ATTUALITÀ
ATTUALITÀ
a cura di Debora (2G)
Il bullismo è un problema che colpisce ogni giorno tante ragazze e ragazzi. Può manifestarsi in diverse forme: fisica, verbale, psicologica e anche online. Spesso avviene tra i banchi di scuola, in silenzio, nascosto tra le risate finte di chi ferisce e il silenzio impaurito di chi subisce.
Ma cos'è davvero il bullismo? È un comportamento aggressivo, ripetuto e intenzionale, messo in atto da uno o più individui (i “bulli”) nei confronti di una persona (la “vittima”), con l’obiettivo di esercitare potere, intimidire, umiliare. Chi agisce da bullo, in molti casi, vive a sua volta difficoltà: può avere problemi relazionali, fragilità emotive, disturbi del comportamento.
Il bullo spesso agisce per sentirsi in controllo, per affermare il proprio potere o per scaricare rabbia e frustrazione. La mancanza di empatia, le difficoltà nel gestire le emozioni e il desiderio di essere accettati dal gruppo possono essere altre cause di questi comportamenti.
Il bullismo lascia segni profondi, a volte invisibili, provocando danni non solo psicologici, ma anche fisici, sociali e, purtroppo, portando a volte la vittima a pensieri molto pericolosi, come quelli suicidari.
La storia di Bianca
Ecco una storia vera accaduta a scuola. La protagonista si chiama Bianca. Oggi ha 14 anni e mezzo e frequenta il Liceo delle Scienze Umane a Pisa. Quando ripensa al suo passato, nonostante tutto, afferma con sicurezza che rifarebbe questa scelta altre mille volte: “Vorrei poter aiutare gli altri nelle difficoltà”.
“Dalle elementari fino all’anno scorso ho sofferto di bullismo. Ma ho imparato a difendermi”, racconta Bianca in un'intervista al sito studenti.it. Tutto è cominciato per un motivo che sembra incredibile: la sua sensibilità. “Ricordo che mi prendevano in giro perché ero molto timida e sensibile. Quando prendevo un brutto voto piangevo: per me era normale, per loro no”.
Queste prese in giro continuano per tutta la durata delle elementari. Alla fine della quinta elementare, Bianca spera che l’incubo sia finito. Ma alle medie ritrova alcune sue ex compagne. “Nella nuova classe non è cambiato niente. Anzi, le bulle hanno trascinato anche gli altri e tutti si sono schierati contro di me”, racconta. “Nessuna delle mie amiche ha avuto il coraggio di difendermi. Vedevano tutto, ma non intervenivano. Io pensavo che avrebbero smesso…”.
Ma non è così. Quando Bianca prova a reagire, la situazione peggiora. “Mi sono arrivate delle minacce di morte. Mi dicevano che non ero in grado di fare delle cose e che alle superiori sarei stata peggio. Parte degli insulti li ho rimossi, non ricordo tutto, ma ricordo quanto stavo male”. Anche fisicamente: mal di testa, eruzioni cutanee, febbre improvvisa, attacchi d’ansia, e tanta paura di parlare in classe, anche durante le interrogazioni, dove spesso non riusciva a dire una parola.
I professori, impegnati a gestire quella che definivano una classe "complicata", non riescono ad intervenire. Quando i genitori di Bianca provano a parlare con loro, i problemi vengono minimizzati. Anche parlare con le famiglie delle bulle si rivela inutile: “Hanno negato i problemi, dicendo che le loro figlie non ne avevano”, racconta la mamma di Bianca, Paola. Alcuni di questi genitori, aggiunge Paola, avevano già mostrato comportamenti aggressivi verso insegnanti e compagni. “L’aggressività dei genitori si ripercuote nella vita, nei fatti quotidiani”.
A quel punto, i genitori di Bianca decidono di chiedere aiuto. “Dopo alcuni episodi di grande disperazione da parte di Bianca, abbiamo deciso di intervenire”, spiega la mamma. Scoprono uno sportello di ascolto gratuito attivato presso le Officine Garibaldi, dove incontrano per la prima volta la dottoressa Simona Cotroneo.
