avere una vita migliore della sua.
Questa è Lucia; una persona che ha sofferto molto durante tutto il corso della sua breve vita.
Lucia è fuggita da suo marito, un uomo che non amava e che la picchiava tutti i giorni. Ha avuto
il coraggio di scappare e di seguire il suo amore, Giuseppe, a Milano. Da questo amore nasce
Maria Grazia. La fortuna sembra finalmente sorriderle, ma la vita ha in serbo ancora tanto
dolore per lei. Lucia ha commesso adulterio, un reato molto grave all’epoca, punibile con la
reclusione e questo le porta una forte sensazione di inquietudine. I due amanti non riescono a
trovare un lavoro che permetta loro di sostentare la figlia, non riescono a crearsi una vita degna
di essere vissuta; perciò, compiono una scelta drastica, ma vogliono garantire alla figlia un
futuro; quindi, non la portano con loro nella morte, ma decidono di abbandonarla, con la
speranza che qualcuno possa crescerla degnamente.
“Vengo con te dove non mi hai portata: nella morte.”
Maria Grazia Calandrone compie un viaggio per l’Italia e visita i luoghi in cui sua madre è nata, è
vissuta ed ha amato e ci porta con sé in un intimo viaggio attraverso la storia dei suoi genitori
biologici, in un cammino struggente, drammatico ed emozionante. L’autrice fa emergere il
ritratto di una società che porta ancora le cicatrici della guerra e di un paese che ha spinto una
donna forte e coraggiosa a sentirsi completamente sola e persa. La storia di Lucia è il racconto
di una donna abbandonata dalla propria famiglia e ripudiata dalla società, per il solo fatto di
aver amato. Una donna che, per aver cercato di vivere degnamente, è stata svilita tanto da
decidere di compiere l’unico atto di libertà che le era rimasto: togliersi la vita.
“A volte è così amara, l’ironia del vivere.”
recensione di Giorgia Salemme
classe 3CL
“Dovette ammettere che nessun genitore avrebbe potuto immaginare quello che aveva fatto
Giovanna. Non alla sua età. Era troppo giovane per intravedere le conseguenze, per capire che non
sarebbe più esistita, dopo il salto nel torrente, e non si sarebbe potuta issare a riva, non avrebbe
camminato fino a casa e suonato il campanello sgocciolando sullo zerbino. Forse per questa
incapacità si era gettata, perché non si rendeva conto di morire”. La maestra Silvia, sopraffatta dai
sensi di colpa per il suicidio della sua giovane alunna, si rifugia in un bosco, su una montagna.
Verrà presto ritrovata, in un capanno abbandonato, da Martino, un bambino di città trasferito a
forza, per motivi di salute, in quella zona montana; sarà il giovane ad aiutarla a superare la sua
disperazione e la sua follia, cercando però di mantenere sempre il segreto dell’insegnante.
Attraverso flashback, ricordi e pregiudizi, il lettore vive la sofferenza, il dolore e l’incertezza che
caratterizzano la vita dei personaggi. Le parole utilizzate sono infatti pungenti ed immediate:
Maddalena Vaglio Tanet riesce a coinvolgere i suoi spettatori in maniera eccezionale.
Ispirata ad alcune vicende della sua famiglia, la scrittrice travolge il suo pubblico con il perfetto
equilibrio tra le indagini e le emozioni che le accompagnano.
recensione di Giorgia Salemme
classe 3CL
a.s. 22-23
Vincenzo Latronico, scrittore e traduttore italiano, dà sfogo alla sua fantasia scrivendo “Le
perfezioni”; ma cosa sono queste perfezioni?
La vita di Anna e Tom sembra essere impeccabile, simile ad un'immagine (perfetta nel colore e nella composizione, al tempo stesso piatta e limitata), ma presto nascerà un’insoddisfazione
profonda nella coppia. I fatti non coincidono con la realtà pubblicata sui social media e questo è
ciò che, a parer mio, accade attualmente tra i giovani. Siamo influenzati dalle storie degli altri
apparentemente perfette e sogniamo a tutti i costi la vita altrui; siamo invidiosi, ma non sappiamo
che dietro allo schermo persiste un’oscura infelicità.
Le giornate dei protagonisti iniziano ad essere monotone e ripetitive; i due cercano qualcosa di più
vero per evadere dalla triste realtà. Dalla periferia italiana, si trasferiscono a Berlino e in altre città
per proseguire la loro ricerca.
