SPUNTI DI RIFLESSIONE
SPUNTI DI RIFLESSIONE
Dipendenze, inconscio e la via del respiro
C'è un momento, nella vita di quasi tutti, in cui ci si trova a fare qualcosa che si sa essere sbagliato. Non per ignoranza, non per errore di calcolo: si sa. Eppure si fa lo stesso. Si mangia ciò che si era deciso di non mangiare, si rimanda ciò che si era promesso di fare, si torna a un comportamento che si pensava superato. Questo fenomeno ha un nome antico: akrasia.
Il termine viene dal greco e significa letteralmente “mancanza di forza” o “assenza di dominio su se stessi”. I filosofi greci lo usavano per descrivere quella condizione paradossale in cui la volontà consapevole e il comportamento reale divergono. Non si tratta di ignoranza: la persona sa perfettamente cosa sarebbe meglio fare. E non fa quello. È un corto circuito tra conoscenza e azione, tra intenzione e comportamento.
L'akrasia non è una patologia rara o un difetto caratteriale. È un'esperienza umana universale. La si riconosce nella procrastinazione cronica, nelle dipendenze, nei comportamenti autolesivi, nelle relazioni disfunzionali che si sa di dover lasciare e a cui si continua a tornare. È quella voce che dice “basta” e la mano che riempie comunque il bicchiere.
Sarebbe comodo pensare all'akrasia come al problema di qualcun altro: di chi ha una dipendenza grave, di chi “non ha volontà”. Ma questa è una difesa. Il fenomeno è uno spettro continuo: alle sue estremità troviamo le dipendenze conclamate — alcol, sostanze, gioco, cibo — ma lungo il suo percorso ci siamo quasi tutti.
Chi scorre i social media per ore pur sapendo che lo lascia svuotato. Chi litiga sempre nello stesso modo con le stesse persone e poi si chiede perché. Chi si impegna a dormire di più, mangiare meglio, muoversi, rallentare — e non lo fa. Le forme lievi di akrasia sono talmente integrate nella vita quotidiana che smettono di essere riconoscibili come problema: diventano semplicemente “come siamo”.
Questa normalizzazione è essa stessa parte del meccanismo. Più un comportamento è automatico e invisibile, meno lo si mette in discussione. La prima sfida è quindi semplicemente vederlo.
Le neuroscienze moderne hanno fornito una chiave di lettura potente per comprendere l’akrasia. Il cervello umano non è un sistema unitario con un solo “centro di comando”: è un insieme di strutture che si sono evolute in tempi diversi e che perseguono obiettivi spesso divergenti.
La corteccia prefrontale — sede del ragionamento, della pianificazione, della valutazione delle conseguenze a lungo termine — è la parte del cervello che “sa”. Le strutture limbiche più antiche, in particolare il sistema della dopamina e il nucleo accumbens, gestiscono la ricompensa immediata, le abitudini, le risposte automatiche alle emozioni. In condizioni di stress, stanchezza, o attivazione emotiva intensa, le strutture limbiche tendono a prevalere. La risposta impulsiva precede, o addirittura bypassa, la valutazione consapevole.
Le dipendenze radicalizzano questo squilibrio: attraverso la neuroplasticità, i comportamenti ripetuti modificano letteralmente i circuiti neurali, rendendo i pattern automatici sempre più veloci e profondi, e la capacità inibitoria della corteccia prefrontale progressivamente più debole in quei contesti. Non si tratta di mancanza di volontà nel senso morale: si tratta di strutture cerebrali che sono state ri-cablate dall’esperienza.
Questa prospettiva è importante perché sposta la questione dalla colpa alla comprensione. Ma non basta: sapere che il problema è neurobiologico non risolve il problema. La domanda rimane: come si cambia?
La psicologia transpersonale offre una prospettiva complementare e, per certi versi, più radicale. Non si limita al funzionamento neurobiologico, ma esplora le dimensioni più profonde dell’esperienza umana: i livelli pre-personali e biografici dell’inconscio, le esperienze perinatali, le dimensioni collettive e spirituali della psiche.
In questa visione, molti comportamenti akratici non sono semplicemente “cattive abitudini” o deficit di autocontrollo: sono sintomi. Sintomi di materiale psichico irrisolto che continua ad esercitare la sua influenza dal di sotto della soglia della coscienza ordinaria. Traumi non elaborati, emozioni soppresse, bisogni fondamentali non soddisfatti: tutto questo non scompare solo perché non è visibile. Si esprime, invece, attraverso i comportamenti automatici, le dipendenze, le ripetizioni compulsive.