Vengono organizzate a scuola delle attività che coinvolgono l'intera classe. I risultati non arrivano subito, ma col tempo qualcosa si sblocca. “Alla fine della terza media i miei compagni erano consapevoli di ciò che avevano fatto”, racconta Bianca. Anche se gli episodi non spariscono del tutto. “Inizialmente mi hanno lasciata stare, facevano vedere ai prof che non mi prendevano più di mira. Poi, passato un po' di tempo, hanno ricominciato, ma a quel punto io mi difendevo. Quando mi dicevano cose brutte, avevo imparato a riderci su”.
Bianca ha trovato forza anche per aiutare gli altri. “Avevo un’amica che veniva presa in giro, però lei non ha mai voluto affrontare questa cosa con me, perché si vergognava. Io le ho detto che non doveva vergognarsi di nulla, perché queste cose vanno affrontate sempre. Il bullismo è una cosa seria, si può morire di bullismo”.
Oggi Bianca è rappresentante di classe. La sua migliore amica? Una ragazza che un tempo la bullizzava. La mamma Paola è orgogliosa: “Ci doveva essere un passo in avanti in cui lei acquisiva la sua sicurezza e gli altri la dovevano rispettare ed effettivamente è andata così”.
“Continueremo a frequentare l’associazione” spiega ancora la mamma di Bianca. “Più che guidare noi Bianca, cerchiamo di fare in modo che sia lei a guidare noi”.
La storia di Bianca ci insegna che affrontare il bullismo è possibile, ma servono coraggio, ascolto e il sostegno delle persone giuste. Purtroppo non tutte le storie di bullismo finiscono così. Ecco perché è importante parlarne, ascoltare e agire. Sempre.
a cura di Giuseppe e Giada (2G)
Negli ultimi anni, sempre più spesso sentiamo parlare di femminicidi. Una parola dura, che racconta storie tragiche e reali, anche di ragazze molto giovani. Due nomi, tra i più recenti, sono quelli di Martina Carbonaro e Sara Campanella.
Martina Carbonaro aveva solo 14 anni. È stata uccisa ad Afragola, in provincia di Napoli, dal suo ex fidanzato Alessio Tucci. Il ragazzo ha confessato di averla uccisa perché non riusciva ad accettare di essere stato lasciato. Martina è stata attirata in un cantiere privo di controlli, dove è stata colpita con una pietra. Il suo corpo è stato poi nascosto sotto alcune macerie. Una vita spezzata per un rifiuto.
Sara Campanella, studentessa di 22 anni prossima alla laurea presso l’Università di Messina, è stata uccisa da un compagno di corso, Stefano Argentino, ritrovato poche ore dopo il delitto a Noto, insieme ai genitori.
Queste storie ci fanno capire quanto sia importante parlare di femminicidio, soprattutto tra noi giovani.
Oggi basta un “no” per scatenare la violenza di chi non accetta la libertà e le scelte dell’altra persona. Ecco perché è fondamentale parlarne, non restare in silenzio.
A tutte le ragazze: se vi sentite infastidite o spaventate, non abbiate paura di chiedere aiuto. Anche un piccolo fastidio, se ignorato, può diventare qualcosa di molto più grave.
Secondo i dati del Ministero dell’Interno, tra il 2020 e il 2023 i femminicidi sono aumentati. Nel 2024 ne sono stati registrati 113, di cui 61 commessi da partner o ex partner. Nei primi sei mesi del 2025, i casi sono già 18. Numeri che fanno paura e che ci chiedono di non chiudere gli occhi.
Il fenomeno del femminicidio continua a colpire donne di tutte le età e di ogni contesto sociale. Ricordare le vittime, conoscere i fatti e continuare a parlarne, anche a scuola, è fondamentale per non abbassare la guardia e dire basta alla violenza.
Perché la violenza contro le donne non deve mai essere ignorata.
a cura di Lorena (2B) e Sofì (2G)
Il caso Garlasco è uno dei più controversi della cronaca nera italiana. Il 13 agosto 2007, Chiara Poggi, giovane studentessa universitaria di 26 anni, viene trovata priva di vita nella sua villetta a Garlasco.
