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Il fiume Tevere non è soltanto un elemento naturale che attraversa l’Umbria, ma un vero protagonista della storia sociale ed economica del territorio perugino. Per secoli, in particolare nella frazione di Pretola, lungo la riva sud-orientale del fiume, il Tevere ha rappresentato una risorsa fondamentale per la vita quotidiana delle comunità locali, creando un legame profondo tra il fiume, il paese e la città di Perugia. Visitare il Tevere a Pretola significa entrare in contatto con una storia di lavoro, resilienza e identità, dove natura e cultura si intrecciano. È un invito a scoprire un’Umbria meno conosciuta ma profondamente autentica, fatta di paesaggi, memorie e saperi che ancora oggi parlano al presente.
Fino agli anni ’50-’60 del Novecento, Pretola fu il centro di un’intensa attività: quella delle lavandaie del Tevere. Ogni settimana, decine di donne raccoglievano i panni sporchi delle famiglie perugine, li trasportavano al fiume per lavarli e li riconsegnavano puliti in città. Questo lavoro non solo garantiva un reddito essenziale a molte famiglie povere, ma costituiva un vero e proprio sistema produttivo locale.
Il collegamento tra Perugia e il fiume avveniva attraverso un antico sentiero, noto come “la curta”, percorso a piedi con pesanti fagotti, talvolta aiutandosi con carrette o carretti nei tratti più impegnativi. Questo cammino rappresentava una sorta di arteria invisibile che univa la città alta al fiume.
All’alba di ogni giorno le donne di Pretola sfidavano la fatica per trasformare le sponde del Tevere nel grande lavatoio della città, legando per sempre la loro identità al nome di "Lavandaie". Partendo dal centro storico, abbiamo ripercorso i loro passi lungo la ripida via Enrico dal Pozzo, immergendoci nel bosco dove le foto d’archivio raccontano ancora oggi la fiera fatica di chi portava in spalla ceste cariche di panni. Sulle rive del fiume, gli uncinatori recuperavano i rami trasportati dalla corrente per alimentare i focolari delle donne, dando inizio al rito della liscivia: i panni venivano lasciati riposare tutta la notte in grandi botti di ceramica tra acqua calda e cenere, per poi essere strizzati alle prime luci del mattino. Questa maestria artigianale seguiva una rigorosa disciplina settimanale , dalla raccolta della domenica alla riconsegna del giovedì, un lavoro incessante che per generazioni ha restituito alla città il suo candore, sfidando il tempo e le stagioni lungo le rive del fiume.
Nell’Ottocento si contavano oltre 360 lavandaie tra Pretola e Ponte Rio. Per molte donne questo mestiere rappresentava l’unica fonte di sostentamento familiare. Sebbene non fosse ben retribuito, era fondamentale per l’economia domestica e per il funzionamento della città stessa, che dipendeva da questo servizio.
Accanto alle lavandaie, il Tevere offriva opportunità di lavoro anche ad altre figure tradizionali, come l’uncinatore, che recuperava la legna trasportata dal fiume durante le piene utilizzando un apposito uncino. Un’attività stagionale, basata sull’osservazione della natura e su abilità tramandate nel tempo.
Oggi questa storia non è andata perduta: grazie all’Ecomuseo del Tevere, istituito a Pretola, e grazie alla nostra guida Claudio Giacometti, il patrimonio materiale e immateriale legato al fiume viene conservato e raccontato nei luoghi stessi in cui è nato. Qui è possibile scoprire strumenti originali delle lavandaie e degli uncinatori, fotografie storiche e testimonianze orali, documenti sulla vita quotidiana delle comunità fluviali e percorsi culturali come il Sentiero delle Lavandaie, recuperato e valorizzato negli anni Duemila.