Da questa prospettiva, la forza di volontà da sola non è sufficiente perché agisce sulla superficie di processi che hanno radici molto più profonde. Lavorare sull’akrasia richiede di andare a quelle radici, di rendere consapevole ciò che è inconscio, di integrare ciò che è stato escluso dall’esperienza.
In questo contesto si inserisce la Respirazione Olotropica, sviluppata dallo psichiatra Stanislav Grof come strumento di esplorazione e guarigione non farmacologica. Il nome deriva dal greco: “holotropos” significa “diretto verso la totalità”, e questa direzione è esattamente il suo principio guida.
Il metodo si basa su tre elementi che agiscono in sinergia: il respiro profondo e accelerato, la musica evocativa appositamente selezionata, e il lavoro corporeo. Insieme, questi elementi inducono stati non ordinari di coscienza che consentono l’emergere spontaneo di contenuti profondi — memorie, emozioni, immagini, percezioni corporee — che normalmente rimangono al di sotto della soglia della coscienza ordinaria.
Ciò che rende la Respirazione Olotropica particolarmente rilevante in relazione all’akrasia è proprio la sua capacità di accedere a livelli dell’esperienza che il pensiero analitico ordinario non riesce a raggiungere. La comprensione intellettuale di un problema — per quanto accurata — spesso non è sufficiente a modificarlo. La mente sa, ma il corpo continua a fare. La Respirazione Olotropica lavora al livello in cui risiedono quei pattern: nel corpo, nell’emozione, nelle stratificazioni pre-verbali dell’esperienza.
Durante le sessioni, le persone riferiscono frequentemente di fare contatto con la radice emotiva di comportamenti ripetitivi che in superficie apparivano incomprensibili. Non si tratta di un processo guidato o interpretativo: è la psiche stessa che, in quello stato espanso, individua ciò che ha bisogno di essere visto e integrato. Il facilitatore non interpreta: accompagna.
Dal punto di vista transpersonale, questo processo è esattamente ciò che Grof definisce movimento verso la totalità: non l’eliminazione di una parte indesiderata di sé, ma la sua integrazione nel tutto. Il comportamento akratico, in questa lettura, è spesso il modo in cui una parte di noi cerca di comunicare un bisogno che non ha trovato altri canali di espressione. Vederlo, sentirlo, integrarlo: questo è il lavoro.
Potrebbe sembrare che la prospettiva neuroscientifica e quella transpersonale parlino linguaggi inconciliabili. In realtà si completano. Le ricerche sul sistema nervoso autonomo mostrano che la respirazione è uno dei pochi processi fisiologici che può essere modulato sia automaticamente che volontariamente, ed è un accesso diretto al sistema nervoso. Modificare il pattern respiratorio modifica lo stato del sistema nervoso, e quindi lo stato della coscienza.
Studi sull’elaborazione del trauma mostrano che i ricordi traumatici sono spesso conservati nel corpo sotto forma di pattern di tensione, attivazione e risposta automatica — più che come narrazioni verbali. Gli approcci somatici, tra cui la Respirazione Olotropica, agiscono proprio su questo substrato corporeo, consentendo un’elaborazione che bypassa le difese cognitive e raggiunge il materiale dove effettivamente risiede.
In questa convergenza, l’akrasia non è più solo un problema filosofico o un difetto di volontà: è la superficie visibile di processi profondi — neurologici, emotivi, biografici — che chiedono di essere riconosciuti. E il corpo, attraverso il respiro, offre una via di accesso sorprendentemente diretta a questi processi.
L’akrasia ci invita a una domanda scomoda: chi sta davvero decidendo, quando “io” decido? La risposta onesta è che dentro di noi coesistono più voci, più sistemi, più strati di esperienza — e non tutti parlano la stessa lingua, né perseguono gli stessi obiettivi. La parte che “sa” e la parte che “fa” possono essere profondamente disconnesse.
Il percorso non è quello di imporre la volontà consapevole sulle parti ribelli, ma di creare un dialogo tra questi livelli. Di portare nella luce ciò che opera nell’ombra. Di comprendere, sotto ogni comportamento che vorremmo cambiare, quale bisogno si sta esprimendo — e trovare per quel bisogno una risposta più autentica.