A distanza di oltre 18 anni, molte domande restano ancora senza risposta e la verità completa su quanto accaduto non è mai stata del tutto chiarita.
Ricostruiamo i fatti
La mattina del 13 agosto, Chiara era sola in casa. Alle ore 9:12 disattiva l’allarme, per ragioni ancora oggi sconosciute. Prepara la colazione: sul tavolo vengono trovati biscotti, un cucchiaino usato e un Fruttolo, alimento a base di latte. Ma Chiara era intollerante al lattosio: questo dettaglio fa ipotizzare che non fosse sola, ma in compagnia di una persona di fiducia.
Tra le 10:30 e le 11:30 avviene il delitto. Nessuno sa con certezza cosa sia successo in quella fascia oraria. Il fidanzato di Chiara, Alberto Stasi, preoccupato perché lei non risponde alle telefonate, si reca alla villetta, scavalca il cancello, trova la porta socchiusa e scopre il corpo della ragazza, riverso sul pianerottolo della taverna. Chiara giace in posizione prona, immersa in una pozza di sangue, con gravi traumi alla testa e al volto, causati da percosse violente con un oggetto contundente, forse un martello — unico oggetto mancante dalla casa. Indossava solo una camicia da notte, sulla quale era visibile un’impronta di una mano.
Stasi chiama il 118 e comunica in modo criptico:
“Credo che abbiano ucciso una persona, ma non sono sicuro… forse è viva”.
La scena del crimine
Gli inquirenti arrivano sul posto alle ore 13:50. Sulla tavola trovano un cucchiaino usato e mozziconi di sigaretta, anche se Chiara non fumava. Nella taverna, vi sono macchie di sangue sul pavimento e sui muri, segno che il corpo è stato trascinato. Su una parete è impressa un’impronta di mano.
Le indagini
Le indagini, coordinate dai Carabinieri di Garlasco e dal Nucleo Investigativo di Milano (guidati dal maresciallo Francesco Marchetto), furono condotte con scarsa professionalità. La scena del crimine venne contaminata da inquirenti, familiari, curiosi e perfino dal gatto di casa. Gli investigatori toccarono oggetti senza guanti, inclusi i computer di Stasi, e alterarono potenziali prove.
Le prove raccolte
Tracce di DNA di Alberto Stasi e di Andrea Sempio (amico del fratello di Chiara) furono trovate nella villetta.
L’impronta di una mano sul muro e materiale sotto un’unghia della vittima risultarono compatibili con Andrea, secondo esami tra il 2016 e il 2017, poi però ritenuti inattendibili e archiviati.
Il telefono di Andrea fu localizzato a Garlasco, mentre lui sosteneva di trovarsi a Vigevano (a circa 30 minuti di distanza). Il biglietto presentato come alibi risultò non appartenere a lui.
Una bicicletta da donna nera, simile a quella in possesso del padre di Stasi, fu avvistata nei pressi della villetta. Sui pedali (sostituiti successivamente) furono trovate particelle compatibili con sangue o candeggina.
L’ematoma sulla gamba di Chiara potrebbe essere stato causato dai piedini di una stampella, oggetto usato dalla cugina Stefania Cappa. Si parlò di un litigio tra Chiara e le cugine Cappa il giorno prima dell’omicidio. Nei giorni successivi, furono viste in stato di agitazione trasportare una borsa pesante vicino al canale, dove successivamente venne trovato un martello.
Principali indagati
Alberto Stasi
Era il fidanzato di Chiara e conosceva bene la casa.
Il suo racconto presentava incongruenze: disse di aver camminato per la casa, ma sulle sue scarpe non furono trovate tracce ematiche.
Tracce di sangue di Chiara furono rinvenute sui pedali della bici, che Alberto giustificò ipotizzando fosse sangue mestruale.
L’impronta dell’assassino corrispondeva a una scarpa taglia 42, la stessa che indossava Stasi.
Il DNA di Stasi fu ritrovato sulla cannuccia di una bottiglia di tè freddo.
