28/01/2026
Giornalisti: Aurora Romagnoli, Vittorio Casconi
Tecnici: Sofia Cognigni
28/01/2026
Giornalisti: Aurora Romagnoli, Vittorio Casconi
Tecnici: Sofia Cognigni
18.500.
Il numero degli arresti ufficiali accertati in Iran dal Dicembre 2025 e documentati da organizzazioni per i diritti umani quali HRANA (Human Rights Activists News Agency) e IHRNGO (Iran Human Rights Non-Governmental Organization), le cifre potrebbero, però, essere di gran lunga superiori.
Quello iraniano è da decenni un regime orientato alla repressione del dissenso. La Repubblica Islamica, nata nel 1979 in seguito alla caduta dello Shah Reza Pahlavi, ha da sempre sistematicamente soppresso le voci critiche.
Tra gli anni ’90 e il 1999, il regime attuò una sistematica eliminazione dell’intellighenzia liberale: una stagione di sangue in cui intellettuali, poeti e attivisti caddero vittima delle operazioni mirate dei servizi segreti.
Nel 2009 e nel 2010 le manifestazioni di protesta contro i brogli elettorali portarono in strada milioni di persone: ancora una volta si rispose con arresti di massa, torture e uccisioni.
Nel 2022 la morte di Mahsa Amini, arrestata dalla polizia morale per presunta violazione del codice di abbigliamento, ha innescato un’ondata di proteste sotto lo slogan “Donna, Vita, Libertà”. Molti manifestanti vennero incarcerati o condannati a morte per “inimicizia verso Dio”.
Le proteste esplose nel dicembre 2025 e ancora in atto sono il sintomo di una crisi economica e sociale senza precedenti. Se da un lato cresce la speranza che questa ondata possa rovesciare il regime degli ayatollah, dall'altro la leadership continua a rispondere come ha sempre fatto, ascoltando soltanto lo scorrere del sangue
Migliaia di Iraniani, infatti, soprattutto giovani, hanno avuto il coraggio di affrontare arresti, torture e condanne - anche a morte - per poter esprimere liberamente il proprio pensiero. Secondo Iran International, canale televisivo con sede a Londra, i soldati governativi non hanno esitato a ricorrere a gas lacrimogeni ed armi ad aria compressa contro i civili. Dopo aver inizialmente sminuito le proteste e sostenuto che le strade si fossero svuotate subito, perfino il regime ha riconosciuto l’imponenza e la tenacia dei manifestanti. Il presidente della repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, prima propostosi come intermediario, ora accusa i contestatori di essere “terroristi legati a potenze straniere”, “nemici di Dio” e, perciò, punibili con la morte.
Un vero e proprio blackout nazionale della rete è stato disposto dal governo per spegnere tutte le comunicazioni interne e con l’estero: l’interruzione mediatica, avviata l’8 gennaio 2026, si protrae tutt’ora per la popolazione civile, rendendo così difficile agli osservatori esterni conoscere a pieno i fatti e giungere ad una stima precisa delle vittime.
Una protesta, quella del popolo iraniano, che nasce dalla volontà di una vita migliore, in cui la libertà di parola sia finalmente un diritto, non una concessione.
“Non basta respirare per vivere”, lo slogan gridato dalle migliaia di manifestanti iraniani, evidenzia la profonda stanchezza della gente comune, il fermo bisogno di cambiamento mostrato nonostante la sanguinosa repressione da parte degli ayatollah.
Questi manifestanti hanno affrontato e affrontano ancora con coraggio un regime che governa attraverso il terrore e la violenza, con i Pasdaran autorizzati ad irrompere nelle case a colpi di fucile, saccheggiando le abitazioni.
L’instabilità della teocrazia islamica, rischia di aggravarsi a seguito delle minacce di intervento di Donald Trump, presidente degli USA: il rapporto tra i due stati, infatti, risulta sempre più critico, sia a seguito delle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti ai partner commerciali dell’Iran, sia dopo gli attacchi del 22 giugno 2025 da parte delle forze militari statunitensi a tre importanti impianti nucleari iraniani.
L’intervento degli Stati Uniti potrebbe risolvere la situazione, ma si rischierebbe di innescare un meccanismo che porti ad ulteriori scontri a livello internazionale. La situazione è molto delicata e complessa in quanto nessuno stato è autorizzato ad intervenire militarmente nella vita politica di un altro, inoltre, dopo la recente uscita degli Stati Uniti da molte organizzazioni dell’ONU, Trump sembra interessato ad interventi esclusivamente a beneficio della propria Nazione, in questo caso l’obbiettivo sarebbero le risorse naturali iraniane di petrolio e gas. Un movente economico piuttosto che la volontà di liberare la popolazione iraniana dalla Repubblica Islamica.
Ogni popolo ha il diritto ad autodeterminarsi e di lottare per un futuro migliore, non è ammissibile, dunque, che ancora oggi si muoia per la libertà.