La storia, suddivisa in quattro tempi (presente, imperfetto, remoto e futuro), viene narrata
attraverso la parabola della vita: si tratta di una linea curva, che, incessantemente, raggiunge il suo
apice con la felicità e discende poi nei momenti bui e malinconici che accompagnano i nostri
giorni. Si tratta di un processo continuo; la nostra esistenza è caratterizzata infatti da alti e bassi.
Con questa breve, ma intensa e profonda lettura, il pubblico si addentra nella vita di persone tra i
venti e i trent’anni, ormai prive di fiducia e speranza in qualcosa di innovativo. Attraverso un
lessico ricercato e a volte complesso, il lettore rivivrà una situazione quotidiana e sarà portato alla
riflessione; anche io ho pensato che costruendo un muro separatorio tra noi stessi e gli altri, ci
abitueremo inevitabilmente ad una realtà parallela e a vivere nell’illusione della felicità.
recensione di Sara Calderara
classe 5DL
a.s. 21-22
“Due vite”, uscito nel 2020 e vincitore del Premio Strega 2021, è un libro scritto da Emanuele Trevi, in cui racconta al mondo il suo rapporto di amicizia con Pia Pera e Rocco Carbone, ambedue scrittori venuti a mancare prematuramente.
Il titolo dell’opera, come l’intero arco narrativo, ha una duplice interpretazione: la prima, quella più ovvia e lampante, richiama inevitabilmente la dualità narrativa presente, che segue e ricostruisce pezzo per pezzo, pagina per pagina la vita dei due protagonisti; al contrario, la seconda la si può cogliere unicamente leggendo il testo, in cui è lo stesso scrittore a spiegare che tutti conduciamo due vite: la prima è la vita fisica, mentre la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene, entrambe destinate ad avere una fine.
All’interno del romanzo, i personaggi hanno un’evoluzione che avviene negli ultimi anni della loro vita, in cui sia Rocco che Pia cambiano quasi in maniera radicale, infatti il primo smette di opporsi al suo guaio assillante dell’infelicità, riuscendo a vivere in maniera più pacata, e la seconda capisce qual è la sua vera vocazione e molla la sua vita da topo di città, per andare a vivere in campagna e coltivare la sua passione per il giardinaggio. Rocco, il suo amico ce lo presenta come un uomo che in 25 anni di conoscenza non è mai mutato di una virgola, un uomo brillante e capace, un uomo tormentato dalla sua infelicità, gonfiata e portata all’estremo nelle fasi maniacali del suo disturbo bipolare, nel quale all’interno del suo libro “L’apparizione” parla in maniera velata della sua mania, un uomo che ha ormai imparato e idealizzato uno schema mentale sulle relazioni amorose e che lo vive in maniera identica nella vita reale e nella fase di scrittura.
Pia, invece, la descrive a tratti come una bambolina di pezza, a tratti come una signorina inglese e a tratti come una Mary Poppins all’incontrario, dotata di un animo sensibile e premuroso, amalgamato con il suo spiccato anticonformismo, reso noto dal suo gradimento nel scrivere di sesso e nella sua scelta di riscrivere il famosissimo libro “Lolita” di Nabokov con anziché il punto di vista di Humbert quello di Dolores.
Trevi rappresenta quindi i suoi due amici in tutte le sfaccettature che definiscono delle persone reali, li plasma su carta facendo rivivere il ricordo e come lui stesso dice scrivere dei morti è un buon modo per evocarli, e così facendo, nel divorare voracemente quelle pagine noi ci formiamo la nostra immagine delle due vite di cui sono delineati i tratti messi in evidenza dall’autore.
Il romanzo ha una lunghezza che è piuttosto breve, ma è una lettura molto gradevole, di facile scorrevolezza e piuttosto intensa, non tanto per le parole utilizzate, quanto più per la facilità con cui lo scrittore esprime dei concetti estremamente complicati, facendoli sembrare quasi ovvi e scontati.
Questa modalità di scrittura si differenzia pure per il suo non rientrare in una vera e propria classificazione di genere e per il non avere capitoli che dividono in maniera precisa la narrazione e il tempo, infatti sono continui i balzi temporali all’interno del doppio racconto, di cui la duplicità sarà un tema ricorrente per tutto il libro.
“Due Vite” non è solo un romanzo biografico, bensì è un viaggio: sia all’interno della psiche dei due personaggi, scrittori, ma prima ancora, amici di Emanuele Trevi, che in maniera vaga e non troppo esplicita, ne spiega i comportamenti, la psicologia e il loro carattere; sia nei ricordi dello scrittore stesso, che rivive insieme ai lettori i suoi affetti per Rocco e Pia rimembrandone i momenti di gioia, di rabbia e di mancanza che han preso forma durante la loro lunga e profonda amicizia.