Andrea Sempio
Orme riconducibili a lui furono trovate nella villetta, giustificate dall'avvocato perché frequentava spesso la casa.
Il giorno prima dell’omicidio chiamò tre volte il telefono fisso dei Poggi, apparentemente per cercare Marco, il fratello di Chiara.
Un’impronta di mano compatibile con lui fu trovata sul muro della taverna.
Gli alibi
Alberto Stasi dichiarò di essere rimasto a casa a lavorare alla tesi di laurea prima di recarsi dai Poggi.
Andrea Sempio sostenne di essere stato a Vigevano, ma non riuscì a dimostrare in modo attendibile la sua presenza lì.
I processi
Alberto Stasi fu inizialmente assolto in primo grado (2009) e in appello (2011).
Nel 2013 la Cassazione annullò l’assoluzione ordinando nuovi esami del DNA e sottolineò la difficoltà nel raggiungere una verità giudiziaria certa.
Il 17 dicembre 2014, in appello bis, fu condannato a 24 anni per omicidio volontario, ridotti a 16 anni grazie al rito abbreviato.
La Cassazione confermò la condanna il 12 dicembre 2015.
Nel 2020 Stasi chiese la revisione del processo, rigettata definitivamente in Cassazione nel 2021.
Accusa di materiale pedopornografico
Alberto Stasi fu anche accusato di possesso di materiale pedopornografico. In primo e secondo grado venne condannato a 30 giorni di reclusione (poi convertiti in 2.540 euro di multa), con interdizione perpetua da lavori con minori. La Cassazione annullò la condanna senza rinvio: i file erano solo tracce mai scaricate, e non illegali. Furono trovati solo contenuti pornografici legali, che Stasi ammise di visionare anche con la fidanzata.
Falsa testimonianza di Francesco Marchetto
Nel 2015 l’ex maresciallo Marchetto fu accusato di falsa testimonianza, per aver mentito sull'identità della bicicletta nera avvistata sulla scena del crimine. Il 23 settembre 2016, fu condannato a 2 anni e mezzo di reclusione e al risarcimento di 10.000 euro alla famiglia Poggi.
Risarcimenti
Alberto Stasi, dichiarato nullatenente dopo aver lavorato come centralinista nel carcere di Bollate e aver rinunciato all’eredità paterna, fu condannato a risarcire un milione di euro alla famiglia Poggi. Nel 2018 si arrivò a un accordo: 700.000 euro, di cui la metà già liquidata.
Conclusione
Il caso Garlasco ha segnato profondamente la cronaca giudiziaria italiana. Nonostante la condanna definitiva di Alberto Stasi, molti continuano a sollevare dubbi sulla reale dinamica dei fatti. La verità processuale non ha convinto tutti: per molti, resta l'ombra di una verità incompleta, sospesa tra giustizia e mistero.
a cura di Elisabetta (2G)
Negli ultimi anni, sempre più adolescenti si trovano a vivere un rapporto difficile con l’alimentazione e con il proprio corpo, sviluppando dei veri e propri disturbi alimentari. Questi disturbi, comunemente, nascono da una bassa autostima, da pressioni sociali e modelli irrealistici imposti dalla società. Questo può portare a comportamenti pericolosi come diete drastiche o digiuni intermittenti.
Tra i più comuni troviamo l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il disturbo da alimentazione incontrollata.
ANORESSIA NERVOSA: questo disturbo colpisce soprattutto gli adolescenti, in maggioranza le ragazze. Chi ne soffre ha paura di ingrassare e, anche se è già sottopeso, sviluppa un’immagine distorta del proprio corpo. Le persone anoressiche tendono a limitare il cibo, contando calorie, saltando i pasti, evitando alcune categorie di alimenti e praticando un'eccessiva attività fisica. Tutto questo porta a forti dimagrimenti, problemi ormonali, amenorrea (mancanza di mestruazioni nelle ragazze adolescenti), assottigliamento dei capelli, vertigini e svenimenti, insonnia ecc…
BULIMIA NERVOSA: in questo disturbo l’adolescente alterna episodi di abbuffate, fatte in segreto, seguiti da comportamenti compensatori per evitare l’aumento di peso come il vomito autoindotto, digiuni prolungati o un'eccessiva attività fisica. Le persone bulimiche possono spesso soffrire di depressione, ansia, abuso di sostanze e comportamenti autolesionistici. A differenza dell’anoressia, chi soffre di bulimia può avere un peso normale o leggermente variato, quindi può essere più difficile da notare dall’esterno.
