07/05/2026
Giornalisti: Greta Sergi
Tecnici: Greta Sergi
07/05/2026
Giornalisti: Greta Sergi
Tecnici: Greta Sergi
Aristotele diceva che l’uomo è un animale politico. Io credo che l’uomo sia un animale innamorato, o amante, che dir si voglia. Credo che sia nella natura dell’uomo ricercare spasmodicamente, continuamente, anche involontariamente, l’amore. Ed è incredibile come ci siano cose che nessuno ti insegna, ma che senti dentro, una chiamata da un numero sconosciuto a cui rispondi sempre, anche se ha il prefisso del Kazakistan, perché senti che devi. Con le dovute conseguenze, che siano i dati del telefono rubati o un cuore spezzato.
Però, appunto, nessuno ci insegna come gestire tutto questo. Nessuna guida alla relazione perfetta, nessun corso di recupero per chi soffre d’amore, nessun rimborso emotivo.
Tu, giovane, che tieni in mano il tuo altrettanto giovane amore-dolore e non sai che fartene. Ma come si usa? Come si fa a non sprecarlo? Come si fa a capire se è reale o la pallida copia di qualcosa di ancora lontano?
Impossibile stilare un libretto di istruzioni, finirebbe per essere più un “libretto distruzioni”, pieno di cancellature e pagine strappate.
E se andassimo a cercare proprio nelle nostre distruzioni di ragazzi inesperti un modo per capire l’amore? Se fossero le nostre esperienze, messe al centro, confrontate, a svelare la quadra di questo grande mistero?
Ci dicono che il romanticismo è morto, che la nostra generazione ha un’idea dell’amore distorta. Eppure, secondo la nostra indagine, su un campione di 722 ragazzi l’84,4% dichiara di essere stato innamorato, e per la maggioranza dei votanti (36,7%) l’amore, da 1 a 5, ha peso 4 nella propria vita.
E, dato ancora più bello, il 93,6% dice di credere nell’amore. Anche chi non l’ha mai provato, in qualche modo ha comunque fede in esso. Come se si nascondesse dietro l’angolo: prima o poi svoltando lo troveremo, no? Ma quanti vicoli ciechi…
Non è sempre facile credere nell’amore se non lo si è vissuto, o se attorno a noi non riusciamo a trovare esempi di amore stabile, che ci diano speranza.
Sembra di vivere in un mondo di mordi e fuggi, dove la voglia di divertirsi prevale su quella di impegnarsi, dove c’è difficoltà a costruire qualcosa di solido.
Eppure credo che questo derivi non tanto da una nostra mancanza, quanto più da una forte paura. E’ la paura di rimanere bloccati in qualcosa che ci può far stare male, paura che sia la cosa sbagliata, paura di essere feriti e di ferire. Scappare non è sempre segno di debolezza, è più un meccanismo di difesa per evitare quella sofferenza che non siamo pronti a provare o ad arrecare, come se la prospettiva di stare male superasse la possibilità di stare bene. ecco perchè a volte neanche ci proviamo, rimaniamo nel dubbio.
La nostra indagine rivela che i due motivi principali per cui è così difficile dichiararsi sono la paura del rifiuto e la paura di non essere abbastanza. Ma forse le due cose si intrecciano e nella nostra testa il rifiuto c’è stato perché non siamo abbastanza. Non perché non piacciamo abbastanza, ma proprio perché non siamo abbastanza, come se non fossimo meritevoli di amore, come se la mancanza fosse la nostra. Nell’amore finiamo spesso per ricercare la conferma di valere qualcosa, perché da soli non riusciamo a crederci.
E al giorno d’oggi la facilità nel confrontarsi con la vita apparentemente perfetta degli altri non aiuta a stare bene. I social diventano veicolo di relazioni da sogno, terreno perfetto per far nascere l’invidia e un certo senso di inadeguatezza. Per più della metà dei ragazzi che hanno partecipato all’indagine, i social hanno un grandissimo peso nelle relazioni, oggi. Infatti sono un’arma a doppio taglio: da una parte “luogo” di incontro (non a caso il 17,6% ha conosciuto sui social la persona con cui si è frequentato), dall’altra una finestra perennemente aperta sulla vita di chi nella nostra vita non c’è più. Ogni minimo dettaglio diventa un appiglio: avrà messo quella canzone pensando a me? quel repost sarà riferito alla nostra situazione? quella mano femminile è della sua nuova ragazza?