La Respirazione Olotropica non è una soluzione rapida. È un invito a scendere in profondità, a fare contatto con dimensioni di sé che la vita ordinaria tende a tenere fuori dalla porta. Ma è proprio lì, in quella profondità, che spesso risiedono le risposte alle domande che la superficie non riesce a dare.
Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
nè nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
GEORGE LANGELAAN – REGRESSIONE
C’è un vecchio che sta morendo. Medici e infermieri, in camice bianco, si danno da fare intorno al suo letto. Su un vassoio di metallo tintinnano degli strumenti. Gli viene infilata una siringa nel braccio. Le voci soffocate, intorno a lui, sembrano quelle che sentiva da bambino, quando si addormentava tra le braccia della mamma. Gli ficcano un tubo in gola. Un rumore metallico, poi lo spingono, su una barella, in un lungo corridoio, stretto e buio. Molto in alto al di sopra di lui brilla una luce. Essendo steso, può vederla bene. Sente una voce, la voce del suo primogenito: «È ancora cosciente?». «In realtà no. È già lontano, molto lontano, sa…». Il corridoio è diventato ancora più stretto, la luce sopra di lui ancora più lontana. Poi le voci si spengono. A un tratto si rende conto che non vede più niente, non sente più niente, non prova più niente. È buio. Arriverà qualcuno? Qualcuno riaccenderà la luce? C’è ancora qualcuno accanto a lui? Sono sempre intorno a lui, i suoi figli e gli altri, a osservare la sua faccia cerea e a chiedersi se dietro quella faccia, molto lontano, irraggiungibile, sussista un barlume di coscienza? Tenta di alzare una palpebra, non ci riesce. Di gridare, ma non sente la propria voce. Chi lo sentirà se lui stesso non può sentirsi? È in coma? O invece è morto? Quello che gli sta accadendo non è semplicemente la morte? Ci ha appena pensato che già sa la risposta: è proprio così. È la morte. «Sono morto». Ma se può ancora pensare di essere morto, significa che il suo cervello funziona ancora, che il suo sangue continua a irrorarlo, che il suo cuore non ha smesso di battere. Gli viene l’idea che la parte di lui che è rimasta cosciente, che può dire «sono morto», che può dire «io», è la sua anima, è la parte di lui che non può morire. Lo hanno già seppellito? Non prova nessuna sensazione, non c’è modo di saperlo. Né di situarsi nello spazio, né di misurare il tempo. È spaventoso. E la cosa più spaventosa è essere ancora cosciente. Se solo potesse perdere coscienza! Se solo potesse spegnersi tutto. Se solo potesse almeno dormire. Dormire, sognare forse… Per addormentarsi cerca di contare le pecore. Con calma, senza fretta, più pecore di quante ne potrà mai contenere l’Australia. Conta, conta, conta, e arriva il momento in cui si accorge di essere arrivato a 998 milioni di pecore. 998 milioni di pecore che ha visualizzato e che ha contato una per una, che ha guardato una per una saltare lo steccato in un prato inondato di sole. Se si conta una pecora al secondo, il che sembra ragionevole, sono 60 pecore al minuto, 3600 all’ora, 86.400 pecore al giorno, il che significa che un milione di pecore corrispondono circa a dodici giorni e con quasi un miliardo si arriva a 12.000 giorni, vale a dire circa trent’anni. Era convinto che fosse passata mezz’ora e invece è da trent’anni che sta contando le pecore. Cazzo. È chiaro, se non vuole impazzire, deve smettere di contare le pecore e trovare un’altra occupazione. Ma quale? Rivivere tutta la sua vita? Dedicare l’eternità a un’eterna autobiografia? Avrebbe tutto il tempo di entrare nei particolari: potrebbe impiegare un secolo per raccontarsi una colazione di un quarto d’ora. O invece ripetere all’infinito un mantra, come fanno i mistici? Concentrarsi su problemi di scacchi? Rifare mentalmente la forma di tai chi, avendo davanti a sé tutto il tempo di diventare un grande maestro? Ricordare i letti in cui ha dormito, i vestiti che ha indossato, le case in cui ha vissuto, il contenuto di ogni cassetto di tutte le case in cui ha vissuto? Rievocare tutte le volte che ha fatto l’amore? E con chi, e in quali posizioni? Passare l’eternità a masturbarsi senza sesso, senza corpo, senza sensazioni? Strana cosa, essere morto e non perdere la coscienza di se stesso. Prigioniero della prigione