DISTURBO DA ALIMENTAZIONE INCONTROLLATA: (in inglese conosciuto come Binge Eating disorder) è un disturbo caratterizzato da abbuffate ricorrenti, simili alla bulimia, ma senza comportamenti compensatori. Durante le abbuffate, la persona mangia quantità eccessive di cibo rapidamente, anche senza fame, e dopo si hanno sensi di colpa. Le cause delle abbuffate possono essere emotive, psicologiche, stress, ansia e depressione.
CHE COSA FARE?
È sbagliatissimo sottovalutare un disturbo alimentare perché esso non coinvolge solamente il cibo ma anche la mente, le emozioni e il corpo. I disturbi alimentari possono causare danni fisici e psicologici gravi, e, ignorandoli o banalizzandoli, ritarda la diagnosi e il trattamento portando complicazioni.
È importante prendere sul serio ogni segnale di disagio.
COME AVVIENE LA GUARIGIONE?
La terapia solitamente richiede l’intervento di un team di specialisti. Le terapie dipendono dalla gravità del disturbo e dalle necessità della persona.
Ecco le terapie più comuni:
psicoterapia: detta anche terapia cognitivo-comportamentale (CBT), molto usata e tra le più efficaci per trattare i disturbi alimentari perché aiuta ad identificare e modificare i comportamenti che riguardano il cibo e l’immagine corporea.
terapia familiare: detta anche terapia basata sulla famiglia (FBT), anch'essa molto usata, in alcuni casi, soprattutto i più giovani, è cruciale per affrontare le dinamiche del disturbo.
trattamento medico: nei casi più gravi il trattamento medico è necessario. Esso comprende il monitoraggio nutrizionale e la gestione di complicazioni fisiche.
supporto nutrizionale: affidarsi ad un nutrizionista specializzato è importante perché permette alla persona di ristabilire un rapporto sano con l’alimentazione.
farmaci: in alcuni casi vengono prescritti dei farmaci per trattare l’ansia, la depressione o impulsi compulsivi.
il supporto di una persona cara: il supporto di un amico o familiare è essenziale per incoraggiare la persona. Mostrare empatia, vicinanza, un ambiente di supporto, ed educarsi sui disturbi alimentari è importante.
Ovviamente la guarigione dai DCA è un processo complesso che richiede tempo. Durante il percorso di guarigione si possono avere delle ricadute, tuttavia con il supporto giusto, le terapie e l’impegno si può raggiungere la guarigione.
La prevenzione è efficace per evitare lo sviluppo di un disturbo alimentare. Secondo la SIPA, la prevenzione si suddivide in tre livelli:
prevenzione primaria: prima della comparsa del DCA, con l’obiettivo di ridurre i fattori di rischio attraverso l’educazione alimentare, la promozione dell’autostima e la sensibilizzazione contro gli stereotipi estetici.
prevenzione secondaria: alla manifestazione dei primi segni del disturbo, si previene con l’obiettivo di non aggravare il disturbo grazie al supporto di psicologi e specialisti.
prevenzione terziaria: dopo la diagnosi del disturbo, per ridurre i sintomi e prevenire ricadute e complicanze grazie alle psicoterapie e al supporto familiare.
Il 15 marzo si celebra in Italia la Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla, dedicata alla sensibilizzazione su anoressia, bulimia e altri disturbi alimentari. Il simbolo del fiocchetto lilla, nato negli Stati Uniti, da oltre trent’anni rappresenta la lotta contro i DCA e l’impegno a sostegno di chi ne soffre.
In conclusione, è fondamentale parlare di questi temi, informarsi, e non avere paura di chiedere aiuto.