Questo ci dà l’illusione di continuare a sapere ciò che fa l’altra persona, di poter essere in qualche modo ancora parte della sua vita: una falsa convinzione che ci porta a idealizzare l’altro, a mantenerlo legato a noi. C’è la paura di perdere anche l’ultimo legame, che sia il follow, il visualizzare le storie. Questioni talmente di poco conto che diventano gigantesche per chi vi si aggrappa.
Noi adolescenti viviamo una doppia vita, quella reale e quella virtuale e, sebbene sembri facile mantenerle distanti l’una dall’altra, capita anche che si influenzino a vicenda. Dai dati raccolti, risulta che un 8,4% dei ragazzi comunichi più facilmente i suoi sentimenti a Chat GPT, dunque a un’intelligenza artificiale, rispetto che ai suoi amici o alla famiglia. Un dato minimo, certo, ma destinato a crescere qualora la capacità di raccontarsi emotivamente vada a diminuire, come lentamente già sta succedendo.
Confrontarsi con i propri sentimenti spesso si rivela una sfida, spesso proprio perché non si riesce a sbrogliare il nodo di confusione che li lega, e allora, dove “l’uomo” non riesce ad arrivare, si prova a far arrivare “la macchina”, con le sue risposte distaccate e apparentemente logiche. Ma il sentimento più umano, quale l’amore, potrebbe mai essere davvero capito da uno strumento che di umano non ha nulla? L’AI tende a fornire la risposte che il soggetto vuol sentirsi dire, per dei meccanismi di “massimizzazione della soddisfazione dell’utente”. Dunque, forse, se il consiglio datoci dall’AI è quello di provarci, o al contrario di lasciar perdere, in fondo la risposta gliela abbiamo fornita già noi, tramite degli input che l’algoritmo riesce a cogliere. Questo tipo di comunicazione tira perciò fuori da noi risposte che già c’erano, senza portarci davvero al ragionamento, senza farci capire dove potremmo sbagliare, senza calcolare tutti gli imprevisti del caso, imprevisti che i numeri non sono (ancora) in grado di prevedere.
E’ oggettivo che la nostra idea di amore sia diversa da quella dei nostri genitori, dei nostri nonni: oggi è raro conoscere in adolescenza la persona con cui si passerà la vita e pensare a un “per sempre” alla nostra età è molto più difficile, quasi spaventoso.
Eppure, nella nostra indagine, alla domanda “Come immagini l’amore nel tuo futuro?”, oltre a una miriade di “non so”, la parola che ritorna di più è sicuramente “stabilità”. Il binomio della nostra generazione, viviamo nella tempesta ricercando un porto sicuro, sperando che possa arrivare in un futuro, lontano o vicino, che capiti per una serie di coincidenze che la persona che abbiamo tanto aspettato ci finisca davanti.
La concezione del nostro amore è inevitabilmente diversa, perché siamo cambiati insieme alla società: non ci si aspetta più che la persona con cui si sta insieme da adolescenti sia la stessa con cui, idealmente, si costruirà un futuro. La libertà dal punto di vista relazionale e sessuale ha reso i rapporti meno proiettati al “dopo”, più concentrati sul “qui ed ora”. Ciò non significa che non siano autentici, anzi. La bellezza dell’amore adolescenziale è il suo vivere in una dimensione tutta sua, distante da una realtà in cui inevitabilmente saremo catapultati “da grandi”. Il che non vuol dire che sia tutto rose e fiori, ma che tutto si vive con fame di esperienze, di novità, di sensazioni mai provate fino ad ora, il dolce sapore delle prime volte. Come se tutto fosse pervaso già della “nostalgia futura”, perché si sa che quelle emozioni, in quella forma, pura e genuina, non si ripresenteranno.
Ma chi, o cosa, mette sulla nostra strada le persone che incontriamo? Quali sono i fili che ci tengono legati, e che a volte sentiamo tirarci verso qualcuno?