più perfetta: quando si è solo coscienza, non si può scavare un tunnel per evadere. Quello che invece è possibile, quando si è solo coscienza, è immaginare di scavarlo, il tunnel. Allora si dà da fare. Decide di costruire, da solo, mentalmente, dal fondo della sua tomba, se come crede è stato seppellito, un ponte sopra la Manica che collegherà la Francia e l’Inghilterra. Innanzitutto elabora un progetto. Poi inizia a costruire, e poi si accorge che non funziona, e ricomincia daccapo perché si è dimenticato di tener conto delle maree. Non salta nessun passaggio, se per eseguire un certo lavoro servono dieci persone, lui sarà di volta in volta ciascuna di loro. È il palombaro a cui si stacca il tubo dell’ossigeno e il sub che salva il palombaro dall’annegamento. È tutti, è dappertutto, ha tutto il tempo. In meno di qualche millennio il ponte è terminato. È più produttivo che contare miliardi di miliardi di pecore, più soddisfacente. Così, si lancia nella costruzione di una nuova città, più grande di Brasilia. Realizza ogni singolo edificio, ogni blocco di cemento, ogni maniglia di porta, ogni interruttore, il circuito elettrico che aziona ciascun interruttore: non manca niente e, anche se esiste solo nella sua mente, funziona tutto. Perché, allora, non mirare ancora più in alto? Perché non creare la vita? Ma come si fa a creare la vita? C’è un unico modo: creare una cellula. Sebbene di embriologia ne sappia ancora meno che di architettura, non può delegare niente a immaginari assistenti, deve fare tutto da solo. Sa soltanto che una cellula, dividendosi, forma altre due cellule, che a loro volta si dividono finché non formano un insieme abbastanza grande da poter essere osservato al microscopio. Ma mica è facile trasformarsi in una cellula quando quello a cui si è ridotti, quello che ancora si può chiamare sé, è infinitamente più piccolo e immateriale di una cellula. Per aumentare di un miliardo di volte bisogna concentrarsi. Allora si concentra. Convoglia tutta la sua coscienza in un unico punto che a poco a poco comincia a ingrandirsi e diventa una cellula, si divide in altre due, che si dividono a loro volta, finché questo insieme di cellule non diventa una specie di corpo rudimentale, capace di muoversi in uno spazio e provare sensazioni. Sente quello che deve sentire un astronauta quando, dopo un lungo viaggio interstellare, tocca terra. Tocca terra. Atterra. Non ha preso fuoco, non è morto, è felice. Non ha una bocca per ridere e gridare di gioia, non ancora. E a un tratto, invece, si rende conto che ne ha una – un’apertura, una fessura che diventerà una bocca con dei denti e una lingua. La sua coscienza ormai risiede in un cervello, fatto di cellule e collegato a una massa ancora informe, una specie di sacco che ben presto avrà delle membra, degli organi, un sesso, un buco del culo, e tutto questo sarà lui. Ora può addormentarsi. E infatti dorme, un sonno perfetto e felice. Non c’è niente di meglio di questo sonno, niente di meglio che essere immerso nel dolce calore delle acque amniotiche. È un embrione, ben presto sarà un corpo che scrupolosamente continuerà a diversificarsi e a crescere. Il corpo di chi, di cosa? Non lo sa ancora, ma poco importa: quale che sia, vivrà la vita che gli è data. Se è destino che esca dalla matrice sotto forma di formica, nessun problema, sarà una formica, qualsiasi vita andrà bene. Non ha la minima voglia di uscire dal samsara, tutto quello che vuole è essere di nuovo vivo. Ma è fortunato: è un feto, ben presto sarà un cucciolo di uomo, che già comincia a scalciare. Arriva il momento terrificante in cui l’ambiente caldo e liquido in cui sonnecchiava placidamente si svuota di colpo: è come essere in un sottomarino che affonda. Finisce sott’acqua ma non annega. Imbocca un tunnel buio, caldo e appiccicoso. Non riesce a respirare: non c’è da stupirsi se molte persone rivivono questo momento nei loro incubi. Sente dei rumori, delle voci. I rumori, le voci che mentre moriva diventavano sempre più fioche, ora sono sempre più vicine. O meglio, è lui che è sempre più vicino a loro. Il tunnel diventa uno scivolo, e lui scivola. Una luce abbagliante lo acceca. È l’uscita. Sua madre spinge, sua madre grida. È arrivato. Ora è lui a gridare. La sua vita comincia