Un manifesto in divenire
In Italia si pubblicano più di duecento libri al giorno. Nel 2024, stando agli ultimi dati dell’Associazione Italiana Editori, sono stati prodotti 85.872 titoli: circa 235 al giorno, circa nove ogni ora. La bibliodiversità è una bella cosa, è vero. Ma questa tendenza ha un altro nome, ovvero sovrapproduzione editoriale. Cosa succede, infatti, a tutti questi titoli? Succede che una parte enorme di essi non viene mai venduta, oppure rientra subito in magazzino. I resi sono altissimi, le copie invendute finiscono al macero e le tirature vengono usate come parametro di legittimità più che come risposta a una domanda reale: “Dodici ristampe in un anno!” diventa così un dato di marketing del tutto aleatorio per quanto riguarda le vendite e le tirature.
Questo sistema nasce da un meccanismo industriale che incentiva la produzione continua. Una strategia, presentata come risposta alle esigenze del pubblico, che serve a sostenere un ritmo produttivo in realtà insostenibile, in cui l’attenzione è una risorsa scarsa da contendere e non da coltivare. L’effetto è una bolla finanziaria che coinvolge tutta la filiera: tipografie, distribuzione, librerie, lavoratori e lavoratrici del libro. Il valore simbolico della cultura viene schiacciato da una logica quantitativa, mentre il valore economico reale si disperde. Le risorse che dovrebbero sostenere la qualità del lavoro e la durata dei cataloghi vengono assorbite da costi di stampa, trasporto, promozione e smaltimento.
Inoltre, l’Associazione Italiana Editori suddivide l’editoria in classi determinate dal fatturato: la “piccola editoria” comprende le imprese con un fatturato che va da 500.000 a 2.500.000 euro annui, mentre la “media editoria” da 2.500.000 a 10.000.000 euro. Le aziende con fatturato inferiore a 500.000 euro vengono considerate “micro-editori” (fonte AIE). Sono categorie che riproducono la logica delle imprese industriali e ne adottano i parametri di scala, ma nel contesto reale dell’editoria indipendente italiana, dove moltissime case editrici lavorano con bilanci annui inferiori ai 200 o 300mila euro, questa classificazione risulta fuorviante. Chiamare “piccola” un’impresa che fattura mezzo milione di euro significa assimilare l’editoria a settori produttivi che non hanno nulla a che vedere con le sue dinamiche culturali, e cancellare la natura artigianale e fragile del lavoro editoriale diffuso in Italia.
Il problema, insomma, non è l’esistenza del mercato, ma il modo in cui oggi funziona: attraverso un modello strutturale che ha reso l’intero sistema inefficiente, ecologicamente insostenibile e culturalmente povero, oltre che enormemente squilibrato: se la durata media di un libro a scaffale si misura in giorni, portare al pubblico libri, o autrici e autori, che non abbiano avuto una forte spinta di pubblicità prima è un privilegio di pochi.
Staffette nasce per individuare strategie alternative, e collocarsi deliberatamente fuori da questa logica, per un’altra economia editoriale.
QUALCHE PUNTO PROGRAMMATICO
(Un work in progress di statuto)
1a. Staffette è un festival itinerante e un laboratorio permanente. Serve a rendere visibile ciò che il mercato tende a oscurare: la fatica, la cooperazione, le scelte collettive che stanno dietro ogni libro.
1b. Staffette non si riconosce nella gerarchia dei fatturati né nell’idea che crescere significhi salire di fascia. Staffette indaga una dimensione artigianale, nel senso economico e politico del termine, che valorizzi economie di prossimità, il coinvolgimento dei territori, l’attenzione al dialogo con le librerie indipendenti, la sostenibilità dei progetti.
1c. Staffette vuole costituire una rete di realtà, tra case editrici indipendenti e fiere, che scelgono la cooperazione invece della concorrenza, la durata invece dell’urgenza, la presenza sul territorio invece della standardizzazione distributiva.
1d. In un contesto lavorativo in cui i diritti sono spesso calpestati, Staffette pone in primo piano il rispetto dei diritti di lavoratrici e lavoratori della filiera editoriale. Per questo evidenzia che possono aderire alla rete e lavorare in alleanza solo le case editrici che rispettino la dignità del lavoro, delle persone, delle differenze.
2a. Staffette si fonda su valori politici concreti: antirazzismo, antifascismo, femminismo, sorellanza e nonviolenza. Non sono etichette identitarie ma pratiche quotidiane di lavoro che agiamo nella redistribuzione del potere decisionale, nella cura dei rapporti professionali, nell’ascolto reciproco e nel rispetto delle differenze. Riteniamo che la trasformazione economica e quella sociale siano inseparabili.
2b. Staffette è una rete aperta. Rivendica la necessità di creare alleanze all’interno del settore editoriale e ampliare la rete per contrastare una serie di dinamiche produttive e di mercato che sono ormai sistemiche. La rete è aperta a case editrici, realtà di movimento, reti informali, associazioni, che vogliano costruire insieme parte del percorso verso un obiettivo comune e condiviso.
2c. Staffette propone ogni anno un calendario di appuntamenti che attraversino e dialoghino con i territori, in alleanza con realtà di movimento, e prevedano la partecipazione di case editrici che condividono i principi alla base del progetto. Gli eventi proposti da Staffette sono autoprodotti. Durante gli appuntamenti di Staffette non sono previste presentazioni di singoli libri e promozione di autori e autrici, ma dialoghi, dibattiti, confronti su tematiche trasversali e sul mondo dell’editoria.
2d. Staffette non fa uso di retorica editoriale, quella per cui ogni libro è buono e bello solo in quanto libro. Staffette si propone di azzerare ogni genere di sovrastruttura retorica in campo editoriale e fare in modo che quanta più gente possibile sia consapevole delle cose come stanno, concretamente, direttamente, perché la retorica editoriale è la prima nemica dei libri stessi.
3a. Gli eventi di Staffette non devono avere biglietto di ingresso o costi richiesti al pubblico.
3b. Gli appuntamenti di Staffette possono essere costruiti insieme dal basso, assieme alle realtà partecipanti, o possono integrarsi con eventi già esistenti, nella consonanza e nella comunione di intenti con manifestazioni che già hanno intrapreso percorsi simili a quelli che Staffette si propone di creare.
3c. Le realtà che partecipano agli eventi sul territorio di Staffette si impegnano a contribuire attivamente alla manutenzione dei luoghi e, ove necessario, al sostegno dei luoghi ospitanti attraverso donazioni o altre formule esplicitate dai luoghi stessi, e ovviamente partecipando, laddove sia previsto, al lavoro di allestimento, montaggio e smontaggio, comunicazione, e tutto ciò che un festival costruito collettivamente può di volta in volta richiedere. È importante anche, per chi partecipa, avere chiara la storia e la prospettiva di ogni manifestazione che Staffette organizza o a cui si affianca: dare mostra di noncuranza o indifferenza non rientra nei principi di Staffette in nessun modo.
3d. Ogni realtà che aderisce a Staffette deve essere in consonanza con quanto scritto sopra.