Che sia il destino o uno jungiano “evento sincronistico”, la tendenza ad associare a ogni cosa che accade un significato “altro” è tipica della mia generazione, ancor più per ciò che riguarda la sfera amorosa. L’illusione che ci sia un disegno più grande ci porta a pensare che una persona, se conosciuta in un certo modo, o contesto, è “destinata” a stare con noi. Capitare per caso nello stesso posto, incrociare gli sguardi al momento giusto, scoprire piccole cose che si hanno in comune. Se non fosse destino, come potrebbe essere così perfetto?
Più difficile, però, è accettare il contrario: se una persona si allontana, secondo una qualche storia già scritta, è perché semplicemente “doveva andare così”. Come cantava Cocciante, forse in fondo “era già tutto previsto”. Ma previsto da chi? Dallo stesso destino che ci aveva fatto avvicinare?
Dai dati raccolti, risulta che il 70,5% degli adolescenti ha avuto il cuore spezzato (e sicuramente il restante 29,5% lo avrà in futuro). Rifiuti, rotture, addii…quanto poco basta per sentirsi crollare il mondo addosso.
“Tutto passa”, “tempo al tempo”, “un giorno riguarderai indietro e sorriderai”, e altre mille frasi fatte ci vengono dette, da coetanei e adulti, nel tentativo di offrire supporto, una consolazione. Ma nulla sembra poter davvero aiutare.
Provare a stare male da soli, a volte non basta: si ha bisogno di trovare qualcuno che sappia ciò che si prova. E allora si cercano risposte sull’amore nei testi delle canzoni, in frasi sottolineate nei libri, negli amici, nei genitori. Si cercano risposte a questa situazione che oscilla tra il non capirsi e il capirsi senza fare nulla per cambiare, finendo per trovare conforto in quel dolore che si è ormai imparato a conoscere tanto bene, senza però riuscire ad affrontarlo una volta per tutte. Quanto velocemente l’amore si trasforma in dolore?, io per prima mi sono ritrovata a pensare tante volte, e questo pensiero era una magra consolazione. Soffrire tanto non vuol dire, in fondo, aver amato tanto? E’ come se la consapevolezza di essere stata bene rendesse tutto quello stare male valido, la cicatrice che ogni amore lascia sulla nostra pelle, da portare fieramente.
Il rischio che questo vada a condizionare il modo di vivere l’amore futuro è inevitabile, ma si impara col tempo che, una volta superato il picco del dolore, tutto diventa una lezione. Forse è come mia mamma mi ha ripetuto tante volte: “nessun amore è sprecato”, il tempo passato da innamorati non è mai tempo perso. Per la felicità che questo ci fa provare, quelle sensazioni che ricerchiamo come l’aria, quel brivido, le famigerate farfalle nello stomaco.
Siamo animali innamorati, amanti, e per questo siamo anche animali sofferenti. E non c’è stadio dell’evoluzione che ci renderà immuni dal dolore, per fortuna. Amare e soffrire sono ciò che ci rende davvero umani, davvero vivi. Per quanto questo causi in noi, soprattutto ora che siamo ragazzi, rabbia e tanta confusione, e per quanto nessuno sappia dirci come stare davvero bene e cosa sia questo famigerato Amore di cui tutti parlano, ognuno di noi nel suo piccolo è portatore di una piccola verità. Ognuno ha il suo modo di amare, il suo modo di soffrire, e le sue soluzioni per guarire. “Vai avanti, perché siamo piccoli, e c’è tempo per incontrare l’amore della tua vita”, ho trovato scritto come consiglio nel sondaggio. E forse la chiave è lì: concentrarci su ciò che ancora abbiamo davanti, quello che potrebbe aspettarci, che è un enorme e bellissimo punto interrogativo. Quello che viviamo, nelle sue luci e ombre, diventerà un racconto per i nostri figli, qualcosa a cui guarderemo sorridendo. Ma ora, che lo stiamo vivendo, possiamo solo concentrarci sul fatto che, per quanto le soluzioni siano poche (o anzi, non esistano proprio), il tempo che abbiamo è invece tantissimo. E tutto quello che possiamo costruire, anche.