26/01/2026
Giornalisti: Greta Sergi
Tecnici: Leonardo Aidan Lattanzi
26/01/2026
Giornalisti: Greta Sergi
Tecnici: Leonardo Aidan Lattanzi
Per essere donna ed essere di successo bisogna sempre alzare la voce.
Bisogna emergere, bisogna distinguersi, bisogna performare.
Un uomo mediocre può avere più successo di una donna competente. Tutte le strade sono spianate, tutti i giudizi taciuti, perché, se un uomo è lì, se lo merita, se c’è una donna forse avrà fatto qualche favore (a un uomo, molto probabilmente) per arrivarci.
Questa concezione di donna “incapace” di lavorare ed essere attiva in determinati ambiti è retaggio di una cultura patriarcale che va avanti da millenni.
E l’arte non fa eccezione: per millenni è stata anch’essa preclusa alle donne, muse ispiratrici sì, oggetti da rappresentare, ma era inconcepibile che potessero essere artiste, dei soggetti che fanno arte. E’ da qui che parte la conferenza di venerdì 16 dicembre dello storico dell’arte Giuseppe Nifosì: la difficile storia delle artiste donne, dall’invisibilità all’urlo gridato dai corpi di alcune delle maggiori artiste performer.
Nei secoli precedenti le donne erano escluse dal mondo dell’arte, non potevano diventare indipendenti attraverso il lavoro e gestire le loro finanze in autonomia; era sconveniente vivere e lavorare a stretto contatto con gli uomini; era sconveniente ritrarre il corpo nudo di un modello, sconveniente viaggiare per diffondere la propria arte e trascurare la famiglia, il marito, i figli. Una donna che dimenticava i suoi doveri di madre e di moglie non era una donna onorevole, ma una poco di buono, una prostituta. E, nei pochi casi in cui una donna di talento fosse riuscita ad affermarsi, il merito alla fine se lo prendeva comunque l’uomo, e il mondo non stentava a credere alla “paternità” dell’opera (che poi, perchè si dice “paternità” di un’opera, se chi genera e crea è per antonomasia la madre?).
Le donne diventano davvero protagoniste e soggetti nell’arte solo nel Novecento sia per le lotte di emancipazione e di liberazione femminile che hanno caratterizzato il secolo scorso sia per l’affermarsi di una corrente artistica come quella concettuale che privilegiava l’urgenza comunicativa spesso in modo scandaloso e dirompente alla maestria della tecnica.
La donna, dopo una Storia passata in silenzio, scopre di avere troppo da dire, di voler urlare quello che troppe volte aveva dovuto tacere, l’arte è esserci, non solo con la propria opera ma con tutte se stesse. L’ arte si fa performance. Le donne dicono, anzi urlano: ci siamo! The artist is present per citare Marina Abramovic.
Le artiste oggetto della conferenza di Nifosì sono state: Gina Pane, Marina Abramovic, Ana Mendieta e Regina José Galindo, quattro donne da parti diverse del mondo, quattro donne che avevano e hanno tanto da dire. La performance diventa il mezzo attraverso il quale queste artiste possono, dopo anni di silenzio forzato, esprimere il loro dissenso e, tramite il loro corpo, raccontare se stesse, denunciare gli abusi, le violenze. L’uso del corpo delle artiste, che scelgono di subire per un intento superiore, per rendere visibile ciò che viene spesso trascurato, riporta l’attenzione pubblica sui temi della violenza di genere, della guerra, dell’oppressione, lasciando disturbato e sconvolto lo spettatore. La donna si riappropria finalmente del proprio corpo, che non è più strumento di piacere, ma vivo mezzo di comunicazione.
L’intento delle performer è creare scandalo, perché sembra che solo facendo scalpore l’essere umano si renda conto di ciò che lo circonda, di fin dove possa spingersi la crudeltà, il paradosso. E così l’arte diventa non più solo un mezzo comunicativo, ma una “questione di vita o di morte”, in cui il corpo della donna, binomio da sempre di nascita e dolore, sangue e lacrime, diventa inerme e insieme straordinariamente potente, una tela che racconta una storia. E sono storie di violenza, di abuso, di prevaricazione maschile, di indifferenza. Sono storie di chi scappa davanti a una responsabilità e di chi invece decide di affrontarle e viverle sulla propria pelle, storie di silenzi e di sguardi di chi ha bisogno di essere, per una volta, visto. Storie di scelte, che spingono lo spettatore a interrogarsi, decidere se e come agire, se essere carnefice o soggetto responsabile.
Durante la performance si crea come un limbo che racchiude l’artista in una dimensione a sé stante, dove ogni gesto, ogni posa, ogni reazione è brillantemente calcolata per avere un significato altro e parlare di verità, smuovere le coscienze.
L’intento delle performer, ci spiega Nifosì, diventa “rendere testimonianza ad ogni costo” e aprire una nuova finestra sul mondo, perché l’arte non può essere solo bellezza fine a se stessa, ma può (o forse deve?) diventare impegno politico e soprattutto essere la voce a chi, per millenni, è stata costretta al silenzio.