01/05/26
Giornalisti: Greta Sergi
Tecnici: Greta Sergi
01/05/26
Giornalisti: Greta Sergi
Tecnici: Greta Sergi
Ormai un mese fa, il 27 marzo, nell’auditorium del liceo, Benedetta Tobagi ha tenuto una conferenza sul suo saggio “La resistenza delle donne”, incontro conclusivo della rassegna di Bagliori d’Autore. Il mio procrastinare la scrittura di questo articolo, che inizialmente mi sembrava ingiustificabile, si è rivelato invece un modo per cogliere nuovi spunti. E perché?, vi potreste chiedere voi. Ecco, perchè dopo tutte le dichiarazioni compiute dalla classe politica attuale, in occasione del 25 aprile, non posso che essere ancor più convinta che sia necessario parlare di ciò che è stata davvero la Resistenza per la nostra nazione, partendo proprio dai testimoni. Nel libro di Benedetta Tobagi, i testimoni prescelti sono proprio le donne, le vittime silenziose…no, direi che possiamo anche lasciar perdere questa narrativa delle donne come vittime silenziose. Le partigiane sono state attrici urlanti della Resistenza, chi calcando di più la scena, chi rimanendo nell’ombra pur apportando un contributo fondamentale. Come ci tiene a specificare subito Tobagi, “noi dobbiamo quello che abbiamo a chi ha lottato prima di noi”, che siano i partigiani nel buio biennio ‘43/’45, le femministe negli anni ‘70, ogni nostra libertà deriva da qualcuno che, privato della sua, ha capito che a subire e basta non si ottiene nulla, anzi si perde: dunque, tanto vale lottare. E noi donne dobbiamo davvero tanto a chi è venuto prima di noi: come se ci fosse un “filo lucente” a legarci alle nostre “antenate”, proprio loro a cui Benedetta Tobagi dedica il suo saggio.
Queste antenate sono state figlie, madri, operaie, ricche signore, che, chi mosse dalla famiglia, chi dall’amore, chi da una sviluppata coscienza politica, hanno capito che il fascismo era un male da combattere. E chi non se la sentiva di imbracciare il fucile, pedalava da un punto all’altro per consegnare i messaggi ai compagni, rammendava loro i vestiti, cucinava per loro.
Perché il loro contributo è stato così importante? Perché, oltre a combattere, si occupavano di tutte quelle mansioni “poco virili” che gli uomini, occupati a far guerriglia, trascuravano. Mansioni che apparivano meno rilevanti, ma che erano invece necessarie, soprattutto nel contesto di incertezza di quegli anni.
La Resistenza viene spesso ancora vista oggi come “divisiva”, come un movimento che riguarda solo una linea politica. Ma non vi è bugia storica più grande: l’unica forza politica esclusa dalla Resistenza era, chiaramente, il fascismo. Ogni altra corrente, che fosse di destra (moderata) o sinistra, era presente e attiva, ponendo la Resistenza come un sistema di lotte trasversali e interpartitiche.
Ovviamente, specifica Tobagi, questo causava una certa conflittualità interna anche nella Resistenza, ma la conflittualità, se non violenta, "denota la libertà”. In questo contesto, a un certo punto non conta più il tuo colore politico, se ti metti al mio fianco per combattere il fascismo. E questa è proprio la prima libertà che scaturisce dalla Resistenza.
E le donne la vivono come un’occasione unica: uscire dagli schemi che le rinchiudevano in casa, per avere un ruolo importante in qualcosa di grande, sentirsi finalmente utili. Non dobbiamo però pensare che fossero viste sempre di buon occhio: va bene combattere per la libertà, ma forse quelle donne se ne prendevano un po’ troppe…dormire insieme a molti uomini, indossare i pantaloni, fumare…anche all’interno delle brigate spesso le donne erano additate, finendo per ricadere nei soliti stereotipi. Quante donne si sono sentite chiamare “sgualdrine” solo perché hanno osato ribellarsi alle gabbie sociali che le tenevano strette? Quante donne, pur volendo essere al pari dei compagni uomini, sono state nuovamente messe da parte una volta arrivato il 25 aprile? Il successo, infatti, se lo vollero prendere solo gli uomini, ritenendo che la presenza femminile avrebbe sminuito il loro lavoro. E qui fu posta la miccia che fece partire il movimento femminista degli anni ‘70: quello spiraglio di libertà doveva diventare la normalità. Bisognava “tornare alla luce”, quella luce che le donne avevano visto proprio nel momento in cui l’Italia stava passando il suo periodo più oscuro. Perché, come scritto nelle ultime righe del saggio, “Non siamo inchiodati a pagare i conti in sospeso del sangue. Fedeli alla verità di ciò che è accaduto, possiamo sciogliere nodi antichi, sbriciolare i macigni (...). Possiamo prendere la rincorsa dal passato per spiccare il volo”.
Ma per prendere la rincorsa dal passato, bisogna anzitutto conoscerlo: rendersi conto che la Resistenza non è di parte, che il 25 aprile non è divisivo, perché è la data in cui l’Italia è uscita dal male più assoluto che la attanagliava, in cui la nazione ha respirato per la prima volta la libertà. E il ruolo delle partigiane, tanto quanto quello dei partigiani, è stato fondamentale. Bisogna, come spiegava Tobagi, “avere in mente la prospettiva storica”: dunque, rendersi conto che qualcosa, se ci guardiamo indietro, è migliorato. E se è così non è perché un qualche deus ex machina (o un god from the machine, come ritiene qualcuno) è sceso dal cielo per aiutarci, ma perchè gente comune ha deciso di rischiare tutto, la vita, la morte, l’innocenza, per il principio di “libertà”, qualcosa che tutti millantano ma distorcono in base a come fa più comodo.
Benedetta Tobagi ci invita a compiere una riflessione. “Bisogna chiedersi da che parte della storia si sta, guardare indietro alla nostra vita e avere voglia di raccontarla”. E tu, invece, da che parte della storia stai?